Testo della lezione tenuta allo “Stage Indirizzato ai funzionari della CEE”
Bruxelles, 2 marzo 1978 (dattiloscritto,pag 1-18)


1.

Non si possono comprendere tutti gli aspetti dell’attuale situazione economica e sociale italiana, se non si fa riferimento ad alcuni importanti mutamenti che ebbero luogo alla fine degli anni ’60 e che sono in larga misura all’origine delle tensioni e degli squilibri che hanno caratterizzato la storia recente.

È in quegli anni che si afferma, innanzitutto, rapidamente una accentuata capacità di “contrattazione” da parte del lavoro organizzato in sindacati.

La svolta sindacale del 1969 assume caratteri assai più accentuati di quella che già ebbe a verificarsi nel 1961-63 al culmine di quello che fu chiamato il miracolo economico italiano.

Nel 1961-63 la svolta assunse le caratteristiche di un mutamento una tantum del livello relativo del costo del lavoro rispetto ai bassi livelli precedenti che avevano favorito il “miracolo”, seguito però da una dinamica delle remunerazioni nel corso degli anni successivi che non alterava di molto le compatibilità tra aumenti dei costi e aumenti della produttività. A partire dal 1969 invece si ha un radicale mutamento nella dinamica della contrattazione che interessa tutte la fase successiva.

Modifiche profonde vengono introdotte per ciò che riguarda il tasso di crescita elle remunerazioni e le condizioni di utilizzo della forza lavoro nelle attività produttive.

Vengono introdotti elementi di notevole rigidità nell’uso della forza lavoro, severissimi limiti alle possibilità di licenziamento, continua riduzione degli oneri di lavoro, rigidità negli orari di lavoro.

Elementi di rigidità sono poi via via introdotti nella dinamica salariale attraverso la conquista della indicizzazione delle remunerazioni rispetto al costo della vita. A questi si aggiungevano gli aumenti conseguiti nei contratti nazionali di categoria di durata media biennale e gli ulteriori aumenti conseguiti a livello aziendale.

Mentre nel corso degli anni ‘60 si era avuto in Italia un tasso di incremento medio annuo dei salari medi orari dell’ordine del 10%, pressoché analogo a quello registrato dal complesso dei paesi dell’OECD (circa il 9% m.a.) nel corso degli anni ’70 il tasso di incremento in Italia è stato (20-25% m.a.) il doppio di quello verificatosi nei paesi OECD (11-12% m.a.).

Contemporaneamente l’indice dei prezzi al consumo cresciuto tra il 1963 e il 1973 in Italia ad un ritmo identico a quello dell’OECD ( circa 4,6% m.a.), cresceva dopo il 1973 a tassi (compresi tra il 17 e il 19% m.a.) notevolmente superiori a quelli riscontrati in sede OECD (ove da un massimo del 13,6% nel ’74 si è scesi gradualmente a tassi dell’8,5% annui).

Nei settori produttivi esposti alla concorrenza internazionale sono state minori le possibilità di tradurre questi aumenti dei costi in aumento dei prezzi. Ne è risultato una diminuzione della quota di profitto. Nel complesso dell’economia si è avuto uno spostamento di risorse a favore del lavoro dipendente. La quota del reddito da lavoro dipendente sul Prodotto nazionale lordo è salita tra il 1973 e il 1977 dal 52,6 al 57,9%.

L’aumento della quota del reddito da lavoro dipendente non è stata causa di una diminuzione nel livello relativo del risparmio sul reddito nazionale, anche a seguito di una diminuzione nella propensione al consumo.

