Relazione alla “Giornata di studio per la celebrazione del 50° anniversario della costituzione dell’IRI – Caserta, 11 novembre 1983
In “Alberto Beneduce e i problemi dell’economia italiana del suo tempo”
Edindustria, pagg. 53 – 62

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1 – Nascita ed attività dei due Istituti

Il CREDIOP fu fondato nel 1919. Gravavano sul paese i complessi problemi del dopoguerra; pochi cenni bastano a riassumerli.

I disoccupati iscritti agli uffici di collocamento raggiungevano le 400.000 unità (sali­ ranno fino a 600.000 nel 1922). L’emigrazione riprendeva su vasta scala riportando­ si verso i livelli eccezionali dell’anteguerra (230.000 furono gli emigrati nel 1919; salirono a 410.000 nel 1920, un valore pari all’incremento della popolazione). L’industria, in condizioni difficili, non trovava le vie di una conversione all’economia di pace. Investimenti in opere pubbliche e in opere di bonifica si presentavano come scelte naturali ma anche obbligate in un clima di sì gravi incertezze.

Tra le varie iniziative messe in atto a tal fine, nella primavera del 1919 una commissione fu incaricata di riprendere e dar forma definitiva ad un vecchio progetto, per la costituzione di un istituto speciale di credito a lungo termine: progetto risalente al 1906, ma da tempo accantonato.

Val la pena richiamare la rapidità con cui fu presa la decisione. Ad appena quattro mesi dall’inizio dei lavori della commissione, che si riuniva nell’ufficio di Beneduce all’INA, il progetto era già legge. Nel frattempo si era avuto un cambio di Governo: nuovo Presidente del Consiglio era Nitti.

La proposta per la creazione del CREDIOP si rifaceva alle modifiche da tempo in­trodotte nella legislazione sulle opere pubbliche e alla diffusione dell’istituto della concessione. Lo Stato, in relazione alla realizzazione di opere pubbliche da parte di enti pubblici, poi anche di privati, interveniva con contributi, totali o parziali, nella forma di annualità di lunga durata, scontabili sul mercato.

I consorzi di bonifica, come del resto i comuni, oltre alle annualità, potevano di­sporre di entrate proprie delegabili. L’istituto speciale abilitato al finanziamento di questi enti doveva effettuare mutui a fronte di annualità cedute e di entrate delegate. Va sottolineato che in particolare le bonifiche, da tempo oggetto di interventi, as­sunsero, all’epoca, rilievo centrale. Tutti i governi succedutisi dopo il 1918 ad esse dedicarono iniziative legislative spesso ardite.

In quell’immediato dopoguerra, l’estensione delle opere di bonifica sembrava anche offrire una parziale risposta a quella promessa, fatta ad un popolo di contadini in­viato al fronte, di trovare al loro ritorno condizioni diverse di lavoro nei campi e persino la proprietà della terra.

L’argomento era al centro delle attenzioni di Nitti e Beneduce. Quest’ultimo vi dedi­cava il suo impegno quale presidente dell’Opera Nazionale Combattenti, sorta nel 1917, ente con il quale si intendevano offrire assistenze di vario tipo agli ex combattenti, ma la cui funzione primaria era l’iniziativa per la bonifica delle terre incolte (nel 1921 l’ONC possedeva 46.000 ettari principalmente in Lazio, Sardegna, Puglia e Campania).

Ai problemi della disoccupazione Beneduce dedicò il suo impegno, poco dopo, come deputato e poi come Ministro del lavoro del Governo Bonomi (luglio 1921 – apri­ le 1922).

L’iniziativa qualificante il suo Ministero fu quella legge 20 agosto 1921 n. 1177, det­ta appunto legge contro la disoccupazione.

Questa legge, oltre ad un complesso e lungo elenco di nuovi stanziamenti per opere pubbliche e bonifiche, stabiliva che la Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali, l’INA e le Casse di Risparmio gestite da Banco di Napoli e Banco di Sicilia dovessero riservare complessivamente 500 milioni di lire per la concessione diretta di mutui e/o per l’acquisto di obbligazioni del CREDIOP, per finanziamenti a opere pubbliche e bonifiche (in questa legge è presente un provvedimento particolare per accelerare l’elettrificazione del Mezzogiorno).

