Colloquio con Paolo Baratta di Vittorio Zincone
in “TPI The Post Internazionale” dell’11-03-2022, pagine 72/74


“Vomitevole prendersela con la cultura russa per colpire Putin. Oggi c’è chi vuole ripulire dalle impurità la storia. Netflix e Amazon impongono gusti ma c’è ancora spazio per i bei film”. Parla lo storico n.1 della Biennale.

Paolo Baratta, 82 anni, pluriministro con i governi Amato, Ciampi e Dini nei Novanta, da un ventennio è una specie di doge della cultura nazionale: è presidente dell’Accademia Filarmonica Romana e ha guidato la Biennale di Venezia dal 1998 al 2001 e dal 2008 al 2020, zigzagando tra cinema, arte contemporanea, musica e teatro, in simbiosi con curatori, registi, pittori e scultori di tutto il mondo. Lo contatto dopo il discorso di insediamento di Sergio Mattarella, per vivisezionare il passaggio in cui parla della cultura e dell’identità italiana. Il primo commento di Baratta, al telefono, è: «Evitiamo il rischio di banalizzare l’intervento del Presidente». Promette bene. Quando ci incontriamo nella sua abitazione romana, però, è scoppiata la guerra in Ucraina e con i cingolati sono arrivate anche le sanzioni culturali da trincea. Quindi partiamo da qui. C’è un bellicoso accanimento contro qualsiasi manifestazione che abbia un retrogusto russo. A Milano la Bicocca ha sospeso le lezioni di Paolo Nori su Dostoevskij, e poi, capito l’inciampo, ha ripristinato il corso chiedendo allo stesso Nori di parlare anche degli scrittori ucraini. «Prendersela con Dostoevskij è semplicemente vomitevole. Se c’è una cosa da fare, oggi, è rimproverare l’eccessivo silenzio con cui negli ultimi anni l’Occidente ha tollerato la censura non solo putiniana, ma anche di molti altri Paesi».
Siamo stati distratti?
«Diciamo che ha prevalso spesso la raison économique, du commerce. C’era il rischio di rovinare i nostri affari e di essere anti-patriottici. Ora che i rapporti economici sono interrotti a causa della guerra, fanno tutti sfoggio di posizioni severe».
II sindaco Beppe Sala ha allontanato dalla Scala il direttore d’orchestra Valery Gergiev perché non voleva firmare un documento di condanna contro l’invasione dell’Ucraina.
«Mi sorprende un po’ la facilità con cui vengono prese certe decisioni. Posso capire che qualcuno senta il problema, ma qui c’è una sovra-semplificazione: il marketing che domina sulla riflessione. Serve prudenza, anche per evitare un rischio grande».
Quale?
«L’obiettivo del boicottaggio dovrebbe essere colpire chi ha invaso: Putin, la sua politica e la sua follia individuale. Chi se la prende con la cultura russa va incontro all’interpretazione più tragica delle ragioni dello scontro. E tanto eccesso di zelo, oggi, può persino far gioco alla propaganda dello stesso Putin».
L’anti-russismo dei tempi di guerra ha a che fare con la cancel culture?
«Ha a che fare con le sovra-semplificazioni. Ma già che ci siamo: considero pessima la cancel culture. È una visione della cultura come igiene: tolgo di torno i portatori di germi e ripulisco la storia dalle crepe con cui si è arrivati al progresso. Ma voler ripulire la storia con la candeggina è folle: è giusto ricercare la verità, ma non si possono sbiancare i costi del progresso».
Lo studio di Baratta è gonfio di libri. Su una mensola spicca una grande foto di gruppo in bianco e nero. Lui: «Sono i freshmen, i nuovi arrivati, del Pembroke College di Cambridge, nel 1963».
Lei è andato a studiare Economia in Inghilterra dopo la laurea in Ingegneria al Politecnico di Milano.
«A Milano avevo fatto anche politica: ero segretario cittadino dell’Unione Goliardica. Partii perché volevo capire meglio come funzionava il sistema. C’è un episodio vissuto lì a Cambridge che considero particolarmente formativo».
Racconti.
«Appena arrivato avevo redatto un paper su Keynes and the Classics. Ero molto soddisfatto. Il tutor mi disse: “Bene, ma qui c’è un’affermazione che non segue quella precedente”. Ecco: essere conseguenti e coerenti, questa era formazione! In quegli anni si trasferirono in Inghilterra anche Luigi Spaventa, Marcello De Cecco, Michele Salvati, Giorgio La Malfa, Mario Amendola… Rientrati era come se avessimo partecipato a una scuola di alta amministrazione. Avevamo uno zoccolo comune».
Che cosa sarebbe?
«Il livello di formazione, i valori, l’interesse pubblico come priorità…».
Il Presidente Mattarella possiede lo zoccolo comune?
«Direi proprio di sì».
Mattarella ha detto: «La cultura non è il superfluo: è un elemento costitutivo dell’identità italiana». Esegesi…
«Prima chiariamo che cosa non voleva dire. Sgombriamo il campo dal rischio di banalizzare».
Come si potrebbe banalizzare quella frase?