Si è avuta però una profonda modifica nelle sedi di formazione di questo risparmio dal settore delle imprese al settore delle famiglie. La caduta della capacità di autoaccumulazione delle imprese e questo spostamento nelle sedi di formazione del risparmio avrebbe richiesto sofisticate e articolate strutture di intermediazione finanziaria per canalizzare il risparmio verso gli investimenti produttivi. La struttura dei mercati finanziari italiani non essendo né sofisticata né articolata, questo ruolo è stato assunto prevalentemente dal sistema bancario. Da qui un notevole aumento dell’indebitamento a breve termine da parte delle imprese che in regime di elevata inflazione ed elevati tassi di interesse ha indotto notevoli aggravi negli oneri finanziari.

2.

Sempre alla fine degli anni ’60 assume proporzione crescente un secondo fattore di squilibrio: la rapida accelerazione della spesa pubblica cui non corrisponde una sufficiente dinamica delle entrate. Alla base dell’aumento della spesa pubblica stanno una domanda sociale crescente per beni e servizi pubblici, una crescente pressione sociale verso obiettivi molto avanzati di “welfare state”, il cui costo veniva nel frattempo crescendo. Anche nei servizi pubblici e nella pubblica amministrazione si registra infatti una nuova ben più accentuata dinamica delle remunerazioni.

Già nel corso degli anni ’60 una fortissima espansione della scolarità aveva determinato una forte crescita delle spese per l’istruzione, che nel 1970 si era portata su un livello tra i più elevati del mondo in rapporto al prodotto lordo interno (5,6%). Mentre il livello della spesa pubblica per l’istruzione si veniva stabilizzando, si aveva una rapida accelerazione della spesa pubblica per il settore della sanità, della sicurezza sociale e per trasferimenti alle imprese di pubblica utilità.

L’aumento del costo del servizio dell’assistenza sanitaria pubblica gratuita a tutti i cittadini portava la spesa pubblica per questo settore verso livelli crescenti. Al 1970 essa raggiungeva il 12,5% del prodotto interno lordo, al 1975 essa era salita al 15,5%.

Il maggiore contributo della crescita del livello relativo della spesa pubblica venne dall’aumento della spesa per pensioni.

Il numero dei cittadini che godeva di una pensione di invalidità o vecchiaia si era andata sempre più allargando, l’aumento dei livelli minimi di pensione ottenuto dalle pressioni sindacali, seppure insoddisfacente come entità per far fronte ai bisogni dei singoli pensionati, ha implicato notevoli aumenti della spesa complessiva. Nel frattempo nuovi e più avanzati obiettivi venivano conquistati per ciò che riguarda il sistema pensionistico. Da successive richieste di aumento dei livelli minimi si è passati alla approvazione di uno schema che lega automaticamente i livelli minimi di pensione non solo all’aumento del costo della vita, ma all’aumento delle remunerazioni contrattuali dei lavoratori.

A differenza di altri paesi ove prevalgono tuttora sistemi di sicurezza sociale nei quali la pensione è concepita come il risultato di accumulazioni di ricchezza da parte dei singoli interessati nella loro vita di lavoro, si è affermato in Italia definitivamente un sistema nel quale l’ammontare delle pensioni per invalidi e anziani non è che una quota del reddito totale disponibile in ogni momento dalla nazione, secondo il quale i pensionati hanno diritto non solo a veder mantenuto nel tempo il valore reale della loro pensione ma anche a godere di una quota degli aumenti di produttività del sistema economico.

Quest’ultima conquista, l’aggancio dei minimi di pensione ai livelli delle remunerazioni del lavoro dipendente, di recente introduzione, si presenta oggi come uno dei principali fattori di espansione della spesa per l’immediato futuro.

Hanno contribuito poi all’aumento del livello della spesa, i trasferimenti alle imprese di pubblica utilità. Un tradizionale sistema di prezzi politici relativamente bassi per numerosi servizi pubblici, si scontrava sempre più con l’aumento continuo dei costi di questi servizi.

In una situazione di grave tensione sociale e di rapida inflazione si evitò di aumentare prezzi e tariffe con il risultato di un crescente deficit degli enti locali e delle aziende nazionali o locali erogatrici di questi servizi (principalmente trasporti pubblici).