Quel provvedimento conferma che nella fase di avvio la capacità di intermediario del CREDIOP dovette trovare supporto. Negli anni successivi, la sua attività poté dispiegarsi con ritmi sostenuti. Ai finanziamenti a favore delle bonifiche si vennero aggiungendo mutui a favore del settore dei trasporti e comunicazioni (si ricordano fra l’altro grandi interventi a favore dell’elettrificazione delle ferrovie), nonché mu­tui a favore degli enti locali. Lo stipulato salì a L. 1,9 miliardi nel 1930, a L. 5,8 miliardi nel 1935, a L. 7,8 miliardi nel 1939 (1).

Menzione a parte tra le varie operazioni richiede quella che segnò l’inizio dell’attivi­tà dell’IRI e che pare opportuno richiamare in questa sede.

Nella stessa legge istitutiva, l’IRI venne dotato di un contributo dello Stato, concesso nella forma di annualità.

Tra i primi atti del Consiglio di amministrazione dell’IRI, nel 1933, vi fu quello di stipulare un mutuo ventennale con il CREDIOP, a fronte della cessione delle sud­ dette annualità. Si trattò di una operazione di grande interesse per due motivi: in­nanzi tutto per le proporzioni eccezionali dell’operazione stessa, un miliardo di lire; in secondo luogo, per l’uso che l’IRI fece della quasi totalità di queste somme. Esse vennero utilizzate immediatamente per ridurre i debiti delle banche verso la Banca d’Italia, debiti che l’IRI assumeva nel rilevare le partecipazioni detenute dalle banche stesse. Questa operazione sembra dunque evidenziare la particolare delicata posizione in cui si era venuto a trovare l’istituto di emissione per la dimensione raggiunta dagli immobilizzi, e aiuta, in tal senso, a chiarire anche i motivi che portarono a decidere un intervento quale la costituzione dell’IRI.

D’altra natura il quadro entro il quale Beneduce dà origine all’ICIPU nel 1924. Per­ durava la crisi dell’industria di base e manifatturiera. Qualche esempio basta per dare un’idea della situazione di ristagno delle attività in molti campi tradizionali: la produzione di filati di cotone fu nel 1924 di 1,75 milioni di quintali, praticamente la stessa (I, 70 milioni) del 1913, la produzione di ghisa non era ancora superiore a 304.000 tonnellate, rispetto alle 427.000 del 1913.

Si evidenziava e distingueva nettamente la posizione dell’industria elettrica che ave­ va ripreso in quegli anni (a partire dal 1922) cospicui investimenti per la realizzazio­ne di impianti di sfruttamento idrico. La potenza idroelettrica installata era salita dal 1919 al 1924 a un tasso dell’ordine del 10% raggiungendo circa 1,5 – 1,8 milioni di kw. Non possiamo soffermarci sui vari problemi incontrati nel dopoguerra, dire­mo solo che la ripresa era avvenuta in condizioni non facili; tra i problemi principali da affrontare era quello del forte fabbisogno di finanziamenti per immobilizzi di lunga durata (2).

In questo contesto nasce l’ICIPU. La sua definizione e costituzione fu curata perso­nalmente dallo stesso Beneduce. Alla sua nascita non potevano essere estranei i prin­cipali protagonisti operanti nella stessa industria elettrica e nella finanza cui essa fa­ceva capo. Con essi Beneduce ebbe intensi rapporti; la non ricca documentazione al riguardo testimonia scambi di vedute e pareri sul progetto e sullo stesso statuto del nuovo organismo.

Né va dimenticato che Beneduce nello stesso 1924 entrò nel Consiglio della Bastagi­ Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali, e che due anni dopo, nel 1926, al termine di un periodo di conflitti tra diversi gruppi bancario-industriali per il con­trollo della Bastagi-Società Italiana per le strade Ferrate Meridionali stessa, egli ne divenne presidente, quale arbitro e garante di equilibri di interesse.

In questi anni intorno all’industria elettrica si andavano concentrando interessi e per­sonalità che avrebbero svolto una funzione di primo piano nella direzione del paese. Grazie anche all’azione dell’ICIPU poterono proseguire i programmi di investimen­to. La potenza installata salirà tra il 1924 e il 1930 al ritmo del 140Jo m.a. Successiva­mente, a seguito del rallentamento della domanda di energia, che rimarrà ferma per i tre anni successivi al 1930, venne determinandosi una situazione di eccesso di capacità; la durata media di utilizzazione degli impianti passava infatti da 3.500 a 2.500 ore annue.

La stagnazione dei consumi fu considerata dal presidente dell’ICIPU come del tutto «transitoria, data la fase di sviluppo dell’economia del paese e tenuto conto dell’in­ dice del nostro consumo medio individuale in confronto a quello considerevolmente più elevato di molti paesi d’Europa» (3).

