Archivio del Senato: resoconto stenografico della 262ª seduta pubblica e testo originale dattiloscritto
Presidenza del vice presidente DE GIUSEPPE,
indi del vice presidente LAMA
BARATTA, ministro del commercio con l’estero. Signor Presidente, onorevoli senatori, innanzitutto mi scuso per la richiesta di rinvio da me avanzata, dovuta al mio impegno, nelle ultime settimane, a rappresentare l’Italia nella importantissima discussione sui nuovi accordi per il commercio internazionale definiti «Uruguay round» che forniscono un nuovo ordine ai rapporti generali sul commercio e sulle tariffe.
Credo sia doveroso informare il Senato sulle conclusioni a cui si è pervenuti nella giornata di ieri che è stata importantissima per il mondo intero; infatti, l’accordo raggiunto ha un rilievo che va ben al di là dei fatti strettamente inerenti il commercio, in quanto ha il significato di aprire al mondo, per il prossimo decennio, un futuro di rapporti intensi, di collaborazione e di rinuncia alle guerre commerciali quali strumento di pressione e di dominio.
Ritengo che l’Italia sia forse una delle nazioni che trarrà il maggior vantaggio da tale accordo: non mi sono mai espresso a tale riguardo pubblicamente, lo faccio ora con convinzione e soltanto al termine di un negoziato e quindi nel doveroso rispetto di quella riservatezza che chiunque porti avanti un negoziato deve garantire. Innanzitutto bisogna valutare cosa significhi complessivamente questo accordo, per l’Italia come parte del sistema europeo e in quanto europei come parte del sistema mondiale.
Le caratteristiche di questo accordo, che lo rendono di portata storica, si possono riassumere sostanzialmente in quattro elementi. Innanzitutto l’affermazione del principio della multilateralità degli accordi internazionali: si tratta dell’affermazione di un principio di capitale importanza. Nel momento in cui il mondo procede verso forme di aggregazione di tipo regionale, la Comunità europea quest’anno, oltre ad essersi trasformata in Unione europea, ha avviato la fase del suo completamento.
Il 1993 sarà ricordato come l’anno nel quale il Nord America si organizza in un’area di scambio, chiamata Nafta; sarà ricordato anche come l’anno nel quale per la prima volta i paesi del Pacifico, realizzando l’importanza raggiunta dallo sviluppo in quell’area e le integra zioni industriali di mercato che si vanno sviluppando, propongono a se stessi l’istituzione per l’apertura reciproca dei mercati. Il 1993 è un anno di crisi dei paesi industrializzati; era evidente il pericolo che, in situazioni di crisi generalizzate e di tendenza a raccordi di tipo regionale, potessero dominare interessi appunto regionali e quindi affermarsi chiusure reciproche di mercati e, di fronte alla disoccupazione, sorgere barriere doganali o comunque barriere al commercio. In altri decenni del secolo ad una crisi economica si rispose con l’innalza mento delle barriere doganali e si giunse a conflitti mondiali; resi saggi da quell’esperienza e sulla base di quella della seconda metà del secolo, i paesi, ad un passo dai conflitti, hanno scelto sistematicamente la via del dialogo e della cooperazione, in sede europea e non solo europea. L’accordo che si è raggiunto ieri significa quindi ad un tempo il coronamento di una filosofia e di un’impostazione dei rapporti internazionali fondata sui rapporti multilaterali e, per i prossimi decenni, per l’industria italiana in particolare, ma anche europea e dei nuovi paesi emergenti, la possibilità di sviluppo.
In secondo luogo, con questo accordo si introduce in un ambito internazionale, prima limitato ad alcuni settori merceologici, l’intera area dei servizi e si inseriscono settori prima esclusi, dal tessile all’agricoltura.
