Relazione al seminario indetto dalla “Fondazione IRI” e dai dirigenti dell’IRI
pag 1-10 del dattiloscritto
Paolo Baratta
Relazione al seminario “L’IRI e la crisi degli anni ‘70” promosso dai dirigenti dell’IRI.
Gennaio 2006
Solo il legame che sento verso l’istituzione e gli uomini che vi lavorano e il fatto che con essi se pur dall’esterno ho condiviso quegli anni mi hanno indotto allo spericolato passo di accettare un mese fa di presentarvi una relazione su un tema che richiederebbe ben altro tempo. Diciamo che si tratta di prime riflessioni e di spunti per un più vasto programma di ricerche. E che non pretendo di trarre considerazioni conclusive ma di offrire elementi da approfondire.
Una permanente elevata propensione al risparmio (superiore alla propensione a investire)
Nella seconda metà degli anni Sessanta, dopo il cosiddetto miracolo, l’economia italiana manifesta, o meglio continua a manifestare un’elevata propensione al risparmio. È positivo il risparmio delle imprese, dell’amministrazione pubblica, ma soprattutto si mantiene relativamente bassa la propensione al consumo delle famiglie.
Il risparmio sul reddito nazionale resta intorno al 19%. Il risparmio delle famiglie ne rappresenta il 14-15%; nel ’61-’62 tale percentuale scende di poco, per poi risalire nel ’69-’70 al 15-16% che diventerà 18 poi 19 nel ’72-’73.
Il popolo italiano smentisce così nel corso di questi anni due pilastri del pensiero economico. L’idea che occorra essere protestanti per praticare la virtù della parsimonia, e, poi, una delle idee centrali della General Theory di Keynes, quella secondo la quale una redistribuzione del reddito avrebbe aumentato la propensione al consumo (qualificandosi come uno dei principali stabilizzatori automatici).
Questo comportamento lasciò in imbarazzo gli economisti, soprattutto quelli della banca centrale che dovettero ricorrere a diverse spiegazioni, che si riferivano agli effetti ricchezza o agli effetti incertezza. Per inciso va detto che con analoghe argomentazioni si cercò di spiegare l’ulteriore innalzamento della propensione a risparmiare che si registrò nel ‘76, ‘77, ‘78 in fase di piena applicazione di strumenti di difesa dei redditi (scala mobile).
Tornando alla seconda metà degli anni Sessanta, all’alta propensione generale al risparmio corrispondeva una minor propensione agli investimenti. Questi saliti al 20- 21 % del reddito nazionale nel 61- 62 erano poi scesi a livelli più bassi; prima al 17 poi al 14 %.
Si determinava cosi un notevole divario tra risparmio e investimenti.
Si vide in ciò la opportunità, per non dire la necessità di un grande impegno pubblico, non nella generazione di una domanda addizionale generica, ma nella promozione diretta dell’accumulazione. Il paese poteva darsi traguardi più alti di quelli che lo spontaneo sviluppo riusciva a conseguire. Era possibile in quanto compatibile con le risorse potenzialmente disponibili un più elevato processo di formazione di capitale.
La promozione diretta dello sviluppo
Fu un periodo di grande ottimismo della volontà. Si valorizzò allora il ruolo delle partecipazioni statali in chiave di soggetto promotore in prima persona dello sviluppo e non solo quale accompagnatore dell’iniziativa privata. L’iniziativa privata sembrava confermare la propria insufficienza. L’integrazione con una coraggiosa iniziativa pubblica si confermava necessaria.
L’orgoglio della impresa pubblica era alimentato dalla possibilità di generare con la propria autonoma azione una funzione anticiclica svolta attraverso l’impulso diretto agli investimenti industriali per realizzare quelle capacità produttive che l’ottica di medio termine suggeriva come adeguate. E ciò coerentemente con le aspirazioni di paese non ancora interamente sviluppato.
