Dalla rivista “Nuovo Mezzogiorno”, anno XII, n° 4, 1969
Riprodotto in “Informazioni Svimez”, anno XXII n° 12, 30 giugno 1969, 7 pagine

Lo scritto che qui sotto pubblichiamo esprime il pensiero della SVIMEZ (Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno d’Italia) sui temi che formano oggetto della nostra inchiesta-dibattito. Ringraziamo vivamente la benemerita Associazione e l’estensore della nota, Ing. Paolo Baratta, per il validissimo ed importante apporto dato alla nostra iniziativa.

Documento PDF


Un breve bilancio del passato

ALL’INIZIO di un periodo che per molti aspetti appare come decisivo per lo sviluppo delle regioni meridionali si può essere tentati di fare un bilancio sui risultati della politica in favore del Mezzogiorno fin qui seguita.

Occorre mettere in rilievo però che non è cosa facile tentare di isolare una serie di iniziative e di misure cui si possa attribuire il nome di «politica per il Mezzogiorno» da esaminarsi separatamente e da giudicare sulla base dei risultati conseguiti.

Come per il passato, le modificazioni intervenute nel Mezzogiorno in questi ultimi anni sono il risultato congiunto delle condizioni in cui si è venuta sviluppando l’intera economia italiana e delle politiche economiche generali seguite a tal fine, prima ancora che delle politiche specifiche di intervento adottate per l’area meridionale.

Si può quindi semmai tentare un’analisi, sia pur breve, di alcuni aspetti salienti del recente sviluppo economico italiano per osservare quale conseguenza esso abbia prodotto sulla condizione del Mezzogiorno e valutare quale poté essere, in quelle circostanze l’efficacia dell’azione straordinaria in favore delle regioni meridionali (1).

La data d’inizio di questa azione straordinaria può essere fissata al 1950 con la costituzione della Cassa per il Mezzogiorno. La nuova politica di intervento era in atto da appena qualche anno quando circostanze esterne ed interne favorevoli consentirono all’economia italiana di iniziare un processo di rapida crescita. Sotto gli stimoli dell’espansione dei mercati la nostra economia si avviava verso un ritmo di sviluppo superiore anche a quel 5 % annuo che nello Schema Vanoni veniva considerato condizione necessaria per avvicinare l’obiettivo della piena occupazione e quindi anche il supera­ mento del divario Nord e Sud.

Lo sviluppo registrato dal 1950 ad oggi può essere sintetizzato in alcune cifre. Dell’offerta addizionale di lavoro che si originò in Italia e che poté trovare impiego nei settori extra agricoli in Italia o all’estero, ben il 50% circa proveniva dal Mezzogiorno (3,1 milioni su 6,2 milioni di unità), ma solo il 22,5 % poté trovare impiego all’interno dello stesso Mezzogiorno. La forza di lavoro extra agricola all’interno del Paese, cresceva nello stesso periodo di 5,2 milioni di unità (passando da 10 a 15,2 milioni di unità); mentre l’incremento registrato nel Mezzogiorno (1,4 milioni di unità) rappresentò solo il 27 % dell’incremento totale.

L’apertura dell’economia italiana verso l’estero, ulteriormente promossa dalla realizzazione del Mercato Comune, provocò un incremento rapido e quanto mai differenziato del nostro apparato industriale. Si ebbe, infatti, sia l’ampliamento e l’adeguamento alle nuove tecniche di molte produzioni, sia una notevole diffusione di nuove iniziative di piccole dimensioni, dove venivano adottate tecniche relativamente semplici.

Ambedue questi fenomeni trovarono un terreno favorevole nelle regioni già industrializzate o in quelle ad esse adiacenti per la presenza di più ricche dotazioni, di migliori attrezzature e di circostanze locali più favorevoli allo sviluppo dell’imprenditorialità. Risultavano praticamente escluse le aree del Mezzogiorno, le quali non potevano offrire adeguate condizioni per il sorgere di nuove attività produttive ad un ritmo paragonabile ad una così rapida crescita dei mercati. Questa naturale espansione a sua volta fornì al meccanismo stimoli sufficienti per il raggiungimento di un ritmo di accumulazione molto elevato; ed in tale situazione si ritenne che l’azione pubblica non dovesse, intensificando l’azione meridionalistica, sovrapporre nuovi stimoli a quelli che già il mercato autonomamente produceva, né sembrò opportuno intervenire nel movimento di espansione economica suscitato direttamente dal mercato nell’area esterna al Mezzogiorno per convogliare maggiori risorse all’intensificazione dello sviluppo delle regioni meridionali.

