in “Studi Svimez”, anno XL, n.2 marzo-aprile 1987, pagg. 283-286

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Chi vi parla ha iniziato la sua vita di lavoro presso la SVIMEZ e in varie forme ha intrattenuto con la SVIMEZ un rapporto diretto che dura da vent’anni. So di non essere un veterano, in questa sala ci sono persone che possono vantare ben più lunghi rapporti. Per me, come credo per tutte queste persone, la celebrazione di oggi è innanzitutto momento di ricordi di lavoro e di amicizie. È un momento in cui affiora tutta la gratitudine verso la SVIMEZ per l’arricchimento profondo dato alla nostra formazione scientifica, alla nostra formazione culturale, professionale, civile e, perché no, anche alla formazione del nostro carattere. È quindi facendo un poco forza alle emozioni che prendo le necessarie distanze rispetto agli affetti ed ai ricordi, per entrare nel vivo delle considerazioni che il Prof. Saraceno ci ha presentato, perché anch’io, allevato alla scuola SVIMEZ, non posso non cedere alla tentazione di ritornare a parlare del Mezzogiorno con dati e cifre e con il distacco che l’argomento, troppo spesso avviluppato da passioni e polemiche, richiede.

Nel rapporto sono benissimo indicate le cifre e le informazioni che danno un’idea del come in tutti questi ultimi anni la realtà economica del Mezzogiorno non abbia più manifestato quelle capacità di avvicinamento rispetto alle altre realtà economiche con le quali si confrontava. Sono elencate con molta precisione tutte quelle grandezze che rappresentano i sintomi e le tendenze dello sviluppo.

Io ho rivolto la mia attenzione ad un’altra serie di numeri e di grandezze: quelle con le quali, piuttosto che gli esiti finali in termini di sviluppo, si cerca di verificare l’esistenza e di misurare la natura e l’intensità delle «politiche» di sviluppo attuate nel corso degli anni.

Ne sono emerse conclusioni che, in modo succinto, cercherò di sintetizzare.

Consideriamo le politiche volte a promuovere gli investimenti industriali e i dati che le «rivelano». Non credo debba sorprendere che in tutti questi ultimi anni, dopo la prima crisi petrolifera, il dato relativo all’ammontare degli incentivi agli investimenti industriali sia diminuito. La massa dei contributi e dei trasferimenti di risorse non poteva non diminuire in concomitanza con la discesa degli investimenti industriali.

Se volgiamo la nostra attenzione invece ad un altro dato, a quello relativo agli investimenti in costruzioni ed opere pubbliche, siamo di fronte ad un indicatore di investimenti in larga misura promossi dalla spesa pubblica, dall’intervento dell’operatore pubblico. Ebbene, è dal 1975 che gli investimenti in costruzioni ed opere pubbliche nel Mezzogiorno in valore reale pro-capite sono stati costanti. Mai l’investimento in opere pubbliche e costruzioni pro-capite al sud, in termini reali, riesce a superare quello del Centro-nord. Dunque, nel periodo dal ’75 ad oggi, al calare degli investimenti manifatturieri, non sembra sia stata promossa una crescita almeno compensativa di quest’altro tipo di investimenti, che, ripeto, possono essere maggiormente guidati dall’operatore pubblico.

La spesa della Cassa per il Mezzogiorno per la realizzazione di infrastrutture è nel frattempo continuamente declinata in termini reali. Mentre rappresentava nel ’75 ancora circa il 20% dei complessivi investimenti in costruzioni e opere pubbliche è scesa negli ultimi anni al 13%.

In quegli anni, per contro, veniva crescendo in Italia la spesa pubblica complessiva. Di questa spesa pubblica certamente ha beneficiato il Mezzogiorno, che ne ha tratto una maggiore disponibilità di risorse spendibili. È indubbio infatti che l’incremento di spesa pubblica rispetto al reddito nazionale ha comportato ingenti fenomeni redistributivi che, se mi consentite, riassumerei in queste brevi cifre.

Nel 1985, la spesa – corrente e per prestazioni previdenziali – delle amministrazioni pubbliche è stata all’incirca di 300 mila miliardi, pressappoco dello stesso ordine di grandezza, circa 300 mila miliardi, sono state le entrate da tributi e contributi.