Inoltre, signor Presidente, con questo accordo ci si avvia ad introdurre discipline o ad indurre la necessità delle stesse per i numerosi paesi sottosviluppati o emergenti che entrano nell’insieme dei paesi che parteciperanno in modo più intenso ai commerci internazionali ma che sono certamente meno dotati di regole, discipline, sistemi di controllo e quanto altro. L’introduzione di regole unitarie per la lotta anti-dumping, per la difesa della proprietà intellettuale, per la lotta contro la concorrenza sleale e contro gli abusi sono fatti di importanza capitale. Il sistema degli scambi internazionali potrà infatti procedere senza intoppi e senza procurare danni gravi, non voluti e non desiderabili, al di là delle sollecitazioni della concorrenza leale.
Vi è poi un quarto punto, che è forse il più importante, il principale. Con questo accordo si ottiene un incredibile allargamento di mercato per le merci dei vari paesi. Signor Presidente, signori senatori, quello che si è negoziato e si è concluso ieri, cui seguiranno atti formali nel corso dei prossimi mesi, è il più importante accordo internazionale mai sottoscritto. Anni fa furono stipulati accordi, si svolsero incontri e si raggiunsero conclusioni positive ma sempre tra rappresentanti dei paesi industrializzati, alla ricerca di mercati più ampi e di condizioni migliori per i commerci tra paesi sviluppati.
Quello che è stato siglato ieri è un accordo a scala mondiale, guarda cioè alle nuove realtà e tiene conto delle nuove realtà dei prossimi decenni, nelle quali i paesi in via di sviluppo o paesi emergenti, che sono già oltre la soglia del sottosviluppo e stanno emergendo come protagonisti, parteciperanno agli scambi in maniera sempre più incisiva e saranno soggetti attivi.
Dicevo fin dall’inizio che per l’Italia si tratta di un passaggio importante e, senza voler introdurre enfasi eccessive, di importanza almeno pari all’adesione dell’Italia alla Comunità europea negli anni ’50.
L’Italia vive in questo momento una situazione di favore per quanto riguarda i suoi scambi con l’estero. Quest’anno, come è stato ricordato, si raggiungerà o si andrà verso un equilibrio della bilancia dei paga menti correnti e, per la prima volta nella storia della Repubblica, si giungerà ad una bilancia commerciale, cosiddetta fob-cif, attiva. L’industria italiana ha quindi dimostrato in questo periodo di saper trarre vantaggio dalle nuove condizioni dei mercati internazionali.
Si dice che questo dipende dalla svalutazione della lira; certa mente, la svalutazione della lira ha giovato, come ha giovato la circostanza che, nonostante la svalutazione della moneta, si siano mantenuti tassi di incremento interno dei costi e dei prezzi molto al di sotto delle variazioni del tasso di cambio.
La disciplina interna dei rapporti industriali che caratterizzano la vita del paese e i comportamenti delle imprese ha consentito all’economia italiana di conseguire risultati, in termini di esportazione, mai in precedenza verificatisi e che sono l’invidia di tutti gli altri paesi europei, ivi compresi quei paesi che hanno avuto svalutazioni paragonabili alle nostre.
Ma non è stata solo la svalutazione, e richiamo la vostra attenzione sul fatto di non enfatizzare eccessivamente questo fenomeno, giacché la gran parte dello sviluppo delle nostre esportazioni è andata verso paesi, dove vi è la domanda, che sono fuori dell’area dei paesi industrializzati, che sono paesi emergenti. L’industria italiana ha cioè tratto vantaggio da questa nuova geografia dello sviluppo che vede un’Europa affaticata ma un’Asia che cresce al ritmo del 10% all’anno già da un triennio, un Sud America che, dopo aver effettuato alcuni aggiustamenti dopo le crisi degli anni passati, va crescendo al ritmo del 4-5% all’anno, e paesi del Mediterraneo, tradizionalmente indicati come i paesi del più triste sottosviluppo, che manifestano tassi di incremento del prodotto interno lordo anch’essi intorno al 4-5% all’anno.