Gli investimenti si andarono, quindi, concentrando al Nord e al Centro, accrescendo per processo cumulativo il grado di convenienza alle localizzazioni in queste aree, e beneficiando della straordinaria mobilità presentata dalla forza di lavoro meridionale.

Come riflesso di questa rapida crescita dell’intera economia si ebbero d’altro canto anche alcuni importanti sviluppi all’interno dello stesso Mezzogiorno.

Se confrontiamo l’incremento registrato nelle forze di lavoro extra agricole dal 1950 ad oggi (pari come si è visto a 1,4 milioni di unità) con le condizioni iniziali che vedevano nel Mezzogiorno una forza di lavoro extra agricola di 2,5 milioni di unità, se ne può dedurre che il ritmo di crescita registrato in questi anni, e pari al 2,6% medio annuo (superiore quindi al 2,2 realizzato nel Centro Nord), sia stato molto vicino al massimo tasso che si potesse considerare obiettivamente ottenibile date le condizioni di inferiorità che il Mezzogiorno presentava all’inizio del periodo. A questa crescita nelle attività extragricole corrispose un aumento medio annuo del reddito pro-capite del 5,1 % realizzato anche grazie alla combinazione di un flusso di risorse provenienti dall’esterno (rimesse degli emigrati, spesa pubblica, ecc.). Dal confronto con il tasso di aumento registrato in Italia, il divario Nord-Sud in termini di reddito p.c. parrebbe quindi quanto meno non aumentato. Non possiamo però basarci soltanto su questo risultato per un giudizio globale. Va osservata infatti nello sviluppo del Sud la permanenza di molti e gravi elementi di debolezza: da un lato l’aumento del reddito non è ancora il risultato di un meccanismo di sviluppo in grado di autosostenersi, dall’altro, l’aumento delle forze di lavoro extra agricole ha interessato prevalentemente i settori terziario e delle costruzioni dove si annida un’ampia quota di sottoccupazione. Tutto questo rende tra l’altro estremamente precario l’equilibrio di molti centri urbani la cui popolazione spesso raggiunge un limite massimo appena tollerabile rispetto alle attività che ivi si svolgono.

Nel complesso però dobbiamo osservare che per la prima volta nella sua storia il Mezzogiorno appare partecipe al generale processo di espansione del Paese ad un ritmo non minore di quello, pur molto intenso, di cui hanno beneficiato le regioni più progredite. In tale senso il Sud ha potuto trarre senz’altro vantaggio dal progresso di cui ha goduto l’intera economia italiana. La massiccia riduzione intervenuta nella disoccupazione e sottoccupazione agricola e che costituisce il più rilevante mutamento nelle condizioni del Mezzogiorno, consente da un lato di porre il problema del futuro dell’agricoltura meridionale in termini di aumento di efficienza e di produttività e dall’altro di additare come obiettivo generale per il Sud un elevato tasso di crescita dell’occupazione da ottenersi congiuntamente ad un intenso aumento della produttività. L’intensità dell’esodo dal Mezzogiorno ha d’altra parte raggiunto un’ampiezza tale da non poter continuare ai ritmi del passato senza il pericolo che vengano compromesse definitivamente le prospettive di sviluppo dell’area.

In generale si può dire che l’alternativa di uno sviluppo al Sud rispetto alla continuazione della crescita squilibrata si pone non più come necessità di assistenza e di sostegno ad una parte povera del Paese che presenti caratteristiche molto diverse ed esigenze spesso contrapposte alla restante parte sviluppata, ma come obiettivo di equilibrio dei costi che la comunità intera intende sostenere per il proprio sviluppo.

Resta pur sempre il fatto che tale obiettivo può essere raggiunto solo se se ne terrà pienamente conto in ogni scelta presente e futura interessante lo sviluppo economico del Paese.

