Relazione al Convegno organizzato dal Banco di Sicilia sul tema «Il Mezzogiorno in Europa dopo l’intervento straordinario», tenutosi a Palermo il 6 marzo 1992.

Documento PDF


Una più articolata definizione del «divario»

Ricordo che il professor Saraceno, a noi suoi collaboratori alla SVIMEZ, tutte le volte che si affrontava una riflessione sul Mezzogiorno raccomandava di chiarire bene i termini del problema. Egli ci invitava in particolare a circoscrivere, rispetto ai numerosi problemi presenti in tutte le economie locali, quelli che fanno del Mezzogiorno un particolare problema di sviluppo. Egli ci raccomandava anche di dare del «divario» una misura che fosse anche un indicatore per le priorità della politica economica.

Questo insegnamento appare particolarmente opportuno nella fase attuale. Una riconsiderazione della natura e della misura del «divario» pare indispensabile in un momento in cui il problema dello sviluppo dell’area meridionale si pone contestualmente a quello del risanamento della finanza pubblica. Pare infatti oggi necessario evidenziare in particolare, tra gli sviluppi che il Mezzogiorno consegue, quelli che sono sostenuti dalla finanza pubblica e dai trasferimenti di risorse verso l’area.

Il reddito disponibile pro capite, tradizionale parametro della misura del divario fra Sud e Centro-Nord, risulta essere un riferimento inadeguato, influenzato com’è dalla spesa pubblica. Anche per il prodotto interno lordo pro capite, si può avanzare la stessa considerazione.

Occorre riferirsi alle diverse componenti del prodotto interno lordo. La tabella che segue dà, con riferimento al 1990, per ciascuna categoria di attività economica, l’incidenza di quanto viene prodotto nel Mezzogiorno rispetto a quanto prodotto nell’intera economia italiana. Tale incidenza potrebbe essere confrontata con quella della popolazione, cioè con quel 36,7% della popolazione italiana (21,2 milioni) che risiede nel Mezzogiorno.

 

TAB. 1. Valore aggiunto per settore nel 1990 (miliardi di lire correnti)

Aggregati Mezzogiorno Centro-Nord Italia %Mezz. su Italia
Agricoltura, silvicoltura e pesca 17.613,7 28.111,3 45.725,0 38,5
Prodotti energetici 10.853,9 17.786,1 28.640,0 37,9
Prodotti della trasf. ind. 37.459,1 248.530,9 285.990,0 13,1
Costr. e lav. dd Genio Civile 24.058,9 52.301,1 76.360,0 31,5
Servizi destinabili alla vendita 154.613,8 487.833,2 642.447,0 24,1
Setvizi non destinabili alla vendita 63.361,5 114.676,5 178.038,0 35,6
Totale 307.960,9 949.239,1 1.257.200,0 24,5

L’agricoltura meridionale fornisce il 38,5% del prodotto agricolo italiano: una percentuale del tutto ragguardevole, soprattutto se si pone mente alla quota di superficie agraria disponibile e alla minor incidenza delle superfici pianeggianti del Sud. Il Sud fornisce poi il 37,9% del prodotto del settore energetico.

Nel campo dei servizi non destinabili alla vendita il fatto che il Sud produca il 35,6% del prodotto nazionale riflette l’uniforme distribuzione (correlata a quella della popolazione) degli addetti all’amministrazione pubblica e ai servizi pubblici e sociali. Una elevata quota sul totale nazionale è rappresentata anche dall’apparato produttivo meridionale nel settore dell’industria delle costruzioni (31,3%).

L’apporto produttivo meridionale appare invece più ridotto nel comparto dei servizi destinabili alla vendita. Ma è soprattutto nel comparto dei prodotti della trasformazione industriale che esso è particolarmente esiguo, pari ad un ben modesto 13,1%.

Occorre poi fare un’ulteriore distinzione. Occorre cioè separare, all’interno di queste due ultime categorie (servizi destinabili alla vendita e produzione manifatturiera), le attività esposte alla concorrenza esterna dalle attività che sono, per loro natura o a causa dei costi di trasporto, «protette» rispetto alla concorrenza esterna. In linea generale, per queste seconde produzioni è sufficiente fattore di crescita la domanda locale.