Nel 1936 Beneduce poteva affermare che il continuo crescente incremento dei consu­mi aveva portato alla quasi integrale utilizzazione delle centrali esistenti, sì che era da prevedere la ripresa della costruzione di nuovi impianti.

Nel 1939, quando Beneduce lasciò la presidenza dell’ICIPU, era stata istallata una capacità di 4,5 – 5 milioni di kw, pari a quella che alla nascita dell’ICIPU, il Mortara riferiva come la misura della potenza idroelettrica sfruttabile in Italia, date le conoscenze, invero ancora approssimative, e le tecnologie del tempo (4).

Un secondo settore per il quale fu rilevante l’opera dell’Istituto, fu quello della tele­ fonia: anche in questo campo si registravano in quegli anni cospicui investimenti che una indagine specifica potrebbe aiutare a meglio conoscere.

Occorre ricordare. inoltre, il ruolo svolto dai due Istituti sui mercati finanziari inter­ nazionali, dopo la definitiva sistemazione dei prestiti contratti durante il periodo bel­lico con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. Emissioni sull’estero, principalmente interventi in dollari e sterline, si ebbero fin dal 1926. Il successo di queste iniziative concorse alla preparazione delle altre operazioni di credito a lungo termine, in valuta, concretizzate successivamente anche da parte di altre istituzioni.

L’azione congiunta di CREDIOP e ICIPU assunse negli anni proporzioni sempre più rilevanti. Per averne un’idea si può ricordare che nel 1936 i mutui in essere dei due istituti (circa 6 miliardi) eguagliavano il totale dei mutui in essere degli istituti di credito fondiario e rappresentavano il doppio del credito in essere del complesso delle tre banche di interesse nazionale, nella nuova situazione conseguente i muta­ menti nel frattempo intervenuti.

La loro funzione fu altrettanto rilevante. L’intuizione che alla fine del primo conflitto fosse da promuoversi una ordinata organizzazione dell’afflusso di risparmi priva­ ti verso investimenti in opere pubbliche e infrastrutture si dimostrò di rilievo strate­gico fondamentale.

Gli ingenti investimenti in questi campi svolsero una primaria funzione compensatri­ce nella lunga crisi in cui rimase attanagliata l’industria italiana tradizionale, in un interminabile «dopoguerra» cui seguirà la depressione mondiale.

Ma oltre a svolgere una funzione per così dire anticiclica, questi investimenti daran­no un determinante contributo nel predisporre le condizioni per i nuovi sviluppi in­dustriali che avranno luogo nel paese a partire dal secondo dopoguerra.

Bonifiche ed industrie idroelettriche, infrastrutture e telecomunicazioni attiravano l’interesse degli spiriti illuminati. Esse rappresentavano quanto di più evidentemente produttivo ai fini del progresso civile potesse offrire la crescita e l’accumulazione ed erano chiara espressione di una economia di pace e di emancipazione sociale. Anche queste considerazioni sono forse utili per comprendere fatti e persone che in questi interessi si trovarono in sintonia con individui e movimenti di altri paesi. Ricordiamo solo di sfuggita quanto importanti saranno le public utilities nei program­mi del New Deal roosveltiano.

Ma è con riferimento all’evoluzione del mercato finanziario e dell’organizzazione dell’attività creditizia in Italia che assumono particolare rilievo e significato la crea­ zione di questi istituti e la metodologia della loro gestione.

 

2 – CREDIOP, ICIPU e la creazione del mercato obbligazionario in Italia

Con CREDIOP e ICIPU nasce di fatto in Italia il mercato obbligazionario.

Val la pena ricordare la precisa indicazione programmatica, al riguardo, dello stesso Beneduce.

In un significativo dattiloscritto di cinque cartelle, inedito, custodito nell’archivio storico del CREDI OP, si tracciano brevemente finalità e programma dell’ICIPU (5). In esso si legge che l’ «Istituto attingerà i mezzi dal risparmio privato e sarà autoriz­zato ad emettere obbligazioni»; che «manca nel nostro paese un mercato nazionale delle obbligazioni. Il CREDIOP nell’ambito delle sue possibilità ha tracciato la via», e si aggiunge «è questo il compito più delicato affidato al nuovo Ente, ma è anche il servizio più utile che esso dovrà rendere alla Nazione».