Nel complesso dunque si registra in questi anni una profonda trasformazione. Alla spesa pubblica si chiede di darsi carico di nuovi obiettivi di redistribuzione delle risorse. Ma questi obiettivi non furono affrontati secondo un programma. Gli aumenti di spesa furono più il risultato del susseguirsi di tensioni sociali che non il frutto di una consapevole politica di trasformazione sociale.

La prima conseguenza fu che questa forte espansione della spesa pubblica si scontrò con un sistema fiscale del tutto inadeguato a far fronte a obiettivi di welfare e di redistribuzione così avanzati.

Non soltanto l’efficienza amministrativa del sistema fiscale ma la stessa struttura tradizionale delle imposte si rivelò inadeguata.

Così, mentre la spesa pubblica tra il 1970 e il 1975 si portava da livelli del 36% del prodotto lordo a livelli del 43-44% circa, il livello delle entrate rimaneva stabile intorno al 30-31% del PIL.

Ne seguì un crescente deficit pubblico alimentato da spese correnti e in conto trasferimenti. Il settore della pubblica amministrazione che fino a metà degli anni ’60 aveva dato contributi positivi al risparmio nazionale, prelevava ora quote crescenti di risparmio per destinarle a spese correnti e trasferimenti, riducendo così la quota disponibile per l’accumulazione.

Dal deficit pubblico alimentato in larga parte attraverso la creazione di nuova base monetaria, veniva poi una crescente spinta inflazionistica che si aggiungeva alle spinte provenienti dall’aumento del costo del lavoro.

3.

Gli eventi del 1973 vennero a colpire una economia già in difficoltà.

Il deficit petrolifero italiano in % del prodotto lordo è tra i più elevati del mondo industrializzato. Il recupero del deficit addizionale provocato dal mutamento dei prezzi del petrolio, comportava pertanto un notevole sacrificio di risorse interne. Questo recupero è in realtà avvenuto e ad un ritmo abbastanza elevato. Già nel 1976 in corrispondenza di un deficit di parte corrente analogo a quello del ’73, le esportazioni erano risultate in volume superiori del 26% a quello del ’73 e le importazioni superiori del 2%. Si aveva cioè nel 1976 un maggiore trasferimento di risorse all’estero pari a circa il 4% del reddito nazionale a cui corrispondeva un’entità pari a ben i 4/5 delle risorse addizionali prodotte nel periodo.

Ma come già detto questi ulteriori gravi oneri dovrebbero essere sostenuti da un’economia che già per tensioni interne era entrata in un circolo vizioso di elevata inflazione, elevati deficit esterni, ridotte capacità di accumulazione.

Tratto saliente di questa situazione furono i notevoli elementi di rigidità introdotti nel sistema che ne riducevano la governabilità nel breve periodo.

Ai rigidi meccanismi di aumento del costo del lavoro, e alla maggiore rigidità nei livelli di occupazione si accompagnava la crescente rigidità di un bilancio pubblico dominato sempre più da spese di natura corrente e da trasferimenti che crescevano secondo meccanismi e automatismi non facilmente modificabili.

Il bilancio pubblico non era dunque facilmente utilizzabile al fine del controllo della domanda interna, questo fu affidato quasi esclusivamente a strette creditizi che impedivano per una riallocazione di risorse verso i settori produttivi. Di fronte ai meccanismi di indicizzazione il controllo della domanda risultava inoltre inefficace sulla dinamica dei prezzi.

D’altro lato anche mutamenti nei tassi di cambio avevano efficacia limitata nel tempo. L’operare dei meccanismi di indicizzazione delle remunerazioni faceva sì che l’aumento del prezzo delle importazioni si diffondesse rapidamente sui costi e sui prezzi interni vanificando gli effetti della stessa svalutazione. Si aggiunga che le nuove spinte inflazionistiche derivanti dal mutamento dei tassi di cambio si diffondevano assai più rapidamente rispetto ai tempi entro i quali potevano maturare gli effetti positivi delle svalutazioni sulle esportazioni.

