in “Bancaria”, anno 45, n° 9, febbraio 1989, pagg. 68-72
Quel che hanno perso nella intermediazione del denaro le aziende di credito hanno recuperato nella negoziazione e nella gestione dei titoli – Il ruolo degli istituti speciali non può essere visto solo in chiave di separazione dell’attività creditizia a breve e a lungo termine
Intervento del Presidente del Crediop all’European Business Forum tenuto a Roma il 2 dicembre 1988 sul tema: «Il 1992 e il futuro»
La recente evoluzione del sistema bancario italiano si caratterizza per l’emergere di alcuni fenomeni e tendenze profondamente diversi da quelli tipici del recente passato.
Per poter meglio identificare questi mutamenti, è necessario considerarli in una prospettiva pluriennale. Ciò può anche aiutare a spiegare perché alcuni fenomeni siano occorsi in Italia più tardi che in altri paesi, perché alcuni fenomeni non si siano verificati affatto, ed a comprendere il complesso insieme di innovazione e conservazione che caratterizza il momento presente.
Volendosi in questa sede gettare al passato solo un rapido sguardo, basterà richiamare alla nostra mente i forti squilibri che hanno caratterizzato la recente storia economica italiana ed i pesanti condizionamenti che ne sono derivati indirettamente sul sistema bancario.
Ci si riferisce, in primo luogo, alla crisi industriale de gli anni settanta, protrattasi in Italia per un tempo particolarmente lungo, con un processo di aggiustamento che ha manifestato incertezze e ritardi per un decennio. Cisi riferisce, in secondo luogo, alla crescita dei disavanzi pubblici ed all’accumularsi di uno stock di debito pubblico di dimensioni particolarmente elevate, che negli anni ’80 ha reso più complessi i problemi del suo finanziamento.
Il manifestarsi, in successione, di questi forti e prolungati squilibri ha indotto, volta a volta, l’adozione di misure e di comportamenti che hanno inciso profondamente sul ruolo svolto dalle banche, sulla struttura del sistema bancario, sul suo modo di operare, nonché sulla cultura dominante al suo interno e, quindi, sulla sua organizzazione e sulle politiche di gestione.
In particolare, quegli svolgimenti hanno indotto l’emergere e il predominio sulla scena di obbiettivi di stabilità e di pubblico interesse (economico, sociale e politico), che hanno condizionato e sovente contraddetto l’affermarsi di indirizzi volti all’innovazione, al mutamento, alla concorrenza.
Ciò mi pare sia stato particolarmente vero nel corso della crisi industriale.
Le statistiche ufficiali ci ricordano che il costo del lavoro per unità di prodotto dopo il1972 è cresciuto per l’industria a tassi compresi tra il 10 ed il 18% (con una punta del 35% nel 1975) e che tali ritmi di crescita proseguirono anche dopo il secondo shock petrolifero. I dati raccolti dalle indagini campionarie evidenziano che il cash flow sul fatturato scese da valori intorno al 6% a valori intorno al 2-3% (per risalire, dopo l’84, fino al 7,5% del 1987). In una situazione in cui erano diffusi conti economici in perdita, il ricorso al mercato azionario rimase marginale.
Il ricorso al credito bancario fu la sola possibilità aperta per il sostegno di situazioni di difficoltà o di crisi prolungate. Sempre secondo le indagini campionarie sul settore industriale, il totale dei debiti, che raggiungeva quasi quattro volte i mezzi propri nel 1974, si manteneva su livelli di oltre tre volte fino alla fine del decennio (due volte nel 1987). Le banche e gli istituti assunsero un ruolo eccedente quello che normalmente si chiede a chi eroga crediti.
I dati qui citati danno solo la misura complessiva del fenomeno e solo indirettamente richiamano alla nostra memoria il clima di quegli anni. Agli intermediari creditizi si chiedevano comportamenti finalizzati alla stabilità, spesso sollecitati in nome dell’ordine pubblico.
