con Mario Amendola
Giuffrè editore, 1978


PREMESSA

Il graduale aumento del costo del lavoro ed i mutamenti nelle ragioni di scambio verificatisi a partire dal 1973 hanno modificato profondamente il quadro entro cui può aver luogo lo sviluppo industriale.

A questi mutamenti, tuttavia, non ha ancora corrisposto l’emergere di nuovi indirizzi di crescita coerenti rispetto alla nuova collocazione internazionale dell’economia italiana e tali da soddisfare le esigenze di completamento dell’industrializzazione del paese. L’attuale incertezza appare tanto più grave se si considera che da tempo la dinamica del settore industriale è insufficiente a creare nuova occupazione in misura adeguata all’obiettivo del pieno impiego. Da tempo, inoltre, il sistema industriale va riproducendosi secondo una composizione strutturale relativamente costante e secondo modalità che vedono, nell’ambito di questa struttura, il conseguimento di forti aumenti di produttività pur in presenza di scarsa accumulazione. È lecito quindi chiedersi se e in che misura tali tendenze possano continuare.

Per quanto riguarda specificamente il Mezzogiorno, la modifica nelle prospettive di ulteriore sviluppo di alcuni settori dai quali è venuto di recente un notevole contributo alla diffusione industriale in quest’area, ripropone l’esigenza di una verifica dello stato dell’industria meridionale a seguito degli sviluppi del recente passato. In particolare, ci si chiede se e in che misura gli sviluppi recenti siano stati tali da rafforzare l’autonoma capacità di risposta del sistema industriale meridionale ai mutamenti della domanda e dei costi, o se questo sistema, non ancora in grado di rispondere alle nuove sollecitazioni del mercato, non rischi invece di subire i contraccolpi dei mutamenti piuttosto che adeguarsi ad essi.

Una risposta a questi quesiti non può prescindere da una valutazione di quanto accaduto nel passato. Proprio nelle fasi più recenti del nostro sviluppo industriale, infatti, al graduale modificarsi del quadro delle convenienze, si sono andate accentuando le differenze di comportamento tra il Mezzogiorno e il resto del paese per ciò che riguarda le modalità del processo di accumulazione: in particolare, per ciò che riguarda le risposte in termini di prodotto e di produttività agli investimenti effettuati nelle due aree.

L’analisi di questi diversi comportamenti appare dunque in primo luogo necessaria per porre in luce in qual modo l’ammodernamento delle attività e la diffusione delle tecnologie hanno luogo nelle due aree del sistema.

Ancora, tale analisi si rivela oggi particolarmente utile per poter considerare in un adeguato contesto interpretativo gli strumenti adottati dalla politica di industrializzazione nel Mezzogiorno, e quindi per una valutazione dell’efficacia di tali strumenti di fronte ai nuovi termini in cui sembra porsi il problema della ripresa del processo di crescita industriale.

 

1 – ACCUMULAZIONE E SVILUPPO INDUSTRIALE NEL MEZZOGIORNO E NEL CENTRO-NORD

1) I differenti effetti degli investimenti sulla dinamica del valore aggiunto e della produttività.

Il fenomeno che a prima vista attira maggiormente l’attenzione di chi si accinga ad analizzare lo sviluppo industriale del Mezzogiorno negli anni più recenti, è rappresentato certamente dal notevole spostamento di risorse verso quest’area verificatosi a partire dalla seconda metà degli anni sessanta.

Per quanto riguarda l’industria manifatturiera, la quota degli investimenti lordi fissi assorbita dal Mezzogiorno è passata infatti dal 17 % – valore intorno a cui essa si era aggirata nel periodo 1951-1963 – ad oltre il 30 % nel decennio 1963-1973, con punte superiori al 40 % negli anni più recenti. Il contributo dato dal Mezzogiorno alla formazione del valore aggiunto del ramo manifatturiero, invece, è rimasto pressocché costante, mentre è addirittura diminuita, se pur di poco, l’incidenza degli occupati meridionali nelle industrie dello stesso ramo.

 

Tab. 1 – Incidenza percentuale del Mezzogiorno sull’Italia (valori medi nei periodi indicati)
Ramo manifatturiero

Aggregati

 

1951/1963 1963/1973
Investimenti lordi fissi (prezzi correnti) 17,2 30,2
Valore aggiunto (prezzi correnti) 12,2 13
Occupazione 18,3 17,3

 

Fig. 1 – Andamento degli investimenti lordi fissi, del valore aggiunto e dell’occupazione nell’industria manifatturiera in Italia, nel Centro-Nord e nel Mezzogiorno (1951-1973)

L’aumento della quota delle risorse incanalata verso il Mezzogiorno non sembra dunque aver sortito effetti significativi né in termini di sviluppo né in termini di occupazione; il che sembra altresì confermare che lo sviluppo industriale di quest’area, nel più recente passato si è svolto lungo linee sostanzialmente diverse da quelle seguite dal paese nel suo complesso. È infatti ben noto che a partire dal 1963 – e cioè dell’anno che separa due fasi della crescita della nostra economia tra loro nettamente distinte, in particolare per quanto concerne l’industria manifatturiera – né la crescita del prodotto né quella della produttività hanno subito in Italia rallentamenti significativi, nonostante il saggio medio annuo di crescita degli investi­ menti sia notevolmente diminuito, e con esso sia diminuita l’incidenza degli stessi investimenti rispetto alle dimensioni del valore aggiunto (si vedano le Tabb. 2 e 3).

 

Tab. 2 – Saggi medi annui di variazione percentuale (calcolati per interpolazione)
Ramo manifatturiero

Aggregati
 Mezzogiorno  Centro – nord  Italia
1951/1963 1963/1973 1951/1963 1963/1973 1951/1963 1963/1973
Investimenti lordi fissi (a) 12,1 9,1 (b) 8 2,4 (b) 8,9 4,6 (b)
Valore aggiunto (a) 7 7,6 8,6 6,5 8,4 6,7
Occupazione 1,1 1 2,4 1 2,2 1
V.A. per occupato (a) 5,9 6,6 6 5,4 6,1 5,6

(a) Calcolati sui valori a prezzi 1963
(b) Sul valore dei saggi di variazione degli investimenti nel decennio 1963-1973 influisce in misura sensibile il fatto che nei primi anni del periodo per il quale si è effettuata l’interpolazione gli stessi investimenti fanno registrare i loro valori minimi.

 

Tab. 3 – Livelli di accumulazione: investimenti lordi fissi/valore aggiunto (valori % medi nei periodi indicati)
Ramo manifatturiero

Circoscrizioni 1951/1963 1963/1973
Mezzogiorno 37,3 40,8
Centro-nord 22,8 13,6
Italia 24,4 16,8

 

Il fatto che nonostante la caduta degli investimenti una dinamica della produttività abbastanza sostenuta abbia continuato a manifestarsi nel nostro sistema come fenomeno non di natura congiunturale ma di durata più che decennale, solleva certamente quesiti intorno alla complessa serie di fattori che possono aver condizionato le decisioni di investimento, le scelte tecnologiche e la ristrutturazione delle attività produttive.

 

Fig. 2 – Rapporti fra gli investimenti lordi fissi e le variazioni del valore aggiunto (calcolati su medie mobili triennali)

Senza volere per il momento anticipare possibili risposte a simili quesiti, interessa qui tuttavia sottolineare l’acuirsi di uno degli aspetti più tipici del carattere duale del nostro sistema. Nell’area avanzata del paese lo sviluppo industriale presenta caratteristiche – scarsa accumulazione di capitale, forti aumenti di produttività, mantenimento dei livelli di occupazione solo a seguito della riduzione delle ore di lavoro – che sembrano indicare un comportamento da economia matura, per molti aspetti contraddittorio rispetto alle esigenze del completamento del processo di industrializzazione del paese e della diffusione dello sviluppo industriale al Mezzogiorno. Nell’area arretrata il processo di formazione del capitale, per quanto relativamente assai più intenso, non riesce a dar luogo né in termini di prodotto né in termini di occupazione, a risultati paragonabili a quelli delle altre regioni.

Siamo dunque in presenza di due economie che non solo procedono lungo due strade completamente diverse, ma che tendono ad allontanarsi sempre di più l’una dall’altra. I due percorsi, oltre che dai dati delle Tabb. 2 e 3, risultano chiaramente dalla Figura 2, dove sono posti a confronto i diversi andamenti del rapporto fra gli investimenti e le variazioni del prodotto del ramo manifatturiero, nel Mezzogiorno e nel resto del paese (1). La curva riferita al Mezzogiorno, come si vede, corre costantemente al di sopra di quella relativa al Centro-nord. Inoltre, il divario tra le due curve tende ad ampliarsi negli anni più recenti, a conferma del fatto che l’impiego (relativamente) abbondante di risorse nell’area meridionale non è riuscito in alcun modo a modificare le tendenze già da tempo in atto; e ciò proprio mentre il Centro-nord, nonostante una drastica caduta del saggio di accumulazione, riusciva ancora ad ottenere risposte soddisfacenti in termini di prodotto e di produttività.

È alla luce di una simile difformità di comportamento che debbono essere considerati i più recenti sviluppi del processo di industrializzazione del Mezzogiorno. Non sembra infatti esservi dubbio che il comportamento dell’area più avanzata del sistema – e cioè lo stesso termine di riferimento del confronto – debba essere giudicato in certa misura anomalo rispetto a ciò che ci si sarebbe potuto attendere in ragione del grado di sviluppo raggiunto dalla nostra economia; e vi è altresì ragione di credere che tale anomalia non sia senza riflesso su quanto accaduto allo stesso tempo nel Mezzogiorno.

 

2) Le linee dell’analisi

Quali possono essere le ragioni della scarsa capacità degli investimenti effettuati nel Mezzogiorno di indurre sviluppi del reddito comparabili a quelli ottenuti invece nel resto del paese?

I fatti di carattere strutturale – e segnatamente il peso preponderante delle industrie chimiche e metallurgiche sul complesso dell’industria manifatturiera meridionale -, hanno certo una notevole rilevanza ai fini della risposta da dare a simili interrogativi. Le industrie ora menzionate, già nettamente predominanti agli inizi degli anni sessanta, hanno vista infatti ancora accresciuta la loro importanza nel più recente passato, giungendo ad assorbire, da sole, circa i due terzi del complesso degli investimenti manifatturieri effettuati nel Mezzogiorno (si veda la Tab. 10-bis nel Cap. II).

Nella realtà industriale del Mezzogiorno – anche e soprattutto nei suoi sviluppi più recenti – vi è tuttavia di più di questo. Vi è, in altre parole, una diversità di comportamento rispetto all’area più avanzata del sistema che, seppure in modi e per motivi diversi, emerge più o meno da tutti i settori del ramo manifatturiero.

In tutti i settori infatti si verifica un aumento della quota di investimenti indirizzata verso il Mezzogiorno, e nella maggior parte di essi alla più intensa accumulazione non corrisponde una dinamica del prodotto e della produttività altrettanto accentuata. In particolare, ad esclusione dei settori ove predominano produzioni di base ad elevata intensità di capitale, pur essendosi registrati più elevati livelli di accumulazione rispetto al Centro-nord, non si sono avute significative riduzioni del divario tra le produttività delle due aree. E ciò nonostante tale divario fosse consistente, e lasciasse quindi prevedere ampie possibilità di recupero nel Mezzogiorno.

Una spiegazione che corresse unicamente in termini di supposte caratteristiche tecnologiche di certi tipi di investimenti sarebbe quindi del tutto inadeguata a permettere di cogliere quegli elementi di difformità che rappresentano i reali motivi di fondo del processo di industrializzazione dell’area meridionale.

Assai diversi, infatti, sono i fattori che hanno influito sull’atteggiarsi di tale processo. Alcuni sono da ricondurre a cause tecniche oggettive o a fatti puramente statistici, e vanno richiamati solo per memoria.

Così in primo luogo va tenuto conto che il mutamento nella ripartizione del flusso degli investimenti a favore del Mezzogiorno si è verificato con particolare intensità negli anni finali del periodo qui considerato, e cioè nei primi anni del settanta. Una parte dell’apparato produttivo creato nel Mezzogiorno in questi anni non era quindi ancora giunto a pieno ed intenso sfruttamento al termine del periodo stesso.

