In “Nord e Sud” anno XXIII, n.15, aprile 76, pag.25-36
In un momento in cui sono in discussione sia il rinnovo delle politiche per il Mezzogiorno, sia il rinnovo delle politiche economiche nazionali, non è superfluo richiamare il più volte affermato principio secondo il quale nessuna azione svolta nell’area meridionale può avvicinare l’obiettivo del superamento del dualismo, se le politiche e le misure generali non sono coerenti con l’obiettivo stesso, o non subiscono correzioni e integrazioni atte a renderle coerenti. Le considerazioni che seguono si riferiscono ad alcuni problemi relativi alle istituzioni e all’organizzazione dell’intervento straordinario da svolgersi nell’area e toccano quindi uno solo dei due aspetti della politica meridionalistica.
1. L’azione della Cassa per il Mezzogiorno, nata per la realizzazione di complessi organici di infrastrutture idonei a promuovere la migliore utilizzazione delle risorse locali e lo sviluppo di nuove attività produttive, è stata indirizzata progressivamente verso la realizzazione di una svariata gamma di singole opere disperse.
La mancata esplicitazione da parte dei governi di coerenti indirizzi per l’azione straordinaria, il susseguirsi di atti legislativi contraddittori, in un periodo in cui oltre tutto, a fronte di crescenti fabbisogni di dotazioni civili elementari, si andava aggravando la crisi della finanza locale, hanno lasciato la Cassa in balia di sollecitazioni e richieste, provenienti sia dal Centro che dalla periferia, per singoli interventi.
L’autonomia finanziaria e decisionale, l’elasticità gestionale attribuite alla Cassa in funzione della complessità degli interventi organici di sviluppo, è stata utilizzata in misura crescente al fine di realizzare, con rapidità ed efficienza sconosciute alle altre amministrazioni ordinarie, interventi e opere di carattere ordinario.
Se ciò consentì un generalizzato miglioramento nelle dotazioni civili, che altrimenti non avrebbe avuto luogo, determinò, peraltro, il progressivo affievolimento di un coerente disegno programmatico di sviluppo.
Già nel 1971, in connessione con l’attuazione dell’ordinamento regionale, questo problema dominò la discussione sul rinnovo del finanziamento della Cassa. Con la Legge n. 853 si volle porre fine a questo suo ruolo suppletivo e ripristinare, attraverso i Progetti speciali, la sua funzione straordinaria. Ma, ancora una volta, incoerenze sia del legislatore che dell’esecutivo, giustificate in parte dal pericolo che il ritardo nella predisposizione dei progetti speciali compromettesse il livello della spesa pubblica nel Sud all’avvicinarsi della crisi, consentirono che per altri cinque anni tutto procedesse come prima.
È ormai generale convincimento che tale stato di cose possa e debba essere modificato e che si debba dar vita ad un cospicuo intervento finanziario, straordinario, a favore degli enti locali del Mezzogiorno, affinché essi possano, con più adeguate risorse, affrontare le tuttora gravi carenze nelle dotazioni civili e che, d’altro lato, debba cessare, a tale riguardo, ogni ruolo sostitutivo da parte della Cassa.
Giudizi diversi sull’immediata capacità di spesa delle Regioni e la giusta preoccupazione, soprattutto in un momento di crisi economica, che la spesa pubblica nell’area meridionale non abbia a subire rallentamenti, possono suggerire diverse soluzioni per la fase di transizione. Si tratta però di problemi che possono essere risolti sulla base di pratiche considerazioni e sui quali non è certo difficile trovare un accordo.
2. Ma il problema del Mezzogiorno, nonostante i progressi compiuti dall’area, non può ancora essere ridotto ad un problema di redistribuzione regionale di risorse pubbliche, né ad una questione di assistenza finanziaria agli enti locali, che consenta loro di rendere meno acute le pur gravi carenze di infrastrutture e servizi civili.
Esso è e resta il problema dell’integrazione dell’area meridionale nell’economia europea, attraverso un rapido processo di sviluppo industriale moderno, da attuarsi nonostante il prevalere di condizioni generalmente arretrate e nonostante il continuo operare di circoli viziosi che tendono a perpetuare condizioni di arretratezza e di emarginazione economica; emarginazione che sussiste pure in presenza di un crescente reddito pro-capite conseguente alla redistribuzione di risorse.