Il credito venne sovente prolungato e concesso al di là di quanto stretti e rigorosi criteri di gestione bancaria avrebbero suggerito. D’altro lato, lo Stato veniva aumentando la spesa pubblica al cui interno crescevano di importanza sostegni e trasferimenti a industria e famiglie. Salvo alcuni casi, gli intermediari creditizi rivelarono solo successivamente, nel corso degli anni ’80 e quando già la situazione iniziava un lento miglioramento, un aumentato volume di sofferenze. Quei dati non danno comunque la misura neppure indiretta del grado di immobilizzo degli anni precedenti.
LA BANCA COME ISTITUZIONE
La grave crisi e l’elevato grado di immobilizzo prolungati per anni avrebbero potuto avere ripercussioni assai serie. Essi furono invece superati dal sistema bancario. Questo fu possibile grazie anche alle politiche generali adottate, ma certamente fu favorito dal verificarsi di un crescente afflusso verso le banche di fondi delle famiglie, sotto forma di depositi. Grazie all’elevato grado di risparmio delle famiglie, fattore caratteristico dell’economia italiana, il risparmio si attestava sul 22% del reddito nazionale disponibile; il rapporto depositi bancari sul pro dotto interno lordo cresceva continuamente dal 71% del 1972 all’81% del 1978.
La crescente ampia disponibilità di fondi liquidi era a sua volta tale da consentire non solo la gestione di un credito altamente immobilizzato, ma anche la crescita continua nell’attivo delle banche degli impieghi in titoli del debito pubblico, che nel frattempo venivano emessi in crescente misura. L’ampia disponibilità di depositi consentiva anche il mantenimento di buoni spreads tra i tassi d’interesse e quindi buoni margini nei conti delle banche.
In breve e sommaria sintesi: le rilevanti finalità pubbliche affidate al ruolo delle banche mantenevano diffusa la concezione della banca come «istituzione» più che come impresa. Prevaleva una concezione dell’attività creditizia come strumentale a finalità pubbliche di sviluppo. Per le banche e gli istituti pubblici in particolare erano diffuse interpretazioni in tal senso anche in seno alla magistratura.
D’altro lato, l’evoluzione del mercato del risparmio confermava il predominio dell’intermediazione attraverso il deposito bancario. Ciò a sua volta portava a riaffermare la validità delle tradizionali strategie bancarie volte in primo luogo alla ricerca diretta di raccolta di depositi e ad affidare in modo quasi esclusivo allo spread tra tassi attivi e passivi la formazione del margine economico. In questa strategia vi era forse un minor interesse allo sviluppo di servizi, alla pratica della imputazione dei costi per gli stessi servizi, e una minor attenzione allo sviluppo di nuovi strumenti di intermediazione, al mercato dei capitali e allo sviluppo di un più efficiente sistema dei pagamenti. Comportamenti volti alla conservazione per ciò che riguardava gli assetti produttivi, imprenditoriali, industriali, finivano con il tradursi in comportamenti di conservazione della struttura, dell’organizzazione dell’intermediazione e della gestione delle stesse imprese bancarie. Siffatte tendenze trovavano poi conferma nelle politiche di controllo dell’equilibrio interno ed esterno nel frattempo adottate, in particolare nella prolungata imposizione di un massimale sull’espansione annuale dei crediti, nella politica di stretto controllo dell’autorizzazione ad aprire nuovi sportelli ed in una legge valutaria assai restrittiva.
La situazione nell’industria segnò una netta svolta solo negli anni ’80. Tutti gli indici segnano l’affermazione di una definitiva svolta solo con il 1983-84.
Nel frattempo, veniva crescendo il deficit della finanza pubblica e cresceva lo stock di titoli emessi dallo Stato. Il rapporto fra stock del debito pubblico e prodotto interno lordo al passaggio tra gli anni ’70 e gli ’80 andava superando la soglia del 50% (come noto, supererà il 90% con il 1987).
Non ci si deve qui soffermare sui ben noti problemi di gestione di questo debito, sulla necessità di garantire il suo finanziamento e, in particolare, il collocamento delle emissioni lorde di titoli che assumono proporzioni elevate, soprattutto nei periodi in cui incertezze e preferenze per il breve termine tendono a ridurre la durata media del debito stesso.