Si aggiunga che nel caso di alcuni impianti completamente nuovi è stato necessario provvedere alla realizzazione di installazioni di varia natura di dimensione eccedente i fabbisogni dell’impianto stesso, e che sono state realizzate in previsione di ulteriori ampliamenti.

Va tenuto in debito conto, poi, che nel caso di impianti decentrati da parte di imprese aventi sede fuori dell’area, parte dell’incremento del valore aggiunto conseguito grazie a queste nuove produzioni ricade nelle attività dell’impresa e quindi fuori dell’area meridionale; e si aggiunga che per alcuni settori, proprio grazie ai decentramenti nel Mezzogiorno, è stato possibile attuare razionalizzazioni nelle strutture produttive operanti nel Centro-nord.

Assai più rilevante, tra i fattori che hanno concorso a determinare gli andamenti richiamati, è stata inoltre la continua caduta di attività marginali, soprattutto di piccole e piccolissime dimensioni. Contrariamente a quanto verificatosi nel Centro-nord, alla scomparsa di attività di tipo artigianale, legate alla domanda locale, ha fatto seguito l’emergere di nuove attività di piccole dimensioni soltanto in relazione ai nuovi consumi locali sviluppatisi a seguito dell’aumento del reddito; di gran lunga più modesta è stata invece la diffusione di attività di piccole dimensioni di tipo industriale operanti su mercati più ampi. Nel corso degli anni ’63-’73 tale fenomeno è stato particolarmente intenso a seguito della graduale penetrazione di produzioni di beni di consumo di tipo industriale provenienti dall’esterno. Una progressiva contrazione di valore aggiunto artigianale ha così concorso a far aumentare il rapporto fra gli investimenti ed il valore aggiunto complessivo.

Al di là di tutte queste cause emerge però quale fattore più significativo alla base degli andamenti descritti la profonda differenza strutturale tra i due apparati industriali: differenza che attiene non alla composizione settoriale ma alle caratteristiche proprie di ogni settore, non alla struttura merceologica ma alle strutture produttive e imprenditive.

Assumono rilievo infatti a tale proposito alcuni tratti salienti del processo di industrializzazione dell’area meridionale.

Innanzitutto si è trattato di un processo attuato nella forma di decentramento di impianti più che nella forma di diffusione di imprese.

In secondo luogo l’apparato industriale locale si presenta, dal punto di vista dell’articolazione delle strutture imprenditive, assai limitato. In molti casi, ed in settori tradizionalmente diffusi, ci si trova di fronte più a un complesso di unità di trasformazione che non ad un complesso di imprese operanti su mercati ampi, più a unità impegnate a continuare produzioni tradizionali che non ad organismi impegnati a ricercare nuovi sbocchi, a modificare strutture, a diversificare produzioni in funzione delle sollecitazioni della domanda esterna.

Il rapporto tra gli investimenti e gli incrementi di valore aggiunto non può non riflettere queste caratteristiche di fondo del processo di sviluppo industriale, e il divario con quanto verificatosi al Centro-nord deve quindi in larga misura essere ricondotto a queste differenze fondamentali. Un’analisi che si limitasse a far riferimento ai legami tra investimenti fissi, prodotto e produttività secondo gli schemi tradizionali, non solo non sarebbe probabilmente in grado di spiegare le difformità di comportamento verificate, ma mancherebbe di cogliere quegli elementi di differenziazione tra i due sviluppi che appaiono invece i più rilevanti sia per la spiegazione degli andamenti riscontrati sia per la comprensione del modo di essere dello sviluppo duale.

Ciò in considerazione soprattutto delle profonde differenze che la diffusione del progresso tecnico assume nei due diversi sistemi. In una struttura in cui il fenomeno produttivo si esaurisce nella conduzione di impianti, il progresso tecnico assume quasi esclusivamente la forma di ammodernamenti incorporati volta a volta, grazie agli investimenti fissi, negli impianti stessi.

Ben più articolato è invece il fenomeno dell’acquisizione di progresso tecnico da parte di un apparato di imprese attraverso continui ammodernamenti e miglioramenti non solo negli impianti, ma anche nelle gestioni, che possono essere introdotti attraverso impieghi di risorse in forme diverse dagli investimenti fissi, e la cui adozione è in larga misura legata alle capacità di modificazione e adattamento dei prodotti e alla capacità di presenza sul mercato.

Questo spiega perché le difformità di comportamento tra i due sistemi siano apparse tanto più rilevanti in un periodo in cui, dietro la spinta del progressivo incremento dei costi relativi e delle mutate condizioni di utilizzo della forza lavoro, l’apparato imprenditivo era sollecitato a continui progressi nell’organizzazione e nelle gestioni, a differenza della fase precedente nel corso della quale la relativa stabilità nelle condizioni interne favoriva l’espansione della capacità produttiva.

I mutamenti nelle strutture merceologiche e nella ripartizione delle diverse produzioni tra le due aree del sistema appaiono principalmente come il riflesso della diversa capacità di risposta a tali sollecitazioni.

Il processo di redistribuzione territoriale delle produzioni presenta infatti i seguenti tratti salienti:

  1. si è registrato uno spostamento verso il Mezzogiorno di attività, in particolare in alcuni comparti ad elevata intensità di capitale;
  2. si è registrato uno spostamento verso il Nord di attività manifatturiere più «tradizionali», anche di quelle a più alta intensità di lavoro;
  3. questa redistribuzione è in parte il riflesso della modifica nella ripartizione degli investimenti, ed in parte, come si è detto, la conseguenza di una diversa «risposta» nelle due aree agli investimenti effettuati. La redistribuzione non è soltanto quindi un risultato statistico, ma riflette andamenti e comportamenti diversi nelle economie industriali delle due aree, che hanno condizionato ampiamente il risultato in termini di riallocazione territoriale del prodotto industriale.

Dei tre caratteri salienti sopra richiamati, nel corso del recente passato, si è fatto riferimento soprattutto al primo per indicare i limiti del processo di industrializzazione del Mezzogiorno. Lo spostamento verso quest’area di impianti di base appariva infatti non rispondente agli obiettivi in termine di occupazione che la politica di sviluppo deve darsi in via prioritaria.

Alla luce degli avvenimenti del recente passato risultano però assai più significative le altre due tendenze sopra richiamate. La circostanza che si sia ulteriormente spostato al Nord il baricentro della crescita di settori cosiddetti tradizionali, anche di quelli già ampiamente presenti nel Mezzogiorno, insieme alla circostanza che, nonostante lo spostamento al Sud degli investimenti in molti settori, non si registri una più netta tendenza al superamento del divario tra i livelli di produttività nelle due aree, sembrano essere gli indicatori più significativi di uno sviluppo tuttora a carattere fortemente dualistico.

 

3) I dati dell’analisi

Nelle pagine seguenti sono analizzate le tendenze richiamate, utilizzando serie storiche sugli investimenti, disaggregate per classi e per circoscrizioni, che una ricerca espressamente condotta sui dati settoriali pubblicati dall’ISTAT ha reso disponibili.

A questi dati si è fatto riferimento nella consapevolezza di tutti i limiti che sono propri delle rilevazioni statistiche sugli investimenti. I motivi di incertezza possono essere tanto maggiori nel caso presente, in cui si tratta della ripartizione territoriale degli investimenti tra due realtà industriali così profondamente diverse. Si pensi, infatti, alle diverse possibilità di rilevazione degli investimenti in un’area nella quale una quota rilevante degli stessi è rappresentata da nuove realizzazioni e dà luogo a flussi finanziari che, in quanto agevolati, sono più facilmente identificabili, rispetto alla più complessa realtà industriale del Centro-nord, ove possono sfuggire all’identificazione e alla rilevazione quote non indifferenti di spese effettuate dalle imprese, spese che rappresentano investimenti, ma che possono essere classificate nei bilanci sotto altre voci, o che possono essere, comunque, occultate.

Pur con le accennate riserve, si ritiene che l’analisi statistica conservi significatività. Le imprecisioni di rilevazione, se introducono elementi di incertezza nella misurazione quantitativa dei fenomeni riscontrati, non sembra tuttavia possano essere tali da alterare i giudizi e le valutazioni avanzate nel testo, che, se fanno riferimento a quei dati, non si fondano però esclusivamente su di essi.

Dal confronto di lungo periodo tra le diverse fasi dello sviluppo nel più recente passato emerge in particolare come sia da ricondurre al 1963 l’inizio di una nuova fase caratterizzata non solo da una minore intensità del processo di accumulazione, ma anche dall’accentuarsi del divario di comportamento tra il sistema del Centro-nord e quello meridionale, segnatamente per quanto riguarda gli effetti dello stesso processo di accumulazione sull’andamento del prodotto e della produttività.

L’anno terminale dell’indagine è il 1973, l’ultimo per il quale è stato possibile ricostruire dati omogenei a quelli delle serie storiche del periodo precedente il 1970: anno, quest’ultimo, nel quale è mutato lo schema di classificazione della contabilità nazionale. Il 1973 segna anche il passaggio ad un’ulteriore fase caratterizzata, come si è ricordato, da forti mutamenti nel quadro interno ed internazionale. Per quanto concerne il Mezzogiorno, ciò implica in particolare il progressivo ridursi delle possibilità di ulteriore mantenimento degli elevati flussi di investimenti indirizzati verso quest’area in alcuni particolari settori dai quali era venuto il maggiore contributo alla più intensa accumulazione registrata negli anni precedenti.

Gli anni successivi al 1973 presentano d’altra parte una notevole instabilità, con forti oscillazioni congiunturali che influiscono in modo determinante sugli andamenti del settore industriale e, in particolare, sulla relazione fra l’andamento del prodotto e della produttività ed il flusso degli investimenti. Il predominare dei fattori operanti nel breve periodo, in questi ultimi anni, avrebbe dunque in ogni caso ridotto notevolmente la possibilità di analizzare le tendenze di fondo del comportamento dei due sistemi.

Solo l’analisi di queste tendenze, effettuabile fino al 1973, consente invece di cogliere gli elementi di difformità del comportamento dei due sistemi industriali, i limiti del precedente processo di crescita e la collocazione dell’industria manifatturiera meridionale, al termine di quel processo, di fronte alla nuova fase nella quale non appare più possibile mantenere né quegli indirizzi di crescita né quell’elevata intensità di accumulazione.

 

2- INVESTIMENTI, VALORE AGGIUNTO E PRODUTTIVITA: ANALISI E RAFFRONTI TERRITORIALI NELLE DUE FASI 1951-1963 E 1963-1973

1) L’andamento degli investimenti

Il crollo degli investimenti nel biennio 1964-1965 – un crollo di poco inferiore al 40 %, e che, seppure in misura diversa, riguarda indistintamente tutti i rami del settore industriale – segna il momento iniziale di una nuova fase dello sviluppo della nostra economia, caratterizzata da una più scarsa accumulazione rispetto al passato.

Nel ramo manifatturiero, insieme alle costruzioni il più colpito da tale fenomeno, gli investimenti riescono infatti a riguadagnare i livelli assoluti già toccati nel 1963 solo nel 1970. Relegati al ricordo i saggi di crescita realizzati negli anni precedenti, ed in particolare nella fase di espansione accelerata che va dal 1958 al 1963, il processo di accumulazione procede nel decennio successivo ad un ritmo molto più lento.

Particolarmente significativa a tale proposito è la caduta nel livello di accumulazione, misurato dall’incidenza media degli investimenti rispetto al valore aggiunto complessivo. Mantenutasi intorno al 24-25 % nel corso del periodo 1951-63, tale incidenza risulta infatti inferiore di ben un terzo nel corso del periodo successivo, e cioè pari al 16,8 %.

La caduta nel livello d’accumulazione interessa tutti i comparti del ramo manifatturiero (ad eccezione del comparto metallurgico e di quello meccanico), e si manifesta con particolare intensità nell’industria dei mezzi di trasporto, in quella chimica e in quella della carta (si veda la Tab. 8).