Ai progetti già avviati si aggiunsero via via altri programmi di investimento che maturarono nel corso degli ultimi anni del decennio e nei primi di quello successivo. Si iniziò con imprese dell’IRI, seguirono investimenti nella petrolchimica, ad essi fecero seguito ingenti investimenti dell’industria privata, dopo l’autunno caldo.
Considerando brevemente i settori: gli investimenti nella siderurgia già consistenti per tutto il decennio ebbero un ulteriore salto alla fine; raddoppiano intorno al 69 gli investimenti nella meccanica; quelli nella telefonia, mantenutisi relativamente elevati (per molti anni furono superiori a quelli nella siderurgia) registrano un aumento dal 65; relativamente costanti gli investimenti in autostrade, raddoppiano nel 66 67 quelli nella cantieristica e alla fine del decennio quelli nel cemento.
Ho detto dell’entusiasmo e dell’orgoglio che animava le partecipazioni statali in genere e l’IRI in particolare Si poteva far compiere all’economia italiana un grande balzo verso una economia industrializzata, verso la piena occupazione, verso uno sviluppo più equilibrato, territorialmente e socialmente. Si realizzò negli anni 70 anche l’obbiettivo previsto dalla nuova legge sul Mezzogiorno: il 60% degli investimenti pubblici nelle regioni meridionali.
Voglio citare solo di passaggio che questi obbiettivi erano illustrati con grande impegno nelle Relazioni annuali del ministero. In una si prendeva atto del nuovo ruolo dell’impresa pubblica, un’altra era dedicata al mezzogiorno, quella del 71 che sinterizzava gli eventi del passato decennio e indicava le linee guida per gli anni Settanta, candidava le partecipazioni statali anche ad un ruolo primario per affrontare i nodi degli investimenti e dei consumi sociali per un grande balzo non solo verso una economia industriale più evoluta ma verso una più evoluta società.
Si pose mente ad una più compiuta riflessione sulle ragioni storiche della presenza delle partecipazioni statali sul loro nuovo ruolo sul rapporto con l’iniziativa privata e sull’ordinamento del sistema stesso. Sulla conciliazione tra intervento diretto dello stato ed economia di mercato.
Difficoltà e mutamento di quadro, il ’73
Mentre i programmi di investimento si sviluppavano, si andavano allungando alcune ombre sottili che cresceranno col trascorre degli anni. L’autunno caldo e le instabilità post ’68, il malessere sociale e l’atteggiamento antindustriale, la crescita del tasso di assenteismo, l’inflazione interna cui seguirà l’inflazione importata sui prodotti alimentari e poi su tutte le materie prime, infine la crisi petrolifera. I primi problemi sembrarono superabili, la politica monetaria anche nel ’73 fu congegnata in modo da lasciare il più possibile indenni gli ingenti investimenti industriali in corso. Si realizzò una politica dirigistica del credito mai vista per l’innanzi, ma le misure di limitazione e selezione erano in realtà congegnate in modo da consentire una politica espansiva. E ciò a differenza di quanto già si andava preparando nel resto del mondo dominato da crisi anche nell’ordine monetario.
Svolta del ’73 e caduta nel 75
La caduta del 75 fu molto forte. La crisi venne percepita in tutte le sue diverse connotazioni. Non era solo crisi di domanda mondiale ma crisi derivante da nuove possibili dislocazioni internazionali di molte produzioni realizzate in grandi impianti di base. Modesta era ancora la minaccia proveniente dai paesi emergenti sulle produzioni ad alta intensità di lavoro, ma molti di questi paesi si predisponevano a sviluppare produzioni in grandi impianti, acquistabili chiavi in mano, ove potevano conseguite vantaggi competitivi più facilmente che non nella manifattura.
Gli investimenti nelle Partecipazioni Statali negli anni successivi si attestarono su livelli pari a circa la metà degli alti valori fatti registrare tra il 70 e il 75. Iniziava un faticoso quinquennio.
