Il Sole 24 Ore, 04 FEBBRAIO 2005

di PAOLO BARATTA


Non passa settimana senza tristi notizie da Napoli. Siamo consapevoli che i delitti della camorra sono la punta urlante di un malessere urbano profondo, invochiamo maggior capacità di reazione morale e ci ripetiamo che non basta l’ordine pubblico perché “è anche questione di mancanza di prospettive di sviluppo”. A questo proposito, da tempo sappiamo e affermiamo che nel Mezzogiorno, dopo che nei decenni scorsi sono maturate nuove condizioni di normalità in agricoltura e dopo che sono state realizzate importanti infrastrutture, la “questione meridionale” è essenzialmente ormai una “questione urbana”, e che le infrastrutture mancanti e di cui si sente maggior bisogno sono nel Sud le città, in particolare le città maggiori, in particolare Napoli. Si consideri ad esempio proprio la Campania.

La sua dotazione di autostrade è già significativamente superiore alla media nazionale. Lo stesso si può dire per la lunghezza delle sue ferrovie. A esse si aggiungerà la ferrovia veloce che verrà inaugurata quest’anno, la cui apertura evidenzierà ancor più divario con le condizione urbane. Ci si aspetta che la politica di sostegno e sviluppo del Mezzogiorno sia coerente con queste condivise priorità. E allora non può non stupire di non trovare nel complesso e vasto insieme di misure per il Sud un progetto speciale per la città di Napoli. Intendo un insieme ben dotato e focalizzato di interventi aggiuntivi atti ad affrontare alla radice alcuni nodi dell’arretratezza urbana, in grado di innovare e diffondere rinnovamento, rendendo la città meglio ricettiva di fronte a sviluppi produttivi e terziari, e più capace di offrire condizioni paragonabili alle città concorrenti; offrendola cioè non solo al sussidio, ma a moderne prospettive, per sé e per il Mezzogiorno.

Se guardiamo alle risorse destinate in linea di massima alle politiche di riequilibrio territoriale, dedotta la quota consistente destinata all’incentivazione alle attività produttive, meritevole di considerazioni a parte, il resto appare attribuito a numerosi progetti distribuiti sul territorio. Ciascuno di essi, ben inquadrato programmaticamente, va detto, riguarda uno specifico obiettivo certamente meritevole per sé. Molte tra queste azioni certamente “qualificano” il territorio, ma per vie e per orizzonti che solo molto alla larga sono riconducibili alle priorità e alle necessità di un autonomo più intenso sviluppo di iniziative produttive nell’orizzonte ravvicinato. Questi interventi – nulla quaestio se le città fossero in grado di svilupparsi autonomamente – si prestano al pericolo di esser giudicati troppo generici, in assenza di una priorità città, e in presenza di un grave nodo città. E questo si può dire e semmai in misura accentuata, proprio per i programmi cofinanziati dall’Europa (Quadro comunitario di sostegno).

Riqualificazione urbana. Questo stanno facendo molte delle più importanti città anche del Mediterraneo, in particolare quelle che devono affrontare la riconversione di importanti aree. Da quei riassetti, se condotti in modo intelligente e coinvolgente, si attendono: nuova vita e nuove condizioni abitative, nuove condizioni per attirare investimenti, una ristrutturazione degli spazi per produrre, distribuire, consumare. In particolare proprio nel settore terziario, al quale nuove aperture e nuova qualità urbana possono offrire scampo alle interferenze illecite.
Rinnovamenti nelle città sono anche necessari per rafforzare, anche psicologicamente, le energie migliori e tagliar l’erba sotto i piedi di chi lucra su condizioni disperate e senza vie d’uscita. Se non si ridà alla classe dirigente urbana sicurezza e fiducia non c’è futuro.

Stupisce dunque il fatto di avere una legge speciale per Roma (ammirata per la sua renovatio urbis), una per Venezia (dove sono in atto restauri e risanamenti) e non una per Napoli che pur è tra le capitali, se non la capitale, di un’area verso la quale opera da tempo un intervento addizionale.

Questo intervento, se ha abbandonato il nome di “straordinario” (leggi speciali, Cassa per il Mezzogiorno) ne ripete in qualche modo le tendenze ultime e il maggior difetto: quello di fuggire il nodo città. Difetto solo in parte giustificabile negli anni della Cassa, quando potevano apparire più gravi l’arretratezza delle campagne, il problema dell’approvvigionamento idrico e quello dell’isolamento fisico del Sud.

Difetto, si badi bene, che non fu delle origini. Al contrario, ricordiamo che l’intervento per il Mezzogiorno iniziò di fatto nel 1904, proprio con una legge speciale per Napoli. E sorprende ancora la lucidità e modernità del dibattito dal quale quella legge nacque, rispetto alle non poche banalità ascoltate in molti casi in anni successivi.

Difetto francamente non più giustificabile oggi, quando non solo nelle statistiche, ma sotto gli occhi di tutti è palese che l’arretratezza da sconfiggere è principalmente quella urbana.

L’intervento per il Mezzogiorno vede oggi trasferite alle Regioni le competenze sul territorio, su piccola impresa ecc. Non si vuol qui entrar nel merito della loro efficacia. Ma solo considerando la inevitabile e connaturata spinta perequativa delle Regioni verso la spalmatura settoriale e territoriale delle risorse, anche di quelle straordinarie, ci si chiede se, nell’ottica del principio di sussidiarietà, non tocchi al Parlamento centrale concepire un’azione speciale del genere, dotandola di mezzi consistenti e di chiari criteri fondamentali. Con un’azione da articolare nel rispetto delle competenze costituzionalmente tutelate e, perché no, utilizzando procedimenti quali quelli europei, che paiono dare frutti. Sarebbe un passo di grande significato per tutti.

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