Il rallentamento nel processo di accumulazione, tuttavia, non si verifica in modo uniforme nelle due aree del sistema. Se infatti è vero che anche nel Mezzogiorno il saggio medio annuo di crescita degli investimenti diminuisce nel periodo 1963-73 rispetto al periodo precedente, è anche vero che tale diminuzione è assai più contenuta che non nel Centro-nord; ed è per effetto di ciò che, al rallentare della dinamica degli investimenti, si accompagna un graduale aumento della quota di questi ultimi assorbita dal Mezzogiorno.

 

Tab. 4 – Saggi medi annui di variazione percentuale degli investimenti lordi fissi nelle attività manifatturiere (a)

Classi di attività
Mezzogiorno  Centro – nord  Italia
1951/1963 1963/1973 1951/1963 1963/1973 1951/1963 1963/1973
Alimentari e tabacco n.d. 2,5 n.d. – 0,2 7,1 0,6
Tessili   21,7   -0,1 5,6 1,2
Vestiario, calzature, pelli e cuoio   5,1   -0,6 10 0,8
Legno e mobilio   11,4   5,9 8,8 6,9
Metallurgiche   8,3   -3,7 12 3,1
Meccaniche   14,5   7,4 13,5 8,3
Mezzi di trasporto   19,7   3,9 7,4 6,6
Minerali non metalliferi   7,9   0,8 14,9 2,9
Chimiche e affini   8,8   4 6,6 6,3
Carta e cartotecnica   -1,5   0,9 8 0,3
Gomma   19,7   9,6 7,5 10,2
Manifatturiere varie   14,2   0,7 10,9 1,8
Totale manifatturiere 12,1 9,1 8,1 2,4 8,9 4,6

(a) Calcolati sui valori a prezzi 1963

 

La stasi relativa degli investimenti nell’industria manifatturiera, a livello nazionale, sottende cioè due andamenti assai diversi nelle due aree. Nel Centro-nord l’ammontare degli investimenti, dopo la forte caduta registrata nel 1964 e nel 1965, non riesce a superare i livelli toccati nel 1962-1963 in nessuno degli anni successivi. Nel Mezzogiorno, invece, non solo la flessione del biennio 1965-1966 è meno accentuata, ma la successiva ripresa è più sostenuta, sì che fin dal 1969 sono raggiunti e poi superati i livelli massimi conseguiti in precedenza.

Il fenomeno è reso ancora più evidente dal profondo divario nel livello dell’accumulazione tra le due aree. Nel decennio 1963-’73, infatti, il rapporto tra investimenti effettuati e dimensione del valore aggiunto dell’industria manifatturiera risulta nel Mezzogiorno superiore al 40 %, mentre non riesce a raggiungere nel Centro-nord neanche il 14 % (si veda la Tab. 8-bis).

 

Tab. 5 – Investimenti lordi fissi nelle attività manifatturiere: incidenza percentuale del Mezzogiorno sull’Italia (valori medi nei periodi indicati calcolati a prezzi correnti)

Classi di attività
1961/1963 1971/1973
Alimentari e tabacco 24,1 31
Tessili 1,9 11,8
Vestiario, calzature, pelli e cuoio 18,8 29,1
Legno e mobilio 12,6 20,5
Metallurgiche 37,9 69,8
Meccaniche 10,9 17,2
Mezzi di trasporto 10,2 27
Minerali non metalliferi 15 39,1
Chimiche e affini 38,5 54,8
Carta e cartotecnica 24,2 23,3
Gomma 3 8,5
Manifatturiere varie 4,5 12,5
Totale manifatturiere 21,8 39,1

 

Lo spostamento del baricentro degli investimenti verso il Mezzogiorno non è dunque, soltanto il risultato della più accentuata contrazione dell’accumulazione al Nord, ma anche la conseguenza del fatto che nell’area meridionale l’accumulazione procede ad una intensità particolarmente elevata, in rapporto alla dimensione del valore aggiunto prodotto nella stessa area. Inoltre, il fenomeno dell’aumento della quota di investimenti destinati al Mezzogiorno non è soltanto il frutto dello spostamento verso l’area meridionale di investimenti in alcune industrie di base. Se è vero che è nei settori della metallurgia e della chimica che tale quota raggiunge il livello più elevato, è altrettanto vero che lo spostamento verso il Mezzogiorno riguarda tutti i settori manifatturieri.

Se si mettono a confronto, infatti, le quote degli investimenti dei diversi settori destinati al Mezzogiorno nel triennio 1961-63 con quelle del triennio 1971-73, si osservano aumenti particolarmente accentuati soprattutto nei settori della gomma, dei mezzi di trasporto, dei minerali non metalliferi e del complesso delle manifatturiere varie, e aumenti sensibili anche nei settori alimentare, del vestiario e abbigliamento, e del mobilio.

Anche se si fa riferimento all’incidenza degli investimenti rispetto alle dimensioni del valore aggiunto, si riscontra che nel decennio 1963-73 in tutti i settori il livello dell’accumulazione è stato più intenso nel Mezzogiorno che nel Centro-nord (si veda la Tab. 8-bis). Il divario appare molto elevato nel caso della metallurgia e della chimica, ma divari sensibili si registrano in molti altri settori. Fanno eccezione, in questo caso, i settori alimentare, del vestiario, delle calzature e del mobilio, per i quali il livello di accumulazione del Mezzogiorno si mantiene su valori analoghi a quelli di relativa «stagnazione» che si riscontrano nel Centro-nord.

Con riferimento ai singoli settori emerge dunque un dato significativo sul quale si tornerà più avanti: e cioè che nel Mezzogiorno tanto l’aumento della quota degli investimenti quanto l’intensità del processo di accumulazione appaiono meno accentuati proprio nel caso dei settori ritenuti più tradizionali.

 

2) La dinamica del valore aggiunto e della produttività

A questo vero e proprio salto su un sentiero di accumulazione che corre ben al di sotto di quello percorso nel passato non fa tuttavia riscontro, nel sistema nel suo complesso, un sensibile rallentamento della dinamica del prodotto, rimasta, proprio negli anni di maggior flessione degli investimenti, su saggi di crescita non molto inferiori a quelli realizzati nel periodo 1951-1963. Allo stesso modo anche la produttività continua ad aumentare ad un ritmo solo di poco inferiore rispetto al passato: ed anche questo divario si annullerebbe ove si facesse riferimento al valore aggiunto per ora lavorata. Infatti è proprio nella seconda parte del decennio 1963-1973 che si manifesta una forte riduzione nell’orario di lavoro degli addetti all’industria.

I fenomeni ora accennati, d’altra parte, non riguardano unicamente gli anni di bassa congiuntura che vanno dal 1964 al 1969, ma continuano a manifestarsi, sia pure in modo meno accentuato, anche negli anni successivi: e ciò ad indicare che ci troviamo in presenza di una vera e propria modificazione del comportamento del settore industriale della nostra economia.

Vi è poi da notare che, nonostante l’accentuato mutamento nella ripartizione del flusso degli investimenti a favore dell’area meridionale e l’elevato livello di accumulazione quivi registrato, il contributo dato dal Mezzogiorno alla formazione del valore aggiunto del ramo manifatturiero rimane pressocché costante (si veda la Tab. 6), mentre l’aumento della produttività, seppure maggiore che nel Centro-nord, non lo è in misura tale da rispecchiare il diverso andamento degli investimenti nelle due aree.

 

Tab. 6 – Valore aggiunto nelle attività manifatturiere: incidenza percentuale del Mezzogiorno sull’Italia (valori medi nei trienni indicati calcolati a prezzi correnti)

Classi di attività
1951/1953 1961/1963
1971/1973
Alimentari e tabacco 30,1 27,7 23,7
Tessili 3,5 3,7 5,2
Vestiario, calzature, pelli e cuoio 22 20 19,3
Legno e mobilio 22,5 19,7 17,7
Metallurgiche 5,6 6,6 16,6
Meccaniche 6,8 6,2 7,9
Mezzi di trasporto 8 8,1 9,9
Minerali non metalliferi 16,2 17,9 19
Chimiche e affini 10,1 10,1 15,3
Gomma 0,7 1,6 10,4
Carta e cartotecnica 6,6 7,3 7,2
Manifatturiere varie 6 6,4 7,6
Totale manifatturiere 12,5 11,5 13,2

 

L’aumento della quota delle risorse assorbite dal Mezzogiorno non sembra aver dunque modificato sostanzialmente la posizione relativa dell’area in termini di dinamica del prodotto.

Il fatto che nelle due aree si abbiano comportamenti opposti per quanto riguarda il rapporto tra investimenti e dinamica del prodotto, pone in luce come la capacità del sistema di continuare a realizzare sostenuti aumenti di prodotto e di produttività nonostante il rallentamento del processo di accumulazione sia da ascrivere esclusivamente a quanto accaduto nel Centro-nord, dove il fenomeno stesso si presenta in forme ancora più accentuate di quelle rilevate per l’economia nel suo complesso.

In quest’area infatti l’aumento del prodotto ad un saggio medio annuo del 6,5% rispetto all’8,6% del periodo precedente, e della produttività ad un tasso del 5,4% rispetto al 6% del periodo precedente, vanno messi in relazione al passaggio da una fase in cui gli investimenti sono cresciuti all’8,1% in media all’anno a una fase in cui, come ricordato, gli investimenti hanno ristagnato a livelli sempre inferiori a quelli massimi del 1962-63.

 

Tab. 7 – Rapporto tra gli investimenti in macchine e attrezzature e le variazioni del valore aggiunto (a) nell’industria dei paesi indicati

Anni Italia Germania Francia Belgio (b)
1963 3,17 4,23 2,72 3,42
1964 4,81 3,63 2,80 2,92
1965 5,56 2,97 3,25 3,62
1966 4 3,26 3,20 3,63
1967 2,36 8,41 3,83 6,17
1968 1,93 5,52 3,81 5,18
1969 2,18 2,7 3,72 3,6
1970 2,34 1,96 3,34 3,02

(a) Calcolato su medie mobili triennali, ai prezzi 1963. Per l’Italia il valore aggiunto è al costo dei fattori, per gli altri paesi ai prezzi di mercato.
(b) Dati calcolati con riferimento agli investimenti lordi fissi nell’industria.

 

Che gli aumenti di prodotto lordo conseguiti dall’economia italiana e in particolare dal Centro-nord siano stati particolarmente elevati in rapporto agli investimenti effettuati, sembra confermato da un raffronto con quanto verificatosi in altre economie.

Tale raffronto è possibile con riferimento ai soli investimenti in macchine e attrezzature, non essendo disponibili, per i vari paesi, serie storiche omogenee relative agli investimenti lordi fissi totali nell’industria.

La Tab. 7 riassume i valori del rapporto fra gli investimenti e le variazioni del valore aggiunto, calcolati su medie mobili triennali in base allo stesso procedimento già utilizzato per costruire la Figura 2 nel Capitolo I.

Come si può constatare, nel periodo per il quale si dispone di dati il rapporto in esame sembra essersi mantenuto in Italia a livelli più bassi rispetto ad altri paesi industrializzati d’Europa, quali la Germania e la Francia, soprattutto nella seconda metà degli anni sessanta.

 

3) Struttura e comportamento del sistema industriale italiano

È naturale chiedersi a questo punto se il quadro di relazioni fra investimenti, prodotto e produttività illustrato nelle pagine precedenti possa essere ricondotto a particolari modificazioni nel peso relativo delle diverse classi di attività del ramo manifatturiero.

Nel decennio 1963-73 la composizione settoriale dell’industria manifatturiera subisce in Italia solo modifiche marginali: e ciò contrariamente a quanto accaduto nella precedente fase d’intensa industrializzazione, nel corso della quale si registrano differenze più marcate nella dinamica dei diversi settori (si veda la Tab. 9). Si osservi, in particolare, come nel periodo 1951-63, si assista a un notevole aumento del peso relativo delle industrie meccanica e chimica, e come la struttura produttiva conseguita al termine dello stesso periodo si mantenga sostanzialmente inalterata nel decennio seguente.

Nel corso della prima fase, sembra dunque essersi verificata una più accentuata dinamica di settori a più elevata intensità di capitale. Va inoltre posto in luce a tale proposito che la diminuzione dell’importanza relativa di settori a bassa intensità di capitale (alimentari, vestiario, calzature, …) sottende in realtà, all’interno di quei settori, un notevole aumento della componente industriale rispetto a quella artigianale.

