in “Il Sole- 24 Ore”, 4 dicembre 1996, pag. 3
Un’ istituzione indispensabile ai Paesi non sufficientemente forti per trattare nelle contese bilaterali
Sono trascorsi due anni e mezzo dalla firma del Trattato di Marrakech con il quale fu concluso l’Uruguay Round, si chiuse l’era del GATT e si aprì quella della WTO (Organizzazione mondiale del commercio), con impegni e obiettivi di gran lunga più ambiziosi sulla via non solo della liberalizzazione dei commerci, ma anche della omogeneizzazione delle “regole” interne.
A Singapore si terrà la prossima settimana la prima riunione ministeriale prevista per la verifica dello stato di attuazione. Poiché su molte importanti questioni il Trattato rinviava a successivi momenti negoziali, si dovranno esplicitare anche le volontà e le priorità dei partecipanti circa l’agenda futura.
È un momento delicato. Nelle prime fasi di attuazione possono riesplodere i conflitti composti ma non certo annullati con la firma del Trattato. Va tra l’altro considerato che in molti Paesi, e non solo sottosviluppati, solo nella fase di attuazione si è presa piena e diffusa consapevolezza degli impegni assunti con il Trattato stesso. Deve essere evitato il pericolo di un aspro conflitto tra i Paesi ricchi e poveri. Peraltro la volontà di attuare gli impegni già definiti e di avanzare sul percorso della apertura dei mercati deve essere fortemente e puntualmente confermata.
Per quanto riguarda il rispetto degli impegni di abbattimento delle barriere doganali (tariffe e quote) la verifica non dovrebbe comportare seri problemi. Anche se i Paesi in via di sviluppo lamentano l’eccesso di opportunismo dei Paesi sviluppati nella scelta dei prodotti tessili su cui è iniziata l’abolizione delle quote.
Per quanto riguarda le nuove procedure per comporre le controversie sembra esservi una generale positiva valutazione. La loro introduzione, e in particolare l’abolizione del principio di unanimità nelle decisioni, furono una vera svolta nei rapporti internazionali; con esse si è data alla WTO una capacità di consentire contromisure verso comportamenti non in regola, sconosciuta non solo al GATT, ma anche ad altre istituzioni internazionali. La “credibilità” riconosciuta alle nuove procedure può essere misurata dal numero di ricorsi. In un anno e mezzo sono stati già oltre 50; furono non più di 150 nei precedenti 40 anni di GATT. Anche gli Stati Uniti vi hanno fatto ricorso con soddisfazione e ciò ha giovato molto a ridurre i timori di lesa sovranità espressi al loro interno subito dopo la firma del Trattato.
Più complessa è la verifica intorno alle “regole”, ad esempio sugli impegni ad adottare adeguate leggi di tutela della proprietà intellettuale. La raccolta delle informazioni sullo stato delle cose nei vari Paesi si dimostra assai complessa. Appaiono evidenti ostacoli e difficoltà nel promuovere gli ulteriori progressi soprattutto nella diffusione di nuove regole e nella riduzione delle barriere legali e amministrative che ostacolano sia il commercio sia l’accesso ai mercati. È peraltro diffusa anche la consapevolezza che sviluppo e apertura dei mercati non solo sono compatibili ma di reciproco ausilio. L’avanzamento nello spirito multilaterale del trattato richiede comunque buona volontà e forti leadership.
Gli Stati Uniti si sono presentati all’appuntamento con alcuni obiettivi puntualmente espressi: avvio dei negoziati sulle telecomunicazioni come primo passo dei negoziati sui servizi, nuove aperture doganali sui prodotti di tecnologia informatica, diffusione degli accordi per l’apertura degli appalti e delle commesse pubbliche, e una presa di posizione sulla questione sociale. Ogni puntualizzazione di priorità in una situazione di forti conflitti di interessi porta inevitabilmente a una apparenza di minor impegno su altri fronti.
L’Europa condivide alcune delle priorità sopra menzionate. L’Europa per altro resta assai interessata ad avviare un’integrazione tra impegni in campo ambientale (anch’essi multilaterali) e Trattato sui commerci.
L’Europa infatti non solo ha al suo interno una forte sensibilità a questi temi, ma molte delle sue industrie puntano a una maggiore competitività proprio in materia di tecnologie orientate alla tutela dell’ambiente.