Tra le ombre sottili che comparvero ne corso degli anni ’70 vi fu anche l’inizio di deficit crescenti del settore pubblico, il fabbisogno e l’indebitamento netto del settore statale salirà negli anni 80 a cifre di due numeri, oltre cioè il 10%. La continua straordinaria alta propensione al risparmio delle famiglie ulteriormente cresciuta, come si è già ricordato, trovava contropartita nel deficit pubblico insinuatosi nel varco virtuoso. Vide questo periodo misurarsi in un conflitto degno dei titani, una politica volta all’accumulazione e una volta alla distribuzione. Nella seconda metà degli anni Settanta il vincitore e il vinto di questo scontro giacevano ambedue sfiniti.
Salvataggi
Nel frattempo era continuato in diversa misura l’accollo alle Partecipazioni Statali di aziende private abbandonate dai relativi gruppi di controllo, sia che si trattasse di situazioni decotte, sia di situazioni sanabili, per le quali non sempre fu tentato un risanamento in via autonoma prima di passarle alla mano pubblica, sia della costituzione di ambigue joint-ventures che spesso preludevano al passaggio integrale sotto la responsabilità pubblica. (Meriterebbero questi fenomeni una ricerca specifica). L’accentuarsi degli abbandoni e dei fallimenti indusse anche i dirigenti dell’IRI, per timore di un compito eccessivo e deformante, a sollecitare la nascita di un organismo ad hoc per i cosiddetti salvataggi, la GEPI.
Crisi finanziaria e crisi industriale
La seconda metà degli anni 70 si apre dunque con una crisi grave, nella quale fattori interni amplificavano l’operato già pesante di fattori esterni. Iniziò un periodo di gravi perdite, di crescente indebitamento, di oneri finanziari elevati e crescenti. I tassi di interesse erano nel frattempo saliti moltissimo. Alla crisi finanziaria delle imprese venne data priorità, e per anni ciò offuscò nell’ attenzione di tutti le crisi e i problemi di tipo più strettamente industriale. Si accompagnò a questa una crisi per così dire politica, riguardante le stesse partecipazioni statali, poste sotto nuova osservazione. La commissione Chiarelli istituita nel ’75 praticamente ignora gli aspetti industriali, mentre si occupa prevalentemente degli aspetti istituzionali e politici. Parte dalla constatazione di una “mancanza di completi programmi di politica industriale che ha privato il sistema di consapevoli e coerenti linee di sviluppo ma ne ha favorito la distorsione rendendo possibili decisioni ispirate a discutibili criteri di espansione di gruppo e talvolta a mere considerazioni di potere”. Anche molti salvataggi pur trovando nella sfera politica l’origine delle sollecitazioni a prendersene carico, vengono in parte ricondotti ad una sorta di compiacente disponibilità di enti e imprese pubbliche per fini di presenza e di potere. Il sistema appariva disordinato, affetto da elefantiasi, produttore di abusi, di difficile lettura e da riportare a ordine e maggior trasparenza. Non si negavano peraltro le ragioni esterne, diciamo il disordine esterno, quale fattore causale degli aspetti criticati.
Incertezze sul disegno
La somma della crisi economica e politica ebbe un primo effetto, quello di accomunare e di metter sullo stesso piano tutti gli enti e le imprese a partecipazione statale senza considerazione adeguata delle profonde differenze che stavano all’origine dei diversi enti, le diverse funzioni, le diverse culture. Non solo non erano la stessa cosa IRI ed ENI, ma si accumunavano EGAM EAGAT ecc.: (l’ENI era un’impresa o se si vuole un conglomerato programmato come tale con concentrazione settoriale, l’IRI non era nato come progetto industriale ma da operazioni di risanamento, ed aveva natura di struttura pubblica per la gestione delle partecipazioni dello stato partecipazioni che si sapeva fin dall’inizio che sarebbero state di natura diversissima.