Complessivamente, quindi, le modifiche strutturali di questa prima fase indicano un processo di crescita caratterizzato da un assorbimento di investimenti relativamente elevato. Va però osservato che anche nella seconda fase, nell’ambito dei settori «tradizionali», prosegue lo spostamento dalle produzioni artigianali a quelle industriali, mentre per quanto riguarda la ripartizione settoriale degli investimenti tra il 1963 e il 1973, diminuisce il peso dei settori alimentare, della carta e delle manifatturiere varie, e aumenta quello dei settori meccanico e metallurgico. Le modifiche nella ripartizione degli investimenti cioè, di per sé non molto rilevanti, sembrerebbero indicare anche per questo periodo spostamenti marginali verso attività caratterizzate da una più alta intensità di capitale.

Non sembra quindi che da queste modificazioni possano derivare motivi che spieghino in misura significativa i più elevati effetti in termini di incrementi del prodotto conseguiti nella più recente fase di sviluppo.

A ciò va inoltre aggiunto che gli effetti della diminuzione di intensità del processo di accumulazione sulla crescita del prodotto, tra i due decenni, appaiono assai diversi da settore a settore (si veda la Tab. 8).

Solo in alcuni comparti (chimica, gomma, e in minor grado nei mezzi di trasporto) la sensibile caduta nel livello dell’accumulazione dà luogo anche a una notevole riduzione del saggio di crescita del prodotto. Solo per questi settori, cioè, la relazione tra investimenti e variazioni del prodotto non viene ad essere modificata sostanzialmente.

In un altro gruppo di settori invece, alla netta riduzione nel livello dell’accumulazione, corrisponde o una sostanziale stabilità del saggio di crescita del prodotto (alimentari), o addirittura un aumento di quest’ultimo (vestiario, calzature, mobilio e manifatturiere varie). In questi stessi settori si osserva anche un aumento del saggio di crescita della produttività, aumento che in numerosi casi appare notevole (alimentari, vestiario, mobilio, varie).

Per contro, nei soli comparti per i quali il livello di accumulazione, è rimasto pressoché invariato tra i due periodi (metallurgico e meccanico), si registra una diminuzione nel saggio di crescita sia del prodotto che della produttività.

 

Tab. 8 – Livelli di accumulazione, dinamica del prodotto e della produttività nelle attività manifatturiere (a)
ITALIA

Classi di attività
Rapporti medi Saggi medi annui di variazione %
Inv./Val. agg.
Valore aggiunto Val. agg./Occupato
1951/1963 1963/1973 1951/1963 1963/1973 1951/1963 1963/1973
Alimentari e tabacco 25,9 14,9 6,7 5,8 5,4 6,4
Tessili 23,1 12,5 7,3 4,9 8,3 6,4
Vestiario, calzature, pelli e cuoio 8,3 4,5 4,1 5,9 2,3 5,5
Legno e mobilio 9 6,1 5,7 6,6 4,3 6,4
Metallurgiche 41,5 43,4 12,1 7,8 8,7 5,6
Meccaniche 10,2 10,4 8,5 6,7 4,5 4,6
Mezzi di trasporto 47,4 19,8 12,1 8,3 9,8 4
Minerali non metalliferi 21 17,1 10,6 6 7 6,3
Chimiche e affini 74,5 28,3 14,2 7,7 9,6 5
Gomma 43,2 24,1 28,5 7,5 8,7 3
Carta e cartotecnica 36 20,1 9,4 8,1 6,4 7,5
Manifatturiere varie 17,4 12,9 4,8 5,2 1,9 3,8
Totale manifatturiere 24,4 16,8 8,4 6,7 6,1 5,6

(a) Calcolati sui valori a prezzi 1963

 

Comportamenti così diversi indicano chiaramente l’insufficienza di una analisi dei dati aggregati ai fini della comprensione delle cause del mutato rapporto tra investimenti da un lato e dinamica del prodotto e della produttività dall’altro. Va anche qui messo in rilievo come il mutamento di tale relazione tra le due fasi sembra essere stato più accentuato per i settori cosiddetti «tradizionali», e come dagli andamenti di questi settori derivi il più significativo contributo alla tendenza ad un elevato saggio di aumento del prodotto nel secondo periodo nonostante il netto arresto del processo di accumulazione. È proprio nei settori cosiddetti «tradizionali» – alcuni dei quali già da tempo presenti nella struttura produttiva italiana, ed altri sviluppatisi in forma industriale soprattutto nella fase di grande espansione precedente il 1963 – che sembra infatti verificarsi la più profonda modificazione di comportamento.

 

Tab. 8 bisLivelli di accumulazione, dinamica del prodotto e della produttività nelle attività manifatturiere (a) 1963-1973
MEZZOGIORNO – CENTRO NORD

Classi di attività
Rapporti medi Saggi medi annui di variazione %
Inv./Val. agg.
Valore aggiunto Val. agg./Occupato
Mezzogiorno Centro-nord Mezzogiorno Centro-nord Mezzogiorno Centro-nord
Alimentari e tabacco 15,9 14,7 3,3 6,7 5,2 6,7
Tessili 18,6 12,2 8,4 4,8 4,8 6,6
Vestiario, calzature, pelli e cuoio 4,5 4,3 5,1 6,2 5,7 5,3
Legno e mobilio 6,1 6,1 5,5 6,9 6,5 6,2
Metallurgiche 200,4 24,4 17,4 6,6 8,5 5,2
Meccaniche 17,4 9,9 8,7 6,6 5,5 4,6
Mezzi di trasporto 38,2 17,9 10,7 8,1 2,5 4,2
Minerali non metalliferi 27,5 12 6 6 5,7 6,4
Chimiche e affini 102,6 16,8 11,5 7,2 3,9 5,6
Gomma 38,1 23,4 23,2 6,8 7,2 3,2
Carta e cartotecnica 61,9 16,1 12 7,7 8,7 7,4
Manifatturiere varie 15,2 12,7 6,5 5,1 5,8 3,7
Totale manifatturiere 40,8 13,6 7,6 6,5 6,6 5,4

(a) Calcolati sui valori a prezzi 1963

 

4) Struttura e comportamento del sistema industriale del Mezzogiorno

Per quanto riguarda il Mezzogiorno, non può esservi dubbio che la particolare struttura dell’industria manifatturiera va annoverata tra i fattori che concorrono a spiegare la scarsa capacità degli investimenti di indurre sviluppi del reddito comparabili a quelli ottenuti nel resto del paese, nonché l’accentuarsi di tale fenomeno negli anni più recenti.

Agli inizi degli anni sessanta, circa i due terzi dell’occupazione manifatturiera meridionale erano concentrati nelle industrie alimentari, del legno e del mobilio, e del vestiario, calzature, pelli e cuoio.

Queste industrie, allo stesso tempo, contribuivano per il 50% alla formazione del valore aggiunto del ramo manifatturiero.

Una certa importanza – sempre per quanto riguarda l’occupazione ed il contributo alla formazione del prodotto – poteva inoltre essere attribuita solo all’industria meccanica ed a quella dei minerali non metalliferi, mentre del tutto trascurabile era il peso delle restanti classi di attività (ad eccezione forse dell’industria chimica, solo però per quanto concerne il prodotto).

 

Tab. 9 – Ripartizione percentuale del valore aggiunto e degli investimenti lordi fissi nelle attività manifatturiere (valori medi nei periodi indicati calcolati a prezzi correnti)
ITALIA

Classi di attività
Valore aggiunto Investimenti lordi fissi
1951/1953 1961/1963 1971/1973 1961/1963 1971/1973
Alimentari e tabacco 13,18 10,56 11,10 10,74 7,43
Tessili 13,56 9,45 7,77 7,89 5,19
Vestiario, calzature 8,29 6,93 7,74 3,40 1,80
Pelli e cuoio 1,11 0,95 0,88
Legno e mobilio 6,14 5,72 6,07 2,03 2,17
Metallurgiche 7,01 7,11 6,04 14,06 20,30
Meccaniche 20,43 24,25 25,67 13,58 16,34
Mezzi di trasporto 6,07 7,52 7,63 10,48 10,49
Minerali non metalliferi 5,9 6,94 5,49 6,84 5,95
Chimiche e affini 9,47 11,56 12,27 21,52 21,77
Gomma 2,04 1,67 1,78 2,16 2,81
Carta e cartotecnica 2,46 2,25 2,09 2,83 2,18
Manifatturiere varie 4,34 5,09 5,47 4,47 3,57
Totale manifatturiere 100 100 100 100 100

 

Del tutto diversa, invece, era la ripartizione degli investimenti fra le stesse classi di attività. Alle attività «tradizionali» – che, come si è appena visto, contribuivano in maniera preponderante tanto al prodotto quanto all’occupazione – andava infatti solo il 20% delle risorse assorbite peraltro in massima parte dall’industria alimentare. Circa il 40% dell’intero ammontare degli investimenti effettuati nel ramo manifatturiero era destinato invece all’industria chimica, seguita a larghissima distanza dall’industria metallurgica. Quote minori (di molto inferiore al 10%) erano assorbite dall’industria meccanica e da quella dei mezzi di trasporto, mentre assai scarso era il flusso degli investimenti verso le altre classi di attività. Quasi inesistenti, infine, gli investimenti nell’industria tessile, che pure aveva un numero non trascurabile di occupati, a conferma della presenza di una fortissima componente artigianale nelle attività produttive «tradizionali».

Una struttura quindi, quella appena descritta, fortemente squilibrata, sia per il peso preponderante di un numero assai limitato di attività produttive, sia per l’assoluta mancanza di corrispondenza, in queste ultime, fra ampiezza di assorbimento delle risorse da un lato e capacità di generare reddito e di fornire occupazione dall’altro.

Agli inizi degli anni settanta, dopo più di un decennio di massicci interventi, il volto dell’industria manifatturiera meridionale appare certamente mutato, ed in alcuni casi in misura niente affatto trascurabile. La sua struttura, tuttavia, non risulta in complesso meno squilibrata di quanto fosse agli inizi degli anni sessanta, così come sostanzialmente simile appare il tipo di squilibrio evidenziato.

Nonostante un evidente ridimensionamento delle attività produttive «tradizionali» – un processo, questo, già in corso fin dagli anni cinquanta – sono infatti ancora le stesse industrie, e cioè quelle alimentari, del legno e del mobilio, e del vestiario, calzature pelli e cuoio, ad impiegare più della metà degli occupati ed a contribuire per il 40% circa alla formazione del valore aggiunto del ramo manifatturiero; e questo, è ancora il caso di sottolineare, mentre risulta addirittura dimezzata (dal 20 al 10% scarso) la già bassa frazione di investimenti destinata a tali industrie.

Allo stesso modo, sono ancora l’industria metallurgica e quella chimica ad assorbire, insieme, la quota di gran lunga più rilevante degli investimenti effettuati nel Mezzogiorno (una quota ancora maggiore di quella, già assolutamente preponderante, destinata alle stesse industrie agli inizi degli anni sessanta), mentre sempre assai limitato, che se in leggero aumento, risulta il loro contributo alla formazione del valore aggiunto.

L’elevato peso di questi settori nella composizione degli investimenti e del valore aggiunto contribuisce di per sé, in misura certamente rilevante, a configurare un processo di industrializzazione nel quale il rapporto fra gli investimenti e gli incrementi di prodotto si colloca a livelli più elevati.