II quesito da affrontare è dunque, se l’istituto regionale, dal quale è atteso l’avvio a soluzione di numerosi gravi problemi locali, possa esaurire il novero degli istituti necessari per risolvere il difficile e complesso problema dell’industrializzazione dell’area arretrata, oppure se, data la natura del problema, degli ostacoli da affrontare, delle azioni da svolgere, a tal fine, nell’area, non sia invece ancora necessario un intervento centrale straordinario negli indirizzi, negli strumenti e nelle procedure decisionali e amministrative, al di là dell’azione delle Regioni.
Per rispondere a tale quesito non può farsi riferimento che al carattere duale dello sviluppo della nostra economia, e quindi della nostra società, e ai particolari problemi che lo sviluppo duale determina nell’area arretrata. Ciò nella consapevolezza che l’obiettivo dell’attuazione dello stato regionale, più che una dogmatica astratta adesione, chiede che venga bene chiarita la natura delle politiche e degli strumenti necessari per il perseguimento dell’integrazione economica del Paese, integrazione senza la quale lo stesso ordinamento regionale rischia di condurre ad una accentuazione del dualismo e non al suo superamento.
3. Un primo passo verso questo chiarimento è dato dalla constatazione del modo fondamentalmente diverso in cui si pone la realizzazione di infrastrutture rispetto agli sviluppi delle attività economiche e in particolare di quelle industriali, nelle aree ove tali sviluppi sono presenti, e nelle aree ove lo sviluppo è scarso o assente.
Nelle prime è la crescita dell’industria stessa a porre la domanda per nuove infrastrutture e ad offrire elementi di riferimento per la loro programmazione.
Nelle seconde, attraverso le infrastrutture si devono invece anticipare significativi miglioramenti dell’ambiente in funzione di sviluppi industriali, di cui però sono spesso ignoti e la tipologia e i tempi e i modi con cui potranno aver luogo, se avranno luogo.
Ritardi, mancanza di coordinamento nell’approntamento di infrastrutture in una regione sviluppata, d’altro lato, possono risolversi nella semplice temporanea congestione di quelle esistenti e quindi solo in un temporaneo impedimento allo sviluppo; nell’area arretrata, hanno spesso come conseguenza il definitivo venir meno di occasioni di nuovi investimenti e di nuovi sviluppi.
In quest’area dunque non solo sono più elevate le difficoltà di programmare lo sviluppo delle infrastrutture e dei servizi, ma sono assai più elevati i «costi» di un’eventuale inefficiente programmazione e realizzazione.
Nell’area arretrata, pertanto, disporre di strumenti dotati di capacità e di procedure particolarmente elastiche ed efficienti appare decisivo al di là di ogni altra considerazione.
Tali considerazioni acquistano particolare rilievo ove si tenga presente che nelle regioni arretrate agiscono tendenze spontanee verso assetti territoriali spesso opposti a quelli richiesti da un processo di industrializzazione.
In un’area economica sottosviluppata mutamenti sociali e aumenti nel reddito disponibile possono avere luogo, pure in presenza di un modesto processo d’industrializzazione: l’esodo agricolo e l’inurbamento spontaneo da un lato, i cospicui trasferimenti di risorse dall’esterno, dall’altro, alimentano un processo di accumulazione centrato sull’attività edilizia e sulla valorizzazione speculativa dei suoli.
Non contrastato dalle esigenze espresse da un troppo debole processo di sviluppo dell’industria manifatturiera e dei servizi ad essa legati, tale «modello di sviluppo» ha condotto e tuttora conduce ad un uso del territorio che tende a non favorire, ma piuttosto ad ostacolare l’industrializzazione dell’area. In particolare, ha condotto al superaffollamento e al congestionamento di tutte le principali aree urbane, divenute veri agglomerati demografici, ove non solo scarseggiano dotazioni elementari, ma ove ormai scarseggia lo spazio per la loro realizzazione e ove diviene sempre più costoso ogni intervento di miglioramento.