La tendenziale perdita di competitività delle merci italiane derivante dalla più elevata dinamica dei costi interni poneva pur sempre un limite alle possibilità di crescere le esportazioni di manufatti oltre i livelli necessari per recuperare il deficit petrolifero. Di fronte ad una forte propensione ad importare ciò si traduceva nell’impossibilità di ripristinare un saggio elevato di espansione del reddito nel breve periodo, senza causare un forte deficit nella B.d.P. Da qui un accentuato andamento ciclico intorno ad un trend di crescita del 23% m.a.

4.

Ho voluto richiamare la vostra attenzione su tutti questi elementi per sottolineare come alla radice delle difficoltà economiche italiane di questi anni stiano fattori e cause derivanti da profonde alterazioni negli equilibri sociali interni. Queste tensioni hanno assunto forme che eccedono i confini entro i quali la conflittualità apporta benefici stimoli al sistema produttivo e organizzativo. È certamente vero che obiettivi sociali di grande portata sono stati posti, addensati in pochi anni, ad un grado di sviluppo economico non ancora elevato. Ma è altrettanto vero che il sistema politico amministrativo è stato in grado di far fronte con altrettanta rapidità ai mutamenti negli equilibri sociali, in particolare ai mutamenti che comportavano una nuova distribuzione delle risorse. In buona parte si è la sciato all’inflazione, il più iniquo cioè dei metodi di tassazione, il compito di ristabilire le compatibilità; compito che avrebbe dovuto essere affidato ad una maggiore tassazione: via maestra, che ha dalla sua però il grave difetto di dover rappresentare chiaramente gli interessi colpiti e i conseguenti costi politici, per chi la segue. Uscire da una crisi di questa natura non è dunque obiettivo conseguibile con questa piuttosto che quella tecnica di controllo dell’economia. Si richiede una vera e propria opera di ricostruzione di equilibri politici e sociali che possa ricondurre da un lato i conflitti per l’acquisizione delle risorse prodotte dal sistema entro limiti che non riducano le possibilità stesse di espansione del sistema economico, dall’altro la ricomposizione di un consenso intorno ad un governo delle risorse che realizzi nuovi obiettivi di redistribuzione, evidenziando chiaramente da chi e per chi queste risorse sono prelevate. Si tratta cioè non di una crisi ciclica, ma di una crisi di mutazione verso nuovi assetti sociali più evoluti.

I tempi di superamento di questa crisi non potevano essere i tempi con i quali si misurano i cicli economici.

Nel corso degli ultimi tempi sono da segnalare alcune nuove tendenze.

I mutamenti introdotti negli ultimi anni nel sistema fiscale ed un graduale miglioramento nella sua gestione amministrativa hanno consentito un notevole recupero delle entrate.

Un importante mutamento è in corso all’interno delle organizzazioni sindacali. Un recente documento programmatico approvato dopo lunghi dibattiti nelle fabbriche contiene indirizzi che rappresentano sotto molti aspetti una svolta rispetto agli anni scorsi. Spostando l’accento sulla presenza di ampie sacche di disoccupati e di sottoccupati si riconoscono le conseguenze negative che una eccessiva azione rivendicativa da parte degli occupati a pieno diritto può determinare sul livello dello sviluppo e quindi i pericoli di un allargamento della disoccupazione e della sottoccupazione. Si propone una politica rivendicativa più moderata finalizzata al conseguimento di nuovi obiettivi in tema di occupazione. Il sindacato italiano sembra cioè voler confermare e in parte recuperare quella che è stata sempre la sua tradizione di sindacato unitario rappresentante degli interessi generali dei lavoratori ad un livello superiore a quello degli interessi specifici degli occupati nelle singole aziende o nelle singole qualifiche.

Si può affermare che sono già aperte le prospettive di risanamento economico verso la creazione di un nuovo accettabile assetto che raccolga il necessario consenso?

