in “Il Sole 24 Ore”, 17 dicembre 1994
L’erede del GATT avrà molte più possibilità di stimolo e controllo sui rapporti commerciali
La WTO non seguirà solo gli accordi sulle tariffe, ma vigilerà su tutti i mercati internazionali – Con la ratifica del Parlamento anche l’Italia è inserita a pieno titolo nella rete dei rapporti multilaterali
Anche il Parlamento italiano ha ratificato l’accordo per il nuovo GATT e per la nascita dell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO). Val la pena richiamare alcune importanti innovazioni introdotte con questo nuovo trattato.
Oltre a estendere a molti campi prima esclusi (agricoltura e servizi) l’accordo internazionale sulle tariffe e ad avviare ulteriori aperture reciproche dei mercati, gli accordi danno nuova dimensione e spessore all’istituzione garante della loro applicazione, appunto la WTO, destinandola a svolgere un ruolo primario tra le istituzioni internazionali.
All’accordo sulle tariffe si accompagnano, infatti, nuovi e più compiuti accordi su una serie importantissima di norme che i vari Paesi si impegnano a rispettare e che riguardano questioni fondamentali per la realizzazione di un mercato internazionale.
In particolare, l’accordo sulla proprietà intellettuale dispone, tra l’altro, il recepimento delle discipline previste nelle convenzioni di Parigi (industria), di Berna (diritti di autore), di Roma (artisti, interpreti, eccetera), di Washington (semiconduttori).
L’accordo sulle sovvenzioni traccia precisi limiti alle possibilità di concedere alle imprese incentivi e supporti finanziari pubblici. Vengono poi l’accordo sulle normative per gli appalti e quelli sulle normative tecniche e fitosanitarie. Infine, l’accordo sugli investimenti diretti transfrontalieri individua le misure nazionali incompatibili con gli impegni di liberalizzazione assunti.
Con tutto ciò, il trattato sui “commerci” si dilata fino a divenire un trattato anche sulle regole e sulle discipline relative a molti aspetti della vita economica dei Paesi aderenti: quasi un embrione di una costituzione economica universale.
Di pari rilievo è la novità introdotta con le nuove procedure per la regolazione delle controversie.
Di fronte alle controversie sulla corretta applicazione degli accordi che possono sorgere tra due Paesi, il GATT, attualmente, può svolgere una funzione poco più che conciliatoria. Le procedure oggi previste per la risoluzione delle contese prevedono, infatti, una votazione all’unanimità, sia per la fase istruttoria, che per le deliberazioni del Consiglio ministeriale. Il Paese riconosciuto in torto può dunque porre il veto sulle risoluzioni.
Con il nuovo accordo si configura una procedura più simile alle procedure di tipo giurisdizionale, attribuendo alla WTO un grado di sovranità sconosciuto al GATT. È previsto infatti, che in caso di disputa, la WTO possa riconoscere un Paese in difetto e autorizzarne un altro ad adottare nei suoi confronti ritorsioni o misure compensative, e che il Consiglio ministeriale possa solo opporsi all’unanimità. Il Paese “colpevole” non ha più poteri di veto.
La WTO non ha certo il potere di annullare le misure o le norme adottate da un Paese qualora riconosciute in contrasto con gli accordi. Pur tuttavia è evidente il notevole aumento nel grado di sovranità, potendo essa legittimare, nell’ambito degli accordi, ritorsioni e compensazioni.
Inoltre, nell’attuale accordo GATT erano possibili diversi tipi di adesione con diversi gradi di impegni reciproci. I nuovi accordi devono essere unitariamente sottoscritti. Ne segue che anche quei Paesi che dispongono di una possibilità di attivare direttamente ritorsioni dovranno d’ora innanzi rispettare le nuove procedure comunemente concordate. Anche il presidente degli Stati Uniti dovrà utilizzare i poteri di intervento e ritorsione a lui attribuiti da leggi speciali nel senso della facoltà di attivare le procedure presso la WTO. Queste procedure danno alla WTO una potenzialità di efficacia sconosciuta non solo al GATT, ma anche a tutte le altre istituzioni internazionali. Ed è forse per questo che già nel corso dell’approvazione del trattato di Marrakech, nell’aprile scorso, è emersa una tendenza diffusa ad attrarre nella sua orbita ulteriori questioni e competenze: lavoro, ambiente, diritto civile e commerciale, ecc.
Prima che ciò abbia ad accadere, è bene che la WTO si attrezzi per l’attuazione dei già numerosi e complessi accordi firmati. È già molto oneroso il compito di vigilare sulle norme concordate, che appaiono essenziali per l’ordinato sviluppo dei rapporti commerciali internazionali, soprattutto in riferimento alle aree emergenti, dalle quali vengono stimoli per la crescita e per la ricomposizione dell’economia mondiale, ma che certamente abbisognano di nuove e adeguate discipline.