 

Prospettive e problemi del futuro

La nuova forza di lavoro che si renderà disponibile nel prossimo quindicennio per impieghi extra agricoli e che deriverà dall’aumento naturale della popolazione, dall’esodo dall’agricoltura (ancora necessario per consentire un maggior equilibrio tra questo settore ed il resto dell’economia) si può valutare, su scala nazionale, dell’ordine di 4,5 milioni di unità. Dal confronto con l’attuale forza di lavoro extra agricola italiana (circa 15 milioni di unità) se ne deduce che basta un saggio d’incremento dell’occupazione extra agricola dell’ordine del- 1’1,8% (contro il 2,3% circa del passato ventennio) perché entro una quindicina di anni, l’obiettivo della piena occupazione possa essere raggiunto (2).

Il progresso tecnico che sarà necessario per mantenere la competitività della nostra economia verso l’estero pone certo problemi rilevanti. Si dovranno rendere possibili, in particolare, rilevanti aumenti di produttività e ampliamenti di dimensione degli impianti esistenti, secondo le esigenze imposte dalle nuove tecniche. L’economia italiana deve poter procedere realizzando queste trasformazioni senza rinunciare all’intensificazione dei ritmi di progresso tecnico e di sviluppo del Sud. Contrasto tra i due obiettivi vi potrebbe essere nel caso che la capacità di accumulazione della nostra economia fosse appena sufficiente per consentire gli adeguamenti di produttività nelle attività oggi esistenti, oppure nel caso che, pur essendo l’accumulazione sufficiente a sostenere un elevato ritmo di crescita dell’occupazione, le economie conseguibili dalla concentrazione degli investimenti nelle altre regioni fossero tali da rendere decisamente antieconomico l’insediamento nelle regioni meridionali.

Per quanto attiene a questo secondo punto dobbiamo osservare che mentre gli ulteriori sviluppi prevedibili per le regioni settentrionali richiederanno comunque nuove spese per l’adeguamento delle attuali attrezzature, il Mezzogiorno si presenterà sempre più dotato di quelle infrastrutture che dovranno essere, in ogni caso, fornite per consentire il normale svolgimento della vita di queste regioni. In generale possiamo dire che il Mezzogiorno oggi non è più regione remota, ma è adiacente alle regioni dove si manifesta lo sviluppo industriale e si configura non più solo come regione da sostenere economicamente, ma come area nella quale potranno essere localizzate molte nuove iniziative per un più equilibrato, e per la comunità meno costoso, sviluppo dell’intera economia nazionale.

Certamente più difficile è una valutazione sul tasso di accumulazione necessario per realizzare i due obiettivi del continuo progresso delle attività presenti e della estensione dell’industrializzazione al Mezzogiorno.

La capacità di accumulazione è oggi relativamente elevata, la propensione al risparmio è dell’ordine del 22-23% ed è venuta crescendo nel passato fino ad un valore dell’ordine del 25% nel 1960-61 per poi decrescere, consentendo all’economia di svilupparsi ad un tasso superiore al 5 % medio annuo. Se teniamo conto:

1) che nei venti anni passati lo sviluppo si è giovato in larga misura di dotazioni infrastrutturali preesistenti, gran parte delle quali risultano oggi inadeguate;

2) che molti fenomeni intervenuti, in particolare il rapido urbanesimo con la formazione di aree metropolitane di vaste dimensioni tutt’ora in sviluppo, rendono necessari nuovi investimenti non solo di carattere sociale ma più generalmente infrastrutturale;

3) che si potranno registrare alcuni importanti mutamenti strutturali nella nostra produzione industriale, dove sono ancora presenti molte attività, anche tra quelle più dinamiche, operanti con una intensità di lavoro ancora elevata rispetto a quella che si può pensare adeguata nel prossimo quindicennio, si può ritenere che, in presenza di queste circostanze, per raggiungere obiettivi di pieno impiego e di equilibrio territoriale, l’economia italiana debba non solo mantenere la capacità di accumulazione manifestata in questi anni, ma probabilmente aumentarla. In tal senso può diventare necessario che il rapporto investimenti-reddito, debba tornare a crescere almeno per un certo numero di anni verso e forse oltre il 25 % già realizzato nel 1960-61.