Non giova certo a tale fine la circostanza che l’economia mondiale proceda a tassi modesti. Poiché l’inflazione italiana non è il risultato di un mismanagement della domanda, non giova alla sua cura la costrizione dei tassi di crescita della domanda stessa entro margini modesti. Poiché si tratta di ricomporre su nuove basi un nuovo consenso sociale, solo una prospettiva di espansione può offrire i margini positivi necessari all’opera di ricomposizione del consenso. Accettare moderazione nei conflitti sociali diviene arduo se per cause esterne non vi sono poi le condizioni per un aumento della base produttiva e dell’occupazione che è la sola contropartita probabile per l’accettazione di maggiore autodisciplina nelle rivendicazioni.

5.

Come ha risposto il sistema produttivo?

L’apparato industriale italiano ha avuto risposte assai diverse a queste sollecitazioni.

Maggiore capacità di reazione è stata dimostrata dal vasto apparato di piccole e medie imprese, di quanto non sia accaduto nel sistema delle grandi imprese. Si sono avuti alcuni “abbandoni” da parte di imprenditori privati in alcune imprese medie agli inizi del ’70, che hanno richiesto interventi di salvataggio da parte dell’impresa pubblica. Ma nel complesso il settore delle imprese a dimensione minore ha saputo, in parte, aggirare alcune delle rigidità imposte dalle nuove condizioni del mercato del lavoro, in parte, ha saputo rispondere alle nuove rigidità con grande recupero di elasticità e dinamismo nelle gestioni, per ciò che riguarda i prodotti, i mercati, le tecniche di produzione. Solo successivi mutamenti nei tassi di cambio tra la lira e le altre monete hanno, come ho detto, consentito di contenere la perdita di competitività nei mercati derivante dall’elevato tasso di crescita del costo unitario del lavoro. In un mercato mondiale che si attestava su ritmi di espansione non particolarmente elevati la quota delle esportazioni italiane nel commercio mondiale di manufatti in dollari è rimasto costante (6,5%).

In particolare, va notato, hanno ancora svolto un notevole ruolo attività manifatturiere cosiddette “tradizionali” (ad es. l’industria dell’abbigliamento, delle scarpe, ecc.).

Orbene il fatto che l’Italia mantenga in questa difficile fase del suo sviluppo la propria quota di commercio mondiale può apparire dall’esterno un risultato notevole per non dire sorprendente e certamente lo è.

Ma visto in relazione ai problemi di sviluppo del paese esso appare un risultato insoddisfacente. L’economia italiana non ha ancora completato la propria industrializzazione. Ampie riserve di forza lavoro sono ancora inoccupate o sottoccupate. Un sentiero di sviluppo del pieno impiego richiede tassi di crescita superiori a quelli ai quali prevedibilmente potrà aumentare la produttività. La elevata propensione a importare fa sì che per raggiungere questi tassi di crescita senza creare squilibri nei conti con l’estero sia necessario aumentare le esportazioni a tassi piuttosto elevati, ad un tasso che in particolare risulta relativamente più elevato di quello cui è cresciuto e si prevede possa crescere il commercio mondiale.

Ciò pone un problema di competitivà in un duplice senso: da un lato come competitività sui prezzi relativi delle attuali produzioni, dall’altra come problema della struttura produttiva e del suo adeguamento alla mutata collocazione internazionale del paese. La struttura produttiva per settori è tuttora non molto diversa da quella maturata nelle passate fasi dello sviluppo, quando il costo del lavoro era relativamente più basso rispetto agli altri paesi industrializzati. Certo la struttura per settori non è di per sé un indicatore esauriente. Notevoli progressi sono stati compiuti dalle imprese in termini di organizzazione e tecniche di produzione. Nel corso d gli ultimi quindici anni la produttività oraria dell’industria manifatturiera è cresciuta a saggi elevati dell’ordine del 5,6-6% m.a. Resta il fatto che pesano ancora molto nell’industria italiana settori che già trovano e in futuro troveranno, sempre più favorevoli condizioni di sviluppo in altre aree economiche, a più basso costo del lavoro: sia nell’area mediterranea che in altre aree geografiche.