Si trattò di una innovazione di non poco conto introdotta, per giunta, in un periodo non facile.

Utilizzando più fonti statistiche, si può dire che nel 1923, anno che precede la costi­uzione dell’ICIPU e nel quale l’attività del CREDIOP era appena avviata, le attivi­tà finanziarie detenute dall’economia fossero, all’incirca, come dal prospetto seguente:

CONSISTENZE DI FINE ANNO
(miliardi di lire)
1923 1930 1936
Circolante: biglietti 18,8 15,7 17,6
Depositi bancari n.d. 62,7 57,1
Depositi postali 9,1 13,0 22,3
Titoli di Stato 85,0 84,4 94,9
Azioni 23,5 52,3 44,8
Obbligazioni 2,0 13,5 19,2

È opportuno ricordare che la quota di attività detenuta in forma finanziaria era an­cora quella di una economia per molti aspetti tradizionale. Va però aggiunto che il mercato finanziario italiano appariva particolarmente ristretto.

Si noterà innanzitutto che il mercato dei titoli a reddito fisso era costituito quasi esclu­sivamente da titoli di Stato.

Il mercato azionario, come è noto, attraversato da frequenti crisi spesso acute, era già in larga parte, e lo sarà in misura crescente, sostenuto dalle banche e in ultima istanza dall’Istituto di emissione. Già da qualche anno operava il Consorzio per Sovvenzioni su Valori Industriali che diverrà poi, nel 1926, Istituto di Liquidazioni, ema­nazione di fatto degli Istituti di emissione (poi della Banca d’Italia) il cui preciso com­pito fu all’inizio di effettuare sovvenzioni cambiarie con pegno su titoli, poi anche di rilevare direttamente le partecipazioni bancarie.

Il finanziamento in base monetaria del capitale azionario cesserà appunto con l’isti­tuzione dell’IRI.

Essendo questo il grado di sviluppo e i gravi problemi presenti nei mercati finanzia­ri, progettare istituti con lo scopo di raccogliere risparmio attraverso emissioni obbligazionarie fu un atto di indiscutibile coraggio e lungimiranza. Il percorso non fu facile. Si è visto che all’inizio dell’attività del CREDIOP si ricorse anche ad un inter­ vento legislativo per favorire la provvista dell’Istituto. Ma con il passare degli anni i risultati furono sempre più lusinghieri.

Con azione ostinata Beneduce sollecitava in continuazione la formazione di consorzi bancari per l’acquisto a fermo dei titoli e per il loro collocamento. Tramite il sistema bancario e con l’informazione diretta si sollecitava l’interessamento dei singoli ri­sparmiatori.

Sono frequenti e già ampiamente ricordati in altri scritti i richiami che Beneduce fa­ceva nelle relazioni ai bilanci dell’ICIPU, alle banche per incitarle ad una più intensa attività di negoziazione di titoli obbligazionari verso il pubblico: a non limitarsi alla semplice raccolta diretta di risparmio, ma ad usare la loro rete di sportelli per contri­buire a «fare aderire il risparmio del pubblico alle esigenze dell’apparato produttivo della nazione».

Si può vedere dai dati relativi al 1936 che, nel giro di quindici anni, il volume com­plessivo delle obbligazioni in circolazione passò da 2 a 19 miliardi circa. Le obbliga­ zioni emesse da CREDIOP e ICIPU ne rappresentavano circa un terzo.

Questi sviluppi assunsero diversi significati nelle diverse fasi. La stessa fondazione dell’ICIPU ha luogo in un momento che vede maturare gli effetti di quella robusta azione avviata dal De Stefani che portò le finanze pubbliche dai pesanti deficit del periodo bellico e post bellico a situazioni di surplus a partire dal 1924-1925.

Questa azione portava ad un notevole restringimento della domanda dello Stato sui mercati di capitali.

Con l’ICIPU si poté compensare la minor creazione di attività finanziaria del Teso­ro e avviare il risparmio al «soddisfacimento dei bisogni dell’economia».

Per contro, in una fase successiva, a partire dal 1930, le continue emissioni obbliga­zionarie controbilanciarono la contrazione dei depositi bancari e la riduzione del ca­pitale di rischio delle imprese.

E val la pena richiamare una circostanza del tutto singolare, meritevole di ulteriori approfondimenti, il fatto cioè che mentre in tutti i mercati mobiliari internazionali nel corso della crisi a cavallo tra 1929 e 1930 anche il corso delle obbligazioni subì cadute anche notevoli, le quotazioni in Italia rimasero assolutamente stabili.

