Il “Sole 24- Ore” , 9 dicembre 1978
Riprodotto in “Informazioni Svimez”, 15 gennaio 1979
In un recente intervento a Napoli, il prof. Lizzeri traeva dai dati sull’occupazione rilevati nell’intervallo 1970-77 alcune conclusioni che meritano di essere discusse. Ci si riferisce, in particolare, alle affermazioni secondo cui sarebbe in moto un meccanismo di sviluppo industriale nel Mezzogiorno analogo allo sviluppo dell’Italia centro-orientale degli ultimi 15 anni e che il processo di crescita sembrerebbe non aver alcuna relazione con gli incentivi; mentre il corrispondente calo di occupati industriali che si verifica in alcune regioni del nord parrebbe indicare che l’industrializzazione si vada diffondendo spontaneamente e che il Mezzogiorno stia partecipando al processo di riadattamento del sistema industriale attraverso la moltiplicazione di iniziative piccole e medie.
Sarei ben lieto di poter confermare queste deduzioni, che sembrano invece troppo affrettatamente tratte da valutazioni sui dati non disaggregati e con riferimento ad un intervallo di tempo, il 1970-77, al cui interno son successe molte cose. Brevemente sintetizzerò quelle che paiono essere invece le tendenze reali del processo di sviluppo e di adattamento prima e dopo la “svolta” del 1973.
Nel corso della prima metà degli anni 70 (esattamente fino al 1975) si è avuto effettivamente, come rileva Lizzeri, un aumento di occupazione nell’area meridionale pari a circa 100.000 unità. A chi è dovuto quest’aumento?
Poco sappiamo su ciò che è accaduto nelle unità locali con meno di 20 addetti. In questa classe, in tutte le fasi passate, in particolare ancora tra il 1961 e ’71, si erano avute cadute di occupati, Nel passato, cioè, la crescita di piccole imprese, indotta prevalentemente dall’espansione di nuovi consumi (ad esempio le officine meccaniche), non è stata sufficiente a compensare la contemporanea caduta di unità artigianali emarginate dalla diffusione delle produzioni di massa. Le poche notizie di cui si dispone possono al più lasciar supporre che, in questa classe, l’occupazione abbia cessato di diminuire dopo il 1971.
Le indagini più approfondite sulle unità con più di 20 addetti di cui si dispone, in particolare le eccellenti indagini lasm-Cesan, ci consentono non solo di confermare indirettamente quanto sopra, e cioè che l’aumento di occupazione industriale nel Mezzogiorno, nella misura rilevata dall’lstat, sia da attribuire interamente alle unità con più di 20 addetti, ma ci dicono anche che quell’aumento è dovuto principalmente alle unità con più di 500 addetti. Come si può notare infatti, anche nelle classi tra 20 e 500 addetti gli aumenti di occupazione sono stati molto elevati. È alle unità con più di 500 addetti che va attribuito circa il 75% dell’aumento complessivo di occupati industriali nel Mezzogiorno.
Le stesse serie storiche dell’lstat, disaggregate territorialmente e per settore, confermano come gli aumenti siano concentrati nelle regioni e nei settori per i quali si sono registrate localizzazioni di impianti di grande o media dimensione. L’aumento degli occupati nel settore della lavorazione dei metalli è in larghissima misura dovuto agli impianti siderurgici della Puglia, della Campania e metallurgici della Sardegna. L’aumento della chimica è dato quasi per intero dagli aumenti nei poli in Sicilia, Sardegna e Puglia. All’aumento delle meccaniche ed elettrotecniche ha dato un notevole contributo la realizzazione nel sud di impianti nel settore delle telecomunicazioni che ha interessato l’Abruzzo e la Campania. L’aumento nel tessile è da ascrivere quasi per intero alle realizzazioni nel campo delle fibre sintetiche e successive lavorazioni, sia in Sardegna che in Calabria. L’aumento nei mezzi di trasporto è da ricondursi ai consistenti decentramenti di produzioni nel settore dell’automobile completati nella prima metà del decennio.