La. nuova geografia dello sviluppo è stata accolta dall’industria italiana con grande rapidità e con grande efficacia. Si può essere in questi paesi e in questi mercati se si hanno i prodotti giusti al momento giusto e se si è in condizioni di vendere prodotti richiesti da questi mercati. La capacità del sistema industriale italiano di trarre vantaggio dai luoghi in cui la domanda cresce ci ha però anche indicato, sottolineato e riconfermato qual è il mondo nuovo al quale ci affacciamo per i prossimi decenni.
Nonostante tutto questo, che costituisce pur sempre l’avvenimento di un anno, l’industria italiana però si trovava nel commercio internazionale in posizione che sovente era descritta come una posizione stretta e, per alcuni aspetti, pericolosa. Non dimentichiamo che l’apertura dei mercati internazionali e l’apertura dei rapporti internazionali significa operare in un mondo nel quale interi paesi e interi continenti offrono manodopera il cui costo è dell’ordine di 100.000 lire al mese. La concorrenza che ci proviene da interi continenti, vicini e lontani, dove il costo del lavoro è mediamente di 100.000 lire al mese, è una concorrenza di fronte alla quale è molto difficile alzare barriere, opporsi e non è neanche opportuno ipotizzare opposizioni troppo violente. Chiunque si volesse opporre farebbe il vantaggio del vicino che, giovandosi di questi minori costi, diventerebbe più competitivo anche nei nostri confronti.
Di fronte a questi fenomeni e alle sollecitazioni che ci derivano dalle produzioni che giungono da questi paesi, che porteranno necessariamente come già avviene al trasferimento di attività produttive prima convenienti nei paesi industrializzati verso aree meno industrializzate e verso aree emergenti, ben pochi strumenti abbiamo per un’azione di contrasto.
L’Europa intera è un’area molto aperta nei confronti del resto del mondo, ma non tutte le altre aree sono ugualmente aperte. Soprattutto l’industria italiana, nella quale sono presenti settori tradizionali ancorché operanti a livelli qualitativi molto alti, ma pur sempre settori tradizionali, rischiava di trovarsi schiacciata da un lato da una concorrenza insopprimibile rappresentata dai paesi dove il costo del lavoro è mediamente di 100.000 lire al mese e, dall’altro, di non avere sbocchi di mercato sufficienti né nei paesi sviluppati, né nei paesi emergenti, sussistendo negli uni e negli altri barriere tariffarie altissime.
Con l’accordo siglato ieri si ottengono quindi abbattimenti di tariffe da parte di paesi sviluppati e, soprattutto, da parte di paesi emergenti, laddove vi sarà nei prossimi anni una domanda di portata storica.
L’abbattimento delle tariffe da parte di paesi emergenti era certamente la cosa più complessa e più difficile da ottenere. I paesi emergenti si classificano a diversi livelli: vi è quello che cresce al 10% e quello in cui ancora troviamo una situazione pesante di sottosviluppo. Chiedere a questi paesi di abbassare le tariffe esterne, sulle quali in larga misura si è potuta costruire la protezione interna che ne ha consentito la crescita, era veramente un’operazione difficile. Alcuni paesi hanno immediatamente accettato; altri paesi hanno invece chiesto un rinvio graduale nel tempo di questi abbattimenti tariffari, ma tutti hanno accettato di fronte all’apertura che i paesi sviluppati facevano ai loro prodotti l’idea di aprire i loro mercati ai prodotti dei paesi industrializzati.
Ebbene, l’industria italiana ha dimostrato in quest’anno di avere prodotti adeguati alla nuova domanda crescente nelle aree emergenti, sia come beni di consumo di qualità, sia come beni di investimento. Il macchinario italiano sta vivendo in questo momento un boom di esportazione impensabile un anno fa.
Quindi dovevamo ottenere, per poter far fronte alla concorrenza e operare in regime di concorrenza internazionale, l’apertura dei mercati. Per l’industria italiana era più che mai importante, perché la nostra attività si esplica in settori che registrano la loro presenza all’interno delle aree industrializzate e sui quali fanno affidamento anche le aree in crescita, i paesi emergenti di nuova industrializzazione.