Diversi fattori influirono, ma tra essi certamente la natura e l’affidabilità degli isti­tuti che avevano contribuito allo sviluppo di quel mercato. A siffatta circostanza si deve anche, molto probabilmente, l’atteggiamento di continua fiducia che il risparmiatore italiano manterrà verso le obbligazioni nei decenni successivi al secondo do­poguerra, quando di fatto ancora rappresenteranno la principale componente del mer­cato finanziario.

 

3 – La specializzazione quale fondamento del modello organizzativo dell’attività bancaria

Beneduce pose una cura meticolosa nella costruzione dell’immagine di stabilità e af­fidabilità dei due istituti.

I verbali dei Consigli di amministrazione vedono ripetersi con particolare frequenza siffatta preoccupazione e i riferimenti ai sottoscrittori quali interlocutori primari. In tal senso furono orientati gli indirizzi di gestione e il modello organizzativo. La selezione rigorosa degli affidati avveniva in relazione alla loro capacità di offrire le garanzie; garanzie che erano base dei mutui stessi, ma anche e soprattutto riferi­mento indiretto per gli assuntori di obbligazioni circa l’affidabilità dell’Istituto. Le rigide corrispondenze tra durata e ammortamento dei mutui e durata e ammorta­mento delle obbligazioni di contropartita, l’uniformità e la chiarezza della tipologia delle operazioni attive fanno parte di un bagaglio di condizioni ritenute necessarie per quella graduale azione di avvicinamento del pubblico a questi investimenti e per quella azione volta a «formare l’educazione finanziaria del pubblico» che era espres­samente perseguita.

L’azione doveva appunto essere graduale.

Si consideri un esempio. Nella seduta del 12 ottobre 1926 del Consiglio di ammini­strazione dell’ICIPU si discusse sulla opportunità di emissioni di obbligazioni con diritto di opzione sulle azioni delle società finanziate. Si osservi che si trattò di una forma che fu usata da Beneduce su vasta scala per i primi smobilizzi effettuati dal­ l’IRI nel 1933, ma che allora fu giudicata inopportuna per un istituto come l’ICIPU che doveva ancora veder riconosciuta e stabilizzata agli occhi dei sottoscrittori la sua particolare funzione «quale fiduciario degli obbligazionisti e vigile tutore dei loro interessi».

Un aspetto del modello organizzativo adottato da Beneduce appare particolarmente significativo: la scelta di costituire due diversi organismi, quando l’azione del secon­do (ICIPU) avrebbe potuto essere sviluppata a seguito di una semplice parziale mo­difica dello statuto del primo.

La scelta di creare due diversi istituti è espressione di un obiettivo di forte specializ­zazione operativa. Specializzazione, si noti, non in riferimento alla diversa natura tecnica dell’attività di credito né, tanto meno, suggerita da «vocazioni» settoriali, ma dalla opportunità di distinguere le passività emesse in relazione alle diverse tipo­logie del rischio assunte dai due istituti.

Il CREDIOP aveva al suo attivo crediti principalmente nei confronti di organismi pubblici, effettuati a fronte di cessione di annualità dello Stato. Le sue obbligazioni potevano, dunque, considerarsi indirettamente garantite dallo Stato. L’ICIPU ave­ va al suo attivo crediti nei confronti di imprese private, garantiti da ipoteche su beni di durata economica elevata, quali appunto gli investimenti delle imprese idroelettri­che e telefoniche. Le sue obbligazioni derivavano, dunque, da una attività diversa e riflettevano un grado diverso di rischio (tra l’altro la loro durata era minore, se pur ancora molto elevata, 20-30 anni contro i 35 del CREDIOP, il tasso di interesse leggermente superiore).

A diverse caratteristiche degli attivi e dunque delle passività emesse, era opportuno corrispondessero separate entità di intermediazione.

 

4 – Anticipazioni della «Riforma» del 1936

Siamo di fronte ad un meticoloso sistema di specializzazione finalizzato alla trasparenza del grado di rischio del risparmio investito. Schema, si badi bene, che Benedu­ce considerava non solo opportuno in relazione alle contingenti esigenze di questi due istituti, ma più in generale quale forma necessaria per una equilibrata e stabile organizzazione del credito.

Pare esplicito al riguardo il documento d’archivio già citato, nel quale, tracciandosi le caratteristiche del nuovo Istituto, si concludeva che esso «apporterà al mercato dei capitali il suo contributo per un più razionale assestamento delle industrie e per una auspicata discriminazione delle funzioni dei singoli istituti di credito».