Questi fenomeni sono qui richiamati dal momento che la necessità del rifinanziamento del debito, attraverso la sottoscrizione dei titoli, riproponeva ancora una volta in primo piano il ruolo decisivo delle banche soprattutto sul mercato primario di quelle emissioni e un’attenzione crescente della Banca Centrale.
Cessato con il 1981 l’impegno della Banca Centrale a garantire direttamente la copertura di parte del deficit dello Stato (il cosiddetto «divorzio»), aumentava il suo impegno indiretto ad assicurare, per il tramite delle banche, l’assorbimento di quelle emissioni. Il governo della liquidità bancaria era sempre più condizionato dalla necessità di assicurare la stabilità dei mercati finanziari.
Ancora una volta, se pur per motivi diversi, erano predominanti gli obiettivi di stabilità, e la necessità di comportamenti generalizzati e uniformi atti a garantirla. Ancora una volta una grande finalità pubblica portava a valorizzare la funzione della banca quale «istituzione».
Per converso, le banche potevano investire parte dei loro patrimoni in titoli sicuri, con remunerazione reale molto elevata. Inoltre, durante il lungo periodo di discesa dei tassi, dopo la rapida salita del1979-81, nonostante la presenza di titoli indicizzati, con tali investimenti poterono ottenersi importanti «capital gain». Questi fino al 1986 rappresentarono una componente significativa del reddito bancario soprattutto per le banche maggiori.
TRA INNOVAZIONE E CONSERVAZIONE
Con l’inizio degli anni ’80, da parte delle autorità monetarie si pose mano a molteplici aspetti del nostro ordinamento, introducendo modifiche che, per quanto graduali, configurano una vera e propria silenziosa riforma.
I mutamenti riguardano il graduale abbandono del massimale sull’espansione del credito bancario, quale forma di controllo del credito e della domanda aggregata; iniziative volte a graduali riduzioni delle barriere valutarie; il riesame dell’ordinamento giuridico e degli statuti delle istituzioni creditizie pubbliche; l’accento posto sulla responsabilità imprenditoriale delle banche; l’attenzione volta sulle loro dotazioni patrimoniali, piuttosto che non sulle procedure di autorizzazione al superamento di limiti di fido; l’articolazione maggiore degli strumenti di raccolta e lo sviluppo di nuove attività di intermediazione; -in generale l’introduzione di maggiore concorrenzialità e gestione imprenditoriale.
I problemi sopra richiamati dalla gestione del finanziamento del debito pubblico, le esigenze di coniugare il controllo delle grandezze economiche con quello della stabilità dei mercati finanziari hanno in parte condizionato questi sviluppi, sovente richiedendo il ripristino di misure e interventi nella direzione opposta agli stimoli e alle innovazioni che con la silenziosa riforma si andavano introducendo.
Il tutto concorre a configurare gli anni recenti come un periodo nel quale è stata frequente l’oscillazione tra innovazione e conservazione.
In questi anni, si andavano nel frattempo sviluppando nuove tendenze nel comportamento dei risparmiatori, di fronte alla crescente espansione delle attività finanziarie. Emergevano nuove forme di intermediazione, mentre anche l’economia italiana godeva del boom del mercato dei capitali di rischio al quale le imprese, in netto miglioramento, si orientavano per acquisire risorse in misura senza precedenti.
In questi anni, una grande trasformazione nell’organizzazione del risparmio delle famiglie apre la via per una grande modifica nel posizionamento del sistema creditizio.
Principale fenomeno di questa evoluzione è la diminuzione del deposito bancario nel portafoglio dei detentori di attività finanziarie (in particolare del settore famiglie).
Dopo la richiamata crescita dei depositi nel corso degli anni ’70, già alla fine di quel periodo, si avvia un processo di «disintermediazione» che, lungi dall’assumere portata congiunturale, prosegue ininterrottamente per un intero decennio ed è tuttora in corso. Il peso dei depositi sulle attività finanziarie del settore privato scende continuamente dal 67-68% del 1978 a poco più del 40% del 1987. Il fenomeno, verificabile in molti paesi, assume in Italia una portata molto maggiore (salvo forse il solo caso del Giappone); non solo la dinamica è assai più rapida, ma più incisivo è il mutamento, vista l’assai più elevata importanza relativa che i depositi hanno sempre assunto in Italia rispetto a tutti gli altri Paesi. L’incidenza dei depositi bancari sul prodotto interno lordo scende da percentuali dell’85% a percentuali del 65%.