Di fronte a questi fenomeni noi avevamo due obiettivi fondamentali: da un lato, quello di proteggere la nostra industria di fronte alla concorrenza sleale, perché non c’è dubbio che di concorrenza sleale in giro per il mondo, soprattutto nei paesi emergenti, ce n’è molta; dall’altro, l’introduzione, attraverso le regole del GATI, di un codice anti-dumping più severo e di un codice per la tutela della proprietà intellettuale e per la tutela dei marchi, che rappresenta un fatto di capitale importanza proprio per un’industria come quella italiana, che teme il dumping di molti prodotti primari e la concorrenza sleale per la mancanza di tutela della proprietà intellettuale.
Abbiamo ottenuto ieri nel Consiglio degli affari generali a Bruxelles un’importante svolta all’interno della CEE: i meccanismi comunitari di tutela commerciale d’ora in avanti saranno caratterizzati da maggiore snellezza e maggiore possibilità di operare a tutela dell’industria, che lamentava come nei processi decisionali europei, dove vigeva il sistema a maggioranza qualificata, non si riuscissero ad ottenere interventi adeguati di tutela di fronte alla concorrenza sleale. Abbiamo sollecitato fortemente e ottenuto questa innovazione, di fronte all’opposizione di alcuni paesi europei che ancora ieri trovavano difficile aderire a questo principio. Naturalmente, trattandosi di paesi sottosviluppati o in via di sviluppo quelli ai quali dovevamo chiedere aperture, era inevitabile qualche concessione da parte nostra.
È stata fatta qualche concessione in merito ad alcuni prodotti cosiddetti mediterranei con alcuni ritocchi tariffari, che sono risultati essere un compromesso tra la domanda che ci veniva da quei paesi e le nostre possibilità di risposta. Ciò ha posto in risalto un fondamentale problema, che più che altro è proprio dell’Unione europea: la circo stanza, cioè, che in Europa la politica agricola comune sia stata applicata con nuovi regolamenti al settore cerealicolo e ad altri settori, ma non ancora al settore dei prodotti mediterranei. Anche in questo caso dovevamo ottenere un aggiustamento delle discipline europee coerente con ciò che si andava negoziando nel GATI e con i costi che si doveva sostenere· per negoziare tale accordo. Abbiamo ottenuto l’impegno della Commissione a presentare nei primi mesi del prossimo anno, probabilmente all’inizio di febbraio, una proposta per l’introduzione della nuova politica agricola comune o dei nuovi regolamenti anche relativamente ai prodotti mediterranei. Anche da questo punto di vista si tratta di un successo politico. Ricordo come da tanto tempo l’Italia vada insistendo perché la politica agricola comune tenga conto e sia estesa anche ai prodotti mediterranei.
Nei prossimi giorni saranno diffuse gradualmente nuove notizie e dati più precisi. Voglio fornirvene qualcuno, soltanto per darvi un’idea della misura del fenomeno e di quelle che erano, o sono tuttora, le barriere tariffarie in alcune zone e di quanto si sia potuto ottenere attraverso questo negoziato.
Il Giappone, ad esempio, ha una barriera tariffaria nei confronti delle calzature del 60%; si tratta di una barriera tariffaria incompatibile con la sua dimensione di paese sviluppato: si è ottenuto che nel corso dei prossimi anni tale barriera scenda al 24%.
Gli Stati Uniti avevano una barriera nel settore tessile dell’ordine del 38%, inconcepibile in un paese sviluppato. Il confronto con gli Stati Uniti sulla barriera tariffaria del settore tessile è stato particolarmente intenso poiché tale nazione ha manifestato su questo punto una resistenza del tutto particolare; si sono comunque ottenuti abbatti menti dal 25% in giù.