«Pensando che il Presidente si riferisse alla vulgata secondo cui, dato che l’Italia ha tanti monumenti e tanta arte e tanta storia e tanta bellezza, noi siamo già “esposti” alla cultura in modo naturale: la cultura come tintarella e il popolo eletto a cui basta conservare il passato. Altra possibile banalizzazione: la cultura plumbea di chi vuole difendersi dalle contaminazioni. Questa è tutta roba da politici di media statura. Il Presidente è stato ben più preciso e acuto».
Quindi a che cosa si riferiva Mattarella?
«A un’identità in continuo movimento. La cultura non è guardarsi allo specchio e gioire di ciò che ci ha regalato il passato. La cultura è desiderio di sapere di più, di conoscere, di avere una visione più grande. La cultura è innanzitutto desiderio di cultura: è un’ansia che viene dall’insoddisfazione, non dall’autocompiacimento. Il suo è stato un monito».
Qui Baratta interrompe la teoria e introduce l’esperienza personale, che tra l’altro ha raccolto nel libro II Giardino e l’Arsenale, dove racconta i suoi anni alla Biennale. Dice: «È la qualità dell’azione a fare la cultura intesa come fenomeno della vita attiva, e non ci può essere qualità senza l’autonomia e la libertà dei singoli e delle istituzioni a cui è delegato il compito di fare cultura». Mi chiede: «Sa qual è la domanda che tutte le istituzioni culturali si dovrebbero porre ogni giorno?».
Quale?
«Perché lo Stato mi deve mantenere?».
Lei che cosa rispondeva a se stesso quando era alla guida della Biennale?
«Per dimostrare che l’Italia è capace di organizzare un luogo di incontro di altissimo livello. E perché in un mondo in cui arte e cinema abbondano, è un bene che ci sia un soggetto che operi liberamente e autonomamente da interessi economici, politici e corporativi».
Come si resiste alle pressioni politiche o di una amministrazione?
«Premessa: il miglior indirizzo culturale che possa avere la politica o un’amministrazione è quello di difendere l’autonomia delle istituzioni pubbliche. Siano esse un museo, un’università o una scuola. La chiave è far funzionare la fisiologia del sistema e non sostituirsi ad esso per capriccio o per convenienza o per esigenze di consenso. Il guaio è che quando l’istituzione pubblica non funziona, si urla al soccorso privato».
Lei è contro i privati?
«No. Voglio dire anzi che quando lo si ritiene utile è bene che l’istituzione pubblica possa operare secondo il diritto privato. Il tutto funziona meglio se per gli atti interni si usa il Codice civile invece che quello della Pubblica Amministrazione».
Perché?
«Per esempio perché i rapporti di lavoro privati consentono un’organizzazione meglio dedicata, una gestione imprenditoriale. E poi nel Codice civile c’è scritto che gli amministratori non rappresentano chi li ha nominati. L’autonomia».
A lei, da presidente della Biennale, è capitato di dover resistere alle pressioni politiche?
«Quando è sembrato che il ministro dei Beni Culturali, Giuliano Urbani, volesse nominare i direttori artistici delle mostre al posto mio, non ho condiviso. E quindi non sono stato confermato. L’autonomia si difende così. Resistere alle pressioni dei partiti o dei sindacati o dei collezionisti vuol dire non partecipare al degrado dell’istituzione. Non si possono fare compromessi. Per guidare un’istituzione ho bisogno della fiducia di chi mi nomina. I sistemi moderni si fondano su questo principio».
La delega e la fiducia?
«Sì. La trasmissione della fiducia e la delega sono strumenti fondamentali. Nessuno può pensare di essere onnisciente e onnipotente, quindi deleghiamo. E delegare è un’arte. L’arte delle classi dirigenti».
Addirittura?
«Si ha veramente potere quando si è nelle condizioni di delegarlo. Il principio della delega permette alle classi dirigenti e alle istituzioni pubbliche di immaginare e programmare obiettivi di lungo periodo».
Lei ha delegato molto?
«Certo. Ai curatori delle mostre ad esempio, da cui ho anche appreso molto».
Qual è l’opera che in quindici anni di presidenza le ha dato più emozioni?
«Gesuiticamente rispondo… la Mostra in sé. Sui film posso essere più netto: Ex Libris-The NY Public Library, di Frederick Wisemann. Quattro ore sulla vita nella Biblioteca di New York».
Da presidente del Festival ha assistito all’ingresso di Amazon, di Netflix e della Disney, nella galassia dell’industria cinematografica.
«Sì. E credo che, malgrado l’impatto iniziale, il cinema abbia mantenuto un’articolazione più vivace di quanto si temesse. Quello dell’imporre i desideri e i contenuti da parte di questi giganti è un tema enorme. Ma penso che nei Paesi liberi le scappatoie per produrre film siano tante. Le lepri hanno ampia possibilità di esistere anche in uno spazio occupato dagli elefanti. Dove ci sono i cacciatori, cioè la censura, invece è più complicato. In tutti i casi comunque è importante che ci siano festival in cui i film sono accolti per la qualità e selezionati da qualcuno che è libero e autonomo».
Le è capitato di ospitare film censurati altrove?
«Certo. Una mostra ben fatta è proprio una chiamata a testimoniare».