in “Rivista economica  del Mezzogiorno”, anno VI, n.3, 1992, pagg. 608-613

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Nel Mezzogiorno si concentra il 38,5% della produzione agricola nazionale, il 38% di quella energetica, il 32% di quella delle costruzioni, il 24% dei servizi destinati alla vendita, il 36% dei servizi non destinati alla vendita, ma solo il 10% dell’industria italiana che produce per il mercato aperto.

Al riguardo la situazione non è sostanzialmente mutata nell’ultimo decennio. Questa è la più precisa misura del divario ed il più chiaro indicatore del problema del Mezzogiorno come problema di sviluppo.

L’azione a favore dello sviluppo del Mezzogiorno va oggi considerata alla luce: a) dei nuovi vincoli europei; b) dei vincoli che derivano dalla necessità di risanamento della finanza pubblica; c) dei vincoli che derivano dalle nuove attenzioni e, sovente, contestazioni ai trasferimenti di risorse operati dalla finanza pubblica da una regione all’altra del Paese, certamente elevati in un Paese così fortemente dualista.

Vincoli europei. L’Europa, con Maastricht, ha accelerato la sua marcia verso l’unione delle monete. Una moneta unica crea uno spazio di più intensa competizione, di sollecitazioni al cambiamento, di conflitti, e sottrae agli stati nazionali un importante strumento di ammortamento e adattamento.

Lo sviluppo delle aree arretrate può diventare assai più difficile. Per le attività decentrabili si offrono le aree dell’Estremo Oriente. Per le attività sulle quali si fonderà l’auspicata ripresa dello sviluppo in Europa, si potrà disporre di mano d’opera a basso costo e con alta disponibilità all’emigrazione, proveniente dai paesi dell’Est. Per le aree arretrate è alto il rischio di veder prolungata una relativa stagnazione, caratterizzata da rigidità negli spostamenti di mano d’opera da un lato e da scarsi afflussi di investimenti, dall’altro. Senza forti azioni correttive l’Europa rischia di cristallizzare la sua geografia in vasti campi fertili, frammisti o circondati da piccole e grandi paludi.

Occorre prendere atto che al momento attuale il compito di far fronte ai diversi gravi problemi dell’integrazione sono affidati essenzialmente agli Stati nazionali.

La Commissione di Bruxelles non dispone che di pochi strumenti per il governo degli sviluppi industriali e regionali e di troppo esigue risorse per gestire una politica di difesa e sostegno di equilibri economici e sociali. Ricordiamo che alla approvazione del documento di Maastricht è seguita la bocciatura del piano Delors che prevedeva un aumento, da effettuare in cinque anni, delle risorse gestite dalla Comunità, dall’attuale 1,15% all’1,34% del prodotto nazionale lordo della stessa Comunità. L’Europa procede accentuando la dissimmetria del suo avanzare. Alla accelerazione dell’unione monetaria non corrisponde un adeguato movimento verso una sovranità politica centrale dotata del legittimo potere, necessario per gestire una finanza pubblica unitaria ed i trasferimenti di risorse che alla finanza pubblica sono affidati. Si compiono su questo cammino semmai dei passi indietro. La Commissione, in quanto organismo burocratico, è sospettata di scarsa legittimazione nella gestione di finanza pubblica e di eccessive ingerenze e potere.

Con il rinvio del piano Delors le risorse restano così quelle di oggi. Le risorse disponibili da parte della Comunità per tutti gli interventi cosiddetti strutturali (interventi nelle regioni arretrate, reindustrializzazione di aree in declino, fondi sociali, fondi per la pesca, strutture agricole) ammontano a non più di 18,6 miliardi di ECU pari a circa 29 mila miliardi di lire annui: cifra che va commisurata alla immensa vastità delle aree e delle economie interessate a quelle azioni, tanto alla periferia che all’interno delle aree più sviluppate.

In questa fase, e fintanto che non si sarà dato vita ad un governo europeo della finanza pubblica e ad una sovranità centrale che la gestisca, l’Europa delle regioni rischia di apparire un pericoloso abbaglio. Le politiche di aggiustamento, come ho detto, sono affidate di fatto agli stati nazionali. Un eccesso di sollecitazioni regionalistiche rischia di creare illusioni per le regioni povere ed essere per contro un indiretto invito alla diserzione per le regioni ricche.

