Stralcio dell’intervento di Paolo Baratta al convegno su Gabriele Pescatore tenuto a Roma il 12 dicembre 2016
da Il Sole 24 Ore, 13 dicembre 2016

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Gabriele Pescatore fu nominato presidente della Cassa per il Mezzogiorno nel 1954 e tenne l’incarico fino al 1976. Fu scelta lungimirante. La Cassa come strumento fortemente innovativo dell’azione pubblica avrebbe trovato nella sua cultura giuridica un chiaro interprete. E per contro avrebbe trovato nel suo carattere e nelle sue convinzioni un coraggioso assertore delle ragioni prime che avevano condotto alla sua costituzione. Il compito non era semplice. Con la Cassa non si dilatava l’area dell’interventopubblico. Era costituita per  un programma straordinario di attività in campi affidati alla competenza delle pubbliche amministrazioni. Una parte degli interventi, rientranti nelle competenze delle amministrazioni e di enti pubblici centrali e locali, sarebbero stati promossi e programmati da un nuovo soggetto e secondo nuovi procedimenti decisionali; per un intervento straordinario si definiva un modo straordinario di essere dello Stato. Le origini della Cassa sono molteplici. Si partiva dalla esigenza di finanziare la ricostruzione del Paese, di avere di fronte a sé un riferimento sicuro per la destinazione delle somme prestate. C’era chi si limitava a chiedere di alleviare le condizioni del Sud e chi riteneva che era tempo di organizzare un intervento pubblico per lo sviluppo del Mezzogiorno. Pescatore era tra questi. Era un convinto meridionalista appartenente a quello che chiamavamo “meridionalismo moderno”.

Che era di natura meno ideologica e più pragmatica e riuniva in sé persone mosse da una sollecitudine a dar  contenuti nuovi e riformatori  all’Italia. Più  precisamente  affermava  che si poteva impostare la “questione meridionale” come “problema di sviluppo”, da affrontare con un programma pluriennale di interventi. E Pescatore era ben consapevole della portata dell’innovazione rappresentata dalla Cassa. Nelle sue parole “il complesso normativo con c11i si istituiva la Cassa era da collocarsi per innovazione e originalità tra  i pochi esempi di riforma organica dell’Amministrazionepubblica in Italia dal dopoguerra”. Pescatore va ricordato per le convinzioni di meridionalista ma soprattutto come amministratore di cosa pubblica che quelle convinzioni traduceva in impegno e che nel compito straordinario affidatogli leggeva anche con chiarezza tutti i problemi del funzionamento del nostro sistema. Aveva ben chiara una semplice verità: gli intereventi erano efficaci se coordinati e programmati, altrimenti (se occasionali, incompleti  o incompiuti) ottenevano  il  risultato opposto, quello di  dissipare  risorse. La Cassa aveva un ruolo di finanziatore  vivificatore,  animatore e  coordinatore  di azioni delle amministrazioni pubbliche esistenti e operanti sul  territorio  del Mezzogiorno,  nonché  animatore nel crearne nuove ove necessario (consorzi). Rileva Pescatore che si era in presenza di “amministrazioni centrali dove mezzi di impostazione pianificativa (sic) e propulsione esecutiva mancano, i cui strumenti quando non sono invecchiati o pletorici sono spesso tecnicamente inidonei”, il tutto aggravato da un ordinamento rigido per competenze verticali di per sé ostacolo al coordinamento. Vi erano poi enti locali “mal provvisti di personale tecnico e di strutture operative efficienti” quando non anche di finanza propria: comuni, province, consorzi di bonifica ed enti acquedottistici, dormienti o inesistenti etc. Tutto ciò rendeva difficile il lavoro della Cassa. La dilatazione delle possibilità operative sembrava necessaria per consentire lo svolgimento di funzioni suppletive e per consentire una più coordinata organicità dei programmi. Purtroppo l’apertura dei campi operativi avvenendo  per grandi settori di opere, consentiva anche di estendere l’attività della Cassa verso uno sparpagliato intervento sul territorio. Il fenomeno della dispersione mi apparve in tutta la sua estensione. Tenendo conto di questo appare in tutta la sua importanza quell’imponente complesso di interventi_organici che poté essere realizzato. Pescatore per tutta la sua vita operativa oscillava con viva passione tra l’orgoglio della importanza del lavoro svolto e l’indicazione ferma e costante degli ostacoli che impedivano il pieno dispiegarsi delle grandi potenzialità di quell’ordinamento. Pescatore lo ricordiamo negli anni della Cassa attento, teso e sovente infastidito nella pioggia di parole che accompagnava in quegli anni il dibattito sul Mezzogiorno, infastidito soprattutto quando ascoltava critiche all’azione della Cassa costruite senza conoscere funzioni e scopo e, per contro, quelle mosse da chi addossava alla Cassa ruoli eccedenti ed esorbitanti: addirittura il compito dello sviluppo del Sud. Dopo l’impegno nella Cassa, Pescatore fu poi consigliere della Svimez. Si formalizzava un legame antico e costante. Alla stima di tutti noie di Saraceno in particolare si aggiungevano le collaborazioni e gli studi di Marongiu, di Annesi, di dell’Angelo, di Salvatore Cafiero, di Carabba di Novacco, di Zoppi, del sottoscritto e tanti altri. Per quanto mi riguarda anche dopoho sempre avuto la sua  figura tra i punti di riferimento ogniqualvolta, in qualsiasi campo, mi siano stati affidati ruoli di amministratore di soggetti pubblici, dall’epoca del Crediop Icipu al presente della Biennale. Se i dati quantitativi possono offrire chiare misure dell’operato della Cassa, e di dati quantitativi c’è una vera messe, una storia della Cassa fatta nel nome di Pescatore dovrebbe riguardare la fenomenologia del suo operare: dovrebbe riguardare la misura in cui fu resa efficace l’azione amministrativa rispetto alle condizioni ordinarie, gli ostacoli e le misure messe in atto per superarli. Nella nostra storia in particolari momenti si sono manifestate energie dedicate a obiettivi di crescita del Paese, energie e personalità di diversa provenienza culturale e politica. Per cui ritroviamo ad esempio Morandi al fianco di Saraceno e Menichella, e poi Pastore, Pescatore a pensare e agire con pensieri e proposte simili nelle premesse a quelle di Nitti e Beneduce , una sorta di collana virtuosa composta di grandi intelligenze ispirate da sentimenti unitari solidali e di giustizia, e che ha avuto nello Stato un punto di riferimento quale soggetto responsabile; persone le cui opinioni su molti punti potevano divergere ma che erano accomunate da questo grande spirito di servizio.