Presentazione del libro di A. Arbasino “Marescialle e Libertini”
Roma 17 nov. 2004
Auditorium della musica

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Il libro si compone di quattro parti. Ognuna dedicata ad un grande del Novecento musicale. Ciascuna si apre con un punto di partenza, una rappresentazione, un luogo, una data.
La prima è dedicata a Stravinskij, alla prima rappresentazione della “Carriera di un libertino”, vissuta alla Fenice, nell’ambito della Biennale del 19 51,con l’autore sul podio e la partecipazione di Elisabeth Schwarzkopf, cui ·seguirà replica alla Scala nel successivo inverno, tradotta in italiano.
La seconda, dedicata a Prokofiev ci vede di nuovo a Venezia con la prima dell’ “Angelo di fuoco” del 1955.
All’inizio della terza parte dedicata a Schoenberg ci troviamo a Berlino, prima che fosse eretto il muro, e nel Theater des Westens, di solito dedicato al varietà, ma che temporaneamente ospita l’Opera di Stato. Si da il ” Moses und Aaron”.
Siamo di nuovo a Berlino alla fine degli anni 50 con il “Capriccio” di Richerd Strauss
Ed infine a Bruxelles durante l’Expo del 58 con concerti di Schostakovich, con la presenza dello stesso autore.
Ho detto punti di partenza, ma ad un tempo continui punti dei ritorno, di considerazioni, richiami, ricordi, che si dipartono l’uno dall’altro in successive spirali, e divagazioni correlate, talvolta prolungate, talvolta della durata di un flash. Ciascuna a sua volta composta di siparietti, all’interno dei quali, in un continuo e sorprendente succedersi, si avvicendano, e qualche volta si affollano, figure, personaggi, luoghi, attori, direttori, esecuzioni, artisti e spettatori.
Trattasi di veri e propri piccoli sabba, nei quali fantasmi, fate, streghe sono evocati dalle regioni più disparate della civiltà artistica e musicale o della civiltà dei costumi, quali testimoni delle affinità e dei contrasti delle discontinuità e dei “già visto”. che con la stessa velocità propria dei sogni con cui sono accorsi al richiamo dell’autore, scompaiono, seguiti dall’episodio successivo, lasciando spesso al lettore sorpreso, sconcertato, accattivato, divertito dall’interminabile ironia, il compito di dipanare le ragioni di queste apparizioni, di scoprire l’ordine nell’apparente caos.
Una valanga di nomi. Alla fine del libro sono riportati i nomi delle persone citate. Se ne contano ben 2163. Appartenenti al mondo della musica, del varietà, del cinema, della letteratura, della politica, ecc. ecc. Senza contare i nomi dei personaggi teatrali, i titoli delle opere, i nomi delle città, dei luoghi e dei teatri, presenti in gran copia. Alcuni ovviamente ripetuti più volte, i più nominati una volta sola. La gerarchia delle presenze riflette anche il libero e dissacrante andare dell’autore.
Niente abbagli romantico sentimentali; la memoria e la conoscenza procedono con distaccata ironia; la lente deformante è strumento di veritiera analisi. Siamo in teatro e dunque si può osservare tutto dietro le quinte, gli autori, gli esecutori, il pubblico.
Siamo in teatro dunque niente falsità.
Non mancano sfoghi e invettive contro i conformismi e le imposizioni, mentre maggior tolleranza è mostrata invece verso le consuetudini, e le frasi fatte. Son cose ben diverse Stalin e Zdanov dalle signore cli Vienna o cli Voghera.
Col suo libro Arbasino ci ricorda l’irripetibilità dell’opera teatrale e musicale. Data in quel giorno, luogo e tempo, con quelle realtà sul palcoscenico, in platea e nel contorno o contesto che dir si voglia. Non c’è la settima cli Schostakovich. Ma “quella” settima ..
Non c’è l’Angelo cli fuoco, ma quell’Angelo cli fuoco. E le marcette mahleriane non hanno ovunque lo stesso potere evocativo e lo stesso significato. Non c’è Zerlina, o Violetta, o Isotta, ma le Violette, le Zerline e le Isotte, tutte regolarmente al plurale, presenti mentre ascoltiamo l’ennesima venuta.
Giacchè l’andare a teatro o ad ascoltar musica, nella civiltà musicale, è sempre una convocazione cli uomini cli idee, cli spiriti, cli memorie, cli sogni e per ciò insostituibile. E “le” storie del teatro musicale, non ”la” storia, sono governate più da Belzebu che non da Dioniso o Apollo.
Gli episodi prescelti appartengono tutti o quasi agli anni cinquanta, un periodo costantemente in bilico tra un’aurora e un tramonto. Un periodo cli forti realtà, di grandi qualità, denso come denso è il libro cli Arbasino che lo ripercorre, un po’ diario degli anni cli apprendistato vorace di un libertino che nulla potè e può tralasciare, un po’ come la rievocazione da una marescialla che con qualche nostalgia celebra quegli anni, anticipato crepuscolo del secolo novecento. E che per questo rito chiama tutti i fantasmi, i pensieri, i sogni che hanno affollato quegli episodi, nessuno escluso, con un “Apparite. Apparite, poi qual nebbia di nuovo sparite” che un Francesco Maria Piave non Hugo von Hofmanstahl mette in bocca alle streghe del Macbeth, anch’esse in qualche modo presenti mentre si da il Roseniavalier.