Relazione al Convegno del CEIS
In “La svolta del 1993 tendenze e problemi degli scambi italiani con l’estero”
Porto Cervo, settembre 1994
Gli andamenti del 1993 offrono spunti per alcune riflessioni sulla posizione dell’Italia, sugli effetti della svalutazione della lira, sulle più recenti tendenze nei rapporti di integrazione internazionale.
Nel 1993 si è ottenuto un saldo delle partite correnti positivo, pari a circa l’1,2% del PIL. Negli anni precedenti, il saldo era sempre stato passivo, progressivamente passivo, fino a raggiungere il 2,3% del PIL. La variazione nel saldo è stata tra il 1992 ed il ’93 di 52.000 miliardi. Le esportazioni sono cresciute in lire del 20,8% ed in quantità dell’8,4%.
La propensione ad esportare è salita dal 24,5 al 27,1%. L’Italia è, nell’ambito dei paesi europei, tra quelli con più alto rapporto tra esportazioni e PIL.
Sono cresciute notevolmente le esportazioni verso i paesi in via di sviluppo.
Le esportazioni verso l’Unione Europea sono state, invece, relativamente contenute: non sono state, infatti ripristinate le quote di mercato precedenti la svalutazione. La crescita delle economie europee nel 1994 potrebbe pertanto favorire uno sviluppo maggiore delle nostre esportazioni verso quest’area. La quota delle esportazioni verso le aree extra-UE cresce nel tempo: dal 40% si tende al 50% del totale.
La quota di mercato rappresentata dalle esportazioni italiane sulle esportazioni mondiali verso le singole aree è elevata nel caso dei paesi europei, dell’EFTA, dei paesi dell’Est europeo e del Medio Oriente. Rispetto all’economia europea, l’Italia invece si caratterizza per una marcata maggiore incidenza delle esportazioni verso il Nord America ed i paesi in via sviluppo dell’America Latina e dell’Asia. La crescita della domanda proveniente dai PVS svolge perciò un ruolo primario.
Rispetto ad altri paesi europei, che sviluppano più intensi fenomeni di integrazione commerciale e produttiva con aree esterne particolari (tale è il caso della Germania con l’Est europeo), l’Italia non sembra rivolgersi ad aree di particolare vocazione per la sua integrazione internazionale ma piuttosto viene dilatando la geografia mondiale delle proprie re lazioni commerciali ad aree anche lontane ma in crescita.
La tipologia merceologica delle esportazioni italiane è infatti relativamente omogenea con la composizione tipica della domanda di un paese emergente (macchinari vari, beni di consumo di qualità per le fasce di benessere superiore). Di fronte a tassi elevati di crescita dei paesi emergenti, l’industria italiana è così in grado di sfruttare i momenti di forte pressione della domanda.
Più complesso è il problema della stabilizzazione della presenza. Le grandi compagnie industriali e commerciali straniere investono nella penetrazione dei mercati ingenti somme a reddito molto differito (particolarmente vero è questo in aree difficili come il Giappone ma è vero anche per tutte le grandi aree orientali).
L’impresa italiana inoltre non esporta verso queste aree masse di prodotti standardizzati perché il catalogo dell’impresa italiana media è diverso dal catalogo delle imprese tedesche, giapponesi e americane. I prodotti del nostro Paese sono tendenzialmente specifici. Anche quando sono semplici dal punto di vista tecnologico: di fronte a grandi espansioni della domanda questi prodotti sono facilmente collocati.
La loro efficace commercializzazione pone però particolari problemi nel medio periodo. Il carattere specifico dei prodotti “di nicchia” richiede spesso un contatto diretto con gli acquirenti finali ed una adeguata attività di manutenzione e di cura del cliente. Tali specificità, in molti casi, esclude o comunque riduce la possibilità di grandi accordi con compagnie commerciali e di distribuzione di paesi terzi.
A differenza di quanto avviene in altri paesi, poi, tra la presenza internazionale dell’industria italiana minore e quella di maggiore dimensione. sono scarsi i fenomeni di azione congiunta. Il sistema finanziario italiano, per di più, non ha presenza rilevante in molte aree e luoghi nei quali maturano iniziative. Il ruolo del sistema bancario nei contatti e collegamenti è minore.
Sono peraltro in corso fenomeni di internazionalizzazione di imprese anche minori con tendenza a svolgere congiuntamente attività produttiva e commerciale in sedi proprie in Italia e all’estero e tramite accordi con i quali le imprese commercializzano oltre che prodotti propri, prodotti di terzi.
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Nel corso del 1993 la lira ha subito un deprezzamento nel tasso di cambio nominale del 16.6% (calcolato su valori medi annui). Con riferimento alle principali valute si va da un minimo de11’8,4%, nei confronti della sterlina, ad un massimo del 31.2% nei confronti dello yen.
L’elemento caratterizzante gli svolgimenti del 1993 e gli inizi del 1994 è l’andamento dei prezzi relativi (“terms of trade”).