Ciò comporterebbe naturalmente una serie non indifferente di problemi per quanto riguarda alcune fondamentali scelte di politica economica generale che si dovrebbero di conseguenza affrontare: la necessità di realizzare un elevato ritmo di crescita della domanda insieme ad una maggiore capacità di risparmio globale, con le implicazioni che tutto ciò comporta relativamente alla distribuzione del reddito, alla spesa pubblica, agli investimenti.

L’intervento straordinario potrà essere più o meno efficace a seconda che le scelte interessanti lo sviluppo dell’intera economia italiana siano più o meno omogenee con l’obiettivo dello sviluppo del Mezzogiorno. Sarebbe pertanto opportuno che di ogni misura di politica economica venissero sempre valutati gli effetti sull’economia meridionale.

Va però osservato che anche precisi impegni a far sì che questa omogeneità sia sempre rispettata, rischiano di rimanere senza seguito, se di fronte alle singole scelte non si sarà in grado di valutare adeguatamente l’opportunità di una scelta a favore del Sud rispetto ad altre alternative.

Sussiste infatti il pericolo che, di fronte ai singoli problemi che di volta in volta si porranno, la realtà stessa delle cose sembri offrire il più delle volte maggiori giustificazioni a scelte in favore di altre parti del Paese. Tra la necessità di soddisfare i fabbisogni sollecitati dallo sviluppo in atto per consentirgli di proseguire, pur nelle sue forme attuali, e la richiesta di soddisfare fabbisogni necessari per promuovere lo sviluppo non ancora presente in altre aree, la seconda rischia di apparire il più delle volte meno urgente e meno convincente. Solo un elevato grado di coordinamento delle varie politiche e delle varie iniziative può consentire che i termini di confronto siano resi più equilibrati e che di fronte alle pur legittime esigenze di altre parti del Paese, sia possibile contrapporre un programma organico di interventi per le regioni meridionali, grazie al quale ogni singola misura possa essere valutata non singolarmente, ma per il contributo che essa può dare al programma nel suo insieme.

Un’azione programmatica di questo tipo, peraltro, richiede anzitutto che le condizioni in cui versano le diverse parti del Paese consentano di definire e di quantificare per le regioni meridionali obiettivi che non siano in contrasto e incompatibili con le esigenze di evoluzione dell’intero paese.

Le trasformazioni che hanno avuto luogo nel Mezzogiorno nel recente passato permettono forse per la prima volta che questa condizione sia soddisfatta.

L’esodo dall’agricoltura e le migrazioni intervenute, consentono infatti di impostare per i prossimi anni una politica che non sia solo di sostegno dell’occupazione, e come tale in parziale contrasto con una politica di sviluppo del reddito basata su investimenti ad alta produttività. Più in generale, la possibilità di giungere ad obiettivi di pieno impiego consente di superate non solo una semplice politica di assistenza, ma anche una politica di interventi parziali su alcuni settori, come condizione preliminare per la sollecitazione in un futuro indeterminato di nuove iniziative produttive.

Tanto in agricoltura che nelle infrastrutture, tanto nel campo dell’istruzione come in quello dei servizi e dell’industria si presenta una nuova possibilità per una politica che sia omogenea nei suoi indirizzi e nei suoi obiettivi e non in contrasto con le esigenze di crescita dell’intero sistema economico. Proprio questa nuova omogeneità consente e ad un tempo richiede maggior coordinamento per interventi contemporanei nei diversi settori.

A sua volta una politica omogenea nelle sue linee generali e fondata su una serie di interventi contemporanei può essere efficace solo se strumentata con istituti adeguati alle diverse realtà locali nelle quali deve essere resa operante.

Proprio in questo senso pare di poter individuare il più serio problema che sta di fronte alla classe dirigente politica ed economica italiana: l’individuazione di forme organizzative ed istituzionali efficaci che sappiano condurre le trasformazioni necessarie in queste regioni.

Si tratta infatti di dare vita ad organismi dotati di notevole capacità d’iniziativa, che siano in grado di operare in un ambiente nel quale, a differenza di altre regioni, non è presente ancora una matura realtà economica in sviluppo che chieda solo di essere agevolata e che offra già possibilità di soluzioni tecniche e amministrative adeguate.

Necessario complemento dell’intervento straordinario è una più efficace politica industriale che sappia individuare mezzi e strumenti per aumentare il livello di investimenti industriali nel Sud.