Ancora più esplicito il testo del verbale della seduta del 28 maggio 1924 del Consiglio di amministrazione del CREDIOP, nel corso della quale Beneduce dà notizia della costituzione dell’ICIPU. Vi si legge: «Il nuovo Istituto può rendere altresì notevoli servigi alla organizzazione bancaria, sia consentendo ad essa di smobilizzare, a con­ dizioni convenienti, le anticipazioni cospicue fatte per alcune industrie, quali le idroelettriche, sia agendo sul mercato per avviare le banche alla loro funzione essenziale di fornitrici dei capitali circolanti dell’attività economica del paese. Sotto questo punto di vista al nuovo Istituto può essere riservato un compito di altissimo interesse nella disciplina delle funzioni del credito nella vita produttiva della Nazione».

Questa dichiarazione ci offre lo spunto per un breve richiamo di altre due importanti funzioni che i due istituti, ma soprattutto l’ICIPU, svolsero. Quella del parziale rie­quilibrio della finanza delle aziende e quella del parziale smobilizzo delle banche. Già con la creazione del CREDIOP si offriva alle banche la possibilità di investi­ mento in titoli negoziabili al posto di crediti di lunghissima durata verso enti pubblici. D’altro lato, prima della nascita dell’ICIPU, le imprese idroelettriche avevano (1922) capitale azionario di 2,5 miliardi e debiti bancari di 2,2 miliardi (per la mag­gior parte a fronte di immobilizzi in impianti), ed erano ricorse al mercato delle obbligazioni per soli 131 milioni.

L’azione di riequilibrio finanziario effettuata per il tramite del nuovo istituto, con diretta raccolta sul mercato, rappresentò una effettiva azione di smobilizzo delle azien­de di credito.

E non può sfuggire la differenza profonda rispetto agli altri smobilizzi in corso in quegli anni Venti, effettuati nell’ottica dei salvataggi. Quelli indirettamente conse­guenti l’attività dell’ICIPU, per quanto limitati e circoscritti, erano purtuttavia frut­to di una innovazione nell’organizzazione del sistema creditizio già nell’ottica della sua riforma.

Da non trascurare poi la considerazione che l’ «occasione» dell’industria elettrica, similmente ad altre «occasioni» precedenti (ferrovie, siderurgia, cantieri, sviluppi ur­bani) avrebbe, ancora una volta, potuto suggerire la creazione di istituti di tipo «Credit Mobilier».

A questo modello erano tornate di fatto a conformarsi le aziende di credito. Benedu­ce si mosse in una direzione diametralmente opposta.

L’industria elettrica venne vista come «occasione», ma nel senso che, dato il suo ca­rattere «immobiliare», la sua crescita offriva l’opportunità di emettere passività se­condo il modello degli istituti di credito fondiario e dello stesso CREDIOP, già noti al risparmiatore. Offriva dunque l’opportunità di portare sul mercato finanziario titoli di lunga durata, ma ancora di relativo riposo, quale nuovo strumento per av­viare direttamente il risparmio al finanziamento di una parte dell’apparato industriale. Il tutto nell’ottica di un graduale processo di formazione e diversificazione del mer­cato finanziario e creditizio volto ad assicurare, nella massima trasparenza, alla cre scita del paese e del suo sistema di imprese il durevole concorso dei risparmiatori, anche dei più restii ad assumere posizioni di rischio.

Era poi l’attività dell’ICIPU del tempo vista come inizio di un processo che avrebbe dovuto avere successivi sviluppi. Ciò traspare chiaramente nel documento program­matico dell’archivio CREDIOP citato: «Si profila, cioè, un tipo speciale di credito immobiliare, il quale potrà trovare in seguito anche più ampio sviluppo quando l’e­ducazione del mercato finanziario lo consentirà».

Così già nel 1925 nella prima relazione al Bilancio dell’ICIPU si legge: «Né rimarrà estraneo all’attenzione dell’Amministrazione il problema del credito mobiliare all’in­dustria, cui in parte soltanto provvede l’ordinamento dell’Istituto».

Si tratta di considerazioni che ipotizzano sviluppi al di là della semplice ulteriore esten­sione del credito di tipo fondiario all’industria manifatturiera (che fu poi in realtà gran parte dell’attività degli istituti speciali).