 

Tab. 10 – Ripartizione percentuale degli investimenti lordi fissi, del valore aggiunto e dell’occupazione nelle attività manifatturiere (valori medi nel triennio 1961-1963 calcolati a prezzi correnti)
MEZZOGIORNO – CENTRO NORD

Classi di attività
Mezzogiorno  Centro-nord
Investimenti Valore aggiunto Occupazione Investimenti Valore aggiunto Occupazione
Alimentari e tabacco 11,9 25,5 18,4 10,4 8,7 7,5
Tessili 0,7 3 3,5 9,9 10,3 13,3
Vestiario, calzature, pelli e cuoio 2,9 13,7 30,5 3,6 7,1 14,4
Legno e mobilio 1,2 9,8 14,5 2,3 5,2 8,1
Metallurgiche 24,5 4,1 1,9 11,2 7,5 4,3
Meccaniche 6,8 13,1 14,6 15,5 25,7 25,8
Mezzi di trasporto 4,9 5,4 2,5 12 7,8 5,3
Minerali non metalliferi 4,7 10,8 7,7 7,4 6,4 6,1
Chimiche e affini 38 10,2 3,2 16,9 11,7 6,9
Carta e cartotecnica 3,2 1,4 0,7 2,7 2,4 1,8
Gomma 0,3 0,2 0,2 2,7 1,8 1,2
Manifatturiere varie 0,9 2,8 2,3 5,4 5,4 4,6
Totale manifatturiere 100 100 100 100 100 100

 

Il perdurare, ed anzi l’accentuarsi degli squilibri di fondo dell’industria manifatturiera meridionale, non significa tuttavia che fatti nuovi, anche di un certo rilievo, non si siano verificati nel corso di questi ultimi anni. Accanto al declino di alcune attività produttive tradizionali, cui è già stato fatto cenno, occorre così segnalare la fortissima espansione dell’industria metallurgica, che toglie alla industria chimica la supremazia del ramo manifatturiero; la nascita ed un certo consolidarsi dell’industria tessile, dapprima quasi inesistente; ed infine la sostenuta dinamica degli investimenti nel settore dei minerali non metalliferi e la diminuzione dell’ammontare delle morse destinate invece alle industrie del settore della carta.

 

Tab. 10 bisRipartizione percentuale degli investimenti lordi fissi, del valore aggiunto e dell’occupazione nelle attività manifatturiere (valori medi nel triennio 1971-1973 calcolati a prezzi correnti)
MEZZOGIORNO – CENTRO NORD

Classi di attività
Mezzogiorno Centro-nord
Investimenti Valore aggiunto Occupazione Investimenti Valore aggiunto Occupazione
Alimentari e tabacco 5,9 19,8 15,2 8,4 9,7 7
Tessili 1,6 3 4,4 7,5 8,5 10,1
Vestiario, calzature, pelli e cuoio 1,3 12,5 26,2 2,1 8 14,2
Legno e mobilio 1,1 8,1 11,8 2,8 5,7 7,8
Metallurgiche 36,2 7,6 3,8 10,2 5,8 4,4
Meccaniche 7,2 15,6 17,1 22,2 27,2 28,7
Mezzi di trasporto 7,2 5,7 4,3 12,6 7,9 6,8
Minerali non metalliferi 5,9 7,9 7,4 6 5,1 5,3
Chimiche e affini 30,5 14,2 5,8 16,2 11,9 7,7
Carta e cartotecnica 1,3 1,6 0,8 2,7 2,6 1,8
Gomma 0,6 0,9 0,9 4,2 1,9 1,6
Manifatturiere varie 1,2 3,1 2,3 5,1 5,7 4,6
Totale manifatturiere 100 100 100 100 100 100

 

Al di là di questi mutamenti di composizione del quadro aggregato emerge però dalle diverse componenti del quadro stesso una sostanziale uniformità di comportamento (o meglio, una uniformità nella diversità rispetto a quanto verificatosi nel resto del paese) per quanto riguarda in particolare la crescita del prodotto e quella della produttività, nonché la relazione tra questi ultimi e l’andamento degli investimenti.

La Tab. 8-bis, insieme alla Tab. 4, indica infatti chiaramente che in quasi tutti i comparti del ramo manifatturiero, nonostante un’accumulazione molto più sostenuta, tanto il prodotto quanto la produttività sono andati crescendo nel Mezzogiorno ad un saggio più o meno simile (e spesso addirittura inferiore) a quello registrato nel Centro-nord.

In particolare, nei settori nei quali il livello dell’accumulazione nel Mezzogiorno è uguale o di poco superiore a quello nel Centro­ nord, il saggio di crescita tanto del prodotto quanto della produttività risulta inferiore (alimentari, vestiario e calzature, legno). Nel caso dei minerali non metalliferi un saggio di crescita analogo a quello del Centro-nord è conseguito con un livello dell’accumulazione più che doppio. Negli altri settori la dinamica del prodotto è superiore nel Mezzogiorno, ma in corrispondenza di livelli di accumulazione assai più elevati che al Centro-nord.

Analogamente, se si fa riferimento all’andamento della produttività, si vede che nel complesso dell’industria manifatturiera meridionale, in corrispondenza di un livello dell’accumulazione superiore (come si è ricordato, esso si colloca intorno al 41% circa contro il 14% circa del Centro-nord) si ha un divario nel saggio di aumento della produttività di un solo punto percentuale (5,4% al Centro-nord, 6,6% nel Mezzogiorno). Il risultato appare degno di nota se si considera che nel Mezzogiorno si parte da un livello iniziale della produttività notevolmente inferiore rispetto al Centro-nord, e solo in alcuni settori, a seguito di decentramenti nel Mezzogiorno di grandi impianti ad altissima intensità di capitale, si consegue un livello del valore aggiunto per addetto superiore a quello del Centro-nord (chimico, metallurgico, carta). Tra le restanti attività manifatturiere, nonostante ampi divari iniziali nei livelli della produttività e un uguale livello dell’accumulazione, in alcuni casi il saggio di incremento della produttività è stato inferiore (alimentari, tessili, mezzi di trasporto, minerali non metalliferi), in altri casi, a livelli di accumulazione notevolmente superiori nel Mezzogiorno corrispondono più elevati ritmi di crescita della produttività, ma con differenze non molto significative rispetto al Centro-nord.

Gli spunti più interessanti sono dunque offerti da quanto accaduto in particolare nei singoli settori: e sono rappresentati da fatti che considerati isolatamente possono apparire marginali, ma che permettono in realtà di rendere meglio intellegibili le linee di fondo dello sviluppo industriale del Mezzogiorno.

 

3- I MUTAMENTI NEI CARATTERI DELLA CRESCITA INDUSTRIALE ED I RIFLESSI SUL DUALISMO

1) Il problema del modello interpretativo

L’analisi svolta nel capitolo precedente sembra confermare come le differenze di comportamento che si riscontrano fra il Mezzogiorno ed il Centro-nord non siano da ricondurre tanto ad una diversa composizione «per settori» dei due apparati industriali quanto, nell’ambito di ciascuno dei settori considerati, ad una profonda differenza sia nelle strutture tecnico produttive in senso stretto sia in quelle imprenditoriali.

Quanto accaduto nel Mezzogiorno non appare pertanto facilmente confrontabile con quanto verificatosi allo stesso tempo nel resto del paese. Lo sviluppo dell’area meridionale, infatti, non si presenta né come un processo che, seppure in una fase più arretrata, si svolge lungo le linee già seguite nel Centro-nord né come l’espressione di una capacità autonoma di crescita, seppure in settori diversi. Appare piuttosto come un fenomeno residuale rispetto allo sviluppo in corso nel Centro-nord: nel senso che tanto le prospettive di decentramenti quanto l’ampiezza e l’entità con cui vengono effettuati investimenti in impianti decentrati dipendono essenzialmente dalle condizioni di crescita dell’industria localizzata al di fuori del Mezzogiorno. Così come l’ampiezza e la diffusione dell’apparato di imprese locali nell’area delle produzioni non protette dalle barriere elevate dai costi di trasporto, sembra dipendere essenzialmente dalla maggiore o minore capacità di penetrazione sul mercato meridionale da parte di imprese esterne a tale area.

Il percorso seguito dall’una è pertanto in gran parte il riflesso del percorso seguito dall’altra economia; una compiuta valutazione del processo che ha interessato il Mezzogiorno non può quindi essere effettuata se non alla luce del comportamento e dei problemi di sviluppo del sistema industriale italiano, concentrato nel Centro-nord, nel corso degli stessi anni.

L’analisi svolta, dunque, contribuisce anche a porre in luce i fattori che sono alla base della profonda modificazione nel comportamento del settore industriale verificatasi dopo il 1963. A partire da tale data infatti, come si è più volte ricordato, l’economia italiana si distingue in particolar modo per la capacità di ottenere aumenti di produzione industriale senza aumenti di occupazione, e nonostante un ammontare di investimenti che tende a ristagnare a livelli pressoché costanti. La produttività, cioè, continua ad aumentare a ritmi del tutto simili a quelli degli anni precedenti, quando l’accumulazione procedeva in modo assai sostenuto.

Già al suo primo manifestarsi – e cioè nel periodo di crisi più acuta degli investimenti, il biennio 1964-1965 – tale fenomeno fu attribuito all’adozione di provvedimenti una tantum da parte delle aziende, ed in particolare ai processi di riorganizzazione grazie ai quali fu possibile conseguire l’eliminazione degli ampi margini di inefficienza presenti nell’apparato produttivo cresciuto in modo caotico nel corso del precedente periodo di espansione, quando ancora prevalevano costi del lavoro assai bassi. Configurando in altre parole gli andamenti degli anni intorno al 1963 come espressioni di un ciclo economico, le spiegazioni di quanto verificatosi furono ricercate quasi esclusivamente nelle alterazioni che, appunto nelle diverse fasi dei cicli, possono registrarsi fra le grandezze rilevanti del sistema.

Questa impostazione del problema è rimasta più o meno inalterata negli anni successivi; ed alla stessa ottica possono essere ricondotte più in generale sia le diverse periodizzazioni proposte per incasellare in modo organico il procedere dell’economia italiana nell’ultimo quarto di secolo (1952-1958, 1959-1963, 1964-1969, 1970-1973, e simili), sia i modelli interpretativi di tale procedere apparsi in gran numero soprattutto negli anni più recenti.

Ora, non v’è dubbio che un contesto analitico nel quale l’attenzione è rivolta in prevalenza all’alternarsi di fasi di espansione e di contrazione privilegia implicitamente il ruolo svolto dalla domanda e fa ruotare necessariamente gli schemi interpretativi proposti intorno alle modalità ed all’intensità di impiego dei fattori della produzione (capitale e lavoro) nel corso del ciclo economico.

Così, in particolare, da alcuni è stata sottolineata la tendenza della produttività del lavoro a muoversi in direzione opposta a quella del ciclo della domanda, ed è stata fatta risalire tale tendenza alla struttura tecnologica assai poco omogenea dell’apparato produttivo industriale, costituito nel nostro paese da una molteplicità di imprese di varie dimensioni ed efficienza coesistenti entro ogni ramo e classe di attività.

In presenza di un apparato produttivo così variegato, caratterizzato da discontinuità tecnologiche assai marcate non solo da azienda a azienda, ma, nell’ambito di ciascuna azienda, da impianto a impianto, l’andamento della produttività sarebbe strettamente collegato a quello della domanda. In condizioni di depressione, infatti, un ovvio criterio selettivo di scelta spingerebbe ad impiegare solo le aziende (e, nell’ambito di queste, gli impianti) più moderne ed efficienti, mentre in caso di espansione si sarebbe indotti ad immettere via via nella produzione anche gli impianti e le aziende più vecchie e quindi meno efficienti. A seguito di ciò si avrebbe nel primo caso un aumento, e nel secondo una diminuzione, della produttività media, che verrebbe quindi a fluttuare in direzione opposta a quella del ciclo della domanda.

Agli schemi di questo tipo – che si rifanno alla visione dello stock di capitale come stratificazione di macchine di diversa età e di diverso contenuto tecnologico propria dei modelli cosiddetti vintage – fanno riscontro quei modelli che, pur facendo sempre riferimento alle modalità ed all’intensità di impiego dei fattori della produzione, spostano l’attenzione dal capitale al lavoro. La produttività del lavoro impiegato su un determinato impianto, si sottolinea in tali modelli, non può essere considerata come una costante, e non può quindi essere fatta risalire unicamente al tipo di impianto considerato (più o meno produttivo perché di costruzione più o meno recente, secondo la logica vintage). Dato infatti l’impianto, l’intensità di impiego del lavoro può essere maggiore o minore; così come, dato il numero delle ore di lavoro, assai diverso può essere il livello massimo di saturazione di ciascuna di esse.