La proposta di una contrattazione programmata tra l’autorità pubblica e le imprese per convogliare al Sud maggiori investimenti, integrati gli uni agli altri, è ancor oggi allo stato di formulazione. Non è quindi possibile qui esprimere un giudizio completo.

Pare però di poter rilevare che nella fase operativa potrà dare migliori risultati quando si tratterà di grandi imprese e di grandi impianti oppure nel caso di settori che necessitino profonde ristrutturazioni, per le quali la comunità debba sopportare parte dei costi. Più difficile invece sembra la sua applicazione nel caso delle piccole e medie industrie per la mancanza (o l’eccessivo numero) di interlocutori.

Premessa indispensabile è però che l’autorità pubblica si venga dotando di nuovi strumenti conoscitivi sui diversi settori produttivi, che le consentano di approfondire i diversi problemi e di meglio individuare le prospettive di nuovi insediamenti nel Sud, nell’ambito di una politica sullo sviluppo dell’industria coerentemente formulato.

Da questa più approfondita conoscenza dell’apparato industriale italiano potranno sorgere anche utili indicazioni per una politica, necessariamente più articolata, verso le medie e piccole imprese, la cui crescita è di fondamentale importanza per un efficace sviluppo del Sud. Oltre ad una più attenta verifica del livello necessario degli incentivi, si dovrà giungere a formulare utili indicazioni su eventuali nuove forme in cui potrà intervenire l’azione dei grandi gruppi pubblici e privati per stimolare con opportune iniziative la nascita di imprese di piccola o media dimensione.

 

La politica territoriale – concentrazione o diffusione: un falso dilemma?

Nella formulazione di una politica per Io sviluppo di un intero territorio come il nostro Mezzogiorno è errato credere che si debba e che si possa scegliere come criterio generale nella destinazione degli interventi una loro «concentrazione» piuttosto che una loro «diffusione». Concentrazione e diffusione possono riferirsi a forme diverse adottate nella ripartizione della spesa quando si tratta di suddividerla tra i diversi settori di intervento, ovvero nell’ambito di ciascun settore, quando si tratti di ripartirla tra i diversi punti del territorio interessato; come criteri di scelta inoltre acquistano significati tra loro differenti quando si fa riferimento ai singoli diversi tipi di intervento.

Una politica di promozione dello sviluppo trova la sua efficacia nella validità degli obiettivi perseguiti e nella conseguente ripartizione delle risorse da destinarsi al loro raggiungimento. Nel formulare questi obiettivi occorre innanzitutto siano tenute presenti le condizioni generali del Mezzogiorno, in riferimento anche all’economia dell’intero paese, l’urgenza dei diversi tipi di intervento e il loro necessario grado di coordinamento, i diversi tempi richiesti perché ciascuno possa generare gli effetti desiderati e la diversa dimensione territoriale adeguata ad ogni intervento, perché esso possa essere pienamente efficace. La strategia che potrà essere di conseguenza adottata, nella sua formulazione, necessariamente comporterà scelte che potranno apparire di concentrazione o di diffusione a seconda degli aspetti che se ne vorranno esaminare.

Con tali premesse possiamo prendere in esame l’opportunità di una strategia basata sulla intensificazione degli interventi in un numero molto limitato di aree, ritenuta da alcuni preferibile perché si pensa, così facendo, di poter accelerare la maturazione della capacità ricettiva di queste aree a nuove iniziative e di poter accelerate quindi lo sviluppo locale, che possa poi irradiarsi ed estendersi alle restanti parti del Mezzogiorno.

Questo tipo di strategia, che si richiama alla politica dei poli di sviluppo applicata ai paesi sottosviluppati e a sua volta trova la sua giustificazione in quanto è avvenuto nei paesi evoluti nelle prime fasi della loro industrializzazione, non appare altrettanto necessario nel caso del Mezzogiorno nelle sue condizioni presenti.

Questa strategia si fonda infatti in particolare:

1) sull’opportunità di localizzare in poche aree le infrastrutture generali, realizzando grandi economie di scala, con minor impiego di risorse;

2) sulla prospettiva di un meccanismo di sviluppo secondo il quale si mira a promuovere la produzione locale di beni la cui domanda sia stimolata dalle altre attività presenti localmente, secondo le interrelazioni produttive tra i diversi settori;

3) sulla opportunità di ottenere localmente le trasformazioni nel tessuto sociale ed economico indispensabili all’avvio di un processo di sviluppo in grado di autosostenersi, data l’impossibilità che esse possano estendersi a tutto il territorio per le condizioni arretrate in cui versa (eccesso di popolazione agricola che non consente interventi di ammodernamento produttivo, mancanza di un tessuto urbano adeguato, ecc.).