Si pongono dunque per il futuro problemi di sviluppo industriale nuovi rispetto al passato. Non basterà conseguire aumenti di produttività sulle attuali produzioni, occorrerà creare le condizioni perché produzioni oggi ancora scarsamente presenti nella struttura produttiva italiana possano svilupparsi a tassi notevoli. Ma il mutamento verso strutture produttive più evolute è processo non realizzabile in breve periodo, tanto più se si dovrà operare in una prospettiva di espansione del commercio mondiale non particolarmente sostenuta. Si pone quindi più in generale un delicato problema di governo della politica industriale in grado di “controllare” nel tempo questa evoluzione affinché il passaggio verso nuove strutture produttive avvenga con la necessaria gradualità senza determinare ulteriori problemi occupazionali.

Il basso tasso di espansione ha aggravato i problemi dell’occupazione. Questi non possono essere esaminati se non si considerano separatamente le due aree del paese, il Nord e il Sud.

Il Nord ha infatti raggiunto livelli di industrializzazione statisticamente confrontabili con quelli delle regioni più evolute d’Europa. È in corso in queste regioni una notevole e continua espansione dell’occupazione terziaria. La domanda di lavoro nel settore dei servizi è già superiore alla offerta addizionale locale di forze lavori di queste regioni. Il Mezzogiorno rappresenta un’area di 19 milioni di abitanti dove nonostante il notevole calo del tasso di crescita della popolazione, si concentra il maggiore incremento naturale di offerta di lavoro italiano commisurabile in circa 70.000 unità all’anno, e nel Sud si hanno tuttora notevoli riserve di manodopera sottoccupata nell’agricoltura. L’agricoltura meridionale nonostante l’esodo massiccio continuato per 20 anni trattiene ancora il 27% delle forze lavoro dell’area.

Una prospettiva di ulteriore graduale avvicinamento ai redditi delle altre attività richiederebbe una riduzione di tale occupazione ancora di 30-40.000 unità all’anno. La riduzione nel tasso di crescita dell’economia del Nord e di quella europea ha praticamente chiuso sbocchi di emigrazione, aumentando così la pressione dell’offerta di lavoro locale con conseguente accentuazione dei fenomeni di disoccupazione e sottoccupazione terziario e anche agricolo. Fenomeni gravi che rischiano di introdurre nuovi ostacoli all’ammodernamento delle strutture soprattutto in agricoltura.

Come si vede una prospettiva che non aggravi i problemi di occupazione del Sud deve prevedere l’aumento dell’occupazione in settori estragricoli dell’ordine di circa 100.000 unità all’anno. Un aumento di gran lunga superiore a quello realizzato nel corso degli ultimi anni.

Realizzare una prospettiva del genere richiederebbe due condizioni: un tasso di crescita del prodotto industriale nazionale assai sostenuto, almeno del 6% m.a., la concentrazione al Sud di una parte notevole delle nuove capacità produttive.

Condizioni queste ultime che richiederebbero a loro volta una ripresa delle esportazioni a tassi superiori a quelli attuali e una politica interna capace di dirottare al Sud i nuovi sviluppi.

Una prospettiva di questa portata non appare certamente realizzabile entro un arco di tempo breve.

Il problema dell’occupazione nel Sud sembra dunque destinato nei prossimi anni ad assumere proporzioni quantitative sempre più gravi. Va aggiunto che il fenomeno si presenta ulteriormente aggravato anche in relazione alle nuove condizioni dell’area. Si è detto che una quota ancora elevata di occupazione grava sull’agricoltura. Tale quota è notevolmente inferiore in ogni caso a quella che si registrava nel passato. A seguito dei mutamenti intercorsi, il Mezzogiorno non si presenta più tanto come area di sottosviluppo agricolo, quanto come area fortemente urbanizzata.