Le indagini della Svimez consentono di affermare che nelle unità con più di 500 addetti il 90% circa è rappresentato da unità decentrate da parte di imprese aventi sede fuori dell’area. Si tratta di un fenomeno che ha assunto proporzioni assai più vaste e articolate di quanto la polemica sulle cattedrali nel deserto lasciasse supporre. Le unità con più di 500 addetti sono, infatti, oggi nel Mezzogiorno circa 137, delle quali 58 fanno capo al sistema delle partecipazioni statali, 27 fanno capo a capitale estero, e infine 52 a imprese italiane a capitale privato. È quindi dagli impianti decentrati che è derivato il contributo di gran lunga più rilevante alla crescita dell’occupazione industriale nel Mezzogiorno, ed è al completamento di questi impianti avviati nei primi anni del decennio che si deve il fatto che l’occupazione nel Mezzogiorno continua a crescere dopo il 1973 fino al 1975.
Nel centro-nord, l’occupazione dopo essere salita fino al 1973, segna una sostanziale stabilità nonostante si registrino al suo interno due fenomeni:
- a) il rilevante calo dell’occupazione nel settore tessile-abbigliamento;
- b) il calo dell’occupazione nelle unità con più di 500 addetti.
Quest’ultimo fenomeno assume nel centro-nord dimensione ancora più accentuata di quella che emerge dalle rilevazioni a scala nazionale sugli occupati nella grande industria (con più di 500 addetti). Alla diminuzione rilevata dall’lstat su scala nazionale che ha luogo ad un ritmo dell’1 % circa all’anno corrisponde infatti, come si è visto, un aumento nel Mezzogiorno, degli occupati di questa classe. La stabilità dell’occupazione industriale del centro-nord indica dunque che anche dopo il 1973, vi sono incrementi di occupazione: a) nei settori diversi dal tessile; b) nell’apparato di piccola e media dimensione. Questi sviluppi hanno dimensione tale da compensare pienamente il calo di occupati che si registra nel tessile e nella grande industria. Se a tutto ciò si aggiunge che la rilevazione Istat sul valore aggiunto delle imprese indica per il centro-nord un calo dell’occupazione nell’universo delle unità con più di 20 addetti dopo il 1973, si potrebbe dedurre che il positivo contributo all’occupazione dato dalle unità piccole e medie sarebbe da attribuire proprio alle unità piccole, quelle con meno di 20 addetti.
Si può concludere da questo complesso di informazioni che il processo di adattamento del sistema industriale italiano ha luogo secondo le seguenti linee.
Nell’area centro-settentrionale è in atto un continuo, spontaneo, processo di conversione produttiva e di modifica della struttura industriale caratterizzato principalmente dall’espansione, in termini di occupati, di unità di piccola dimensione. Parte è dovuto ad cm processo di decentramento produttivo verso le piccole unità, parte allo spontaneo sviluppo di imprese minori. Il sistema, cioè, si va articolando in forme più “elastiche” e l’apparato locale delle piccole e medie imprese dimostra una notevole capacità di adattamento alle nuove condizioni del mercato. Pur in un periodo di bassa crescita complessiva, l’occupazione industriale totale resta stabile nonostante la caduta che si registra nei settori in parziale declino.
Lo sviluppo industriale del Mezzogiorno è stato, invece, prevalentemente il risultato della localizzazione decentrata di impianti di grande e media dimensione, mentre l’apparato delle imprese locali, se si eccettuano quelle a mercato locale e protette dai costi di trasporto, è ancor quanto mai esiguo e dotato di scarsa capacità di adattamento e di risposta al nuovo quadro di convenienze.
Il sistema che ne è emerso appare, in contrapposizione a quello centro-settentrionale, caratterizzato da una ben maggiore rigidità: i grandi impianti decentrati risentono pesantemente della crisi che grava sui rispettivi mercati. Le possibilità di adattamento nella grande siderurgia e della grande chimica sono assai limitate, molto più di quanto non Io siano le possibilità di riadattamento della piccola chimica e della piccola siderurgia.
Se il Mezzogiorno è stato interessato dal processo di ristrutturazione dell’apparato produttivo che ha avuto luogo attraverso il decentramento di grandi impianti nelle fasi di maggiore espansione, è nel centro-nord che ha luogo oggi prevalentemente il processo di riadattamento del sistema industriale alle nuove condizioni, che si manifesta non solo nello sviluppo di imprese minori, ma anche nella crescita di un terziario qualificato che è parte integrante del «sistema industria».