In questo campo non si sono fatti i progressi auspicati. Lo stesso può dirsi per quanto riguarda l’avvio della negoziazione sull’apertura agli investimenti diretti internazionali. Nella vasta area dei Paesi emergenti si verificano crescenti aperture ma con trattative caso per caso; solo i grandi gruppi sono in condizione di affrontare gli enormi costi, i lunghi tempi e i complessi negoziati con le autorità locali per giungere ad accordi. La mancanza di regole precise finisce con il creare una continua forte discriminazione nei confronti dei complessi industriali minori che non possono sopportare quegli oneri. Discriminata è non solo l’industria media italiana ma anche quella tedesca e degli altri Paesi europei. Ed è ben noto che l’attività di esportazione per consolidarsi deve poter far conto anche su investimenti diretti per una efficace integrazione internazionale.
Un importante negoziato sugli investimenti è in corso a Parigi presso l’Ocse tra i soli Paesi membri di questa organizzazione. Ma un primo, anche se modesto, passo sarebbe stato assai opportuno in sede WTO. L’Europa, d’altro lato, aderisce alla richiesta di dichiarazioni sulla questione sociale.
È un tema sul quale è alta la sensibilità generale. Si tratta pur sempre di una questione delicata che alimenta sospetti e conflitti con i Paesi in via di sviluppo, dai quali dobbiamo ottenere ulteriori aperture per il sostegno della loro stessa crescita, via maestra per vedere ridotto stabilmente il loro degrado sociale. Si tratta di una questione sulla quale non si va oltre le dichiarazioni generali, dal momento che nessuno ha finora neppure tentato di dare una concreta formulazione a possibili clausole da inserire utilmente in un trattato sui commerci. L’Europa palesa i suoi punti di forza ma anche i suoi problemi.
L’Europa non si presenta come uno Stato unitario. La formulazione della sua politica commerciale è il risultato di complesse negoziazioni interne tra i Paesi membri, che sulle singole questioni hanno sovente interessi diversi. La composizione di interessi economici diversi si svolge come trattativa tra Stati sovrani, con minor possibilità di ricorrere a compensazioni interne. Per la maggior parte delle attività i singoli Paesi europei sono o prevalentemente consumatori o prevalentemente produttori. Per questo stesso motivo appare più complesso anche il ricorso alle misure di tutela previste dal Trattato per difendersi da pratiche scorrette di Paesi terzi.
La mancanza di unità politica rende poi praticamente impossibile per l’Europa lo sviluppo di negoziati e di confronti unitari nei quali vengano messe in gioco e trattate simultaneamente questioni politiche e commerciali. L’Europa inoltre, a differenza degli Stati Uniti e del Giappone, non fa parte dei grandi accordi “regionali” del tipo di quelli realizzati nel frattempo nel continente americano (Nafta) e nel Pacifico (Apec). La sua tastiera negoziale pertanto è più limitata. L’Europa, per sua stessa costituzione, è tendenzialmente un’economia aperta. Essa è ben poco in condizione di sviluppare negoziati nella forma di forti contese bilaterali, e di modulare nel tempo e tra diverse aree una netta strategia fondata sul susseguirsi di tensioni e concessioni.
Per l’Europa il multilateralismo non è una scelta ideale ma una necessità strategica. Le necessità strategiche, quindi, sono: il rafforzamento della WTO, il consolidamento degli impegni a proseguire i negoziati già avviati e a costruire rapidamente le premesse per avviare in quella sede i negoziati sui grandi temi dell’accesso ai mercati. Analogamente è interesse europeo l’affermazione della compatibilità degli accordi regionali con i principi del Trattato.
L’Europa fu capace di grande leadership nel condurre alla nascita del nuovo Trattato e della nuova istituzione la WTO. A Singapore dovrà dar prova di lucida coerenza con i propri interessi di medio termine.
Nel frattempo al suo interno è auspicabile una più approfondita discussione sul suo futuro, in particolare sull’asimmetria che si prospetta tra la forte sovranità centrale in campo monetario che le deriverà dalla moneta unica, e le difficoltà ad elaborare e gestire un’unitaria politica di negoziazione internazionale, che derivano dalla sua incompiuta unità politica.