Ed ecco quindi alcuni autori far risalire ad un più intenso sfruttamento del fattore lavoro (straordinari, doppi turni, rotazioni accelerate e simili) i consistenti aumenti di produttività ottenuti nonostante lo scarso ammontare degli investimenti effettuati, ed altri invece attribuire tale risultato ad una modificazione della struttura della forza lavoro, ridotta al declinare della domanda alla sua componente più omogenea e più produttiva (i lavoratori «nel fiore dell’età», come è stato detto in modo più suggestivo). La analogia con i modelli a capitale vintage in quest’ultimo caso è evidente. I lavoratori nel fiore dell’età svolgono lo stesso ruolo delle macchine di più recente costruzione, impiegate anche quando, al diminuire della domanda, le macchine più vecchie e meno produttive vengono progressivamente fermate: la produttività media in tal modo aumenta o diminuisce al contrarsi o all’espandersi della domanda, e quindi dell’occupazione.

Ora, non si può certo negare che schemi interpretativi quali quelli appena descritti contribuiscano ad illustrare aspetti anche assai rilevanti del comportamento del sistema industriale italiano nel periodo considerato. Ciò che appare molto meno convincente, invece, è l’ipotesi che lo stesso comportamento possa essere fatto risalire alle variazioni nell’intensità relativa d’impiego o nella struttura per età dei fattori della produzione sulla scia delle variazioni della domanda. Vi è da notare infatti, in primo luogo, che la capacità di continuare a realizzare consistenti aumenti di produttività nonostante il marcato rallentamento del processo di accumulazione non è un fenomeno limitato agli anni di contrazione successivi al 1963, ma ha una durata più che decennale, tanto da porsi come la caratteristica predominante del funzionamento del sistema industriale italiano nel più recente passato.

Inoltre, una spiegazione legata in ultima analisi all’andamento della domanda dovrebbe avere validità generale, e cioè interessare tutti i settori anche se, ovviamente, in modo più o meno accentuato. Questo, tuttavia, non sembra certo potersi dire sulla scorta dell’analisi svolta nel capitolo precedente, da cui è emersa una notevole difformità di comportamento fra settore e settore. La stessa analisi, d’al­ tra parte, ha posto chiaramente in luce che il fenomeno «aumenti di produttività-contrazione degli investimenti» registrato a livello aggregato è in realtà il risultato di quanto verificatosi solo in alcuni settori – l’alimentare, il vestiario e l’abbigliamento, il legno ed il mobilio, la carta – e cioè nei settori usualmente ritenuti come i più «tradizionali» del ramo manifatturiero. Ma quale rilevanza possono avere, nei settori ora menzionati, il ringiovanimento della forza lavoro o la modificazione della struttura per età del parco macchine? La verità è che le spiegazioni ruotanti intorno all’intensità relativa d’impiego dei fattori della produzione o ai criteri selettivi di scelta degli stessi, sulla scia dei modelli di sviluppo apparsi nella più recente letteratura appaiono formulate con riferimento implicito a settori tipo quello chimico, quello dei mezzi di trasporto o quello meccanico nei suoi comparti più moderni: vale a dire proprio quei settori dove il fenomeno degli aumenti di produttività nonostante gli scarsi investimenti o non si è verificato o è stato del tutto trascurabile.

Quanto ora sottolineato sembra dunque indicare che, al di là dei fenomeni che appaiono in superficie e che certamene dipendono in larga misura dall’andamento della domanda, ci troviamo di fronte ad un comportamento che riflette in realtà un diverso modo di essere dell’attività produttiva, una modificazione di fondo cui è necessario risalire sia per capire in che direzione si sia mosso (e vada muovendosi) il sistema industriale italiano, sia per comprendere in questa luce quanto accaduto in particolare nel Mezzogiorno.

Nei modelli cui è stato finora fatto riferimento, tutto ciò resta nascosto nelle pieghe di una interpretazione del succedersi degli eventi che non riesce ad andare oltre gli aspetti esteriori e più immediatamente percepibili di questo comportamento. E non potrebbe essere altrimenti. I modelli in parola, infatti, sono tutti ricalcati in modo più o meno diretto dagli schemi di crescita uniforme: un metodo d’analisi, quest’ultimo, che per definizione non permette di cogliere quei processi di trasformazione delle attività e di adeguamento delle strutture produttive che rappresentano i reali aspetti dinamici delle fasi di transizione. I limiti alla rilevanza interpretativa di una certa intelaiatura analitica, derivanti dal metodo che ad essa presiede, permangono anche quando quest’ultima venga utilizzata in un contesto diverso da quello per il quale è stata concepita; così il tentativo di valersi della costruzione analitica dei modelli vintage per interpretare un periodo caratterizzato da un’evoluzione verso diverse forme di comportamento (quale certamente è il periodo di cui ci stiamo occupando), finisce per oscurare le linee di fondo di tale evoluzione.

 

2) L’evoluzione del sistema industriale italiano nella fase più recente

Da quanto finora detto segue dunque che l’attenzione deve essere rivolta essenzialmente al vero e proprio «cambio di marcia» verificatosi nella nostra economia dopo il 1963.

Due considerazioni vanno immediatamente richiamate a tale proposito. La prima è che questo cambio di marcia avviene nell’ambito di un quadro dalla composizione sostanzialmente immutata. Le modificazioni del peso relativo delle diverse classi di attività del ramo manifatturiero, nel corso del decennio 1963-1973, sono infatti assai poco rilevanti: senza dubbio minori di quelle verificatesi nella precedente fase 1951-1963 (si veda la Tab. 9 nel Cap. II). La seconda è che il comportamento che emerge nel corso degli anni sessanta è in larga misura il riflesso di quanto accaduto nel Centro-nord, e, in quest’area, soprattutto nei settori definiti «tradizionali» (alimentari, abbigliamento, calzature e così via). È soprattutto in questi settori, infatti, che alla netta riduzione dei livelli di accumulazione (i saggi di crescita degli investimenti in alcuni casi sono addirittura negativi), si accompagna la più forte accelerazione della dinamica della produttività (si vedano le Tabb. 4, 8 ed 8-bis riportate nel Cap. II).

La crescita del periodo 1963-1973, dunque, avviene prevalentemente nella forma di un consolidamento dell’apparato produttivo emerso nel corso della fase precedente. Al graduale aumento dei costi relativi, negli anni considerati, fa cioè riscontro l’adozione di nuovi comportamenti da parte dell’apparato esistente, piuttosto che un processo di conversione verso una struttura più differenziata dell’apparato stesso.

Ci troviamo così in presenza di un vero e proprio processo di maturazione dell’apparato produttivo emerso negli anni del miracolo, che si traduce in un’evoluzione verso forme imprenditoriali più complesse per quanto riguarda il comportamento sul mercato, la tipologia dei prodotti, i metodi di gestione: in altre parole una ristrutturazione delle attività produttive nella quale fattori diversi dagli impianti e dai macchinari hanno importanza prevalente, e che presuppone una notevole accumulazione di capitale umano ed organizzativo.

Significativo, a tale proposito, è proprio quanto avviene nella parte «tradizionale» del sistema, esplosa al Nord negli anni del miracolo con una diffusione di capacità produttiva basata soprattutto sulla moltiplicazione di unità simili incorporanti tecnologie note. Riguardo a queste attività, in considerazione delle elevate quote di mercato già acquisite e della crescente concorrenza da parte di paesi a costi assai più bassi, erano già state formulate previsioni di più contenuta espansione. Le previsioni sono state invece smentite in larga misura, e proprio da queste attività è venuto un contributo non indifferente alla crescita del prodotto industriale, che ha compensato in parte il mancato sviluppo di altre produzioni e di altri comparti produttivi che caratterizzano in modo più accentuato le strutture industriali dei paesi più evoluti.

L’analisi di questo fenomeno, svolta unicamente con riferimento ai settori, è certamente insufficiente; ed invero assai rilevante, a tale proposito, sarebbe un esame condotto a livello dei diversi tipi di prodotti, nell’ambito di ciascun settore. Rimane tuttavia il fatto che in un periodo nel quale sono radicalmente mutate le condizioni dello sviluppo per quanto riguarda i costi relativi, si è «congelata» una composizione settoriale dell’industria molto diversa da quella che si riscontra in paesi nei cui confronti non sussistono più rilevanti differenze in termini di costi del lavoro.

L’esame dei motivi del mancato sviluppo di produzioni nuove non è stato ancora compiuto in modo esauriente.

A questo proposito, in particolare, va richiamato il comportamento dei grandi gruppi che hanno concentrato gli investimenti in iniziative «ripetitive». Su tale comportamento possono avere influito in parte le travagliate vicende che hanno interessato l’assetto proprietario ed organizzativo di alcuni di questi gruppi. Ha influito poi certamente la circostanza che il sistema di imprese pubbliche sia stato chiamato a svolgere soprattutto un ruolo di acquisizione e di salvataggio di imprese abbandonate dal capitale privato, un ruolo quindi di stabilizzazione e di mantenimento delle strutture esistenti.

Più in generale, è da tener presente che le nuove produzioni per le quali ci si dovevano attendere più intensi sviluppi appaiono caratterizzate da particolari vincoli ed esigenze sia in rapporto al mercato sia per la complessità della gestione delle tecnologie.

La loro crescita, pertanto, non è certo stata favorita dalla circostanza che all’aumentare del costo del lavoro non abbia corrisposto l’introduzione tramite l’azione pubblica di rilevanti modifiche per ciò che riguarda tutte le altre condizioni esterne, dalle quali dipende la convenienza per un’impresa industriale ad investire ed a gestire un’attività. Né per quanto concerne l’organizzazione del mercato del lavoro o di quello dei capitali, né per quanto riguarda l’organizzazione della domanda pubblica o lo sviluppo della ricerca, sono infatti da segnalare nel periodo considerato interventi che abbiano introdotto modifiche di qualche rilievo, paragonabili ai profondi mutamenti che si registravano nel frattempo nel costo e nelle condizioni di utilizzo della forza lavoro.

 

3) Nuovi condizionamenti alla diffusione territoriale dell’industria

Emergono a questo punto con sufficiente chiarezza non solo i caratteri ed i limiti dello sviluppo industriale del nostro sistema, ma anche i legami tra questo tipo di sviluppo ed i limiti del processo di industrializzazione del Mezzogiorno.

Se da un lato, infatti, carenze negli indirizzi di crescita dei grandi gruppi e carenze nell’azione pubblica rivolta alla creazione delle necessarie premesse hanno ridotto le possibilità di ampliamento e di diversificazione dell’apparato produttivo, anche la maturazione dell’apparato «tradizionale» che ha avuto luogo nel frattempo a livello nazionale ha influito non poco sulle prospettive di diffusione dell’industria nel Mezzogiorno.

In questo apparato sono ampiamente presenti attività caratterizzate da relativa semplicità dal punto di vista tecnico-produttivo in senso stretto. Ed è perciò che proprio nell’ambito di queste attività ci si attendono usualmente i più significativi contributi alla diffusione territoriale dell’industria, soprattutto quando il loro sviluppo è favorito da vantaggi significativi in termini di costo del lavoro.

Al crescere di tale costo, invece, le possibilità di una ulteriore espansione delle stesse attività, in una economia matura, vengono a dipendere in misura crescente dall’adozione di modalità di gestione sempre più complesse da parte delle imprese. Ciò vale sia per quanto riguarda la capacità di rapida individuazione delle mutevoli esigenze del mercato in generale, o di fasce di domanda o di specifici acquirenti in particolare, sia per quanto riguarda la rapidità con cui la percezione delle caratteristiche della domanda si traduce nella continua qualificazione dei prodotti e nel conseguente adeguamento delle attrezzature e dell’organizzazione produttiva.

Le caratteristiche che la gestione di queste attività può assumere in tal senso modificano radicalmente le prospettive della loro dislocazione territoriale. L’intensità relativa e la qualità dei fattori richiesti dal processo produttivo, e la relativa semplicità di quest’ultimo dal punto di vista tecnico, tenderebbero a determinare il trasferimento delle stesse attività verso aree a più bassi costi del lavoro. L’importanza che assume invece la continua diversificazione nel tipo e nella qualità dei prodotti in un mercato fortemente differenziato ed in continua evoluzione, e l’importanza che assume di conseguenza nella gestione delle imprese la capacità di continuo adeguamento dei primi alle varie e mutevoli esigenze del secondo, determinano però i limiti entro i quali può operare la tendenza sopra richiamata.