Circa il ruolo degli incentivi, va detto chiaramente che essi hanno svolto una funzione decisiva nel processo di industrializzazione del Mezzogiorno nel corso delle fasi passate. Come si è visto è grazie alla localizzazione decentrata di impianti di grande e media dimensione, ottenuta prevalentemente grazie agli incentivi, che si sono avuti positivi risultati in termini di occupazione. Senza questi decentramenti la situazione dell’area meridionale sarebbe oggi di ben maggiore gravità.
La revisione dei programmi di investimento nel campo degli impianti medio-grandi ha portato, dopo il 1975, ad un arresto dell’industrializzazione del Mezzogiorno. Ma la dimensione del problema dell’occupazione nel Mezzogiorno e le ancora esigue capacità di crescita dell’apparato di imprese locali non consentono di rinunciare ad una politica di localizzazioni decentrate, anche se le prospettive in tal senso appaiono certamente meno favorevoli. Si aggiunga che si dovrà far riferimento a produzioni che presentano esigenze in termini di condizioni ambientali più complesse rispetto alle produzioni localizzate nel passato. E proprio in relazione a ciò, non solo non si può rinunciare a una politica di incentivi, ma questa deve adeguarsi alle nuove e più difficili prospettive. Né, d’altra parte, va dimenticato che in tutti i paesi europei più industrializzati si vengono adottando diffuse e consistenti misure di incentivazione agli investimenti industriali, per favorire i rispettivi processi di riadattamento e per attirare localizzazioni decentrate nelle aree interessate da quei processi.
La diffusione di piccole e medie imprese nel Mezzogiorno resta l’obiettivo centrale della politica d’industrializzazione e vanno predisposti strumenti idonei (più adeguati dei soli incentivi finanziari) per il suo conseguimento. Ma ancora per un certo numero di anni la quota di nuove iniziative di piccola e media dimensione, che potrà localizzarsi al di fuori dei distretti metropolitani dell’Europa industrializzata, non potrà essere di entità corrispondente ai problemi di occupazione delle regioni da sviluppare.
Occupati dipendenti nell’industria manifatturiera per classi di attività (media annua in migliaia)
| Mezzogiorno | Centro-Nord | |||||
| Classi di attività | 1971 | 1977 | Var. as. 1971-77 | 1971 | 1977 | Var. as. 1971-77 |
| Minerali e metalli ferrosi e non ferrosi | 42,2 | 65,9 | 23,7 | 194,7 | 222,2 | 27,5 |
| Minerali e prodotti a base di minerali non metallici | 92,7 | 91,6 | -1,1 | 286,3 | 282,1 | -4,2 |
| Prodotti chimici e farmaceutici | 41,1 | 52,0 | 10,9 | 242,0 | 245,2 | 3,2 |
| Prodotti in metallo, macchine e materiale elettrico | 75,5 | 107,0 | 31,5 | 1057,8 | 1135,1 | 77,3 |
| Mezzi di trasporto | 37,3 | 61,4 | 24,1 | 297,7 | 305,0 | 7,3 |
| Alimentari, bevande e tabacco | 106,8 | 107,7 | 0,9 | 271,7 | 275,4 | 3,7 |
| Tessili, abbigliamento, pelli, cuoio e calzature | 214,0 | 224,9 | 10,9 | 969,5 | 888,1 | -81,4 |
| Carta, cartotecnica, editoria | 19,1 | 19,7 | 0,6 | 202,6 | 218,1 | 15,5 |
| Altri prodotti industriali | 88,1 | 94,6 | 6,5 | 484,9 | 514,3 | 29,4 |
| Totale | 716,8 | 824,8 | 108,0 | 4007,2 | 4085,5 | 78,3 |
| Prodotti energetici | 45,3 | 52,7 | 7,4 | 126,7 | 134,3 | 7,6 |
| Totale industria | 762,1 | 877,5 | 115,4 | 4133,9 | 4219,8 | 85,9 |