Concomitante con questo fenomeno è la progressiva discesa della quota percentuale dei titoli del debito pubblico detenuta dalle banche. Tale percentuale, che a metà degli anni ’70 era intorno al 75-80%, scendeva progressivamente al 50% del 1982 per ridursi sempre più nel corso degli ultimi anni fino al 26% del 1987.
NUOVE FORME DI INTERMEDIAZIONE
Il sistema bancario reagisce non ostacolando, ma anzi in alcune fasi assecondando questi fenomeni, intervenendo come soggetto attivo della riorganizzazione. Al calare dei depositi si ha innanzitutto una simmetrica crescita dell’ammontare dei titoli, appartenenti alla clientela, custoditi e gestiti presso banche. Lo sviluppo è tale per cui il valore totale dei depositi sommato al valore dei titoli in custodia e amministrazione non solo non diminuisce, ma aumenta rispetto al totale delle attività finanziarie detenute dal settore privato dell’economia.
Va considerato che si tratta di un’attività che contempla al suo interno diversi tipi di rapporti con la clientela, che dall’amministrazione dei soli diritti connessi al titolo si sviluppa in veri e propri mandati a gestire portafogli. Al suo interno crescono, soprattutto negli ultimi anni, quelle che possono essere definite a pieno titolo gestioni fiduciarie (svolte da banche o da loro controllate), rapidamente salite nel 1987 al 10% del totale dei titoli a custodia e in amministrazione.
È da notare che la gestione fiduciaria gestita direttamente o indirettamente da istituzioni creditizie raccoglie più del 90% del totale dei patrimoni affidati nel nostro paese a gestioni siffatte.
Dopo la loro regolamentazione per legge avvenuta nel 1983, si sono diffusi i fondi di investimento mobiliare, il cui patrimonio netto gestito è cresciuto rapidamente. L’incidenza delle quote dei fondi sul totale delle attività finanziarie delle famiglie è stata nel 1986 pari al 5%. Sin dall’emergere del fenomeno, la presenza di banche ed istituti di credito è stata rilevante. Nel1987 si registravano in Italia 72 fondi”; di questi, 53 facevano capo a società con presenza bancaria (essendo quest’ultime 31 su un totale di 38). La quota del patrimonio netto gestita da tali fondi era dell’ordine dell’83% del totale.
Particolarmente rilevante è stato anche il ruolo svolto dalle istituzioni creditizie sul mercato azionario, soprattutto sul mercato primario. Sono disponibili dati precisi relativi al 1986, anno nel quale particolarmente intensa è stata l’emissione di titoli azionari. In quell’anno le imprese non bancarie hanno raccolto sul mercato azionario fondi per circa 10.600 miliardi. Di questi, 9.900 sono derivati da emissioni assistite da consorzi di collocamento e garanzia con presenza, diretta o indiretta, di banche o istituzioni creditizie. Anche tutte le offerte al pubblico di nuove emissioni di titoli già in circolazione sono state garantite da consorzi che hanno visto un intervento di banche e istituti per l’80%. Anche la riforma annunciata per il mercato azionario prevede la partecipazione delle banche ai nuovi soggetti operativi in Borsa.
Nel frattempo, a seguito di nuovi indirizzi dell’Organo di Vigilanza, le banche potevano costituire o entrare in società di merchant banking, attività nella quale erano già ampiamente presenti gli istituti di credito speciale. Inoltre dal 1981 le società finanziarie di partecipazione, di consulenza e di intermediazione con presenza bancaria o di istituti speciali sono passate da 5 a 23 per le aziende di credito e da 2 a 15 per gli istituti di credito speciale.
Per quanto riguarda la distribuzione al dettaglio dei prodotti finanziari, non sono disponibili dati che consentano un confronto tra il ruolo svolto dagli sportelli bancari e quello svolto dalle reti specializzate diffusesi in Italia in questo decennio. Va però anche qui segnalata la crescita della presenza delle banche e degli istituti nelle società di distribuzione (le società facenti capo a banche e istituti sono passate da 3 a 12 dal 1983 al 1987).