Per ciascuno di questi tre punti le condizioni che presenta il Mezzogiorno sono alquanto diverse.

Per quanto concerne le infrastrutture generali osserviamo, infatti, che: l’energia elettrica è già distribuita su tutto il tenitorio in modo omogeneo ai fabbisogni anche futuri; le reti di trasporto già diffuse possono essere, con una spesa aggiuntiva sostenibile, migliorate ed estese; molti servizi generali già esistono sull’area meridionale e la loro efficienza è problema comune all’intero territorio nazionale, mentre non vi sono se non in misura molto ridotta risorse naturali concentrate tali da poter dare inizio a un processo di sviluppo di rilievo.

In secondo luogo, nell’ambito dell’industria manifatturiera, non è possibile isolare un mercato locale per i prodotti delle diverse attività, dal mercato nazionale, a sua volta evoluto ed aperto verso i mercati esteri. In queste condizioni risulta molto ridotta la possibilità di una induzione diretta di produzioni industriali locali, derivante dalle interrelazioni che possono esistere con altre industrie presenti localmente, soprattutto quando si tratti di nuove iniziative i cui prodotti debbano ancora affermarsi sul mercato nazionale. Ne discende tra l’altro che non pare neppure conveniente fare affidamento prioritario sui possibili legami di mercato tra i diversi settori presenti localmente, piuttosto che su iniziative che abbiano di fronte a sé una prospettiva di espansione sui mercati esterni.

Per quanto riguarda il terzo punto va innanzitutto osservato che, nel caso del Mezzogiorno, la presenza di una molteplicità di centri urbani, la riduzione intervenuta nella sottoccupazione agricola, che consente di affrontare il futuro dell’agricoltura in termini di aumento di produttività e di miglioramento dei rapporti commerciali con l’esterno, la presenza di un sistema di comunicazioni non arretrato, non pongono ostacoli alla diffusione delle trasformazioni complementari allo sviluppo industriale. Molte trasformazioni al contrario si impongono per ragioni diverse con urgenza e vanno affrontate anche in assenza di una crescita di industrie locali. In particolare l’esigenza di un adeguamento dei servizi necessari ad un più evoluto livello di vita civile è legata all’evoluzione dell’intero Paese e si manifesta semmai con maggiore urgenza laddove più gravi sono le carenze; le trasformazioni produttive dell’agricoltura sono oggi rese urgenti a seguito delle trasformazioni in atto non solo in altre regioni d’Italia, ma nell’intera area europea, dove gli ulteriori adeguamenti produttivi vengono oggi stimolati con maggiore sollecitudine che nel passato. Il miglioramento nel campo dell’istruzione e della formazione professionale e scientifica è imposto dall’evoluzione dell’intera economia nazionale e dall’evolversi in genere dei processi produttivi che, ovunque essi saranno localizzati, tenderanno ad assorbire sempre meno manodopera generica e sempre più personale qualificato.

Sono quindi le condizioni particolari del Mezzogiorno ed i tempi che vi si sono imposti dall’evoluzione dell’economia dell’intero paese e rendere sempre meno possibile ed efficace una strategia che punti sullo sviluppo di alcune parti prima e sulla crescita diffusa poi in un futuro indeterminato.

Il risparmio di risorse sarebbe molto modesto dal momento che molte esigenze vanno soddisfatte su tutto il territorio del Mezzogiorno, mentre si presenterebbe il pericolo di svuotare molte parti di preziose risorse umane, con migrazioni all’interno del Sud, che renderebbero sempre più difficile l’espansione successiva dello sviluppo.

Una concentrazione dello sviluppo in alcune parti soltanto potrebbe peraltro verificarsi non già a seguito di una scelta per una precisa strategia ma come la manifestazione di un insufficiente sviluppo del Mezzogiorno. Questa evenienza che costituisce il vero pericolo per il prossimo quindicennio, può manifestarsi in modo concreto nel caso che il Mezzogiorno nel suo complesso non riesca ad offrire condizioni tali da sollecitare nuove iniziative ad un ritmo adeguato.

