in “Il Sole 24 Ore”, 5 luglio 1994

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Dagli incontri tra i Sette Grandi il mondo attende decisioni e non solo manifestazioni di sensibilità ai problemi più gravi del momento.

La riunione del G7 a Tokio, nel luglio dello scorso anno, decise le sorti dell’Uruguay Round sul commercio mondiale. Il negoziato, che rischiava ancora una volta di perdersi tra le inevitabili tensioni della sua fase finale, fu sollecitato alla conclusione.

Fu un momento decisivo, di quelli nei quali la leadership dei Paesi maggiori si manifesta nel tempo giusto, nella direzione utile e con le scelte più difficili. Proprio in quei mesi, infatti, culminava un periodo che aveva visto salire la disoccupazione a livelli da tempo sconosciuti, il mondo industrializzato sembrava non ritrovare la via dello sviluppo e pencolava sull’orlo della tentazione protezionistica. Si incominciava a prestar orecchio a riflessioni e teorizzazioni economiche della disperazione, inclini a demonizzare proprio i fenomeni più significativi della presente fase (l’alta tecnologia e la crescente diffusione della manifattura nei Paesi emergenti). A Tokio fu data un risposta nell’opposto segno dell’apertura e della speranza.

L’accordo, che fu poi siglato a Marrakech nell’aprile scorso da oltre 100 Paesi, viene a completare finalmente gli accordi di Bretton Woods del 1944. L’Organizzazione mondiale del commercio, che nascerà, è l’indispensabile complemento del Fondo monetario e della Banca mondiale. Queste due istituzioni aiutano i Paesi a correggere i loro squilibri attraverso il credito internazionale. La loro azione può essere però resa poco proficua, al limite vanificata, se le barriere agli scambi, tariffarie o normative che siano, ostacolano il dispiegarsi dei fenomeni che si intendono sollecitare.

Con l’accordo di Marrakech è stato definito un importante programma decennale di aperture tariffarie reciproche, in particolare tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo (esteso alla grande area dei servizi). L’accordo poi prevede la graduale introduzione e il perfezionamento di regole comuni in molti delicati aspetti dell’attività economica; nonché una sede unica per regolare le controversie, dotata di un alto grado di sovranità.

Occorre ora procedere alla sua attuazione e al compimento di atti che richiedono ancora un forte, coerente ed esplicito impegno da parte dei Sette Grandi. Il G7 di Napoli non solo deve trattare l’argomento, ma dovrà a esso dare adeguato rilievo e priorità.

L’Organizzazione mondiale del commercio non solo deve essere costruita in modo efficace, ma di essa vanno colte tutte le potenzialità positive per il futuro dei rapporti internazionali. Quindi, non solo vi è da sollecitare la ratifica di trattati da parte dei Paesi firmatari, va dato impulso al completamento dei negoziati per le parti non concluse (servizi) e va dato impulso alla costruzione dell’amministrazione della stessa OMC.

Va anche definita una comune azione perché possa essere accelerato il negoziato di adesione o riammissione della Russia e della Cina, che ancora ne sono fuori.

In generale va riconfermato lo spirito del ’93 rispetto a eventi e manifestazioni recenti che lo possono avere offuscato. La richiesta un po’ sommaria avanzata all’inizio del 1994 di introdurre “clausole sociali” ha diffuso il sospetto che dietro il tema del “social dumping”, tema che da quasi due secoli ricorre nei Paesi sviluppati ogni qualvolta un’ondata di crescita interessa Paesi nuovi         si volesse riproporre una strumentazione protezionistica.

La “guerra commerciale” tra Stati Uniti e Giappone ha evidenziato il sussistere di linee di politica commerciale parallele e contraddittorie e oscillanti tra lo spirito del multilateralismo e quello della ragion di forza unilaterale.

Anche qui hanno influito teorie economiche sullo sviluppo delle alte tecnologie sulle quali si può ampiamente concordare in un seminario di studiosi, ma le cui conclusioni devono essere considerate con grande prudenza e circospezione da parte della classe politica dirigente.

L’accordo e la creazione della Ome rappresentano un importante punto di riferimento per tutti i ”Paesi in transizione”. Non è la “transizione”, per molti aspetti, la ricerca dei propri “vantaggi comparati” rispetto alle altre economie? Di fronte alla grave crisi di apparati produttivi nati e vissuti per integrazioni economiche non più esistenti, questi Paesi vivono una fase molto delicata. Ai pressanti, continui cali del livello della produzione del reddito, alle politiche severe, da alcuni adottate, di ristabilimento di un certo ordine monetario, devono ora seguire prospettive di crescita, pena il pericolo di alterazioni politiche. Esse hanno bisogno di punti fermi. In un recente incontro a Crans Montana tra i più importanti esponenti di questi Paesi, alla ricerca non più di aiuti ma di una bussola, tutti hanno indicato l’accordo GATT e l’OMC come un decisivo punto di orientamento.

Più in generale un OMC che nasca non solo quale corte di giustizia per la risoluzione delle controversie, ma come promotrice della diffusione di regole, potrà orientare in molti Paesi emergenti i processi di evoluzione normativa e legislativa in campo economico. Essa può essere lo strumento di un vero progetto politico di integrazione nel segno del progresso civile.

Ci si chiede tuttora, e anche dal G7 di Napoli ci si attendono risposte, a quali questioni debba estendersi l’azione dell’OMC. Già a Marrakech, senza limitarsi alle “questioni sociali e ambientali” abbiamo insistito sull’opportunità che essa affronti con spirito multilaterale la questione degli ostacoli non tariffari al commercio. Abbiamo poi indicato i temi della concorrenza, del diritto commerciale e civile, quali aree in cui la sua azione potrebbe esplicarsi per lo sviluppo della nuova “civiltà degli scambi”.

L’efficace realizzazione degli accordi sul commercio è di particolare interesse per l’Europa e per l’Italia. Per l’Europa innanzitutto, dove i Paesi hanno rinunciato alla loro sovranità in campo commerciale non a favore di uno Stato centrale che la possa usare per politiche di potenza, ma a favore di istituzioni collegiali e a complessi procedimenti decisionali. L’Europa quindi vive e prospera se anche al suo esterno il mondo si organizza per istituzioni che sostituiscano alla potenza unilaterale le procedure multilaterali del diritto e del consenso.

Per l’Italia poi appare sempre più evidente la necessità di un sistema aperto ordinato e regolare di rapporti a scala mondiale. Verso le aree esterne alla Cee andava circa il 40% delle nostre esportazioni, oggi all’incirca il 50%, domani, in prospettiva, la quota più elevata.

Infine per tutti i Paesi e non solo per quelli in transizione, l’accordo GATT e il completamento delle istituzioni di Bretton Woods rappresentano un importante passo per dare più precisi riferimenti agli investimenti reali sia interni che internazionali, dal cui sviluppo dipendono in ultima analisi la crescita della produttività e del prodotto: condizione indispensabile perché possano avere efficacia le stesse numerose ricette sull’occupazione e sul lavoro di cui si parla e si parlerà.

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