Citeremo solo di passaggio poi come, dei 10.500 miliardi di finanziamenti concessi da società di leasing, il 90% circa risulta concesso da società con partecipazione di banche o istituti. Anche nel factoring, dei 10.000 miliardi di finanziamenti concessi, oltre il 60% fanno capo a società con partecipazione di banche o istituti.
Va aggiunto, per completare questo breve panorama, come la diffusione della gestione dei titoli per la clientela presso gli sportelli bancari non ha creato spazi per l’emergere di money market funds. Va anche osservato che il sistema bancario italiano, nonostante la sua arretratezza in questo campo, cui solo in questi anni si sta ponendo rimedio, non ha subito la concorrenza di sistemi di pagamento non bancari.
Va infine ricordato che banche ed istituti hanno continuato a finanziare clientela primaria, anche nel periodo recente in cui quest’ultima è divenuta sede di formazione di saldi attivi e comunque fortemente competitiva nell’acquisire fondi esterni. Tali finanziamenti sono stati effettuati con qualche sacrificio di margini, e per operazioni finanziarie sulle quali la Banca Centrale ha sovente richiamato l’attenzione. Questo credito va in qualche misura considerato sostitutivo della diffusione, che ha interessato invece altri paesi, di commercial paper, con cui le imprese si sono provviste di fondi, bypassando le banche. La carta commerciale, diffusasi in Italia solo saltuariamente in assenza ancora di normativa adeguata, ha assunto la forma di polizze con fidejussione bancaria, e rappresenta dunque ancora uno strumento che vede nella banca un diretto intermediario creditizio. Il duplice fenomeno che vede da una lato la disintermediazione del sistema per ciò che riguarda la raccolta dei depositi, e per contro il reinserimento di banche e istituti quali principali protagonisti in tutte le altre forme di intermediazione (negozio e gestione di attività finanziarie) è tuttora in corso. Il sistema bancario sta ulteriormente assecondando la tendenza di fondo. Insieme alla «disintermediazione» si verifica una crescita del volume dell’attività creditizia resa possibile anche da un’ulteriore riduzione relativa del portafoglio titoli direttamente posseduto.
LA ORGANIZZAZIONE IN GRUPPI
Siffatta radicale trasformazione andrebbe analizzata a fondo. Il grande spostamento verso il negozio e la gestione delle attività finanziarie può da alcuni essere ridimensionato, se si tiene conto della dominante presenza di titoli di Stato e degli alti rendimenti reali che questi assicurano. Resta il fatto della grande espansione del placing power e della diffusione di premesse organizzative in tutti i principali nodi dell’intermediazione indiretta.
Al riguardo si possono fare alcune osservazioni. La prima è che questa espansione del ruolo delle banche porterà inevitabilmente a problemi di riregolamentazione e forse a problemi di trasparenza. Questa articolata presenza delle istituzioni creditizie spiega anche perché in Italia più che altrove sia acceso il dibattito su quale debba essere il ruolo delle diverse autorità di vigilanza sulle attività non strettamente «bancarie».
La seconda osservazione è che questi fenomeni hanno portato alla formazione di entità sempre più organizzate nella forma di gruppo. Si tratta di un’evoluzione che risente ad un tempo di scelte autonome suggerite dalle strategie di organizzazione, fondate su specialità professionali e funzionali, e di indirizzi dell’Organo di Vigilanza, sulla separatezza da mantenere tra diverse attività. Il processo è in corso e potrà avere nuovi sviluppi. La stessa autorità monetaria propone la forma del raggruppamento bancario come modello organizzativo ai fini degli obbiettivi di stabilità, di vigilanza e di trasparenza.