Il problema va affrontato tuttora, e per un lungo periodo a venire, all’interno della comunità nazionale. Paiono in coerenza con questa considerazione alcuni sviluppi recenti: la stessa Comunità, nell’attivare il nuovo Fondo di coesione per il finanziamento di reti infrastrutturali nelle aree più povere, fa riferimento non alle regioni, ma agli Stati più poveri. L’Italia, considerata unitariamente, ne è esclusa. L’Italia è passata da paese netto beneficiario a paese netto contribuente della finanza della comunità così come oggi concepita.

Tocca quindi ancora, in primo luogo ed essenzialmente, allo stato ed alla comunità nazionale, procedere al duplice compito di redistribuire risorse al suo interno verso le regioni meno sviluppate, ed attivare e rendere efficaci coerenti azioni promozionali ed incentivanti per gli sviluppi industriali regionali.

La finanza pubblica italiana si caratterizza per una forte azione di redistribuzione di risorse. Ciò discende essenzialmente dalla natura fortemente progressiva delle imposte e, per contro, all’egualitarismo, su base pro capite, delle spese. Essa si caratterizza per un grave deficit ancora difficilmente governabile. Tale deficit è in buona parte dovuto alle caratteristiche sopra richiamate. È facile prevedere che il risanamento della finanza pubblica comporterà correzioni non soltanto nelle aree di spreco, ma anche parziali correzioni nelle due caratteristiche di progressività ed egualitarismo, e quindi anche nell’entità relativa dei trasferimenti interregionali che da essi derivano.

Perciò in prospettiva trasferimenti ordinari alle regioni meridionali e intervento straordinario per lo sviluppo del Mezzogiorno devono essere considerati unitariamente nell’ambito del problema del risanamento della nostra finanza. Dovremo rintuzzare con forza le retrograde richieste di drastico ridimensionamento degli effetti di redistribuzione regionale, ma per poterlo fare efficacemente dovremo darci seri argomenti per dimostrare l’efficacia delle spese e dei trasferimenti, per dimostrare che con essi si persegue un interesse collettivo: non una vaga e troppo spesso sospetta solidarietà, ma una efficace politica di sviluppo di interesse generale, tale cioè da alimentare le capacità complessive di crescita del sistema italiano in questo difficile suo confronto con il resto d’Europa.

Si dovrà necessariamente fare ricorso ad una maggiore capacità di prelievo fiscale delle autonomie locali per il sostegno di spese per servizi di interesse esclusivo delle comunità locali stesse. Ma ciò sarà necessario anche per creare gli spazi per mantenere importanti flussi di risorse destinate agli investimenti ed a promuovere gli investimenti. Si dovrà rinunciare a buona parte delle sovvenzioni al consumo dei servizi pubblici, ma per il Mezzogiorno non è gran vantaggio avere basse tariffe e costi dei servizi, e infrastrutture e servizi inadeguati o inefficienti. Al contrario elevata efficienza dell’amministrazione e nei servizi è condizione oggi indispensabile per attrarre e stimolare nuovi investimenti.

La diffusione di imprese di pubblica utilità e di servizi gestiti secondo criteri di economicità ed imprenditorialità può dare un importantissimo contributo alla formazione di personale e di una cultura amministrativa moderna.

L’intervento straordinario, a sua volta, difficilmente potrà essere concepito come un generico medicamento per tutti gli acciacchi del Mezzogiorno, ché di acciacchi, purtroppo, ve ne saranno ovunque in Italia ed in Europa nel prossimo futuro. Esso dovrà concentrarsi nel perseguimento dell’obiettivo di rendere il Mezzogiorno capace di attirare capitale dall’esterno, sia per infrastrutture che industriale, in parziale sostituzione dei trasferimenti correnti ancor oggi generati dalla finanza pubblica.

Il Mezzogiorno ha bisogno di risorse ed interventi. Risanamento e rilancio dell’iniziativa di sviluppo del Mezzogiorno richiedono un nuovo consenso, un rigenerato patto costituzionale nell’ambito della comunità nazionale e tra le diverse parti del Paese, nel quale lo Stato sia garante dell’efficacia e dell’utilità dei fini a cui i trasferimenti di risorse sono destinati.

In un Paese a forte dualismo, dove al desiderio di autonomia si accompagna, per molte regioni, un assai basso tasso di autosufficienza economica, lo sviluppo delle autonomie locali più che altrove presuppone un forte impegno centrale che sia ad un tempo di promozione e di garanzia.

Le azioni fondamentali su cui occorre concentrarsi sono: a) l’attrazione di investimenti industriali dall’esterno; ancora componente indispensabile se si vuole innalzare quel 10% di cui si è detto all’inizio; e la promozione dello sviluppo delle industrie già esistenti verso livelli dimensionali e di efficienza superiori; b) sostegno alla realizzazione di infrastrutture e servizi che, anche se a pagamento, non possono trovare nelle dimensioni dell’economia locale immediati elevati gradi di utilizzo che possano generare ritorni per gli investimenti paragonabili a quelli delle altre aree.

