in “Il Corriere della Sera”, 7 ottobre 1996
OLTRE MAASTRICHT: COME CONIUGARE MONETA UNICA E OCCUPAZIONE
La presentazione della legge finanziaria riapre la discussione sulle misure per ricondurre sia il rapporto tra deficit pubblico e PIL, sia il tasso di inflazione entro i limiti prescritti dall’accordo di Maastricht e sulla conseguente dimensione della manovra da compiere nel 1997. Ma poi? Cosa può o deve succedere negli anni successivi?
Vi è un generale consenso sul fatto che l’impegno a partecipare ad un’area monetaria unica porterà vantaggi in termini di tassi di interesse. Il debito pubblico costerà un po’ meno. Ma lo Stato italiano nel nuovo consesso europeo si presenterà pur sempre come un soggetto con un debito elevatissimo e le nostre finanze pubbliche non potranno non essere condizionate da impegni severi di contenimento.
Certo l’Italia si presenta anche con un elevato tasso di risparmio (ed un surplus nella bilancia dei pagamenti), che rende «sopportabile» un più elevato debito. Ma questa nostra specificità potrà essere utilizzata per negoziare la nostra entrata nell’Unione monetaria (si veda al riguardo quanto scritto da Helmut Schlesinger sull’Economist), difficilmente potrà essere avanzata successivamente, per consentirci una politica di deficit meno severa.
L’Italia sarà sempre un sorvegliato speciale e la perdita di sovranità economica nella gestione del bilancio pubblico sarà comunque elevata.
Nelle fasi in cui nell’UE si decideranno politiche espansive non sarà certo favorita l’Italia nell’espandere il deficit, nelle fasi in cui si decideranno politiche restrittive non si faranno sconti ai più indebitati.
E non si potrà contare su un bilancio centrale dell’Unione, che, da questo punto di vista, resterà una confederazione tra separati in casa. Anche solo per riacquistare qualche margine di manovra nella politica di bilancio dovremo, dunque, mirare a ridurre il rapporto tra debito e PIL.
Seguono due conclusioni:
- Il mantenimento di elevati surplus primari nel bilancio dello Stato non sarà necessario solo nei prossimi due anni, ma per un tempo ben più lungo.
- Il settore pubblico dal cui deficit è venuto sin qui, e tuttora viene, un importante contributo al sostegno della domanda globale, dovrà veder ridotto il suo ruolo.
Segue una terza considerazione: se si vuole evitare ristagno economico e disoccupazione, occorre che il ridimensionamento del ruolo del settore pubblico sia compensato da uno stabile aumento della spesa dei privati, in particolare quella per investimenti.
L’impossibilità di svalutazioni non consentirà né di correggere eventuali eccessi nella dinamica dei costi, né di ripetere quanto è avvenuto nel ’93 e cioè una forte compensazione della caduta della domanda interna con un’eccezionale espansione delle esportazioni. La sostenibilità del risanamento dipende quindi essenzialmente dal grado con cui in Italia saranno realizzate nel medio periodo elevate convenienze all’investimento, che dovranno essere superiori al passato.
Una prima evidenza di quanto detto è contenuta nello stesso Dpef del governo. La sola stabilizzazione del rapporto deficit/PIL è basata sull’ipotesi che il tasso di crescita degli investimenti si riporti a cifre dell’ordine del 5% e che il rapporto tra investimenti fissi e prodotto interno lordo salga dal 17.6% del ’95 al 19.3% del ’99. Ci chiediamo: è sufficiente un minor livello dei tassi di interesse per determinare una fase di espansione degli investimenti in grado di compensare il minor concorso del settore pubblico?
Questa sembra essere la domanda da porsi se si vuole affrontare il problema del rapporto tra moneta unica e occupazione. È difficile dare per scontato che ciò possa accadere in via automatica. Va premesso che il tasso di interesse reale resterebbe pur sempre positivo e che difficilmente si abbasserà al livello di quello attualmente più basso nell’Unione; i nuovi guardiani della moneta dovranno probabilmente mostrare particolare zelo per stabilizzare la loro reputazione. È ben noto poi che i fattori che decidono la convenienza all’investimento sono assai complessi e sofisticati. In questa fase non potremo fare affidamento su elevate disponibilità pubbliche per le infrastrutture. La politica fiscale dovrà probabilmente essere orientata a ridurre il carico sulle imprese e a capovolgere in modo netto l’attuale svantaggio relativo delle attività imprenditoriali in Italia rispetto a quelle operanti in altri Paesi dell’Unione. Ma non potremo fare più affidamento su strumenti straordinari di governo dell’economia per sollecitare o integrare gli investimenti privati. Anche da questo punto di vista la situazione appare radicalmente diversa da quella che ci favorì nel coniugare, nel lontano 1957, l’adesione al Mercato comune con una fase di intenso sviluppo.
Dovremo quindi chiarirci quali sono le condizioni in tutti i campi della vita economica e sociale perché quell’obiettivo possa realizzarsi. Non sarà certo sufficiente un generico laisser faire e per quanto riguarda la pubblica amministrazione, più che procedere al suo azzeramento si dovrà da essa esigere un ruolo più attivo ed impegnato. In particolare, non potremo più permetterci il lusso che le amministrazioni regionali e locali, pur disponendo di risorse, non procedano alle decisioni e alle progettazioni.
Per ottenere meno «Stato» è più «privato», ma anche il necessario livello della domanda globale sarà forse necessario più «governo». Occorrerà raccogliere tutti gli strumenti che ancora possono essere utilizzati nel pieno rispetto delle regole del Mercato Unico e aumentarne l’efficienza, occorrerà massimizzare l’efficacia della spesa pubblica, occorrerà chiarire cosa ci si attende dalle imprese che gestiscono i servizi di pubblica utilità, qual è la funzione strategica che possono offrire le normative ambientali, qual è la funzione di promozione di domanda qualificata degli enti locali, per non parlare delle forme di organizzazione del lavoro e delle città.
Si tratta di realizzare un profondo mutamento nella società. Senza illusioni dirigistiche si tratta di realizzare convergenza di intenti tra i diversi soggetti operanti. E a questo fine, sarà anche necessario un ridisegno istituzionale, con ridefinizione del governo centrale e delle autonomie.
Siffatte azioni non costituiscono alternativa ai tagli e non possono offrire spunti per giustificare posizioni riguardo sul risanamento del bilancio pubblico; esse ci appaiono però complementi indispensabili di una politica di contrazione del deficit e l’affrontarle unitariamente ci può aiutare a meglio comprendere la completa prospettiva del risanamento.