Il sistema IRI era stato oggetto di interventi che avevano squilibrato l’ordinamento generale. Ad esempio quando si decise di nazionalizzare l’industria elettrica con la costituzione di un apposito ente piuttosto che procedere con la formula della partecipazione pubblica, che, tra l’altro sarebbe costata di meno allo stato. Il suo ruolo viene poi modificato dalla crescente attribuzione di un impreciso ruolo di centro di programmazione, a cavallo tra imprese industriali e programmazione nazionale, Una storia dell’evoluzione della stessa IRI sarebbe utile anche perché le molte anime di fatto convissero con alterne vicende.
La questione dell’ordinamento era sempre stata attentamente studiata e considerata fin dall’enunciazione dei programmi dei primi anni Sessanta, le relazioni programmatiche del ministero delle PPSS si diffondevano intorno alla complessa tematica della governance complessiva del sistema e alla possibilità di conciliare fini pubblici con la logica dell’economicità di gestione, la programmazione con la logica di impresa. Si tratta di una vasta letteratura che indica una diffusa consapevolezza. Anche se non sempre riesce a passare al vaglio di un filtro rigoroso semantico e logico. Basterebbe pensare alle diverse accezioni con cui si presenta l’interesse pubblico: le finalità della programmazione, le economie estreme, gli impegni sociali, quelli territoriali, la stessa commissione Chiarelli nel ‘75 parla di “tutela dell’indipendenza nazionale” e di una “visione nazionale dello sviluppo”. La stessa commissione Chiarelli si dimostra preoccupata dell’indipendenza delle imprese e della loro autonomia, ma poi lo è altrettanto della trasparenza del sistema e non potendo affidarla interamente a una maggior dose di mercato, suggerisce addirittura un maggior coinvolgimento del parlamento, oltre al ministro, al governo; ai comitati interministeriali.
Lo stesso dicasi per alcune ambiguità intorno al concerto di economicità di gestione: utili correnti? redditività differita? perdite accettabili? Questione tanto più rilevante quando si ipotizzava capitale privato associato a quello pubblico e un’economia mista fatta non tanto di imprese pubbliche a fianco di quelle private, ma composta di imprese miste. La questione non era certo facile e sarebbe oggi possibile discuterne in modo sereno disponendo di una documentazione sul modo con cui operarono i vari livelli di responsabilità e sul modo in cui si svolgeva quell’andirivieni ipotizzato dall’ordinamento, tra momento imprenditoriale e momento politico dei vari progetti, in modo da individuare, nella pratica del funzionamento, il significato attribuito a vari concetti (interessi pubblici, autonomia di impresa, economicità di gestione, oneri impropri) che solo nella pratica modalità di attuazione e misurazione possono perdere il loro eccesso di genericità.
Impianti e non imprese
Ma torniamo all’origine agli anni 60. Le Relazioni del Ministero dopo aver dissertato spesso elegantemente sui vari aspetti delle finalità del governo e del sistema e aver ben rappresentato anche la finalità dell’autonomia di impresa, descriveva nelle pagine successive il programma nella forma di una serie di dati sugli investimenti e sulla occupazione.
Osserviamo un punto importante: in realtà il programma delle partecipazioni statali era presentato nelle stesse forme con cui si presenta un programma di lavori pubblici. Delle imprese poco o nulla; non si parla di risanamenti, di deficit, di utili. Lo sviluppo è considerato come crescita di capacità produttive. Domina una logica che potremmo definire da economia di guerra, o meglio, postbellica di ricostruzione, da produzioni di base, da infrastrutturazione dell’economia, o al più se si vuole, da industria delle public utility.
Domina uno spirito alla Rathenau.