Si manifestano di conseguenza a tale riguardo due tendenze diametralmente opposte.

Produzioni relativamente semplici ed unità produttive distaccate appartenenti ad imprese che hanno la loro sede in regioni mature, si dirigono verso le economie meno sviluppate ed a più bassi costi del lavoro. Le imprese che continuano ad operare nell’ambito delle economie a costi più elevati, e che evolvono verso gestioni sempre più complesse, tendono invece a concentrarsi nelle regioni economicamente più evolute presenti all’interno delle stesse economie. È in queste regioni, infatti, che si dispone in misura maggiore dei fattori esterni che consentono quell’adeguamento delle gestioni che, solo, favorisce il mantenimento e la crescita delle attività qui considerate nelle economie a costi più elevati.

L’operare di siffatte tendenze, se da un lato definisce una delle cause dell’ampliarsi del divario fra paesi sviluppati e paesi sottosviluppati, assume anche importanza decisiva quale fattore che tende a perpetuare il dualismo all’interno delle economie di più recente industrializzazione, ma già caratterizzate, come quella italiana, da elevati costi del lavoro. È dunque proprio nei settori «tradizionali» che le regioni meno sviluppate presenti all’interno delle economie dualistiche ad alti costi tendono ad essere escluse dai flussi di investimenti che seguono le due opposte tendenze richiamate: verso aree sottosviluppate a bassi costi da un lato, verso aree altamente sviluppate dall’altro. L’apparato produttivo, in queste stesse regioni, tende ad essere confinato entro i limiti del mercato locale, nell’ambito delle produzioni protette dai costi di trasporto o da particolari caratteristiche della domanda locale.

L’evoluzione nelle modalità di gestione del processo produttivo viene dunque ad alterare il modo di essere e di atteggiarsi di quest’ultimo, e quindi i rapporti tra le diverse grandezze economiche che ad esso sono legate. È una realtà, questa, che non può essere certo colta da una visione del fatto industriale che si esaurisca nell’installazione di un impianto e nella successiva conduzione dello stesso, come avviene in quegli schemi analitici che identificano il concetto di tecnica con una data combinazione di fattori della produzione, e che quindi utilizzano come unica chiave di lettura l’intensità relativa o le modalità d’impiego dei fattori stessi.

Fatti quali l’attestazione su fasce particolarmente qualificate della domanda, o la maggiore o minore capacità di introdurre continue modifiche dei prodotti in relazione all’evoluzione del mercato, influiscono in modo determinante non solo sul modo nel quale viene utilizzato il capitale fisso, ma anche sul grado e sui tempi della sua obsolescenza. In aggiunta ai costi rappresentati dai fattori che entrano nel processo produttivo in senso stretto, contribuiscono in misura crescente alla formazione del valore aggiunto voci di costo che rappresentano in realtà veri e propri investimenti (ricerca, commercializzazione, management) dai quali dipende in misura notevole il mantenimento nel tempo della capacità competitiva dell’impresa.

La crescente importanza di queste componenti del valore aggiunto alimenta d’altra parte l’esigenza di conseguire risparmi nei costi dell’attività produttiva in senso stretto. L’introduzione di nuovo capitale fisso accompagnata non solo da contrazioni della forza lavoro addetta direttamente al suo funzionamento, ma da aumenti di occupati «terziari» e comunque di altre voci di costo, altera così profondamente il rapporto tra gli investimenti fissi e gli incrementi di valore aggiunto rispetto a quanto ci si potrebbe attendere limitando l’osservazione alle caratteristiche tecniche del processo produttivo che si svolge negli impianti.

 

4) Moltiplicazione di impianti e sviluppo di imprese

Quanto finora detto sembra offrire gli elementi interpretativi del contestuale verificarsi di fenomeni quali la tendenza allo spostamento verso il Centro-nord del baricentro delle produzioni «tradizionali», la modificazione nei rapporti fra investimenti, prodotto e produttività, che si riscontra fra le due fasi della crescita industriale, prima o dopo il 1963, ed il divario che in questi stessi rapporti si verifica tra Centro-nord e Mezzogiorno nel corso della seconda fase.

In particolare, si può vedere come i condizionamenti allo sviluppo industriale del paese emersi nel corso degli anni sessanta non siano stati senza conseguenze sulle prospettive di diffusione territoriale dell’industria. In una fase in cui la crescita industriale si è svolta ad un più basso livello di accumulazione nella forma di un continuo ammodernamento delle gestioni, è divenuto sempre più difficile continuare la diffusione dell’industria verso il Mezzogiorno con intensità paragonabile a quella che aveva interessato nel periodo precedente le regioni del Centro-nord.

In quelle regioni, inoltre, tale diffusione fu prevalentemente il risultato del graduale moltiplicarsi di iniziative fortemente integrate nel mercato nazionale ed in quello internazionale. I recenti sviluppi industriali del Mezzogiorno sono invece in larga parte il frutto di decentramenti produttivi da parte di imprese esterne a quest’area. L’apparato di imprese locali, se si escludono le imprese la cui attività consiste essenzialmente nella fornitura di servizi alla popolazione e quelle protette dai costi di trasporto, è tuttora esiguo e dotato di assai scarsa capacità di penetrazione sui mercati esterni.

Si è visto come nel Mezzogiorno siano stati realizzati investimenti in grandi impianti decentrati nei settori chimico e metallurgico, dove predominano le produzioni di base, nei settori del cemento, della carta, dei mezzi di trasporto e dell’elettrotecnica. Ma anche nell’ambito dell’apparato produttivo locale la crescita ha assunto prevalentemente la forma di una moltiplicazione di impianti che nell’ambito di linee di produzione tradizionale sostituiscono procedimenti basati su lavorazioni manuali. Le imprese locali hanno cioè realizzato ammodernamenti attraverso il rinnovo di impianti più che attraverso la diversificazione di prodotti.

Si è dunque in presenza di un processo che consiste essenzialmente nella installazione di impianti e non nella maturazione di un apparato di imprese, di organismi cioè dotati di una capacità autonoma di crescita e di rinnovamento. In tali circostanze hanno assai scarse opportunità di verificarsi aumenti di produttività che non siano strettamente derivanti da investimenti in capitali fissi.

Se a questo si aggiunge la scomparsa di capacità produttive che si è verificata, non solo nell’apparato di più piccole dimensioni, in conseguenza degli stimoli agli aumenti di produttività originati nel Centro-nord e che hanno causato la caduta delle frange meno efficienti dell’industria meridionale, si ha un ulteriore elemento di spiegazione tanto del (relativamente) elevato assorbimento di capitale quanto degli scarsi risultati in termini di prodotto: vale a dire del comportamento, esattamente opposto a quello del resto del paese, registrato nel Mezzogiorno.

 

5) Gli incentivi e il decentramento di impianti

Mentre l’economia italiana viene evolvendosi secondo linee che rendono più difficile la prosecuzione del processo di diffusione dell’industria verso le aree meno sviluppate, diventano sempre più evidenti i limiti dello strumento fondamentale adottato per promuovere quella diffusione: il sistema degli incentivi.

La promozione diretta dell’industrializzazione del Mezzogiorno, a parte i vincoli imposti alla destinazione territoriale degli investimenti delle imprese a partecipazione statale, si è praticamente identificata in un sistema di incentivi monetari. A questi ultimi cioè è stato affidato il duplice obiettivo di rendere conveniente il decentramento di impianti verso l’area meridionale e di favorire la nascita e l’evoluzione di imprese locali.

Con il sistema degli incentivi si intendono compensare gli oneri addizionali che ostacolano la gestione di attività produttive nel Mezzogiorno rispetto alle altre aree. Inizialmente limitato ad agevolazioni fiscali e ad incentivi commisurati alla dimensione dell’investimento fisso (contributo, mutuo agevolato), il sistema è stato arricchito con l’introduzione di uno sgravio percentuale fisso sul costo del lavoro. Attraverso successivi interventi legislativi, sulla base della verifica dei risultati conseguiti e del prevalere di considerazioni di vario ordine, sono state, volta a volta, aumentate o diminuite le misure delle agevolazioni. La più recente modifica riguarda un notevole innalzamento dell’incentivo commisurato all’investimento fisso per le iniziative di minore dimensione, e una riduzione della misura complessiva dell’incentivo per le iniziative di dimensioni maggiori.

Poiché gli incentivi sono concessi in relazione al compiersi di un investimento fisso e sono in larga parte commisurati all’entità di tale investimento, l’agevolazione complessivamente introdotta interessa prevalentemente l’installazione di un’attività di produzione in senso stretto: quella parte dell’attività dell’impresa nella quale, appunto, sono concentrati gli investimenti in macchinari e attrezzature. Proprio in relazione a ciò gli incentivi si sono dimostrati strumento efficace soprattutto nell’indurre verso l’area meridionale decentramenti di impianti.

L’esame dell’esperienza compiuta finora aiuta a chiarire in quali casi attraverso gli incentivi possono essere indotte localizzazioni decentrate. Più che le caratteristiche del settore di appartenenza o la particolare combinazione dei fattori, risulta decisiva la natura dei problemi organizzativi che l’attività di produzione solleva nella gestione dell’impresa.

Un decentramento può aver luogo innanzitutto se l’attività di produzione può essere separata dalle restanti attività nelle quali si esplica la gestione dell’impresa, senza che ciò crei oneri addizionali eccessivi per l’impresa stessa. Tale possibilità dipende fondamentalmente da due fattori:

  1. a) la dimensione dell’impresa che dovrebbe promuovere il decentramento;
  2. b) la rilevanza che hanno le innovazioni e i mutamenti delle produzioni.

Appare evidente infatti che tanto più piccola è l’impresa tanto minori sono le possibilità di separazione tra «gestione» dell’impresa e impianto. Queste appaiono del tutto escluse per l’intero universo delle piccole imprese che si identificano praticamente con un solo impianto. La struttura dimensionale che caratterizza il sistema industriale influisce quindi in notevole misura sulla portata che può assumere il fenomeno del decentramento. Nel caso dell’economia italiana la diffusa presenza di imprese piccole e medie in molti comparti rappresenta di per sé un fattore che tende a ridurre le possibilità di investimenti decentrati.

Anche per le imprese di maggiore dimensione, d’altra parte, la necessità di continue innovazioni, di modificazioni e di adattamenti dei prodotti alle esigenze del mercato può rendere necessario che una parte rilevante dell’attività di «gestione», si svolga in stretto contatto, se non nell’ambito stesso, dell’unità produttiva. Anche se relativamente semplici dal punto di vista tecnico, queste produzioni tendono quindi a restare ubicate in prossimità della sede dell’impresa che le gestisce. Sono principalmente questi i motivi che spiegano come il Mezzogiorno sia stato interessato da decentramenti soprattutto di produzioni di base e di impianti di assemblaggio, e, in minor misura, di reparti distaccati di imprese di media dimensione, e come molto modesto in particolare sia stato, anche nel caso di imprese medie e grandi, il decentramento di produzioni per le quali assume importanza la continua innovazione dei prodotti.

La circostanza che si siano indirizzati verso il ,Mezzogiorno prevalentemente investimenti in impianti di base ad alta intensità di capitale, non pare quindi da attribuire tanto alla elevata incidenza degli incentivi commisurati all’investimento fisso, quanto, come si è detto, a motivi inerenti l’organizzazione delle attività considerate: e cioè innanzitutto alla circostanza che nell’ambito delle industrie siderurgica e chimica quel tipo di impianti risulta più facilmente decentrabile di altri. Con lo stesso sistema di incentivi si sono infatti indotti rilevanti investimenti in attività di assemblaggio che pur si collocano tra le attività ad alta intensità di lavoro, ma la cui caratteristica principale è ancora una volta quella di essere nell’ambito dei rispettivi settori, meccanico ed elettrotecnico, tra le attività più facilmente separabili dall’impresa promotrice.