A seguito di questi sviluppi, oggi molte città meridionali appaiono più difficilmente industrializzabili di quanto non lo fossero nel passato: il divario tra le loro condizioni attuali e le funzioni urbane richieste dal tipo di industrializzazione proponibile nella nuova fase di sviluppo che si prospetta per il futuro, appare infatti oggi più grave di quanto non lo fosse il divario tra le condizioni prevalenti trent’anni fa e quelle richieste dal tipo di sviluppo che allora poteva interessare l’economia italiana, quando l’essere un bacino di manodopera a basso costo poteva costituire di per sé fattore sufficiente di crescita industriale.
Sono pertanto necessari nell’area meridionale interventi non nella forma di progressive aggiunte e miglioramenti alle dotazioni esistenti, che assecondino gli sviluppi attuali, ma attraverso la creazione di nuovi sistemi di infrastrutture e di servizi secondo indirizzi alternativi rispetto alle tendenze spontanee, e quindi anche in contrasto con quelli che sono gli interessi di molte forze dominanti locali.
A prescindere dalle implicazioni di natura politica che ciò comporta e di cui si dirà più oltre, si osserva soltanto qui che interventi di questo tipo sono di difficile concezione e realizzazione se non vi è un minimo quantum di nuovi sviluppi industriali addizionali ai quali ancorarli. Per l’insufficienza degli sviluppi locali, il loro principale riferimento non può essere dato che dagli sviluppi che la politica industriale del Paese riesce a convogliare verso il Mezzogiorno.
Per queste azioni, dunque, non si pone soltanto un delicato problema di coordinamento tra diversi tipi di intervento e tra le diverse amministrazioni, ma assumono decisivo rilievo problemi di coordinamento fra le iniziative di promozione del territorio e le azioni di promozione industriale condotte dall’autorità centrale.
4. Alle considerazioni di natura tecnica, relative cioè ai requisiti tecnico-organizzativi che soli rendono efficace l’intervento, si aggiungono considerazioni di natura politica, intorno alle condizioni che rendono possibile lo svolgimento della politica di sviluppo dell’area meridionale.
L’idea che l’autonomia locale, in questo caso l’ordinamento regionale, sarebbe stata la risposta risolutrice dei problemi di sviluppo della parte arretrata del Paese è da tempo presente nella cultura italiana.
Ma anche quando espressa da uomini di sinistra, tale idea, è sempre stata legata ad una concezione paleoliberista dello sviluppo: alla concezione cioè, che, indipendentemente dalle condizioni di partenza, rispetto alle condizioni prevalenti nelle aree sviluppate concorrenti, in ogni area, all’allargarsi del mercato si sarebbe ripetuto lo stesso processo di sviluppo, secondo identiche modalità [1].
Da queste premesse e da queste premesse soltanto, infatti, può essere dedotto che sia sufficiente, insieme alla crescita della domanda, creare istituzioni che consentano una più diretta rappresentanza politica alle forze locali, al fine dell’affermazione dei potenziali germi del rinnovamento economico.
Ma la critica di una tale concezione è anch’essa da tempo patrimonio della più moderna cultura economica italiana, alimentatasi soprattutto nel secondo dopoguerra delle analisi del sottosviluppo.
Punto di partenza di questo più aggiornato pensiero fu la constatazione che, all’evolversi delle tecnologie e delle organizzazioni gestionali e amministrative e della complessità delle attività ausiliarie, sarebbe cresciuta continuamente la distanza tra il tipo di attività tradizionali presenti nelle aree arretrate e il tipo di attività in grado di essere competitivo con quelle presenti nelle altre aree che e, più in generale, sarebbe cresciuto il divario tra le sempre più sofisticate condizioni ambientali necessarie allo sviluppo dell’attività industriale e quelle prevalenti nelle aree arretrate. Il superamento di tali distanze sarebbe diventato comunque sempre più difficile, data la natura cumulativa dei processi di sviluppo, per la quale solo là dove lo sviluppo si svolge crea e moltiplica le condizioni necessarie per il suo proseguimento.
In siffatte circostanze, nell’area arretrata l’allargamento dei mercati e della domanda locale non poteva determinare, ed è esattamente ciò che è avvenuto nel Mezzogiorno, che lo sviluppo di quelle attività che sono per loro natura legate al mercato locale, in quanto protette dalla barriera dei costi di trasporto.