L’interesse pubblico sembra risiedere nello sviluppo di quelle capacità produttive e in quegli obbiettivi quantitativi di investimenti e occupazione, non tanto nella disponibilità a fianco dell’impresa privata di un sistema di imprese capaci di competere. Anche per ciò che riguarda il management di cui dispone lo stato attraverso il controllo di queste imprese sembra ipotizzarsi la disponibilità illimitata di un management tutto fare che a comando individua e gestisce in economicità quel che appare indispensabile.
Ho voluto citare quei testi poiché se essi sembrano testimoniare una sorta di capitalismo reale, fisico. Una visione e una cultura dello sviluppo industriale che fa riferimento agli impianti piuttosto che alle imprese dominerà ancora per molto nel nostro paese, e non solo con riferimento all’impresa pubblica. Troverà questa visione un parallelo con quanto accadeva per l’occupazione. La nuova occupazione nell’industria veniva considerata come lo sradicamento da altri settori o territori, verso un luogo di produzione ben preciso, non verso il “mercato del lavoro”, ma da un posto d’origine a un altro posto di lavoro, e il nuovo posto andava pertanto difeso. L’idea della formazione di un mercato del lavoro veniva indirettamente postergata.
Rispetto a quei programmi non mancarono errori di previsione e le contraddizioni.
La inadeguatezza del capitale di rischio
Una contraddizione fu la circostanza che tutto il programma degli anni 60 non fu impostato su un adeguato equilibrio tra mezzi propri e indebitamento.
Si stimò che il corretto rapporto tra fondo di dotazione e immobilizzi lordi consolidati dovesse essere del 14% all’inizio degli anni 70 si rimase a valori intorno all’8% e quando furono concessi aumenti gli immobilizzi erano già di molto superiori.
Il complesso dei mezzi propri nel consolidato dell’IRI nel 1974, dopo gli aumenti del fondo di dotazione, era pari al 18% degli immobilizzi lordi. Si disponeva di una certa quota di autofinanziamento, 25-30% del fabbisogno, e non si ipotizzò neppure uno sviluppo che coinvolgesse il capitale di rischio privato. La sottoscrizione di capitale di rischio privato concorse ai fabbisogni dell’IRI in percentuali dello 0,2%.
La cronica sottocapitalizzazione era male diffusa anche altrove. Ricordiamo in particolare che lo sviluppo della chimica era stato finanziato con crediti a medio termine (la SIR aveva mezzi propri dell’ordine del 6% del totale attivo, e gli istituti che la finanziavano erano anche essi molto sottocapitalizzati). Molte società autostradali furono finanziate grazie alla garanzia dello stato sui mutui. Per varie vie lo stato già si candidava a salvatore di ultima istanza di un vasto sistema, di fronte al rischio assai elevato (quando non alla certezza) di sviluppi futuri diversi da quelli ottimali.
Paradossale resta certamente che ciò avvenisse proprio con riferimento all’IRI, sistema nato nella crisi degli anni trenta per la rinuncia dei privati a capitalizzare le imprese e che legittimava la propria nascita e la propria esistenza proprio perché si era assunto il ruolo di ripristinare flussi di capitale di rischio corretti verso le imprese e, con essi, un ordine coerente con le regole del codice civile e l’economia di impresa.
Si è detto delle commissioni di indagine e delle elaborazioni che ne seguivano. Si è detto che queste commissioni non esaminarono mai in dettaglio il funzionamento interno del sistema né sembrarono preoccupate di chiedere se fosse stato definito un modus operandi delle varie funzioni all’interno del sistema, e quale esso fosse. Esse si limitarono per lo più a considerazioni giuridico estetiche sull’ordinamento, e sul “sistema” suggerendo rimedi e integrazioni spesso contraddittorie.
Più approfondita disamina richiederebbero le varie proposte dell’epoca, quelle riguardanti gli enti, la polisettorialità, il numero degli enti, le finanziarie, i diversi accorpamenti possibili, tutte questioni sulle quali tutti all’epoca si cimentarono. Molti documenti andrebbero invero traguardati alla luce di conflitti politici e di potere.