Un paese come la Corea del Sud, il cui sviluppo è stato fondato sulla protezione doganale, ha accettato di diminuire le sue barriere da livelli che erano superiori al 50-60% ad un livello che si attesterà mediamente sul 10%.
Il Canada ha accettato abbattimenti che lo porteranno ad essere tra i paesi più aperti; il Sud America ha accettato abbattimenti che lo porteranno da livelli del 70-80% a livelli del 30%. Non vi saranno più le barriere del 100-120% che ancora dominano molti settori in numerosi paesi; tutti infatti hanno accettato di scendere a livelli che saranno, generalmente, al di sotto del 50%, sovente anche del 30%.
È un risultato impressionante se pensate che si tratta di decisioni assunte da tali paesi in un momento di non particolare floridezza dell’economia internazionale. Esse costituiscono atti di fiducia nei confronti degli scambi internazionali, considerati come strumento di crescita e di sviluppo, e del fatto che, con tali scambi, si possano raggiungere livelli di crescita nuovi e far fronte ai problemi occupazionali, garantendo occupazione stabile e solida e non soltanto facendo ricorso a provvedimenti straordinari.
Come dicevo, la storia di questi ultimi mesi e della nostra bilancia dei pagamenti è favorevole. Questo accordo si inserisce come un fatto a seguire sui risultati già positivi che l’Italia aveva conseguito nei mesi scorsi. Un fatto che può essere considerato transitorio, quale quello di un boom della nostra bilancia dei pagamenti correnti, viene seguìto da un’apertura proprio di quei mercati che sono più in crescita e dove le nostre esportazioni stanno aumentando in maggior misura.
Un’ultima considerazione. Nel partecipare a questi negoziati i paesi avevano interessi diversi; tali negoziati furono sollecitati anni fa dalla stessa amministrazione americana, che vedeva nell’Europa un’area protetta soprattutto nel settore agricolo. Ancora pochi anni or sono si trattava di discorsi tra paesi sviluppati; noi abbiamo partecipato a questi negoziati nella consapevolezza che dovessimo guardare ai problemi di crescita e sviluppo del nostro paese nei prossimi decenni. Certo, i risultati non li vedremo oggi, ma sono dell’oggi i nuovi quadri di certezza per le decisioni di investimento che si potranno adottare. Siamo certi che nei prossimi anni, e soprattutto al termine del prossimo decennio, si potrà apprezzare quanto abbiamo cercato di ipotizzare, considerare e affermare oggi e cioè la straordinaria opportunità che si apre per il nostro sistema produttivo nell’ambito dell’economia mondiale.
Detto questo, signor Presidente, vengo al tema più specifico di oggi. Ho partecipato alle riunioni della Commissione esteri della Camera e già in quella sede ho espresso valutazioni in merito alle strutture, agli strumenti e alle politiche del commercio estero. In quella sede ho ripetuto più volte come non vi fossero a mio avviso le condizioni per operazioni straordinarie in merito all’amministrazione dell’Istituto nazionale per il commercio estero. Di ciò sono sempre stato convinto anche quando le sollecitazioni ad intervenire diversamente sono state più forti, persuaso, signor Presidente, signori senatori, che il dovere di un Ministro sia quello di vigilare sugli istituti ad esso sottoposti (cosa che ho fatto), di sottoporre ad attento controllo i loro bilanci (cosa che ho fatto) e di trame le conseguenti conclusioni sul piano economico (cosa che ho fatto). Per quanto riguarda invece persone, giudizi e quant’altro, ritengo mio dovere rispettare i singoli individui e la magistratura nel suo lavoro e non curare le chiacchiere come tali, considerando che quegli atti giudiziari, che riguardano procedimenti istruttori, costituiscono atti di un processo di accertamento e quindi per nessuna ragione debbono portare chiunque, e men che meno un Ministro, a considerarli atti di un giudizio finale.