Per tutte le restanti attività manufatturiere, soltanto un’azione pubblica volta a convogliare verso il Mezzogiorno parte dello sviluppo che altrimenti sarebbe andato al Centro-nord, avrebbe potuto alimentare l’industrializzazione dell’area, nella quale, tra l’altro, molte attività tradizionali sarebbero cadute sotto i colpi della crescente concorrenza esterna.
Solo l’autorità centrale avrebbe dunque gli strumenti decisivi per la realizzazione di tale obiettivo e solo nell’ambito di politiche generali di sviluppo diverse da quelle che assecondano le spontanee tendenze del mercato, sarebbe stato possibile controllare e indirizzare la crescita economica in forme tali da coinvolgere e non emarginare l’area meridionale e da non abbandonare al suo destino il patrimonio di attività locali.
Dopo più di vent’anni di azione meridionalista, queste considerazioni restano valide.
Se è vero infatti che il Mezzogiorno è profondamente mutato, è altrettanto vero che si sono accresciute notevolmente sia la complessità della gestione industriale che la complessità delle condizioni ambientali che consentono di gestire le industrie a livelli competitivi.
5. A ciò si aggiunga che i mutamenti intervenuti nell’area meridionale non sono stati senza conseguenze sulla struttura della società locale.
Se risultano notevolmente emarginate le vecchie classi dominanti agrarie ed è presente invece una se pur limitata moderna realtà industriale, è tuttavia pur vero che, nel modello di «crescita sovvenzionata», hanno trovato occasioni di rafforzamento da un lato posizioni di rendita e interessi speculativi che, per i motivi ricordati sopra, determinano sviluppi obiettivamente in contrasto con una prospettiva di industrializzazione moderna e, dall’altro, attività e interessi prevalentemente legati al mercato locale, anch’essi preoccupati più del mantenimento delle «sovvenzioni» che non del mutamento del modello di crescita.
Le une e le altre sono cioè più interessate a che l’intervento nell’area assecondi gli spontanei sviluppi, più che si qualifichi per iniziative di rottura dei circoli viziosi che gli spontanei sviluppi portano con sé, e, in ogni caso, sono il sostegno politico di una concezione dell’intervento straordinario che si limiti ad un continuo apporto di risorse verso l’area.
D’altro lato i condizionamenti che il carattere duale dello sviluppo impone sulle prospettive di crescita locale si traduce tuttora in continui condizionamenti delle forze di progresso locali ed ostacolano lo svolgimento di una coerente azione di rinnovamento.
Basterà ricordare le contraddizioni verso cui è spinta l’azione in difesa dell’occupazione in un’area ove i nuovi sviluppi non sono sufficienti ad assorbire la sottoccupazione presente nei settori tradizionali, sui quali, d’altra parte, si ripercuotono i mutamenti e le sollecitazioni che originano nell’area sviluppata (mutamenti nei costi relativi, progresso tecnico ecc.). In tali circostanze non vi sono spesso vere alternative ad azioni puramente difensive che finiscono con il favorire il mantenimento di forme arretrate di crescita, mentre mancano o sono insufficienti le premesse per indirizzi che tendano al loro superamento. Si pensi alla permanente contraddizione tra l’esigenza di razionalizzare gli sviluppi edilizi e la circostanza che i livelli attuali di occupazione di molte aree possono essere mantenuti solo sostenendo l’edilizia nelle sue arretrate condizioni attuali. Si pensi d’altra parte alle difficoltà per gli amministratori locali, anche quando espressi dalle forze o dalle coalizioni più avanzate, a resistere alle pressioni a fare delle amministrazioni pubbliche dei falansteri di impiegati sottoccupati, in tutti quei comuni ove in presenza di una sempre più drammatica disoccupazione intellettuale, i municipi e gli enti locali sono la più rilevante fonte di occupazione.
Si pensi, infine, a quanto sia complesso e contraddittorio il quadro delle possibili alleanze che in tali circostanze si presenta alle forze di rinnovamento.
Non si comprenderà mai la natura del problema del Mezzogiorno se non si terrà pieno conto della debolezza alla quale sono costrette le forze di progresso locali, a causa dei circoli viziosi che sono propri del carattere duale dello sviluppo economico del Paese.