Di fronte a tale pericolo dovrebbe essere primario interesse quello di chiarire il rapporto tra i fabbisogni delle nuove attività conseguenti alle nuove tecnologie adottate e alle nuove caratteristiche organizzative, e le condizioni offerte dal Mezzogiorno. A tal proposito va valutata l’opportunità di riconsiderare l’insieme degli incentivi a fronte dei mutamenti nella struttura dei costi delle imprese e di rivedere l’ordine di priorità nelle diverse esigenze cli un moderno apparato produttivo. In tal senso pare dover rilevare dall’esperienza degli anni passati che una favorevole prospettiva di risparmio nei costi aziendali spesso non riesce a promuovere iniziative nel Sud per le carenze in una serie di dotazione locali, in primo luogo quelle relative alla formazione del fattore umano. La messa a punto di iniziative per un rapido ampliamento e un deciso miglioramento nell’istruzione professionale e universitaria deve affrontare il problema relativamente all’intera area meridionale: solo questa è la dimensione adeguata per iniziative in questi settori affinché possano essere efficaci.

Resta pur sempre il fatto che anche di fronte ad un’azione in favore del Mezzogiorno che ne migliorasse sostanzialmente le capacità di attrazione, si potrebbero verificare fenomeni di concentrazione in modo automatico, date le disparità relative di condizioni che caratterizzano le diverse parti dell’area meridionale, disparità relative che non sono alterate dall’attuale struttura relativamente uniforme degli incentivi.

Si tratta di decidere in quale misura l’intervento possa essere tale da ridurre le differenze di capacità ricettiva nelle varie parti e di valutare l’ammontare di risorse aggiuntive necessarie a tale scopo.

Ogni considerazione su tale argomento è complicata dalla straordinaria varietà di condizioni locali che si riscontrano nel Mezzogiorno. Non ci troviamo infatti di fronte ad una serie di aree disposte ordinariamente secondo un grado di ricettività sempre minore, per cui si possa di volta in volta valutare lo sforzo necessario per allargare la zona suscettibile di sviluppo, e così configurate che la spesa necessaria per il miglioramento delle condizioni debba essere via via crescente.

Il Mezzogiorno presenta una molteplicità di situazioni locali diverse e tra loro adiacenti: aree agricole suscettibili di forti aumenti di produttività e che verranno arricchite di dotazioni infrastrutturali dalle necessarie ristrutturazioni produttive, coesistono a fianco di aree ove l’occupazione agricola dovrà essere di necessità radicalmente ridotta. Aree di potenziale sviluppo industriale, che appaiono remote, possono vedere grandemente aumentato il loro grado di accessibilità grazie ad un intervento infrastrutturale marginale o come semplice conseguenza di una opportuna localizzazione di una grande infrastruttura decisa sulla base di altre necessità.

Non necessariamente in questa situazione, quindi, una prospettiva di riduzione delle differenze deve comportare forti spese aggiuntive che possono apparire insostenibili, tanto più se si tiene presente quanto abbiamo ripetuto più volte, cioè che una serie di interventi in agricoltura, in infrastrutture e servizi generali si impongono in tutta l’area meridionale per consentire il normale svolgimento della vita di queste regioni e le conseguenti trasformazioni rese urgenti dall’evoluzione dell’intero paese.

Di fronte alle diverse favorevoli condizioni locali riscontrabili oggi o che dovessero maturare anche a seguito di questi interventi, l’impegno ad una riduzione delle differenze non si realizza con una distribuzione indiscriminata delle risorse, ma semmai con un maggior grado di coordinamento della spesa, tanto più necessario proprio in quelle aree che presentano oggi condizioni più sfavorevoli.