La distinzione concettuale è chiara; ben più complesso è invece procedere ad una distinzione quantitativa. Il confine tra prodotti «protetti» sul mercato locale e prodotti esposti a più ampia concorrenzialità passa sovente all’interno delle unità produttive e può mutare nel tempo. Analisi indirette mettono tuttavia in luce quanto, del resto, ci si può attendere per deduzione logica, e cioè che le attività legate alla domanda locale e «protette» sono diffuse in misura consistente nel Mezzogiorno in quanto commisurate alla popolazione residente e ai consumi locali. Ne consegue che, se ci limitiamo alle produzioni nazionali aperte alla concorrenza esterna, le quote presenti nel Mezzogiorno sono probabilmente assai inferiori a quel 24% e a quel 13% rilevati per il complesso del terziario di mercato e dell’industria manifatturiera. Nel caso delle produzioni manifatturiere esposte alla concorrenza esterna, la quota presente nel Mezzogiorno probabilmente non raggiunge nemmeno il 10%.

Su queste componenti occorre concentrare la nostra attenzione. In tutte le restanti attività, infatti, non mancano certo problemi di aumento dell’efficienza e della produttività, ma per esse il sostegno della domanda è stato ed sufficiente per determinare sviluppi significativi. E in riferimento alle produzioni a concorrenzialità aperta che emerge una più precisa misura dell’arretratezza che ancora caratterizza l’economia meridionale.

Una crescita di queste attività a ritmi assai superiori alla media dovrebbe costituire l’obiettivo principale dell’azione di sviluppo del Mezzogiorno, nella duplice direzione: a) la prima è quella della sollecitazione e del sostegno delle imprese locali che si impegnano nelle produzioni destinate a competere su mercati più vasti; gli esempi di questa capacità, che non mancano certo nell’ambito del sistema imprenditoriale meridionale, andrebbero apprezzati e valorizzati; b) la seconda è quella dell’attrazione di nuove iniziative e di investimenti diretti dall’esterno che risultano ancora assolutamente indispensabili data l’esiguità relativa della base produttiva attuale.

 

Problema dello sviluppo e del riequilibrio della finanza pubblica

L’ancora troppo modesta dimensione dell’apparato produttivo impegnato nelle produzioni ad «ampia concorrenzialità» (sia industriali che nei servizi) è la causa prima della tuttora forte posizione deficitaria dell’economia meridionale, del suo alto grado di dipendenza dal finanziamento esterno e dai trasferimenti di risorse.

A fronte di un prodotto lordo complessivo che raggiungeva nel 1990 i 322 mila miliardi (su un totale Italia di 1.307.000) il Mezzogiorno registrava importazioni nette dell’ordine di ben 65.000 miliardi.

 

TAB. 2. Conto economico delle risorse e degli impieghi interni del 1990 (miliardi di lire correnti)

Aggregati Mezzogiorno Centro-Nord Italia
PIL ai prezzi di mercato 322.295,3 984.537,7 1.306.833,0
Importazioni nette (escluse le spese turistiche ed affini) 65.405,6 -58.643,6 6.762,0
Totale 387.700,9 925.894,1 1.313.595,0
Consumi finali interni 315.400,2 726.360,8 1.041.761,0
Investimenti fissi lordi 71.067,5 193.273,5 264.341,0
Variazioni scorte 1.233,2 6.259,8 7.493,0

 

Il finanziamento di questo saldo negativo è affidato a diverse componenti che gli studi fino ad oggi compiuti non consentono ancora di quantificare con precisione. E comunque concorde conclusione di questi studi che la componente di gran lunga maggiore sia rappresentata dalla differenza tra entrate ed uscite della finanza pubblica, riferibili all’area meridionale. Questa differenza è elevata ed incide in misura rilevante sullo squilibrio della finanza pubblica italiana.