Orbene è proprio in tutte queste sottostanti condizioni, che vanno ricercati i motivi della «debolezza» delle regioni meridionali rispetto alle regioni «forti» del resto del paese.
Attraverso l’estensione delle autonomie locali, molti progressi possono essere fatti, ma non possono essere eliminate le cause di tale debolezza che traggono origine come si è visto, non tanto in fatti locali aventi radici nella storia locale, come a qualcuno piace ancora sottolineare, ma nelle forme e nel modo stesso con cui attualmente procede il modello duale dell’economia italiana.
Tutto ciò dovrebbe essere motivo di particolare rispetto e considerazione per tutte quelle forze che, in tali circostanze, svolgono una funzione di progresso e rinnovamento.
La possibilità di una coerente loro affermazione può originare solo nell’alleanza con le forze di progresso nazionali. Solo dalla coerente azione delle forze politiche nazionali e dall’uso che queste fanno degli strumenti di governo dell’economia possono emergere le condizioni per efficaci politiche di sviluppo che coinvolgano il Mezzogiorno; solo gli organismi politici nazionali possono rappresentare il punto di riferimento e di forza che consenta di superare le contraddizioni entro cui la vita politica locale è spesso costretta; solo attraverso l’impegno diretto delle forze politiche nazionali possono essere attuati nell’area stessa interventi innovatori rispetto ai contraddittori indirizzi spontanei.
Consegue da queste considerazioni, ed è tanto più vero in una prospettiva di rinnovamento sociale e politico del Paese, che un intervento centrale straordinario non solo non è in contraddizione con la prospettiva regionalista, ma appare anzi un punto di passaggio indispensabile proprio per una politica volta a promuovere e a integrare una democrazia fondata sulle autonomie locali.
6. Se pare pertanto errata la posizione di chi pregiudizialmente chiede l’abolizione dell’intervento straordinario, è altrettanto vero che l’intervento straordinario che si richiede è profondamente diverso sia da quello finora attuato, sia da quello che le recenti delibere sembrano aver già prefigurato per il futuro.
Nella maggior parte dei progetti speciali proposti e approvati vi è ben poco di straordinario. I più sembrano proprio il frutto e la diretta espressione del prevalere di quegli interessi tendenti a ridurre la politica per il Mezzogiorno ad una politica di sostegno e l’azione centrale nell’area ad una indifferenziata infrastrutturazione. Si tratta di interventi di per sé certamente giustificati (ma quanti altri non lo sarebbero!), ma che né toccano i nodi centrali dei circoli viziosi dell’arretratezza, né configurano nel loro complesso in alcun modo un’organica politica di sviluppo.
In tali circostanze, la più illuminata cultura meridionalista, sovente costretta dalle non sempre coerenti posizioni delle forze politiche più avanzate ad una posizione di semplice difesa degli strumenti dell’azione straordinaria, oggi non può più accontentarsi di una vittoria di Pirro, quali sarebbero la semplice riconferma e il rifinanziamento della Cassa, senza una contestuale profonda revisione degli obiettivi dell’intervento straordinario nel Sud.
Tale revisione va fatta non sulla base di discussioni sugli attributi giuridico-burocratici del «progetto speciale» come è avvenuto finora nel dibattito sulla nuova legge – se cioè esso debba essere regionale-intersettoriale piuttosto che monosettoriale-interregionale e amenità simili – ma sulla base di una riconsiderazione delle strategie della politica per il Mezzogiorno, sulla esplicitazione di quali siano gli interventi nell’area che si ritengono decisivi o comunque prioritari per la promozione dello sviluppo e infine sulla indicazione di quali, tra questi, si ritiene debbano essere realizzati dall’intervento straordinario centrale. Questi chiameremo «progetti speciali».
A tale proposito due ordini cli intervento sembrano oggi indispensabili per qualificare una rinnovata azione meridionalistica.
Il completamento delle infrastrutture previste nelle aree, nei nuclei, negli agglomerati industriali è necessario per configurare un quadro sufficientemente credibile di attrezzatura del territorio ai fini dell’industrializzazione.