Gli “oneri impropri”
Mi soffermo un attimo solo sulla questione degli oneri impropri che, al dunque, per unanime consenso mille volte ripetuto, rappresentava la chiave di conciliazione tra le finalità pubbliche e l’autonomia imprenditoriale, il concetto leggittimatore di un sistema misto, e ad un tempo il fondamentale strumento regolatore del sistema.
Siccome oneri impropri possono ricadere su qualsiasi attività produttiva, se si decide di riconoscerli e compensarli, ciò dovrebbe riguardare qualunque impresa. Se ci si riferisce alle sole partecipazioni statali gli oneri impropri dovrebbero essere identificati come quelli che decisioni di natura politico-programmatica nazionale impongono a questo tipo di imprese. Un sofisticato meccanismo di valutazione avrebbe dovuto essere messo in atto, per i singoli casi e per la gestione complessiva delle risorse pubbliche.
Per esempio avrebbe dovuto essere definita l’entità massima di costi collettivi che la programmazione avrebbe potuto imporre alle imprese pubbliche; massima nel duplice senso della salvaguardia dei conti pubblici e della sopportabilità delle imprese per restare tali e non divenire semplici atelier di lavoro. Su questo tema si cimentò con particolare impegno la cultura all’interno deIl’IRI.
Il disegno era affascinante, governare un sistema di imprese evidenziando e compensando oneri impropri era su un piano logico perfettamente compatibile con un’economia di mercato. In fin dei conti anche i più accaniti economisti marginalisti ammettevano la compensazione delle diseconomie o delle economie esterne.
Difficoltà di un disegno di governante raffinato
Alcuni dei presenti a questo incontro parteciparono alle discussioni al riguardo: una cosa era certa si stava ipotizzando per un paese “in via di sviluppo” un sistema di governo di assoluta raffinatezza, da grande paese retto da un grande e maturo sistema politico. Si trattava di regole non tutte definibili per legge, ma da rispettare nella pratica quotidiana di governo.
Non mancavano elementi di difficoltà logica e funzionale. Gli oneri impropri maturavano a livello delle singole imprese e, anche ammessa una loro misurazione, avrebbero dovuto essere compensati a livello delle singole imprese, con specifici contributi.
Volendoli compensare in forma globale, attraverso la mancata remunerazione del fondo di dotazione, si poneva il problema del loro trasferimento contabile dall’impresa al gruppo, alla finanziaria e infine all’ente. Una governance di sofisticatissima logica di difficilissimo impianto e che richiedeva severissimo rigore. Mentre era necessaria anche la volontà del momento politico di contenere le sue “richieste” entro confini predeterminati.
Fu in questo quadro che le varie commissioni di studio che pur confermavano che il problema degli oneri impropri era punto centrale per la chiarezza dell’ordinamento, non posero mai la semplice domanda se e come venivano calcolati se e come la auspicata governance dei sistemi era tradotta in pratica.
Se poi accade che durante una grave crisi, come quella del ’75, di fronte a gravi perdite, l’indirizzo è di fatto quello di conservare tutti gli investimenti effettuati e l’occupazione connessa, perdite e oneri impropri si sfumano gli uni negli altri. Resta da chiedersi se lo sviluppo di un complesso sistema per la identificazione degli oneri impropri avrebbe aumentato le capacità di conoscenza del sistema delle imprese ai fini dello svolgimento della funzione di holding. Il non aver proceduto in tal senso, in un modo o nell’altro, ha comunque lasciato l’ente di fronte ad un ginepraio di vincoli e condizionamenti inestricabile da parte del solo ente.
Contraddizioni nelle proposte di riforma
Si è detto che le intense discussioni e le numerose proposte di riforma delle partecipazioni statali erano accomunate da non poche contraddizioni. Innanzitutto come si è detto muovendo da varie ragioni accomunavano enti diversi con storie diverse, si parlava dell’IRI avendo a mente l’Egam e i problemi della chimica. Si mantenne una situazione nella quale il sistema era sempre da riformare creando con ciò stesso scompensi nel prestigio e nei ruoli.