Che l’azione della WTO risulti immediatamente efficace è poi importante per il mantenimento di uno spirito multilaterale nel governo dei fenomeni economici internazionali.
Ricordiamo che per lunghi anni i governi dei principali Paesi si sono sforzati di dare un nuovo ordine ai rapporti economici internazionali, in una defatigante serie di tentativi volti a fissare o comunque regolare i tassi di cambio tra le principali monete.
Alla constatata difficoltà di gestire i tassi di cambio si è accompagnata un’altra constatazione: che anche quando i tassi di cambio evolvevano nella direzione auspicata, si verificava una tenace resistenza nell’andamento delle bilance commerciali (export e import), che non si muovevano nella direzione prevista o comunque lo facevano con estrema lentezza. Ciò ha riportato in primo piano la tentazione di procedere con iniziative unilaterali e piccole guerre commerciali per ottenere direttamente il raddrizzamento dell’interscambio di merci.
Spicca tra le questioni di competenza della WTO quelle definite nell’accordo sugli investimenti e cioè sui requisiti minimi che si chiedono alle regole di ciascun Paese per la tutela degli investimenti esteri. Si tratta di una questione di vitale importanza. Gli investimenti diretti internazionali sono oggi e saranno ancor di più in prospettiva, un elemento fondamentale di quel “processo di aggiustamento” dell’economia mondiale che in realtà vede una vastissima area del mondo procedere con grande rapidità dal sottosviluppo allo sviluppo. Essi appaiono fattore indispensabile per indurre iniziative efficienti e competitive in aree ancora lontane per condizioni interne, capacità organizzative, comando sulle tecnologie e quindi per mantenere alto il livello della loro crescita.
D’altro lato, per i Paesi in transizione nessun aiuto internazionale e nessun programma di risanamento può oggi essere considerato sufficiente e credibile per superare crisi di instabilità economica, se non è accompagnato da misure che favoriscano l’afflusso di investimenti diretti dall’esterno: vera cartina di tornasole della capacità di un Paese in sviluppo o in transizione di realizzare efficacemente la sua crescita o la sua transizione.
Investimenti diretti internazionali appaiono indispensabili per conciliare sviluppo e apertura dei mercati. Sono necessari per coinvolgere nella crescita anche le aree più arretrate e periferiche tra quelle emergenti e per diminuire così i pericolosi divari che la crescita porta con sé. A un tempo essi determinano mutamenti profondi nelle località che li accolgono creando tensioni e accentuando divari con le realtà circostanti. Se la creazione di condizioni per favorire gli investimenti diretti internazionali è dunque obiettivo primario del governo dell’economia mondiale, altrettanto lo è la gestione dei complessi problemi di ordine sociale e politico che il rapido sviluppo può determinare grazie anche a quegli investimenti.
Le istituzioni mondiali tradizionali (a esempio il Fondo monetario) non hanno competenza sulle norme relative agli investimenti diretti. Basterebbe questo per chiarire il ruolo primario che è destinata a svolgere la WTO. D’altro lato la questione non può essere lasciata solo a essa che è pur sempre un’istituzione governata da un Consiglio ministeriale composto da più di cento componenti.
Un impegno particolare è invece richiesto a più livelli anche perché la sua azione possa essere efficace. È innanzitutto necessario che sia conclusa rapidamente l’adesione della Russia alla WTO nonché il rientro della Cina nel trattato.
La WTO dovrà procedere a dotarsi degli strumenti adeguati ai nuovi compiti. Dovrà soprattutto mostrare il buon funzionamento delle nuove procedure per la risoluzione delle controversie. Sugli investimenti diretti sarebbe forse auspicabile l’individuazione di una soluzione organizzativa che colleghi in particolare la WTO e il Fondo monetario.
A un diverso livello, più riservato nelle modalità operative, e coinvolgente i Paesi che svolgono i ruoli più importanti quale fonte di investimenti diretti internazionali e quali detentori di monete di riserva spetta il compito di una impegnativa gestione politica delle trasformazioni in atto. La questione degli investimenti diretti dovrà in particolare essere all’ordine del giorno della prossima riunione del G-7.
Nel nuovo assetto che si va configurando la WTO sarà un anello importantissimo della nuova strumentazione per il governo dell’economia internazionale. La sua nascita è il miglior modo di celebrare, integrandoli, gli accordi di Bretton Woods, nel loro cinquantesimo anniversario.