Appare poi decisivo il riassetto delle principali aree urbane: dopo il cospicuo esodo agricolo dei passati venticinque anni, la questione meridionale è oggi principalmente una grande questione urbana. Lo sfasciume urbano è oggi il principale ostacolo allo sviluppo del Mezzogiorno, di tutto il Mezzogiorno comprese le aree intermedie e agricole [2].
Le città sono il punto d’incontro di tutte le contraddizioni del sottosviluppo, è soprattutto nelle città che le forze spontanee tendono a perpetuare condizioni di arretratezza economica e politica.
Solo se imperniato su progetti di riassetto delle principali aree urbane del Mezzogiorno un programma di interventi straordinari potrà qualificarsi come programma di rinascita economica e politica dell’area e distinguersi perciò da un semplice piano di spesa pubblica.
È poi dalle soluzioni che si prospetteranno per il riassetto dei territori e dell’economia delle città che sembra dipendere, in larga misura, la caratterizzazione delle forze politiche in relazione agli interessi e ai gruppi sociali che si riconoscono nei vari «modi di governare» le città.
È su questo terreno, più che su quello, in larga misura astratto, della formulazione di un articolato di legge, che vanno prese ferme posizioni, perché è su questo terreno, e non tanto su quello delle competenze della Cassa, del CIPE, ecc., che vanno affrontate e sconfitte le forze più conservatrici e che si apre la più ricca e varia possibilità di espressione e di azione alle forze riformatrici.
7. La revisione degli indirizzi dell’intervento straordinario pone subito il problema della collocazione delle regioni.
Il criterio più corretto al quale riferirsi non può essere che la precisa separazione dei tre momenti: quello decisionale, quello esecutivo, quello della verifica.
Al momento decisionale, alle procedure cioè con le quali si decidono i progetti da affidare all’azione straordinaria centrale, le regioni debbono direttamente partecipare, ma l’autorità centrale non può limitarsi ad un ruolo neutrale, ad accogliere cioè, o al più a mediare, le richieste delle regioni. Proprio per la primaria responsabilità che le compete, in quanto ad essa fanno capo gli strumenti decisivi ai fini di una politica di sviluppo per il Mezzogiorno, essa deve esprimere un coerente indirizzo per l’azione da svolgere nell’area.
Il rapporto tra esecutivo centrale e regioni al fine della scelta dei progetti speciali non può che configurarsi come rapporto dialettico. Assai interessante appare a tale riguardo la proposta che il Parlamento stesso attraverso un apposito organo partecipi a tale scelta.
L’esecuzione dei progetti speciali approvati è bene che sia affidata ad un unico organo, dotato della massima elasticità di gestione e del più ampio spettro di competenze, guidato da amministratori, la cui azione deve essere oggetto di ricorrente verifica pubblica. A tale riguardo sarà bene precisare le procedure e le modalità con cui di ciascun progetto speciale dovranno essere periodicamente esaminati modalità di attuazione, stadio di avanzamento, criteri seguiti nella esecuzione.
Non sembra invece rispondere alle esigenze sopra avanzate la proposta secondo cui il Consiglio di amministrazione della Cassa sia costituito in tutto o in maggioranza da rappresentanti delle regioni. Si tratta di una proposta che sembra in realtà contraddire i suoi stessi fini, analogamente a quante altre proposte, e non sono infrequenti, che traducono meccanicamente esigenze cli partecipazione e di democrazia in richieste di presenze nei consigli di amministrazione di vari organismi pubblici. Presenze che, lungi dal renderli più facilmente controllabili dalla pubblica opinione, facilitano il raggiungimento di compromessi a livello delle singole persone o di gruppi di interesse proprio su quelle questioni, conflitti e indirizzi che si vorrebbero invece veder affrontati da una più ampia verifica politica.
Nella fattispecie, l’eventuale rappresentante della regione (rappresentante di chi? del Consiglio?, della Giunta?, del Presidente?) che può ricevere direttive solo per ciò che riguarda il territorio della stessa regione, sarebbe chiamato per la maggior parte del tempo a deliberare sui modi, forme, tempi, entità con cui realizzare infrastrutture nelle restanti regioni. Ciascuna opera, per contro, sarebbe soggetta allo scrutinio di sette rappresentanti regionali su otto, il cui operato non può essere oggetto di decisioni da parte dell’ente che essi rappresentano. Come non temere una situazione siffatta nella quale si avrebbe di fatto solo un gruppo di amministratori dotati di un potere personale eccezionale di mediazione, ma svincolati in pratica da ogni controllo?