Si confermava che il problema stava nell’ordinamento, che divenne anche alibi per alcune disattenzioni. Tutte le proposte finivano con il dilatare le questioni e non con risolvere i problemi, da un estremo si chiedeva un maggior coinvolgimento delle forze sociali nel definire le strategie dall’altro un maggior ruolo del parlamento, mentre si invocava un maggior ruolo delle imprese o delle finanziarie.
Tendenzialmente si tendeva ad enfatizzare i ruoli superiori di programmazione e ad attrarre ad essi il ruolo degli enti e ciò proprio nel momento in cui massimamente serviva un ruolo di severa holding capace di governare e rappresentare la logica di impresa.
L’analisi troppo spesso rimandava ad una carenza di programmazione anche di fronte a situazioni semplicemente da risanare in una stretta logica di impresa (si pensi al sistema delle numerose imprese operanti nel settore alimentare in comparti tra loro diversissimi che dovevano semplicemente essere gestite in modo efficiente, ma per le quali si rinviava ad un auspicato “piano di settore”).
Proprio nel momento in cui serviva un soggetto dotato dell’autorità necessaria per porre ordine si finiva in queste proposte generiche ordinamentali senza ridurre le pressioni esterne che invece facevano puntuale riferimento a i singoli casi e finivano così per indebolire il soggetto principale l’IRI, che era oggetto ad un tempo di atti che ne minavano l’autorità e il prestigio e di decisioni e affermazioni che ne sovraccaricavano il ruolo e le finalità.
Non sono esenti da alcuni di questi limiti anche alcuni documenti maturati all’interno. Il clima esterno degli anni successivi, gli anni di piombo, divenne sempre più complesso e non certo propizio alla razionalità.
Dopo il ’75
Cosa accadde dopo il ’75 andrebbe esaminato con riferimento alle singole situazioni.
Grosso modo possiamo dire, come abbiamo già accennato, che l’industria dei grandi impianti entrò in un periodo di rimescolamento internazionale delle produzioni che interessò nel corso di numerosi anni l’industria europea che si trovò ad affrontare problemi simili. Telefoni e autostrade hanno storia a parte. Degno di specifici approfondimenti l’evoluzione delle imprese manifatturiere. Molte dipendevano da domanda promossa dallo stesso operatore pubblico e tra queste molte, in periodi di rallentamento della domanda interna seppero sviluppare flussi importanti di esportazione. L’IRI mantenne elevati gli investimenti nella telefonia anche nei periodi di tariffe ferme e inflazione da costi, e ciò consenti un buon livello di attività alle sue stesse imprese produttrici di impianti per le telecomunicazioni, che coesistevano sul mercato interno, in una specie di cartello di fornitura, con imprese estere. Si pose mano anche a qualche dismissione e razionalizzazione.
Fattori di forza e debolezza erano presenti ma andrebbero considerati caso per caso. Si pensi alla formidabile capacità delle imprese di ingegneria, dipendenti però molto dalle sovvenzioni alle esportazioni. Un punto di debolezza era rappresentato dal fatto che in molti comparti vuoi per i continui salvataggi vuoi per le sollecitazioni a dislocare attività in questa e quella località, e non solo del Mezzogiorno, le attività erano articolate in un numero elevato di impianti dispersi. Ne conseguiva una maggiore rigidità per l’organizzazione produttiva, anche perché molte volte erano rette da imprese distinte che si volevano mantenere tali per sollecitazione esterna (e interna). Fu questo certamente un ostacolo sulla via della formazione di un sistema di imprese maggiori. Le finanziarie faticavano a svolgere il ruolo di gestione unitaria. Il funzionamento del sistema finanziarie – imprese andrebbe anch’esso studiato per comprendere meglio gli sviluppi successivi.