Nella ripresa delle azioni di sviluppo nel Mezzogiorno si chiede un ritorno alle origini: alla semplicità di impostazione che caratterizzò l’intervento nel Mezzogiorno nei suoi momenti più felici.

Per quanto riguarda la promozione di industrie, occorrerà difendere un più elevato livello di incentivi rispetto ad altre aree d’Europa. A proposito di incentivi, ancorché non abbia mai condiviso fino in fondo le critiche al credito agevolato ed abbia viva la preoccupazione dell’amministrazione di un diverso sistema, da tempo con convinzione sostengo l’opportunità di una sostituzione del binomio contributi in conto capitale/agevolazioni sul credito in un binomio composto da due contributi (uno nel corso della realizzazione, il secondo nei primi anni di gestione), il cui ammontare complessivo sia equivalente sul piano economico a quello degli incentivi sostituiti. Anch’io condivido l’interesse per forme di incentivi automatici ed auto-liquidantisi nella forma di crediti di imposta: ancorché non riesca ancora a considerarli interamente sostitutivi di quelli attualmente in vigore. La soluzione migliore è forse quella di prevedere due possibilità diverse e quindi una opzione per le imprese. Una maggiore attenzione alla fiscalità «di gruppo» sarà corollario di grande utilità.

Una completamente rinnovata azione si richiede per quanto attiene la predisposizione di aree attrezzate per gli investimenti industriali sia al fine di attirare investimenti dall’esterno, sia per promuovere la crescita e la qualificazione dell’industria locale. Per poter competere con le offerte provenienti da tante altre parti d’Europa, il Mezzogiorno deve compiere su questo piano un grande salto di qualità di cui vi è estrema urgenza. Si deve passare da una gestione burocratica ad una gestione imprenditoriale e commerciale di queste attrezzature paragonabile a quelle svolte dai più efficienti «sviluppatori» operanti in Europa. L’affidamento ad imprese di questi compiti può essere, anzi, è forse la sola via possibile per rapidamente superare il divario tra capacità di offerta provenienti da molte aree anche limitrofe a quelle sviluppate e l’offerta proveniente dal Mezzogiorno.

Un breve cenno finale alla necessità di creare un quadro complessivo macroeconomico favorevole.

Un elevato stabile tasso di cambio della lira, in presenza di una dinamica elevata dei costi, un più elevato tasso di interesse nominale rispetto a quello dei paesi europei determinano da tempo una situazione complessiva che confligge con l’obiettivo della promozione dello sviluppo industriale del Mezzogiorno. Fintanto che il costo del lavoro espresso in marchi continuerà a crescere a ritmo più elevato di quello che si riscontra in Germania ed il tasso di interesse nominale, espresso sempre in marchi, resterà tanto più elevato di quello prevalente nelle aree più forti d’Europa, non solo risulterà più difficile rendere conveniente l’investimento industriale nel Sud, ma risulteranno vanificati in larga misura gli effetti degli incentivi.

D’altro lato un mutamento nel tasso di cambio arrecherebbe ulteriori stimoli alla già più elevata dinamica dei costi ed ancor più complesso il raccordo con l’Europa.

È urgente una politica dei redditi. Attraverso di essa la stabilità del cambio potrà finalmente cessare di essere il forte ma costoso strumento di politica economica mirante a forzare aggiustamenti nell’apparato produttivo esistente (al costo di veder ridotte le sue possibilità di espansione) e potrà diventare finalmente, semmai, il risultato di una situazione interna più equilibrata e di una dinamica dei costi monetari più contenuta, delle quali si potrà avvantaggiare tutta l’economia del Paese anche quella della sua parte più arretrata.

Risanamento della finanza pubblica, maggiore efficienza dell’impiego delle risorse pubbliche, politica dei redditi, una minore inflazione, minori sprechi, maggiore attenzione all’obiettivo della capacità concorrenziale ed alla capacità di accumulazione del sistema industriale, maggiore efficienza nei servizi e nell’amministrazione, ecc.

Rielenchiamo le misure invocate solo per ricordare che, sempre in passato, ma mai come oggi, l’autentico meridionalismo, lungi dall’essere battaglia di retroguardia, è in perfetta coerenza con le esigenze di rinnovamento, di risanamento, di rigenerazione e progresso dell’intera nostra economia.

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