Appare dunque evidente, proprio con riferimento al Mezzogiorno, lo stretto collegamento che deve sussistere tra le politiche di risanamento della finanza pubblica e le politiche di sviluppo. Risanamento della finanza pubblica e programma di sviluppo del Mezzogiorno vanno cioè considerati due facce di una stessa azione, i cui risultati devono essere coerenti nel tempo. Ove tale coerenza non si verificasse, l’azione di riequilibrio della finanza pubblica italiana potrebbe presentare una potenzialità deflattiva troppo accentuata nel Sud; ne deriverebbe una maggiore difficoltà di ordine sociale e politico per un’azione di risanamento in tempi adeguati.

D’altro lato, il Mezzogiorno deve concorrere attivamente a contenere gradualmente il deficit di finanza pubblica che si forma nell’area, se non vuol essere un ostacolo per l’Italia nel mantenere i suoi obiettivi e i nuovi impegni europei e se si vuole evitare un’accentuata tensione tra Mezzogiorno e le altre economie regionali italiane diversamente dipendenti dalla finanza pubblica.

Si tratta ovviamente di una questione di grande delicatezza che richiede alcuni chiarimenti. Vanno chiariti innanzitutto i motivi di fondo dell’ingente saldo negativo tra entrate e uscite della finanza pubblica nel Mezzogiorno.

Come risulta dagli studi svolti in questi anni, tale squilibrio deriva soprattutto dall’effetto redistributore insito nei principi sui quali la finanza pubblica è costruita: le spese della pubblica amministrazione tendono a distribuirsi come la popolazione, influenzate come sono da una fortissima connotazione perequativa (affetta peraltro da non poche distorsioni) mentre le entrate appaiono correlate ai redditi; tale correlazione è più che proporzionale, essendo operante per le imposte dirette un forte principio di progressività (anch’esso peraltro affetto da non poche alterazioni).

Una misura di tale effetto redistributore può essere data da alcune cifre: in linea assai generale, e con alto grado di approssimazione, si può ad esempio affermare che il prelievo sulle famiglie (imposte dirette e contributi) in valore pro capite sulla popolazione residente sia nel Mezzogiorno pari a circa il 45% di quello registrabile nel Centro-Nord. Nel caso della spesa sociale, la spesa pro capite nel Sud è all’incirca pari all’80% di quella registrabile nel Centro-Nord; per le restanti componenti della spesa pubblica la spesa pro capite nel Sud è dello stesso ordine di grandezza di quella del Centro­Nord.

Orbene, per vari motivi, è assai probabile che l’aggiustamento della finanza pubblica possa essere conseguito solo correggendo parzialmente le due connotazioni sopra richiamate (perequazione e progressività) e comunque eliminando i fenomeni distorsivi che le esasperano. Per ciò stesso la manovra di aggiustamento della finanza pubblica dovrà avere effetto accentuato proprio sul rapporto entrate e uscite riferibili al Mezzogiorno. Il Mezzogiorno dovrà concorrere alla razionalizzazione di tutte le componenti della spesa corrente e sociale alle quali, come si è visto, è interessato in misura pro capite simile a quella del resto del Paese e dovrà far fronte a problemi di scelta di priorità tra le varie destinazioni di spesa.

Aggiustamenti nella dinamica delle spese correnti e dei trasferimenti saranno necessari anche per non far ricadere eccessivamente l’onere dell’aggiustamento sull’ammontare degli investimenti pubblici dei quali il Mezzogiorno ha invece certamente bisogno. Va ricordato quanto verificatosi nel decennio passato: di fronte all’incontrollato sviluppo di spese correnti e trasferimenti correnti, è stata frenata proprio la spesa dell’intervento straordinario volta alla formazione di capitale (tale spesa, in termini reali, risulta su base annua nel 1990 inferiore del 15% a quella del 1980).

Nella scelta delle priorità, si pone il problema delle sovvenzioni agli utenti dei servizi pubblici. Ad una situazione in cui alte sovvenzioni agli utenti si accompagnano a gravi carenze nelle dotazioni e inefficienza nelle gestioni, può essere preferibile una situazione nella quale maggiori tariffe e pedaggi siano pagati ad imprese che realizzano le opere e i servizi in modo efficiente. Un sistema di imprese operanti nei vari campi del settore delle pubbliche utilità, secondo principi imprenditoriali, potrebbe inoltre contribuire alla diffusione di una moderna cultura manageriale ed amministrativa e attirare direttamente capitali.