Su tale tema è previsto l’intervento del legislatore, così come è prevista l’emanazione di nuove normative che regolino i rapporti intergruppo. All’interno dei gruppi, occorrerà misurare l’efficacia relativa di modelli organizzativi fondati sulla divisione per funzioni e quelli centrati su un orientamento al cliente o ai singoli mercati, problemi peraltro già presenti in tutte le organizzazioni bancarie. Va comunque sottolineato che la crescita per «gruppo», al di là degli orientamenti delle autorità di vigilanza, appare il solo modello di crescita per istituzioni creditizie che vogliano avere una strategia internazionale. Esso appare il solo modo con cui è possibile realizzare presenze, dirette ed indirette, e alleanze in vari paesi d’Europa ed in diversi settori nelle varie realtà europee.
La formazione di gruppi articolati comporta poi il superamento definitivo di strategie di crescita tradizionali, fondate sull’espansione ottenuta solo per graduale dilatazione dei possessi e di integrali controlli. In prospettiva, la formazione di questi gruppi sarà condizionata, da un lato, come già accennato, dall’impostazione che si vorrà dare al rapporto fra attività bancaria in senso stretto (come attività che gestisce depositi-moneta) e le attività sul mercato finanziario mobiliare (dalle sottoscrizioni alle gestioni, per le quali non vi è una tradizione di separatezza dalle prime).
Dall’altro lato, tale processo sarà condizionato dalla soluzione che sarà data al rapporto tra aziende di credito e istituti di credito speciale (per i quali vi è una tradizione di netta separazione).
Questa separazione tra aziende ed istituti di credito speciale tipica della tradizione italiana merita qualche riflessione particolare. È consuetudine affermare che essa discende dall’obbiettivo di tenere separato il credito a breve da quello a medio termine, e dalla preoccupazione di rispondenza tra scadenze temporali degli attivi e dei passivi degli intermediari. È questa una parziale, insufficiente e per molti aspetti inesatta rappresentazione del nostro ordinamento.
La creazione di istituti di credito speciale ubbidisce all’esigenza di vedere finanziata una parte consistente dei fabbisogni delle imprese per il tramite dei mercati finanziari (fuori dunque dal circuito dei depositi bancari). Essi sono quindi lo strumento con il quale è favorita e organizzata la securitization indiretta del sistema. Nel caso degli istituti mobiliari, si aggiunge l’ulteriore ruolo di investment banking.
I vantaggi che essi offrono al processo di securitization sono essenzialmente: la concentrazione delle emissioni in pochi organismi emittenti rispetto alla frammentarietà dei soggetti ultimi finanziati; il fatto che sui mercati finanziari viene immesso un titolo creato sulla base di valutazioni del merito del credito dei finanziati, effettuate da parte di istituti specializzati; il fatto che tali emissioni offrono la garanzia aggiuntiva rappresentata dal patrimonio degli istituti emittenti.
La costruzione di gruppi potrà essere tanto più chiara ed efficace se sarà tenuta ben presente la funzione specifica svolta dalle istituzioni specializzate, nei termini sopra richiamati.
Da ultimo vorrei fare solo un cenno alla questione della proprietà bancaria. È di grande attualità il problema del rapporto industria-banca, o meglio delle condizioni alle quali imprese non finanziarie possano partecipare a banche ed istituzioni creditizie. Non mi dilungherò su questo problema. Lo considero importante e delicato, ma pur sempre particolare, di fronte a quello più generale, di quali indirizzi si vorranno seguire in Italia circa i grandi azionisti strategici.
Si tratta di un problema importante e di vaste dimensioni di fronte al futuro di numerosi organismi bancari pubblici, o attualmente organizzati nella tipologia delle fondazioni, che dovranno aprirsi al mercato. Su questi problemi, altri paesi europei hanno da tempo stabilizzato situazioni tradizionali o individuato in via organica soluzioni nuove. In Italia il problema non mi pare ancora adeguatamente affrontato.
Sulla questione, come ho detto, più particolare della presenza dell’industria nelle istituzioni creditizie, voglio solo fare una osservazione marginale. È stato detto, tra le tante considerazioni, che essa è condizione sine qua non per immettere cultura manageriale nel sistema creditizio. Orbene, il problema dell’adeguamento dell’imprenditorialità e dell’efficienza dell’organismo creditizio è fondamentale. Purtuttavia, e non sulla base di questioni di principio, ma solo facendo riferimento all’esperienza personale, mi sento di dire che quell’assioma non è necessariamente esatto.