Si parla della salute del nostro paese, ed io ritengo e confermo che il danno maggiore per l’Italia può derivare dal non attenersi rigorosa mente allo Stato di diritto e, nell’attuale fase, al rispetto di ciò che i fatti, le decisioni e le procedure significano nella loro precisa forma e collocazione.
Ho quindi ritenuto di dover rispettare chi stava agendo secondo le proprie procedure e chi stava operando nel rispetto dei princìpi della certezza del diritto e nel rispetto degli uomini e delle istituzioni: l’ho fatto e lo faccio tuttora.
Per quanto riguarda l’ICE, oggi non vi sono le condizioni per adottare provvedimenti di natura straordinaria. Ho detto più volte e confermo che l’Istituto del commercio estero può fare di più. Esso deve cogliere maggiormente gli stimoli della riforma. Si tratta di uno strumento importante e fondamentale per la nostra economia e quindi deve operare secondo criteri di impresa. Inoltre, recependo un segnale che proviene da decisioni adottate dal Parlamento (ad esempio, la riduzione del contributo), l’ICE deve operare ricavando un fatturato dalla propria attività.
Le indicazioni da me fornite all’ICE sono le stesse che vengono impartite ad una società che vende servizi ed assistenza: preparare un catalogo di servizi e di assistenza con a fianco relativo prezzo.
Mi direte che si tratta di poca cosa, ma a mio avviso è enorme, perché un’amministrazione che precisa i propri prodotti, ne quantifica ed esplicita la sostanza ed il contenuto, ne definisce i costi e i prezzi possiede almeno le condizioni fondamentali per un esercizio in efficienza.
Per quanto riguarda i rapporti dell’Istituto del commercio estero con varie istituzioni, sovente si ascolta quasi un rituale lamento intorno alle sovrapposizioni e alle competenze distribuite e al fatto che vi sono tanti soggetti che operano e si sovrappongono l’un l’altro.
Ebbene, concordo sul fatto che le competenze sono un po’ troppo distribuite e che dovrebbe essere posto in essere un lavoro di messa a punto. Ad esempio, parte dei fondi per la cooperazione, che di fatto concerne crediti alquanto agevolati per la realizzazione di impianti, può essere considerata in prospettiva assai più di una politica di aiuto, eguale e assimilabile alla politica di assistenza alimentare o sociale in casi di emergenza, ed essere associata piuttosto alla strumentazione della politica commerciale, quasi come una sorta di strumento da usarsi per ottenere contropartite a vantaggio dell’industria italiana.
In sede di Consiglio dei ministri ho fatto presente che le procedure del CIPE possono portare a qualche forma di impreciso processo decisionale. Nel provvedimento legislativo che accompagna il disegno di legge finanziaria è prevista la scomparsa del CIPES, per cui credo che il Governo, esercitando talune deleghe già previste, dovrà definire con più precisione i ruoli dei Ministri nei procedimenti decisionali per quanto riguarda tutti i vari strumenti. Rinvio quindi a quel momento le decisioni da assumere e le riflessioni del Governo.
Ogni tanto sento dire che il Commercio con l’estero sarebbe da abolire o che dovrebbe fondersi con un altro Ministero. Non è questo un problema che mi spinge ad una petizione di difesa. I nomi si possono cambiare, si può fare tutto quel che si vuole. Però debbo solo avvertire che mai come in questo momento, nella prospettiva che ci sta dinanzi, partecipando l’Italia ad una Comunità economica che ha stabilito le sue regole interne nel senso di limitare fortemente gli strumenti di politica industriale nazionale, mai come in questo momento dicevo per l’Italia nel mondo attraverso la Comunità europea una politica di sviluppo, la politica industriale, la politica dei rapporti internazionali e di commercio internazionale e l’internazionalizzazione delle imprese coincidono. Qualsiasi operazione si voglia fare per quanto riguarda le targhe dei Ministeri, si abbia sempre ben presente l’assoluta necessità di avere un centro di responsabilità nell’amministrazione capace di dialogare negli organi comunitari per tutelare i nostri interessi di commercio ed i prodotti italiani nel momento in cui si formano e si applicano le normative, quando si conducono le trattative internazionali e si giunge agli accordi. È necessaria una responsabilità precisa che promuova lo sviluppo su scala mondiale perché di questo si tratta essendo tutti i nostri strumenti diventati assai piccoli rispetto all’immensità delle aree sulle quali può esercitarsi la nostra attività non solo di esportazione, ma anche di collaborazione industriale. Infatti, non vi è più commercio senza integrazione industriale delle imprese, il che significa che non è più possibile una politica industriale che non sia anche commerciale: vi è identità fra questi due fenomeni.
