Intervento al convegno Comit – Mit (Mass. Inst. of Technology) del 23-24 maggio 1994
Atti del convegno pag.1-5

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Svilupperò le mie osservazioni facendo riferimento all’esperienza italiana dell’ultimo anno.

L’Italia, come è noto, ha realizzato nel corso del 1993 un rilevantissimo aggiustamento nella sua posizione esterna ed ha adottato al suo interno alcuni comportamenti “virtuosi”, degni di quella “populace” giapponese che il Prof. Samuelson ci addita come esemplare.

La misura dell’aggiustamento esterno è data dal saldo della bilancia commerciale, passato da un valore negativo di 12.500 ad un valore positivo di 32.500 miliardi con una variazione di entità pari, all’incirca, al 3% del PIL.

All’aggiustamento esterno si deve se, nonostante un forte calo della domanda interna, la caduta del PIL si sia limitata allo 0,7%.

Una emblematica indicazione del comportamento “virtuoso” (escludendo riferimenti al bilancio pubblico) è data dalla dinamica del costo del lavoro per unità di prodotto, che è diminuito del 3,4% (nel settore della trasformazione industriale), nonostante la sensibile svalutazione iniziata nel settembre del 1992 e proseguita anche nel 1993. Giova inoltre ricordare che alla caduta dei livelli di attività non ha corrisposto una diminuzione della propensione al risparmio.

Questo insieme di comportamenti “virtuosi” ha creato importanti premesse favorevoli che, solo se sviluppate coerentemente, potranno essere seguite dagli attesi risultati positivi per ciò che riguarda:

  1. La possibilità di ripresa ciclica equilibrata
  2. La crescita della produttività (in senso lato)
  3. L’evoluzione organizzativa e strutturale resa necessaria anche dalla concorrenza dei paesi emergenti

La svalutazione della lira rispetto alle divise più importanti è stata in media nel ’93 del 16,6% (del 20% rispetto al livello presvalutazione). Le nostre esportazioni sono aumentate in lire di quasi il 21%. Orbene la metà di questo aumento è dovuta all’incremento delle vendite verso i paesi in via di sviluppo ed in transizione (38,6%).

Verifiche empiriche confermano che il fenomeno è da ricollegare, più che alle variazioni del cambio, alla elasticità con cui le imprese italiane hanno saputo rispondere, in tempi e con prodotti adeguati, alle svariate opportunità offerte dalla crescita della domanda, sostenuta e spesso dirompente, proveniente da quei paesi (il fenomeno, si fa notare, era in atto già prima della svalutazione).

Le nostre importazioni totali in lire sono rimaste costanti. Ma né la svalutazione né il ristagno della domanda hanno rallentato la crescita delle importazioni di manufatti dai paesi in via di sviluppo in particolare di quelli asiatici e da quelli in transizione (come dimostra il fatto che le nostre importazioni totali da tali aree sono aumentate rispettivamente del 12,5% e del 21,5%).

Il rapporto di progressiva integrazione commerciale con i paesi emergenti a bassissimo costo del lavoro sembra dunque proseguire secondo tendenze che presentano alcuni gradi di autonomia. Intendo dire che i fattori che determinano la competitività relativa sia delle nostre esportazioni verso quelle aree sia della loro offerta sui nostri mercati sembrano non facilmente influenzabili da mutamenti nei rapporti monetari, anche non marginali.

Per quanto riguarda il rapporto con i paesi industrializzati, in un quadro di ristagno generalizzato e di recessione, la svalutazione non ha potuto sortire effetti rilevanti. Le esportazioni in lire sono aumentate del 15%, ben diverso il risultato se lo esaminiamo nella valuta dei paesi di destinazione. Stagnante, in molti casi in diminuzione, è la quota di mercato dell’Italia sulle importazioni di quei paesi. Nella maggior parte dei casi si è ancora lungi dall’aver recuperato gli inevitabili effetti negativi del peggioramento dei prezzi relativi.

Se mai ve ne era bisogno, si è dimostrato ancora una volta che la svalutazione non è efficace sostituto di una carente domanda internazionale (almeno nel breve periodo).

Di qualche interesse quanto si è verificato nelle nostre esportazioni verso gli Stati Uniti. Nello scorso anno esse crebbero, in dollari, con velocità inferiore a quella delle importazioni americane (5% rispetto ad un 9,3%). Nel primo trimestre di quest’anno all’affermarsi della ripresa statunitense esse sono rapidamente aumentate, in dollari, di circa il 21%.

È lecito sperare che una più sostenuta domanda nei paesi sviluppati porti ad una più vivace crescita delle nostre esportazioni, al recupero delle nostre quote di mercato e, perché no, ad un loro aumento, cosa che è teoricamente possibile attendersi da una svalutazione, anche se non è dato per scontato.