Occorre considerare tuttavia che, a parità di tariffe e pedaggi, molte infrastrutture e servizi nel Mezzogiorno, dato il minor grado di utilizzo, abbisognano di un maggior contributo pubblico alla spesa di investimento, per assicurare l’equilibrio della gestione.

Valga per tutti l’esempio dell’alta velocità nelle ferrovie: è stato già calcolato che, a parità di tariffe, mentre per la tratta Milano-Firenze si prevede che le future entrate possano ripagare il 60% della spesa d’investimento e quindi possa essere sufficiente un contributo pubblico del 40% della spesa stessa, per il tronco Napoli-Battipaglia il contributo pubblico per assicurare l’equilibrio di gestione dovrà superare il 60% della spesa prevista per la realizzazione dell’opera.

In sintesi, al fine di favorire il risanamento della finanza pubblica ed evitare le possibili conseguenze negative sulle prospettive di crescita dell’economia meridionale, dovrebbero essere realizzati i seguenti indirizzi:

  • al finanziamento dell’economia meridionale dovrà concorrere un più accentuato flusso di risorse di «mercato»;
  • gli investimenti pubblici e le modalità della loro realizzazione e organizzazione dovranno rispondere al criterio della massima efficacia, sia nell’attivare nell’orizzonte ravvicinato sviluppo produttivo, sia nell’attrarre afflussi di finanza «di mercato» all’economia meridionale destinati alla realizzazione vuoi di infrastrutture che di imprese di produzione.

Obiettivo primario dell’azione pubblica deve essere la riduzione del grado di dipendenza del Mezzogiorno e quindi lo sviluppo delle produzioni competitive sui mercati esterni.

 

La collocazione del Mezzogiorno nello sviluppo industriale europeo

Ma quale è oggi la collocazione del Mezzogiorno di fronte agli sviluppi produttivi europei ed in che modo e a quali condizioni il Mezzogiorno può essere destinatario di investimenti esterni? Se ci limitiamo ad osservazioni di ordine generale il quadro complessivo non appare molto favorevole per diversi motivi. Le economie europee e quella italiana in particolare procedono con ritmi di crescita del prodotto molto modesti ed inferiori a quelli della produttività.

Necessità di ordine strategico internazionale sembrano concentrare l’attenzione e gli impegni sullo sviluppo industriale dei paesi dell’Est europeo.

Per alcune produzioni, l’Asia orientale, dove il costo di una disciplinata ed abbondante forza lavoro si attesta sulle 150/200 mila lire mensili, offre vantaggi di localizzazione senza confronto. Sono già in atto ritrasferimenti verso queste aree dagli stessi paesi di recente industrializzazione.

Il mercato locale del Mezzogiorno, che poteva rappresentare in passato una quota significativa del mercato nazionale e comunitario, presenta oggi un ben più modesto peso relativo nella più vasta area europea e della concorrenza internazionale [1].

Accanto a queste difficoltà vanno però considerate le opportunità offerte dai continui processi di rilocalizzazione di attività produttive in atto su vasta scala internazionale. Tali fenomeni sono favoriti da numerosi fattori: le trasformazioni del territorio (dai fenomeni di concentrazione urbana al miglioramento delle reti di collegamento), i processi continui di riorganizzazione industriale, l’interesse a localizzare entro i confini della Comunità produzioni per le quali sussistono barriere commerciali.

Circa i fattori di localizzazione va detto che, rispetto alle più tradizionali impostazioni che fanno riferimento alle disponibilità relative dei fattori della produzione, l’attività produttiva e l’impresa devono essere considerate come «fatti organizzativi», sovente complessi, assai sensibili a qualsiasi ostacolo alla fluidità e correntezza dei rapporti con l’esterno.