I prezzi dei prodotti esportati sono saliti deIl’11,4% (più 4,6% nel primo quadrimestre ’94), i prezzi medi dei prodotti importati sono a loro volta cresciuti dell’11,8% (del 3,0% nel primo quadrimestre ’94).
I prezzi all’esportazione sono dunque cresciuti sensibilmente meno del tasso di svalutazione, ma la scarsa domanda interna ed internazionale ha indotto anche gli esportatori verso l’Italia ad un atteggiamento molto prudente.
La rinuncia di ragione di scambio, rappresentata dal divario tra svalutazione nominale ed aumento dei prezzi all’esportazione, è stata praticamente per intero compensata dal guadagno di ragione di scambio dovuto ad analogo divario tra le variazioni nei rapporti di cambio e nei prezzi all’importazione. È probabile che, di fronte ad una ripresa della domanda internazionale ed interna, i prezzi delle nostre importazioni possano accelerare (potenziale di inflazione).
Come giù rilevato, si nota un buon incremento delle esportazioni in quantità ed un discreto incremento della nostra quota sui mercati internazionali, sempre in quantità.
Meno appariscente è, invece, il risultato in termini di quota di mercato espressa in valore. Il risparmio di risorse che gli acquirenti esteri hanno realizzato dalla diminuzione dei nostri prezzi è andato in parte ad intensificare gli acquisti in Italia, ma in parte anche ad incrementare acquisti altrove (contenuto effetto di disturbo della svalutazione).
L’esame degli svolgimenti sembrerebbe portarci ad attribuire grande rilievo al ruolo della domanda e delle caratteristiche specifiche dei prodotti esportati nel determinare il nostro interscambio con l’estero. e a valutare entro limiti non modesti, ma comunque circoscritti, gli effetti del mutamento del tasso di cambio.
L’aumento nei prezzi delle esportazioni ha avuto luogo, in realtà, in un periodo di ristagno dei costi interni. Il costo del lavoro per unità di prodotto nella produzione industriale è salito dell’1,6%. Ne è conseguita una significativa redistribuzione di reddito a favore delle imprese esportatrici.
Anche l’Inghilterra ha sperimentato una svalutazione della moneta, inferiore però a quella italiana. Ad essa ha corrisposto un incremento dei prezzi delle esportazioni praticamente di pari entità, con conseguenti irrilevanti effetti sulle esportazioni e con un netto predominio dell’effetto redistribuzione di reddito.
Potrebbe dedursi sommariamente, da questi diversi comportamenti, una considerazione di ordine generale. Una svalutazione, se avviene in misura relativamente contenuta, produce un alleggerimento delle tensioni interne prezzi/costi e si traduce essenzialmente in una redistribuzione di reddito. Solo con svalutazioni di ampia portata si determinano anche diminuzioni significative nei prezzi relativi delle merci esportate.
La diminuzione dei prezzi relativi, a sua volta, favorisce aumenti di esportazioni in quantità e valore ma in misura che risulta fortemente dipendente dalla dinamica e dalla composizione della domanda esterna.
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Gli andamenti del ’93 suggeriscono anche una considerazione sul rapporto tra aree sviluppate e aree emergenti.
Questo periodo si caratterizza per la forte crescita dei paesi in via di sviluppo, ove prevalgono bassi costi del lavoro. Le nuove produzioni esprimono così una forte concorrenza sui mercati internazionali. Ci si interroga perciò se l’integrazione internazionale tra diverse economie possa provocare conseguenze negative sulle potenzialità di crescita dei paesi sviluppati.
Ebbene, proprio il 1993 sembra dimostrare che alle minacce di nuova competizione si accompagnano opportunità di nuove espansioni.
L’Italia ha tratto grande vantaggio dalla crescita dei PVS. Dei 46.000 miliardi, che rappresentano l’incremento delle nostre esportazioni nel l 993, ben 20.000 sono rappresentati dall’incremento delle vendite verso i PVS.
Il trattato di Marrakech rappresenta, tra i numerosi suoi contenuti, anche un importante accordo tra paesi sviluppati e paesi emergenti. Prevede, infatti, il reciproco impegno all’apertura dei mercati, scelta che può apparire non facile per i paesi sviluppati di fronte alle produzioni a basso costo, ma che non è neppure facile per i PVS che devono impegnarsi a ridurre le barriere e le restrizioni proprio nella fase di avvio della crescita. Si tratta di una scelta che contrasta nettamente con le politiche protezionistiche che nel passato hanno sempre contraddistinto e, per periodi non brevi, le fasi di decollo economico.
Il riconoscimento dei possibili benefici reciproci della crescita, sia dall’una che dall’altra parte, ha alimentato lo spirito costruttivo che ha condotto al nuovo Trattato sui commerci.
Il constatare che questi mutui benefici sono già in atto l’appresenta un’importante premessa perché l’interesse al trattato di Marrakech, e alla sua attuazione, abbia a proseguire.