Un breve sguardo ai prezzi.

I prezzi delle nostre esportazioni sono aumentati dell’11,5% circa. Dalla svalutazione coniugata con la diminuzione del CLUP è venuta la possibilità di recuperare margini di profitto. Il comportamento delle imprese è stato nel complesso equilibrato. Il recupero dei margini è ora fonte di sollievo e di ottimismo. È importante che sia anche ispiratore di comportamenti virtuosi.

Mi si consenta una breve disgressione per essere chiaro su cosa intendo per produttività in senso lato e anche per ricordare che non tutto è “high-tech”: la peculiarità del sistema industriale italiano non sta solo nel fatto che esso è costituito in gran parte da piccole e medie imprese, ma che queste non sono a mercato locale o ancillari rispetto a grandi gruppi; esse, come è noto, sono in larghissima parte imprese mature che competono direttamente sul mercato mondiale. Dalla concorrenza delle aree a bassi costi viene una continua erosione alla liste dei prodotti presenti nei loro cataloghi che devono essere continuamente rinnovati con prodotti nuovi. Esse sono spinte, come si suol dire, verso nicchie di prodotti particolari e specifici, il che comporta un allargamento dell’area geografica del loro operare. Tuttavia, l’operare su prodotti specifici implica anche che non sia sempre possibile o vantaggioso avvalersi, per la commercializzazione, di grandi gruppi. Per questi produttori il rapporto diretto con gli acquirenti è sovente insostituibile. Per imprese di 20-100 addetti dotarsi di autonome capacità di commercializzazione su scala mondiale rappresenta un serio problema.

D’altro lato senza una interna capacità di continua evoluzione dei prodotti ed una capacità esterna di commercializzazione, anche i risultati favorevoli ottenuti in condizioni di forte domanda estera possono essere occasionali e non duraturi.

In questo contesto è importante che la politica macroeconomica, sia nei suoi effetti di annuncio che nei suoi atti concreti, sappia mantenere i margini di potenziale vantaggio acquisito e non ancora sfruttato, senza indurre nei percettori di reddito da lavoro, ma neppure nelle imprese, comportamenti ispirati da illusioni monetarie.

In particolare, le imprese non devono essere tentate dalla illusione che misure monetarie possano tutelare la competitività di chi non attua con adeguati interventi i cambiamenti necessari.

Importanti decisioni maturate nel 1993 e definite con il trattato di Marrakech contribuiranno a dare nuove prospettive all’economia mondiale.

Con il nuovo trattato si sono siglati impegni per aperture dei mercati nel corso del prossimo decennio, non solo nel campo dei manufatti, ma anche dei servizi, e non solo tra paesi industrializzati ma anche, importante novità, tra questi e i paesi emergenti il cui peso nell’economia mondiale va crescendo sensibilmente.

Con la prevista istituzione della WTO si sono assunti impegni verso l’accettazione di regole e discipline comuni in campi di delicata rilevanza strategica, mentre si è concordata una sede comune ed una procedura comune di risoluzione delle controversie.

È importante in particolare l’apertura verso i paesi emergenti. L’accordo è fondato sull’accettazione da parte di questi ultimi del fatto che, se vogliono proseguire sulla via della crescita e sviluppare le necessarie esportazioni, occorre anche che essi si aprano ai prodotti esteri a più alto valore unitario e adottino nuove regole e discipline. D’altro lato, l’accordo si basa sulla convinzione dei paesi sviluppati che la sfida proveniente dalle economie a bassi costi possa essere fatta evolvere verso opportunità nuove di mercato.

Un sistema internazionale fondato su aperture ma anche su regole comuni ci pare l’antidoto migliore per ridurre le incertezze determinate da una disordinata e spesso scorretta concorrenza. Ad un tempo esso è il solo antidoto rispetto ad un sistema nel quale il commercio si coniughi a politiche di potenza.

È evidente che per ambedue questi motivi questa prospettiva è di particolare interesse proprio per paesi come l’Italia e l’Europa.

Occorre grande coerenza e continuità di indirizzo. Oscillazioni nella politica degli Stati Uniti tra la fiducia nei sistemi multilaterali dimostrata nel 1993, con il grande impulso alla conclusione dell’Uruguay Round, e per contro la conclamata necessità, all’inizio del 1994, di misure unilaterali nel rapporto con il Giappone, hanno già indotto incertezza sui mercati dei cambi.

Una coerente determinazione ad attuare gli impegni di questo trattato offrirà agli operatori credibili punti di riferimento per le loro decisioni.

Gli operatori d’altro lato è bene che prendano atto presto del quadro di riferimento che si va prospettando, per avviare con sollecitudine i cambiamenti necessari.

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