Lo stesso Beneduce tracciò una strada in tal senso con quelle emissioni di obbliga­zioni convertibili da parte dell’IRI nel 1933 che rappresentarono una assai significa­tiva operazione del tipo «banca d’affari».

Non è qui sede per richiamare i successivi sviluppi; ricordiamo solo che essi hanno riguardato anche CREDIOP e ICIPU, e sono culminati con la fusione dei due istituti nel CREDIOP e con la definitiva trasformazione di quest’ultimo in un istituto di credito mobiliare (1981).

Per i molti aspetti che abbiamo sopra sommariamente richiamato, la creazione da parte di Beneduce dei due istituti ci pare rappresenti di fatto la prima concreta iniziativa di quella riforma bancaria che per successivi atti fu poi attuata negli anni Trenta e codificata nel 1936.

E ciò, si badi bene, non tanto per la ovvia, se pur non trascurabile, constatazione che con l’attività di questi istituti si prefigurava quella distinzione tra credito a me­dio e credito a breve, che si ritroverà nella legge del 1936. Piuttosto perché queste iniziative, lo spirito e le riflessioni che ne accompagnarono la nascita e la gestione, riflettevano in modo esemplare alcune delle concezioni di fondo del modello di orga­nizzazione del risparmio che fu accolto con la riforma.

Ci si riferisce in particolare a quella concezione secondo la quale, per una ordinata organizzazione dei soggetti che intermediano risparmio, è necessario che non vi sia­no eccessivi scarti tra il grado di rischio consapevolmente accettato dal prestatore, che affida il suo risparmio ad una istituzione, e il tipo di rischio assunto dall’istitu­zione, nella sua attività di finanziamento.

Da questa concezione discendeva tra l’altro, ovviamente, che non era opportuno che le banche raccoglitrici di deposito lo trasformassero in capitale di rischio.

 

5 – La sistematicità delle concezioni e degli interventi di Alberto Beneduce

Il Beneduce aveva espresso queste sue convinzioni in un saggio del 1915 su «I problemi del rischio nella vita economica» pubblicato sul Giornale degli economisti.

Trattavasi della lezione introduttiva ad un corso tenuto alla «Bocconi».

In esso si richiama innanzitutto e si riassume brevemente il modello economico di equilibrio generale (nello schema Walras-Pareto); se ne descrive l’essenza e, cioè, co­me ciascun soggetto economico nel decidere secondo il proprio utile, aiuti a ripristi­nare, dopo ogni turbamento, l’equilibrio dei mercati e delle soddisfazioni relative dei singoli.

In questo saggio, egli mette in guardia di fronte ad una accettazione acritica del modello. Si osserva in primo luogo che i soggetti decidono non con conoscenza perfetta, ma in situazione di incertezza; e, a causa di eventi fortuiti o di errate valutazioni, il risultato delle loro decisioni sarà diverso, di norma, dalle previsioni.

La stessa lotta contro l’incertezza induce, inoltre, ad introdurre nelle attività economiche continue innovazioni che comportano decisioni di tipo imprenditoriale e la messa a rischio di risorse. Da queste decisioni deriva, d’altro lato, il progresso di cui tutta la società beneficia per il diffondersi dei vantaggi delle innovazioni.

Orbene, di fronte allo squilibrio permanente in cui il sistema si trova a causa di in­ certezze e rischi, per rendere accettabile socialmente una economia di mercato, oc­corre innanzitutto la diffusione di organizzate forme di assicurazione atte a ridurre le conseguenze delle incertezze e a dar riparo da eventi fortuiti. In secondo luogo, perché possa dispiegarsi l’utile iniziativa degli imprenditori innovatori, con il con­corso non solo delle loro proprie risorse, ma anche di quelle di risparmio degli altri soggetti, occorre predisporre ordinamenti tali da evitare occulti trasferimenti di rischio e da mantenere ai diversi apporti di risparmio all’investimento i rispettivi gradi di rischiosità.

Beneduce si riferisce esplicitamente all’ordinamento delle società anonime e all’ordinamento bancario.

Per le società anonime egli afferma:

«Si tratta di ricercare riforme, nell’ordinamento di queste personalità giuridiche, tali che, in dipendenza della graduazione di rischi assunti da ciascuna categoria di partecipanti all’impresa, rafforzino le garanzie collettive degli obbligazionisti in confronto del capitale azionario, degli azionisti privilegiati in confronto alla massa di azionisti ordinari di questi in confronto dei ripartisti, ecc… E però conviene portare su questo binario l’esame della costituzione delle Assemblee deliberanti, della elezione, della composizione e dei poteri dei Consigli di amministrazione, della composizione e della efficacia dell’organo di sindacato, ecc.»