Ricerca o nazionalizzazione produttiva?
L’IRI e, per suo verso, l’ENI mantennero un certo livello di attività di ReS.
Nel 1974 la spesa dell’IRI per la ricerca era pari al 19% (mdi 72) della spesa dell’industria italiana e con circa 6000 addetti.
Va detto che alle PPSS non fu chiesto di compiere un grande balzo nello sviluppo delle attività di ricerca cosi come si ipotizzò per le capacità produttive; sulle spese di ricerca l’IRI ripresentava ogni anno le sue considerazioni, e lagnanze, sull’inadeguatezza delle risorse pubbliche destinate alla ricerca industriale in sintonia con quanto dicevano le imprese private.
In molti punti vennero mantenuti centri di eccellenza.
Valga qui una considerazione che ci sentiamo di fare per l’economia industriale nel suo insieme.
La consapevolezza dei gap tecnologici era già presente negli anni ’60. Fu ad esempio di quegli stessi anni la grande disputa sulla ricerca pura e applicata nel settore nucleare, dei cui risvolti non possiamo che citare le possibili connessioni internazionali.
A partire dal ’75 in avanti e per molti anni fu alta la sensibilità al progresso delle tecnologie, furono stanziate somme, forse inadeguate, ma non indifferenti ai fondi ricerca allora gestiti dall’IMI.
Ma la tematica del progresso tecnico ebbe un accento particolare. Ristrutturazioni e riconversioni sembravano far riferimento principale se non esclusivo agli investimenti in impianti. Il Progresso tecnico sembrò identificarsi essenzialmente con una maggior meccanizzazione. Tema dominante era il “clup” il costo del lavoro per unità di prodotto a fronte del quale si doveva procedere ad una rapida intensificazione capitalistica delle produzioni, macchine e impianti che diventavano rapidamente obsoleti e che dovevano essere a breve scadenza nuovamente sostituiti da altri più aggiornati. Un corretto esame delle destinazioni dei fondi per la ricerca oltre quelli destinati alle ristrutturazioni potrebbe rivelare il loro concorso alla meccanizzazione dell’industria.
La ricerca e lo sviluppo venivano condizionati da queste tendenze. Nell’esame delle vicende successive molti trassero la conclusione che la tendenza alla intensificazione di capitale nell’industria italiana fosse andata persino oltre livelli congrui. Nell’esame delle passate nostre vicende riconosciamo oggi la trascuratezza di due decenni sulla priorità della ricerca ai fini dello sviluppo industriale.
Ultima nota
Procedendo sulla spinta di grandi impulsi, l’industrializzazione del paese concentrò in fasi diverse sforzi e sviluppi diversi. Non fu una navigazione regolare nella quale procedono in proporzionata armonia la crescita dell’industria di base, le infrastrutture, la manifattura, la tecnologia, la ricerca, la capacità di competere nel presente e la predisposizione delle condizioni per progredire in futuro. Più di altri, e forse sta qui il nostro problema, siamo soggetti a movimenti pendolari. Il pendolo della nostra storia ci spinge volta a volta a intensificare sforzi e impegni in questa o quella direzione con appassionato entusiasmo o per disperata necessità. La nostra storia politica non è certo estranea a tutto questo.
Un sistema sofisticato
La nostra democrazia si trova a disporre di strumenti il cui corretto funzionamento presuppone un livello di governo che sappia tutelarli dalle minute molteplici legittime e contradditorie istanze di breve termine e sappia perseguire con costanza prospettive future. Il momento della rappresentazione degli interessi d’altro lato sovente prende la mano, rende difficile o impedisce che quella tutela sia mantenuta. Le inderogabili necessità del presente consumano le risorse per il futuro, e con esse le istituzioni e le regole per conseguirle. Molta parte delle vicende delle partecipazioni statali possono essere ricondotte a questo altalenante contradditorio procedere.