Da quanto si apprende dalle esperienze recenti i fattori decisivi per la scelta delle localizzazioni possono essere così riassunti: un buon complesso di incentivi, un quadro di normalità nelle locali condizioni di convivenza civile, una buona amministrazione locale.

Nella localizzazione di nuovi investimenti non va però dimenticato il ruolo che può svolgere la politica industriale nazionale. Si pensi alle occasioni che l’Inghilterra, l’Irlanda e la Spagna hanno saputo cogliere offrendosi come luoghi di approdo all’interno della Comunità Europea degli investimenti esteri sia statunitensi che giapponesi.

 

La promozione dell’industrializzazione

Occorre dunque in primo luogo un efficace ed efficiente sistema di incentivi, se non altro perché essi sono offerti abbondantemente in un gran numero di aree europee. Tra questi vanno considerati separatamente quelli che incidono direttamente sulla gestione economico-finanziaria delle imprese, e le misure volte a favorire la capillare infrastrutturazione delle aree industriali.

Occorrerà verificare la compatibilità delle varie forme di incentivo con gli indirizzi della CEE. Quelle palesemente incompatibili andranno abbandonate: tra queste le riserve di forniture. Occorre invece negoziare con la CEE il mantenimento di un più elevato livello di incentivazione media nel Mezzogiorno rispetto ad altre aree europee. Gioverà a tale fine rappresentare con efficacia in sede europea i termini reali del problema dell’area meridionale. Al riguardo si richiama quanto già detto all’inizio sull’inadeguatezza del reddito pro capite quale misura di riferimento.

Per quanto riguarda la migliore composizione degli incentivi che incidono direttamente sui costi di produzione va detto che un elevato grado di articolazione (contributi, sgravi fiscali, sgravi sul costo del lavoro, ecc.) appare indispensabile se si vuol ottenere un adeguato livello di incentivazione media, senza dover applicare singoli incentivi in misura eccessiva, e se si vuol ottenere che la loro efficacia sia indifferente rispetto alla composizione del valore aggiunto dell’impresa.

Si è discusso molto in passato sull’opportunità di mantenere il «credito agevolato». Negli anni scorsi chi scrive aveva concorso alla formulazione dell’ipotesi di sostituire il binomio contributo in conto capitale/contributo sugli interessi (crediti agevolati) con un unico contributo da erogare per una quota alla realizzazione dell’investimento e per un’altra, da rateizzare nel corso dei primi anni di attività. Sul credito agevolato si possono avere valutazioni diverse. Non si possono però ignorare alcune sue funzioni indiscutibilmente positive, rappresentate in particolare dalla disciplina imposta all’investitore, dalla verifica del merito di credito, e non si può non richiamare la responsabilità, capacità decisionale e la sensibilità alle esigenze delle imprese espresse dagli istituti speciali. L’eventuale scomparsa del credito agevolato dovrà essere accompagnata da una chiara identificazione dei soggetti incaricati della responsabilità di istruire e decidere i contributi.

Ciò mi porta a sottolineare come per l’efficacia del sistema di incentivi sia di gran lunga più utile dei discutibili perfezionismi sulla loro composizione la professionalità e responsabilità con la quale essi sono gestiti. Non va sottaciuto l’effetto distruttivo sull’efficacia reale e sull’immagine del sistema dei nostri incentivi derivante dalla mancanza di continuità nel loro finanziamento.

Un notevole passo avanti nell’efficacia degli incentivi, soprattutto nei confronti delle decisioni delle imprese maggiori, potrebbe essere compiuto introducendo nel nostro ordinamento civilistico la figura del «gruppo» e nella nostra legislazione fiscale un trattamento fiscale unitario del gruppo.

Da più parti sono stati analizzati i miglioramenti procedurali che possono essere apportati alla loro gestione. Non va sopravvalutata la richiesta dell’automaticità sugli incentivi. Per le componenti più importanti degli incentivi si pone infatti il problema di un’amministrazione che vagli e decida.