Indipendentemente dalle targhe dei Ministeri, si deve tener presente che la politica industriale e la politica di sviluppo internazionale della nostra industria sono per i prossimi anni coincidenti e devono essere tenute in egual conto se si vuole che la nostra amministrazione sia competitiva con quella degli altri paesi. E voglio ricordare che oggi essere competitivi in Europa significa partecipare alla concorrenza tra amministrazioni, nel momento in cui si decidono e si applicano le normative. In quel momento si deve essere in condizione di competere a livello europeo con un’amministrazione adeguata: questo significa avere un’amministrazione che abbia le specialità, le qualifiche necessarie per questi obiettivi.
ROVEDA. Basta! (Commenti dal Gruppo della Lega Nord).
BARATTA, ministro del commercio con l’estero. In conclusione, prendo atto dell’invito contenuto nell’ordine del giorno a procedere alla nomina di organi ordinari per l’ICE. Ritengo che la sollecitazione in tal senso da parte del Parlamento non possa che essere accettata dal Governo. Di conseguenza, procederemo a dare corso a quanto richiesto. (Applausi dal Gruppo della DC).
PRESIDENTE. Senatore De Cosmo, il Ministro ha dichiarato di accogliere l’ordine del giorno n. 1. Insiste per la votazione?
DE COSMO. Signor Presidente, pur dando atto al signor Ministro dell’esauriente esposizione, che ha aggiornato il Parlamento sulla situazione, e pur ringraziandolo per aver accolto l’ordine del giorno, ritengo opportuno, proprio perché esso è firmato da tutti i Gruppi, formalizzare l’impegno del Governo con un voto del Parlamento che rafforzi proprio l’impegno testé assunto dal Ministro.
PRESIDENTE. Si intende che le mozioni nn. 149 e 154 vengono ritirate. Passiamo alla votazione dell’ordine del giorno n. 1.
TADDEI. Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
TADDEI. Signor Presidente, abbiamo aderito all’ordine del giorno n. 1 acconsentendo al ritiro della mozione n. 149, di cui siamo firmatari, in quanto siamo consapevoli che i problemi del commercio internazionale sono aumentati.
II Ministro ha delineato il quadro dei cambiamenti, che egli stesso ha definito di portata storica, che si verificheranno a seguito dell’accordo stipulato in questi giorni; nell’intervento del Ministro, però, l’aspetto che mi ha deluso è la forte discrasia tra il quadro tracciato e le risposte che si intendono fornire alle necessità di adeguamento dei nostri strumenti italiani ed europei per renderli capaci di rispondere alle esigenze della situazione attuale.
Riteniamo che il mutato quadro internazionale richieda un adegua mento urgente dei nostri strumenti nell’ambito del commercio estero. Non solo: l’attuale situazione di tali strumenti (tra cui lo stesso Istituto nazionale per il commercio estero) richiede di per sé un nuovo impulso.
Non intendo soffermarmi sulle denunce e sull’analisi negativa del funzionamento dell’Istituto per il commercio estero, che intendo comunque ricordare perché, proprio a partire da esse, dobbiamo capire quali siano le risposte da fornire per un vero rilancio dell’Istituto nazionale per il commercio estero e degli strumenti di cui l’Italia si deve dotare per dare alle imprese la capacità operativa necessaria affinché possano esprimere le potenzialità che hanno ma che non sempre si esplicano a livello internazionale.