L’addensamento di popolazione in città nelle quali lo sviluppo delle attività produttive appare ancora largamente inferiore alle disponibilità di forza lavoro altera ampiamente la natura e i problemi di ordine sociale della disoccupazione e della sottoccupazione.

Rispetto all’arretratezza di un’area agricola la sovrappopolazione urbana determina ben più gravi fenomeni di emarginazione e ben più gravi tensioni sociali.

Si aggiunga che il cospicuo aumento dei livelli di educazione ha accresciuto notevolmente la quota dell’offerta locale di lavoro costituita da diplomati e laureati, aggravando il fenomeno della disoccupazione intellettuale.

L’economia meridionale è oggi sostenuta in buona misura dai notevoli trasferimenti che hanno luogo all’interno del paese.

Il reddito disponibile nell’area meridionale risulta sistematicamente del 20-25% superiore alle risorse prodotte nell’area. Una parte rilevante di questi trasferimenti è dato da investimenti pubblici e privati, una parte elevata assume la forma di trasferimenti al reddito delle famiglie.

Grazie anche a questi trasferimenti si è potuto conseguire nel ventennio tra il 1950 e il 1970 un aumento del reddito disponibile pro-capite dell’ordine del 5% m.a. Ma l’aumento del reddito locale se ha contribuito a modificare radicalmente le condizioni di vita, non è stato sufficiente a determinare più intensi processi d’industrializzazione. In un’area relativamente arretrata operante però su mercati aperti in diretta concorrenza, con aree più evolute, l’aumento della domanda locale non determina necessariamente aumenti delle capacità locali di offerta, se non nelle attività protette dai costi di trasporto. Lo sviluppo di industrie locali è stato largamente concentrato in attività a mercato locale. La maggior parte degli investimenti in attività a più ampio mercato sono il frutto di decisioni di imprese esterne. Questa crescita ha avuto luogo attraverso il decentramento di impianti più che attraverso la diffusione di imprese. Nonostante indubbi progressi l’apparato produttivo meridionale ci appare cioè ancora costituito solo in parte modesta da imprese capaci di rispondere con i necessari adeguamenti ai mutamenti dei mercati, e in larga parte da impianti tecnicamente molto moderni, ma operanti attività facilmente decentrabili. Al mutare delle convenienze è permanente il rischio di vedere queste attività, come ho detto, per loro natura decentrabili, optare per aree a più bassi costi del lavoro.

È il caso di molte produzioni: siderurgia, petrolchimica, fibre, automobile, elettronica, diffusesi in notevole misura nel Mezzogiorno negli anni passati, ma per le quali la crisi di domanda mondiale, si somma oggi alla prospettiva di vedere notevolmente aumentata la capacità produttiva in paesi terzi, dall’Est Europa, dell’area OPEC, ad altre aree a bassissimo costo del lavoro.

Gli sviluppi del passato per quanto significativi non sono ancora stati dunque tali da dar vita ad un fenomeno di crescita che trovi nell’apparato locale la sistematica capacità di rispondere alle sollecitazioni del mercato. E in molti casi ci si trova già di fronte alla necessità di ristrutturazioni produttive in relazione appunto all’aumento delle capacità produttive che si prospettano in altri paesi.

Occorre quindi intensificare gli sforzi perché nuove iniziative siano localizzate al Sud e perché l’apparato locale cresca verso forme organizzative più efficienti. Ma occorrerà anche definire politiche con riferimento alle produzioni che su scala italiana o europea abbisognano di ristrutturazione. Occorrerà in particolare tenere presente le conseguenze ben diverse che può assumere la chiusura o il ridimensionamento di un grande impianto in un’area industrializzata, ove per la manodopera coinvolta si possono presentare alternative di occupazione in attività in espansione, dalle conseguenze che queste chiusure possono avere in un’area con elevata disoccupazione o nella quale tali alternative sono più scarse e spesso assenti.