Non credo di essere molto lontano dal vero se dico che si può ritenere che il prelievo per tributi e contributi possa gravare sulle diverse aree in proporzione ai redditi disponibili – pertanto, 25% sul Mezzogiorno, 75% sul Centro-nord – mentre la spesa corrente per stipendi e per prestazioni previdenziali si ripartisce sul territorio nazionale in proporzione alla distribuzione della popolazione, 35% Sud e 65% Centro-nord. Se tale ipotesi è fondata si avrebbe che nell’ambito dei 300 mila miliardi di entrate e spese, sopra richiamate, avrebbe luogo una redistribuzione netta a favore del Mezzogiorno di risorse di circa 25 mila miliardi, una cifra imponente, che è venuta crescendo nel tempo. Tale redistribuzione di risorse è andata ad aumentare le disponibilità di reddito spendibile nel Mezzogiorno.

Da quanto fin qui detto sarei tentato di concludere che per un periodo che dura da più di dieci anni si stenta a identificare una politica di sviluppo per il Mezzogiorno e non è identificabile nemmeno una politica «anticongiunturale» a favore del Mezzogiorno per mezzo di azioni a sostegno degli investimenti in costruzioni e opere pubbliche; è identificabile, invece, un grande fenomeno di mero sostegno dei redditi, per il tramite di trasferimenti in larga misura di natura corrente.

E di fronte a questa situazione, credo che vada misurato anche il ruolo della SVIMEZ in prospettiva.

Questo decennio ci appare come un lungo inverno per il Mezzogiorno e per le politiche di sviluppo del Mezzogiorno.

È vero che tutta l’economia ha vissuto un lungo periodo di «emergenza» e il ciclo è stato un ciclo molto lungo e gli aggiustamenti assai faticosi. È stato detto che quanto è successo negli anni Settanta ha avuto conseguenze paragonabili a quelle di una guerra per l’Europa: era inevitabile che i danni si riparassero laddove la guerra aveva colpito di più. Forse però non era impossibile che, dovendosi sostenere i redditi, lo si facesse in misura maggiore, nella forma di salari pagati per realizzare infrastrutture, piuttosto che nella forma di sostegni e contribuzioni assistenziali al reddito spendibile.

L’aver seguito queste politiche, è forse stato anche conseguenza del fatto che, di fronte allo statalismo imperante degli anni passati, si è molto insistito sull’idea che le forze locali sono quelle che esprimono le energie maggiori ai fini dello sviluppo. Ma, per molti versi, dire che lo sviluppo è frutto di energie locali appare piuttosto una tautologia che non una politica. L’impostazione data in questi anni a questo problema è molto difforme da quello che fu data all’origine della SVIMEZ nel 1946. Rinviare tutto al «locale» è stato in molti casi un alibi che le forze politiche, la classe dirigente del paese si sono concessi in questo periodo. E, anche da questo punto di vista, le memorie del 1946 sono molto istruttive. Dalla lettura dei testi della fondazione della SVIMEZ mi pare di capire che si credesse appunto alla necessità di un organismo che rappresentasse, per così dire, l’unità nazionale. Si riteneva cioè che non potesse essere prerogativa di questo o di quel partito politico la possibilità di risolvere il problema del Mezzogiorno. Si riteneva che fosse necessaria una connotazione comune a tutti i partiti nazionali; partiti nazionali nel senso di forze che traggono il consenso della nazione, per poter essere in grado di applicare localmente una incisiva capacità innovatrice di riforma. In qualche misura, negli anni a noi più vicini, e non faccio riferimento a questo o quel periodo particolare, qualche tentazione contraria c’è stata in tutto il sistema politico italiano: quella cioè di diventare molto, forse troppo, espressione delle realtà locali e quindi anche delle contraddizioni delle realtà locali; ne è conseguito qualche indebolimento per l’azione riformatrice anche su scala nazionale.

Da questo quadro emerge una considerazione finale per la SVIMEZ; il quarantennio è in effetti anche l’occasione per riflettere sull’opportunità di riproporsi come organismo che, non cedendo né ad alibi, né a retorica, né a lamentele, né a giudizi affrettati, sappia ricomporre un punto di riferimento nel quale si definisca cos’è oggi una politica di sviluppo, quali debbano esserne i connotati e valga a richiamare l’attenzione della classe dirigente economica e politica intorno all’obbiettivo unitario.

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