Aggiunge poi:

«similmente accade per la vexata quaestio delle garanzie collettive dei depositanti, alle quali potrà essere conferita efficacia solo disciplinando le correlazioni fra natura dei depositi e natura delle operazioni con­ sentite agli istituti che trasformano il risparmio in capitale, fra misura e compenso del rischio cosciente­ mente accettato dai depositanti e misura del rischio afferente le operazioni di rinvestimento».

Troviamo in queste riflessioni del 1915 non solo in sintesi enunciati i principi che ispireranno la «riforma» del 1936, ma anche il bandolo del filo conduttore che unisce e spiega gli interventi e gli impegni di Beneduce nei vari campi dell’organizzazione del risparmio, da quello assicurativo a quello dell’ordinamento del credito, e che consente di individuare una linea coerente che lega fra loro l’istituzione dell’INA, la creazione di CREDIOP, ICIPU, l’istituzione dell’IRI, la legge bancaria.

Altri riprenderà questi problemi e riesaminerà gli eventi che portarono alla crisi bancaria, nonché gli strumenti poi creati con la riforma, ricollegandoli tutti ai problemi di accumulazione e sviluppo che incontrano i paesi che mano a mano si avviano lungo la strada dell’industrializzazione e alle politiche economiche necessarie per percorrerla. Ci pare che Beneduce affrontasse questi argomenti in una coerente ottica di un modello costituzionale moderno. Cioè adeguato ad una economia nella quale non basta la tutela della proprietà, ma è fondamentale problema quello della convivenza e collaborazione tra il risparmio e il suo utilizzo da parte di chi effettua decisioni di investimento; tra risparmiatore e investitore.

Altri in Europa in quegli anni osservava le degenerazioni che possono intervenire nei rapporti banca-industria e constatava, come Beneduce, i possibili abusi che possono derivare da un eccessivo potere degli utilizzatori finali del risparmio, sui centri di raccolta dei depositi. Hilferding era fra questi e ne traeva la conclusione che lo Stato dovesse impossessarsi delle banche. Beneduce giunse ad una conclusione ben diversa: che occorreva organizzare opportunamente quel sistema e affidarne la tute­ la ad una magistratura autonoma da tutti gli abusi.

Beneduce non si intrattenne in dispute accademiche liberiste in voga a quei tempi, quali quella se si dovessero o non si dovessero effettuare i salvataggi bancari. Ma neppure può considerarsi statalista chi in realtà riteneva necessari interventi, ma non tanto dallo Stato per limitare l’economia di mercato, quanto dello Stato perché esso si articolasse in soggetti e discipline necessarie per rendere possibile ed efficace l’economia di mercato.

Il sistema organizzativo concepito per il credito, le sue modalità operative fondate sull’esigenza dell’autodisciplina, l’ordinamento della vigilanza, la creazione di enti pubblici economici, si presentano come un complesso organico di misure, fondamenta di una sorta di costituzione materiale.

Ed è da pensare che la sua azione avrebbe potuto, forse, aver sbocchi ancora più organici se gli fosse stato consentito far riferimento ad un ordine costituzionale di­ verso e più moderno rispetto a quello in vigore al suo tempo.

Fu invero gran ventura quella di un uomo che ebbe modo di svolgere funzioni decisi­ve, in un arco di tempo così lungo, nella creazione di fondamentali istituzioni, secondo un disegno in assoluta coerenza con le proprie convinzioni e conclusioni sistematiche.

 

Per le indagini d’archivio l’Autore si è avvalso della collaborazione del dott. Consalvo D’Antonio.

(1) Per una completa storia delle origini e delle attività del CREDIOP fino alla 2a guerra mondiale, si veda: L. De Rosa, Banche e Lavori Pubblici, edito a cura del Centro A. Beneduce, Giuffrè, Milano, 1979.
(2) Problemi e proposte al riguardo sono ben sintetizzati in un documento datato Milano, 15 giugno 1922, custodito nell’Archivio Beneduce presso la Banca d’Italia.
(3) Relazione del Consiglio di amministrazione dell’ICIPU al bilancio del 31.12.1930.
(4) Mortara, Prospettive Economiche, Soc. Tip. L. Da Vinci. Città di Castello, 1925.
(5) Bozza di relazione al provvedimento legislativo sulla costituzione dell’ICIPU.