Si dovrà tener conto di ciò nelle politiche di riassetto produttivo a scala italiana ed europea operando in modo che nei processi di riallocazione delle capacità produttive non sia diminuito ma siano possibilmente aumentate le capacità produttive al Sud almeno in quei settori, che il Mezzogiorno si è già mostrato in grado di accogliere.

Problemi altrettanto urgenti si pongono in campo agricolo.

L’agricoltura meridionale si trova in una delicata condizione. Da un lato deve competere per le produzioni più tradizionali con paesi esterni a costi notevolmente più bassi, dall’altra non è dotata delle condizioni naturali e strutturali perché si possa pensare ad un facile passaggio verso la diffusione di produzioni di tipo continentale (latte, carne, ecc.) senza un periodo non breve di notevole protezione. Per alcune tra le più importanti produzioni nazionali, il meccanismo di difesa dei paesi adottato dalla Comunità appare inadeguato. I prodotti orticoli ad esempio non sono conservabili in stock e la loro produzione oscilla grandemente nel brevissimo periodo. La necessità di vendere subito i raccolti determina inevitabilmente una riduzione nell’efficacia della protezione di un sistema di prezzi che presuppone comunque una certa possibilità di regolazione nel tempo dell’afflusso di prodotti sul mercato.

Ritengo in prospettiva che non vi sia un grande futuro per la diffusione nel Mezzogiorno di produzioni orticole su grande scala industriale. Per prodotti standardizzati industriali la concorrenza esterna proveniente da aree sottosviluppate a costi del lavoro bassi non consentirà più significativi margini di sviluppo. Il futuro di questa agricoltura mediterranea nel Mezzogiorno sta a mio avviso nella diffusione di produzioni fresche di qualità elevata per il mercato europeo.

Onde favorire questo processo occorre accanto ad un più efficace sistema di controllo dei prezzi una politica delle strutture che sia più adeguata nei suoi presupposti alla realtà meridionale. Tale non mi sembra in verità il caso dei presupposti della politica delle strutture adottati dalla Comunità. Quando si mette come condizione per poter ottenere l’intervento di sostegno sulle strutture che l’agricoltore presenti un progetto dettagliato di riassetto produttivo accompagnato da calcoli che dimostrino che a seguito di questo investimento l’azienda potrà conseguire redditi paragonabili a quelli di altri settori esterni, evidentemente non si fa riferimento all’agricoltura del Sud.

Si dà per scontato che esiste un’azienda moderna ed efficiente quando questo dovrebbe essere invece l’obiettivo da raggiungere. Ne conseguono notevoli ostacoli all’applicabilità di questa norma. Certo molto è dovuto all’inefficienza della pubblica amministrazione italiana. Ma si commette un serio errore quando si chiede ad un’amministrazione non efficiente di rispettare condizioni che non sono obiettivamente rispettabili. In questo caso non la si sollecita all’efficienza ma al contrario la si stimola solo alla ricerca di escamotages.

Quanto detto conferma la complessità dei problemi che la presenza di un’area arretrata nell’ambito del mercato comune pone per l’Italia e per la Comunità.

Il Mezzogiorno è il primo caso della storia dell’occidente dopo la rivoluzione industriale inglese di un’area arretrata che è chiamata ad avviare la propria industrializzazione in assenza di protezione e in competizione con altre aree altamente sviluppate ed il cui sviluppo fu a suo tempo reso possibile da forti barriere doganali.

È evidente che per affrontare questo problema non basta trasferire verso l’area un certo ammontare di risorse.

Occorre invece che nell’ambito delle politiche generali e settoriali si possano determinare indirizzi e misure i cui effetti siano equivalenti a quelli che in altre epoche e in altre aree si sono conseguite attraverso la protezione.

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