Va considerato inoltre che nell’ambito delle attività potenzialmente decentrabili, la possibilità che gli incentivi riescano a indurre una localizzazione nel Mezzogiorno trova un ulteriore limite nelle condizioni relative, in termini di costo del lavoro, che si riscontrano in aree del terzo mondo, e più in generale, nel dischiudersi all’interno di queste ultime di prospettive d’industrializzazione. Il sistema di incentivi potrebbe essere in grado di equiparare, in termini di costi, le condizioni presenti nell’area meridionale a quelle prevalenti nel resto del paese, ma ben difficilmente potrebbe invece recuperare al Mezzogiorno un grado di competitività significativo nei confronti di aree più arretrate e a costi notevolmente più bassi.

La convenienza relativa a decentrare produzioni verso aree sottosviluppate a bassi costi varia nel tempo per le diverse produzioni. Si è visto come nel caso di numerose produzioni «tradizionali» il Mezzogiorno sia in larga parte già escluso da processi di decentramento degli investimenti. Si è ricordato d’altro canto che, anche per le produzioni per le quali si sono registrati nel recente passato rilevanti decentramenti verso il Mezzogiorno, le prospettive di una ulteriore espansione appaiono già oggi ridotte notevolmente dall’emergere di nuove possibilità di sviluppo in altre aree meno industrializzate e a costi minori. Si aggiunga come nel caso di molti impianti di medie dimensioni installati nel Mezzogiorno nel passato decennio si siano già verificati ulteriori trasferimenti verso tali aree, e che in futuro analoghi trasferimenti potrebbero verificarsi per una gamma crescente di produzioni.

L’industrializzazione per decentramento di impianti rappresenta quindi una prospettiva non solo meno consistente che nel passato, ma anche tendenzialmente instabile e precaria.

 

6) Gli incentivi e la crescita di imprese

Assai più rilevanti appaiono i limiti entro i quali un sistema di incentivi, quale quello adottato, può dar luogo alla nascita di nuove imprese e alla promozione di imprese locali verso forme più evolute di gestione.

Condizione necessaria per la nascita e lo sviluppo di un’impresa è che essa si doti di forme organizzative paragonabili a quelle delle altre imprese con le quali essa deve competere. Nel caso delle produzioni protette dai costi di trasporto o di quelle che trovano in alcune caratteristiche del mercato locale forme di parziale protezione, sono le condizioni prevalenti all’interno dell’area a definire i requisiti in termini di strutture e di forme di gestione che le imprese debbono assumere. Nel caso di produzioni a mercato più ampio, tali requisiti sono invece definiti dalle condizioni della concorrenza con imprese operanti nelle aree più evolute.

In relazione a ciò, l’apporto che gli incentivi possono fornire per compensare l’inferiorità ambientale del Mezzogiorno in relazione allo sviluppo di imprese, e non di nuovi impianti, può essere di duplice natura.

Innanzitutto gli incentivi, oltre che rappresentare un concorso al sostegno dei costi addizionali, sono erogati in forme tali da facilitare l’accesso al capitale finanziario. Essi quindi possono concorrere per questa via a facilitare la nascita e la crescita di imprese nella misura in cui, sussistendo tutte le altre condizioni, ciò trovi un limite nelle disponibilità di risorse proprie dell’imprenditore.

In secondo luogo gli incentivi possono essere di misura tale per cui gli sgravi con essi introdotti eccedono i costi addizionali che emergono nel corso dell’installazione e della conduzione dell’impianto, rispetto alle iniziative avviate all’esterno. In tal caso l’impresa non solo è messa in grado di coprire quei costi addizionali, ma viene a fruire di ulteriori risorse che essa può destinare a varie finalità, in particolare per far fronte agli oneri addizionali che possono emergere dalle difficoltà che nell’ambiente più arretrato incontra la gestione e l’organizzazione della sua presenza sul mercato.

Non può però sfuggire la profonda differenza che sussiste nella natura dei due tipi di oneri addizionali che gli incentivi dovrebbero compensare.

Gli oneri addizionali che si possono incontrare nel corso della costruzione, installazione, avvio e conduzione dell’impianto assumono di norma la forma di vere e proprie voci di costo. I riferimenti per la loro valutazione possono in linea generale essere noti, e anche l’entità dell’incertezza che può emergere intorno ad essi può essere tradotta in una entità monetaria. Questi extra-costi in larga misura prevedibili, possono essere compensati con l’ammontare dell’agevolazione finanziaria concessa.

Ben più complessa è invece la forma nella quale le difficoltà ambientali possono introdurre oneri addizionali nella gestione dell’impresa.

Solo una parte di questi oneri può assumere la forma di un costo addizionale. In generale le difficoltà di un ambiente arretrato si traducono in rischi addizionali. Questi sono relativi non tanto e non solo all’incertezza intorno ai margini entro i quali può essere gestita con efficienza una data produzione, quanto all’incertezza intorno ai margini entro i quali l’impresa che avvia oggi una produzione potrà in futuro essere in grado di adeguarsi ai mutamenti che potranno aver luogo nelle condizioni della concorrenza.

Al continuo mutare delle condizioni del mercato possono emergere per l’impresa operante nell’area arretrata maggiori difficoltà non solo in relazione all’acquisizione delle informazioni necessarie, ma anche alla disponibilità dei fattori necessari per organizzare il mutamento.

I rischi connessi non sono per loro natura facilmente valutabili, soprattutto perché si riferiscono a eventi futuri determinati dal comportamento di altre imprese. Le difficoltà che l’ambiente frappone non possono quindi essere ricondotte ad una accertabile minore redditività dell’impresa, ma al rischio che i ritardi o l’impossibilità di adeguarsi a mutamenti oggi imprevedibili, possano determinare in futuro perdite di redditività o l’emarginazione dal mercato.

Trattandosi di rischi addizionali rispetto a quelli che già comporta l’avvio di un’iniziativa, e non soltanto di costi addizionali, mutano ovviamente i termini in cui possono operare gli incentivi. Non si pone più cioè un problema di parificazione delle condizioni in cui si svolge l’attività nell’area arretrata rispetto a quelle in cui essa può essere svolta in aree più evolute.

L’ammontare delle agevolazioni rappresenta solo un’entrata addizionale certa da commisurare con il grado di incertezza con cui potranno verificarsi eventi negativi quali quelli sopra richiamati. Se e in che misura questa entrata certa possa essere giudicata sufficiente a fronte della stimata probabilità di eventi negativi dipende a sua volta esclusivamente dalla relativa propensione al rischio dei soggetti potenziali imprenditori.

Per ogni singolo tipo di iniziativa vi può dunque essere un livello di agevolazione adeguato ad indurre la nascita di un’impresa nel Mezzogiorno. Questo livello non può essere però definito a priori. Esso dipende dalle valutazioni soggettive nonché dalle propensioni ad affrontare rischi addizionali espresse in ciascun momento dai potenziali imprenditori.

È evidente come circostanze ed eventi esterni possano influire su queste propensioni. Una generalizzata minore redditività dell’attività industriale che si verificasse nel sistema può ad esempio influire notevolmente sulla propensione ad assumere ulteriori rischi da parte di potenziali imprenditori.

Per promuovere la nascita di imprese un sistema di incentivi dovrebbe cioè non solo prevedere misure più elevate di quelle necessarie a coprire gli extra costi di produzione accertabili, ma dovrebbe continuamente variare nel tempo, e le misure dovrebbero poter essere adottate da caso a caso. Molto probabilmente, per ottenere effetti significativi dovrebbero potersi adottare livelli di incentivazione molto elevati, molto più elevati di quelli in vigore. Vale la pena ricordare a tale proposito le misure elevatissime cui giunsero le tariffe doganali, dalle quali oltretutto ci si attendeva non la nascita di imprese capaci di competere con quelle già presenti in aree più evolute, ma piuttosto la riserva del mercato locale alle imprese locali. Appare chiara l’impossibilità di gestire un sistema di incentivi siffatto. Dovendosi necessariamente prefissare ex-ante le misure di incentivazione, differenziate al più per grandi categorie, il livello dell’incentivo non può essere innalzato oltre una certa misura per non incorrere nel pericolo di creare rendite eccessive in numerosi soggetti.

Quanto detto circa i limiti del sistema degli incentivi nel promuovere la nascita di nuove imprese, vale anche di fronte all’obiettivo della promozione dell’apparato di imprese esistenti verso forme più evolute di gestione e verso indirizzi orientati ad una maggiore diversificazione di prodotti e di mercato.

Si ricorda ancora a tale proposito che l’incentivo è erogato in relazione alla realizzazione di un investimento fisso. È questo di per sé un limite rilevante. È vero infatti che in generale tanto più l’impresa adotta indirizzi innovativi per ciò che riguarda prodotti e mercati di destinazione, tanto più cresce, rispetto al costo e ai rischi connessi con l’installazione di impianti fissi, l’importanza delle risorse da destinare ad altri tipi di investimento.

Nessuna agevolazione addizionale d’altro lato è prevista nell’attuale sistema per l’adozione di particolari indirizzi riguardo all’organizzazione, alla gestione delle attività esterne agli impianti, ai mercati di sbocco, alla qualificazione dei prodotti. L’incentivo alla realizzazione di un impianto è cioè indipendente dal programma di sviluppo di cui l’investimento fisso fa parte.

Si hanno due importanti conseguenze per ciò che riguarda i comportamenti delle imprese locali già operanti. Innanzitutto si determinano comportamenti innovativi, ma limitatamente all’ammodernamento degli impianti fissi lungo linee produttive tradizionali, piuttosto che indirizzi innovativi per ciò che riguarda differenziazione produttiva e superamento dei limiti del mercato locale.

In secondo luogo i margini di maggiore convenienza introdotti per i comparti tradizionali, piuttosto che facilitare l’adozione di nuovi indirizzi da parte delle imprese esistenti tendono ad alimentare nuovi afflussi di investimenti verso questi comparti, e quindi una moltiplicazione di impianti «ripetitivi». Come si è visto, infatti, proprio nell’ambito dei settori nei quali si riscontra una relativa presenza di imprese locali – quelli ove prevalgono produzioni protette dai costi di trasporto o legate a disponibilità locali di prodotti agricoli – si sono registrati elevati flussi di investimento ma relativamente modesti incrementi di prodotto, rilevanti processi di meccanizzazione ma scarsa evoluzione verso forme imprenditive moderne.

Da quanto finora si è detto emerge dunque come il sistema degli incentivi – per propria natura ed in ragione dei limiti che ne impediscono un utilizzo in forme flessibili e discrezionali – difficilmente possa conseguire effetti diversi da quelli conseguiti nel più recente passato ed illustrati nella presente ricerca. Se dunque tale sistema rappresenta tuttora un efficace strumento per indurre, pur nei limiti richiamati, decentramenti di impianti verso l’area meridionale, non sembra possibile affidare soltanto ad esso il perseguimento dell’obiettivo di un più completo sviluppo industriale, tale da realizzare un’effettiva integrazione del Mezzogiorno con le aree sviluppate dell’Europa.

Ciò appare tanto più vero in un periodo nel quale più rapidi mutamenti nel quadro interno ed internazionale accelerano l’evoluzione delle imprese operanti nelle aree più sviluppate. Ne segue la necessità che la politica di industrializzazione nel Mezzogiorno affianchi al sistema degli incentivi forme più dirette di intervento da parte dell’azione pubblica. Quest’ultima deve cioè non solo intensificare iniziative volte alla promozione dell’attività imprenditiva privata, ma accentuare il proprio impegno diretto attraverso gli istituti dell’imprenditività pubblica.

 


(1) Per il calcolo dei rapporti si sono utilizzate medie mobili triennali degli investimenti lordi fissi I e del valore aggiunto V.A., valutati ai prezzi del 1963, introducendo uno sfasamento di un anno per tenere conto dell’intervallo temporale fra realizzazione di investimenti ed entrata in esercizio delle capacità produttive. La formula adottata può essere ricondotta alla seguente

La Fig. 2 è stata costruita attribuendo i rapporti così calcolati all’anno terminale del periodo considerato per le variazioni del valore aggiunto.

La stessa procedura (già seguita da A. Graziani, in Sviluppo del Mezzogiorno e produttività delle risorse, Napoli, E.S.I., 1964) è stata utilizzata nel corso del lavoro per illustrare volta a volta l’andamento del rapporto in questione per le singole classi di attività del ramo manifatturiero.

 

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