Per quanto riguarda gli interventi di attrezzatura delle zone industriali, quello che più distingue il Mezzogiorno dalle altre aree che si contendono i nuovi investimenti è la pratica assenza di ogni azione promozionale diretta verso le imprese potenzialmente interessate.

Sul tavolo degli amministratori dell’industria europea, giapponese ed americana giungono costantemente informazioni che reclamizzano siti industriali in varie zone europee; agenzie incaricate della promozione con grande professionalità operano anche nell’Italia settentrionale, per offrire occasioni di localizzazione nelle province transfrontaliere limitrofe. I giornali finanziari internazionali hanno pubblicato per anni intere pagine nelle quali venivano descritte e offerte le aree di industrializzazione d’Irlanda o di reindustrializzazione della Scozia o dell’Inghilterra settentrionale.

Il Mezzogiorno, sotto questo profilo, brilla per la sua assenza.

Nel Mezzogiorno numerose sono le aree dotate di un complesso di infrastrutture notevoli. Ma è stato osservato da molti che le aree industriali meridionali sono gestite con criteri burocratici e che in molti casi l’assenza dei necessari interventi di completamento funzionale rende improduttivi anche gli ingenti investimenti già realizzati.

Occorre invece superare la gestione burocratica e realizzare una gestione imprenditiva se si vuole che esse siano competitive con le aree attrezzate europee.

Una moderna e concorrenziale gestione delle aree per l’industria deve far capo ad un unico soggetto dotato di risorse e capacità decisionali-esecutive compiute, in grado di realizzare tutte le infrastrutture e le reti di servizio necessarie all’area (da quelle stradali a quelle dell’acqua, dell’energia, ecc.) fino al loro collegamento con le reti principali.

Il «coordinamento» tra i singoli enti preposti alle singole infrastrutture non basta; occorre attivare meccanismi di delega e di conferimento delle facoltà e delle risorse necessarie all’unico soggetto gestore promosso dagli enti locali competenti e che deve essere di tipo imprenditoriale e incentivato al successo. Le stesse imprese insediate nell’area dovrebbero essere coinvolte nella comune gestione dei servizi.

Appare, a tal proposito, evidente una contraddizione dell’intervento straordinario. Mentre è stata adottata una disciplina straordinaria che prevede una dichiarazione di pubblica utilità e l’esproprio dei suoli da destinare all’industria, sono lasciati sottomessi alle più ordinarie competenze e procedure decisionali ed amministrative tutti gli altri atti (si pensi alle autorizzazioni, alle licenze, ecc.) e tutti gli altri interventi indispensabili per la realizzazione di un investimento industriale: con ciò vanificando, in buona misura, l’efficacia della stessa norma straordinaria. Su questo terreno dovrebbe essere compiuto uno sforzo di coerenza innovando la normativa.

Le diverse osservazioni fin qui fatte portano a sottolineare la profonda differenza tra le azioni di promozione industriale e quelle volte alla realizzazione delle grandi infrastrutture.

L’azione promozionale deve operare, con riferimento alle dotazioni esistenti e agli interventi realizzabili, nel breve periodo, nei tempi utili cioè alle decisioni dell’impresa industriale.

Di tutt’altra natura è l’azione volta a dotare il Mezzogiorno di grandi infrastrutture. Il trattato di Maastricht e le indicazioni della Commissione che ne sono seguite danno un primario risalto ai programmi europei di grandi infrastrutture a rete. Nei vari campi di trasporti merci e passeggeri, nel campo delle reti di trasmissione delle informazioni e, aggiungerei, in quello delle reti idriche certamente il Mezzogiorno deve realizzare adeguati investimenti.

 

Il trattato di Maastricht

Una riflessione è infine necessaria sulle decisioni adottate a Maastricht e sui nuovi problemi di raccordo tra le azioni da svolgere nel Mezzogiorno, la finanza pubblica italiana e la finanza pubblica europea. Nel documento di Maastricht, nonostante l’enfasi posta sull’obiettivo della coesione economica, appare chiaro che i principi base del nuovo trattato sono quelli della stabilità monetaria e della creazione di un mercato concorrenziale.