Naturalmente la riduzione delle differenze non può riguardare i singoli punti del territorio, il confronto va fatto tra aree di dimensione sufficientemente ampia, tali per cui esse possano essere messe in grado di ospitare una serie differenziata di attività ad una scala adeguata. Il primo passo dovrebbe forse essere proprio quello di coordinare gli interventi in modo da unire i diversi punti sparsi, quelli caratterizzati da un’agricoltura produttiva o che possono offrire favorevoli condizioni ad agglomerati industriali, altri costituiti da centri urbani che possono ospitare alcune importanti attività direzionali; in modo da aumentare la possibilità di una differenziazione produttiva, per dar vita così a vere e proprie aree di sviluppo. Il fatto che, in base alla legge, si siano costituiti fino ad oggi numerosi consorzi per nuclei e aree di industrializzazione non deve scandalizzare per il solo fatto che il loro numero è già di 35 piuttosto che di 10 o di 5; preoccupante è invece il fatto che, a causa di un mancato coordinamento, più che di mancanza di risorse, questi nuclei restano al livello di semplici potenziali agglomerati industriali, destinati a rimanere fatti isolati spesso non in grado di accrescere con efficacia la capacità ricettiva delle diverse zone, in assenza di una omogenea finalizzazione degli interventi riguardanti altri settori.

 

Una mancata  politica  per il Mezzogiorno: l’università

Insieme alle altre condizioni necessarie per lo sviluppo di un’industria sempre più progredita tecnicamente, uno dei principali problemi che si pongono al Mezzogiorno è quello relativo alla formazione del fattore umano. Nelle condizioni in cui attualmente versano, tanto l’istruzione professionale che l’università meridionale non sembrano in grado di assicurarla in forme adeguate.

Ne è testimone innanzitutto il numero di studenti meridionali che si dirigono verso sedi universitarie esterne alla regione di residenza, spesso verso sedi dell’Italia centrale e settentrionale. Molteplici sono le cause di questo esodo; in particolare lo scarso numero di sedi universitarie nel Mezzogiorno, la loro dislocazione (l’intera area costituita dalla Basilicata e dalla Calabria ne è tutt’ora priva), la scarsa presenza di corsi di laurea tra quelli più rispondenti alle esigenze di sviluppo industriale, la congestione delle sedi principali.

Certamente tra le condizioni che pongono l’università meridionale in questo stato di inferiorità vanno annoverate quelle relative al livello qualitativo medio dell’attività didattica e scientifica. Su di esso influisce probabilmente una carenza nelle dotazioni, ma più ancora la differenza nel contesto sociale ed economico in cui le università meridionali operano, differenze che rendono queste sedi meno ambite dai docenti, mentre sono più scarse se non inesistenti le sollecitazioni e i sostegni esterni delle attività dì ricerca.

È lecito chiedersi in queste circostanze se misure di carattere uniforme per tutto il territorio nazionale non possano dar luogo addirittura ad un aumento del divario certamente esistente anche in questo campo. Mentre è altrettanto certo che il problema non potrà essere risolto solo chiedendo l’istituzione di nuove università o di nuove facoltà nei modi seguiti fino ad oggi: episodi sparsi che nulla mutano e spesso solo aumentano il grado di confusione.

Per affrontare la questione dello sviluppo dell’istruzione e dell’università nelle regioni meridionali occorre che si sappia decidere: quante nuove università occorre costruire; quale strutturazione debbono avere questi organismi perché possano rispondere alle esigenze delle aree dove si vorranno localizzare e ad un tempo inserirsi a livello adeguato nell’ambito dell’istruzione superiore italiana, presentando una sufficiente capacità di attrazione per i ricercatori e i docenti migliori.

Ciò comporta un impegno nell’individuare forme organizzative, funzioni didattiche, aspetti relativi agli edifici e alla strutturazione dei corsi che siano coerenti e rispondano alla duplice esigenza di cui si è detto.

La mancanza di approfonditi esami su questi punti costituisce oggi certamente una delle più gravi carenze di ogni discorso sullo sviluppo del Mezzogiorno.

 

NOTE

1. Per una più approfondita trattazione, si veda P. Saraceno: «La politica di sviluppo di un’area sottosviluppata nell’esperienza italiana» « Nord e Sud» n. 101, maggio 1968, riprodotto in « Il Mezzogiorno nelle ricerche della SVIMEZ 1947-1967 » Giuffrè 1968.

2. Le cifre indicate non comprendono i nuovi posti di lavoro che si dovranno creare per riassorbire le quote di sottoccupazione del settore terziario e delle attività marginali, sottoccupazione che la SVIMEZ stima in circa 800 mila unità per il quindicennio.

Numero di caratteri di questo articolo (spazi inclusi): 35607