Crediamo che l’ordine del giorno in esame debba costituire un serio impegno e non un semplice invito per il Governo; infatti, è necessario, a partire dagli strumenti già esistenti, rilanciare la nostra capacità operativa.
Abbiamo preso avvio da una domanda che ci veniva rivolta da più parti circa il permanere dell’utilità di tali strumenti, ossia se l’Istituto nazionale per il commercio estero fosse ancora necessario. Abbiamo risposto e intendiamo rispondere che esso è più che mai utile, ma che, ovviamente, vi è l’esigenza di cambiamenti radicali nella sua gestione, nella trasparenza, nella capacità operativa e nella riorganizzazione normativa.
È chiaro che l’intervento normativo necessita di tempi più lunghi, ma vi sono possibilità di intervento amministrativo, di cui può avvalersi il Governo, per operare delle scelte immediate, in quanto al momento l’aspetto più importante è l’urgenza. Il Ministro ci ha parlato di interventi non straordinari. L’ordine del giorno presentato da questo punto di vista non mette a soqquadro nulla; richiede però una procedura, quanto meno straordinaria, per il rinnovo degli organismi. Infatti, essi hanno una scadenza che chiediamo sia anticipata affinché il rinnovo avvenga entro il prossimo gennaio.
Questa richiesta deriva dalla reale esigenza di un cambiamento della tipologia di intervento dell’Istituto nazionale per il commercio estero e dalla necessità di chiarire situazioni che fino ad oggi non lo sono state. Se è vero che sono in corso inchieste della magistratura, è altrettanto vero che vi sono spazi per interventi amministrativi che non debbono essere tralasciati, ma utilizzati al fine di un chiarimento delle situazioni e per dare efficienza a questo ente. Infatti, siamo convinti che anche all’interno dell’ICE ci siano molte forze importanti per aiutare le imprese. È necessaria una qualificazione; c’è bisogno forse di passare dai servizi di assistenza ad una capacità di servizi di consulenza, proprio per quella mutata situazione che il Ministro ricordava: c’è bisogno di fare un salto di qualità. Noi siamo convinti che sia necessaria anche una riorganizzazione normativa per ricondurre ad unità le azioni per il commercio estero; comprendiamo che questo non possa essere fatto in quindici giorni, però anche in questo scorcio di tempo che ci rimane si possono raggiungere alcuni risultati.
Siamo altresì convinti che ricondurre ad unità gli strumenti per gli interventi sul commercio estero possa dare ai nostri imprenditori, una maggiore capacità di approccio e di accesso ai servizi esistenti, ma anche, rispetto agli altri paesi, una maggiore visibilità dell’Italia ed una maggiore capacità di penetrazione da parte della nostra economia. Ed in questo senso credo debba essere letta la necessità di riorganizza.re le funzioni ministeriali. Non si vuole infatti sopprimere un Ministero o togliersi la soddisfazione di cambiargli il nome; le questioni del commercio estero sono strettamente connesse a quelle più complessive dell’economia. Lo stesso ministro Baratta lo sottolineava quando ricordava che oggi non si tratta più di avere rapporti commerciali, ma di avere rapporti tra partner, di far sviluppare le nostre imprese nel livello produttivo internazionale. Si tratta quindi di questioni complesse che necessitano di una politica economica ed industriale molto coordinata.
In questo senso va la nostra proposta di accorpare le funzioni relative all’industria, al turismo ed al commercio estero sotto un’unica direzione politica, che noi abbiamo definito Ministero delle attività produttive (ma che si può chiamare anche in altro modo). Il concetto fondamentale è quello di ricondurre ad unità la politica economica del nostro paese a livello industriale, commerciale e turistico: una politica che parli agli italiani ed anche al mondo, che sia chiara, che stabilisca gli indirizzi per cui gli operatori possano esplicare tutta la loro capacità.