La politica di sviluppo regionale compete nel riparto dei fondi comunitari con le altre politiche, volte a sostenere i redditi agricoli, a promuovere la concorrenzialità dell’industria europea rispetto al resto del mondo, a promuovere il sostegno di economie esterne alla Comunità, a promuovere reti di infrastrutture europee, a salvaguardare l’ambiente.

Come è noto, proprio per sviluppare queste due ultime azioni la Comunità ha previsto la costituzione di un fondo cosiddetto «di coesione» per contributi alle aree meno sviluppate. Il Mezzogiorno ne è escluso. Il nuovo fondo è riservato a Portogallo, Grecia, Spagna e Irlanda e riconoscerà come interlocutori i governi centrali di questi paesi.

Occorre aggiungere che nel progetto presentato ai primi del 1992 dalla Commissione per l’attuazione degli indirizzi di Maastricht si prevede un graduale aumento delle risorse proprie della Comunità, ma si prevede anche in prospettiva che il saldo tra contributi e spese riguardanti l’Italia si azzeri, e anzi che l’Italia diventi contribuente netto. In tal senso l’azione della Comunità, per quanto riguarda l’Italia, non aggiungerà risorse ma sul piano economico equivarrà ad una accentuazione della funzione di redistribuzione interna di risorse svolta dallo Stato italiano.

Le decisioni assunte in sede europea introducono anche alcuni principi relativi agli assetti istituzionali che non possiamo ignorare.

Per il solo fatto di stabilire alcuni principi base, di identificare nuove istituzioni comuni e competenze specifiche della Comunità, si va realizzando una progressiva cessione di sovranità verso le istituzioni centrali comunitarie.

Si osserva peraltro, sia in Italia che in alcune parti d’Europa, una spiccata tendenza alla regionalizzazione delle istituzioni e delle amministrazioni. Per questo processo di redistribuzione di funzioni e competenze il documento di Maastricht afferma il principio di sussidiarietà, ovvero il principio in base al quale nelle materie non di competenza dell’organo istituzionale superiore si intervenga se e solo nella misura in cui gli obiettivi dell’azione prevista non possano essere sufficientemente realizzati dalle istituzioni di livello minore e possano invece essere, a motivo delle dimensioni o degli effetti delle azioni in questione, meglio realizzati a livello delle istituzioni superiori.

Si tratta di un principio di organizzazione istituzionale-amministrativa che, rispetto alle rigide classificazioni astratte e alle rigide ripartizioni di competenze, sollecita una maggiore elasticità, ed una maggiore adesione alla natura dei problemi da affrontare e al criterio dell’efficacia delle azioni che si intendono svolgere. L’applicazione di tale principio in realtà tra loro diverse può portare a diverse conclusioni.

Il forte dualismo che ancora sussiste nell’economia italiana richiede, come si è visto, per l’efficacia della politica di sviluppo un forte impegno delle politiche industriali nazionali.

La circostanza che all’interno del sistema duale siano presenti economie regionali ben lontane dall’autosufficienza finanziaria a sua volta pone l’accento sulla necessità di un efficace governo centrale delle risorse.

Da tutto quanto sopra detto emergono i limiti entro i quali si può pensare di affidare il problema del Mezzogiorno da un lato alle istituzioni locali e dall’altro alle istituzioni comunitarie.

Decisivi compiti ancora attendono le istituzioni centrali dello Stato.

 

NOTE

[1] Vanno sottolineate al riguardo le nuove tendenze per quanto riguarda la «qualità» del mercato sollecitata dall’integrazione europea. A tutt’oggi coesistono in Europa diversi livelli qualitativi dei mercati e delle produzioni: alcuni caratterizzati da un’elevata qualità della domanda e delle produzioni, altri dove domanda ed offerta si orientano su prodotti a costi più bassi e qualità tecnica marginalmente inferiore. In prospettiva, il crescente peso del mercato tedesco tenderà a spostare la competizione e a riorientare le produzioni verso il livello qualitativo superiore e ciò comporterà un innalzamento nella qualità dell’organizzazione industriale.

Numero di caratteri di questo articolo (spazi inclusi): 28999