8. Si è detto quanto sia decisivo il ruolo delle forze politiche nazionali al fine dell’attuazione di coerenti interventi innovatori all’interno del Mezzogiorno; il loro compito è in verità assai più complesso e delicato.
Sappiamo come il superamento del dualismo implichi che anche le azioni e le politiche cli sviluppo nazionali apportino continue correzioni ai meccanismi cumulativi dello sviluppo che tendono a concentrarlo e a mantenerlo nella parte sviluppata. Delle implicazioni che ne conseguono occorre avere piena consapevolezza.
Sovente nella stampa e nei comunicati troviamo il Mezzogiorno nell’elenco delle riforme più importanti richieste al Paese, insieme alla scuola, casa, sanità, ecc. Si tratta in realtà di un elenco spurio. La riforma «sviluppo del mezzogiorno» è di natura ed ha implicazioni assai diverse dalle altre. Non si tratta infatti soltanto di eliminare sacche di inefficienza, di sconfiggere posizioni di privilegio di alcune minoranze, di rimuovere ostacoli che impediscono il pieno dispiegamento dei vantaggi dello sviluppo economico e politico. Il superamento del carattere duale della nostra crescita richiede che gli stessi appartenenti alla maggioranza, e quindi nella fattispecie anche gli appartenenti alla parte sviluppata del Paese, accettino di condizionare i propri comportamenti e i propri obiettivi al raggiungimento cli un obiettivo sociale; di rinunciare a parte dei vantaggi attendibili dallo spontaneo sviluppo, senz’altra immediata contropartita.
Una politica di riequilibrio richiede cioè che intorno ad essa si determini un eccezionale grado di consenso nazionale.
Queste considerazioni, se da un lato possono offrire la chiave interpretativa del perché le forze politiche fin qui al potere, pur avendo dato vita per la prima volta nella storia unitaria del Paese ad un intervento per il Mezzogiorno, non sono state in grado di avviare a soluzione il problema, debbono costituire motivo di riflessione nel momento in cui si tenta di ricostruire su basi nuove un diverso equilibrio sociale.
NOTE
[1] Nettamente diversa è la posizione di Carlo Cattaneo, la cui proposta federalista partiva proprio dalla consapevolezza che la diversità nelle condizioni iniziali avrebbe ostacolato, se non impedito, il processo di integrazione del Paese, tanto da rendere necessari sia il mantenimento di apparati legislativi diversi atti a consentire diverse e autonome politiche economiche sia addirittura il permanere di barriere doganali interne al Paese. Caduta l’utopia del più spinto federalismo le proposte di autonomia locale sono sempre state concepite nella forma di parziale decentramento legislativo, nell’ambito dello stato unitario centrale, nella forma cioè concretizzata nella costituzione italiana; per questa solo valgono le considerazioni del testo.
[2] Non sembra possano sussistere invece dubbi sul ruolo primario delle Regioni in campo agricolo, ove pure si pongono gravissimi problemi di ristruttura zione, in considerazione soprattutto dei limiti che è destinata ad incontrare l’espansione delle tradizionali colture mediterranee. Ma l’aumento nell’efficienza di queste ultime e l’avvio di nuove produzioni di tipo europeo incontrano ostacoli non tanto in carenze locali, ovviabili attraverso interventi del tipo di quelli caratteristici dell’intervento straordinario, ma in primo luogo nelle limitazioni poste dalle norme comunitarie e nell’inefficienza e nella disorganicità degli indirizzi e degli strumenti della politica agricola nazionale. Il loro superamento richiede, poi, un generalizzato miglioramento nell’azione dei numerosi organismi operanti nel settore ed un coerente loro indirizzo verso i nuovi obiettivi produttivi, nonché nuove iniziative di assistenza, sperimentazione, controllo che in via continuativa concorrano a promuovere e a sostenere i nuovi indirizzi. Più che realizzare infrastrutture è decisivo il gestire con coerenza le numerose azioni necessarie. Si tratta cioè di un tipico campo dell’intervento regionale.