in “Il Sole- 24 Ore”, 6 luglio 2005, prima pagina e pag.3

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Al di là dei catastrofismi e degli ingiustificati ottimismi, emergono nel Rapporto ICE-Istat sul nostro commercio estero indicazioni preziose e quesiti su quel che si fa e che si dovrebbe fare per lo sviluppo industriale. E questa volta a dircelo sono le imprese stesse con i loro comportamenti. Anche nel 2004 la nostra quota di commercio mondiale è diminuita. Sia in termini di valore sia in termini quantitativi. E il problema dell’Italia è dato dal fatto che, ancora una volta, la quota diminuisce più di quella degli altri Paesi sviluppati. Nessun ottimismo dunque.

Vediamo alcuni movimenti, e qualche indicazione operativa. La perdita di quota è da attribuire a settori identificabili nel comparto dei beni per la persona e la casa. In altri settori non sempre accade, in alcuni il fenomeno si è arrestato, in altri si hanno guadagni di quota. Alcuni aggiustamenti sono in corso. Prendiamo a esempio l’informazione secondo cui nei distretti produttori di beni di consumo si hanno risultati migliori laddove si è dato impulso alle produzioni “a monte”, quelle cioè dei macchinari per produrre quei beni di consumo; si è seguita la domanda proveniente dai Paesi nuovi, orientata fortemente all’acquisto di beni capitali.

Un altro dato può essere indice di significativi mutamenti. Sembra che di fronte all’aumento dell’euro sul dollaro una parte dell’industria più esposta abbia proceduto non ad abbassare, ma a mantenere alti i prezzi di vendita sul mercato internazionale, addirittura facendoli crescere più di quanto non siano cresciuti i costi di produzione. Questo fenomeno sarebbe esattamente l’opposto di quello che ci si poteva aspettare. Ci si aspetta, infatti, che per mantenere quote di mercato quando la moneta si rivaluta si sacrifichino i prezzi, e quindi i margini, per mantenere le quantità esportate. Se questa “anomalia” è vera, allora si stanno sacrificando le produzioni più ordinarie. È solo in corso un fenomeno di contrazione o si sta cercando di spingere produzioni più qualificate e di convertire le imprese?

Sempre dall’ICE si hanno notizie circa forme di integrazione produttiva con i Paesi balcanici a più basso costo per lavorazioni intermedie o parziali. Ne trae beneficio a quanto pare soprattutto la zona adriatica. Dunque non tutte le integrazioni sono condizionate a grandi investimenti all’estero, ma molte si sviluppano con semplici nuove forme organizzative e logistiche, più alla portata delle imprese di minore dimensione.

Il processo di integrazione internazionale va assumendo forme composite, al punto da rendere insufficiente l’esame fondato solo sui dati tradizionali di import-export. Occorrerebbe considerare di più il sistema delle imprese e la loro organizzazione produttiva: sedi principali, filiali estere, fornitori, collegate. Ma dati significativi relativi ad alcune zone sembrano indicare che dove ci si è spinti ad effettuare investimenti all’estero, in una articolazione integrata internazionale delle imprese, si verificano anche buoni risultati in termini di merci esportate. Si tratta di un dato di grande importanza che andrebbe studiato a fondo, che può da solo far grazia di atteggiamenti protezionistico-difensivi. A questo fa riscontro un dato speculare: in alcune regioni dove è presente capitale estero si ha maggiore tenuta.

Interessante annotazione: la presenza di produttori medi o medio-grandi tende ad assicurare ai distretti una generale maggiore capacità di reazione. Sono segnali tutti interessanti e istruttivi. Anche se gli sviluppi positivi non raggiungono i livelli auspicati e non sono tali da consentire il miglioramento della posizione relativa, essi vanno seguiti e assecondati.

Costo del lavoro e investimenti esteri. Si conferma ancora una volta che, più di altri fattori, è la composizione delle nostre produzioni a ridurre la nostra capacità di presenza sui mercati esteri. Il nostro sistema produttivo ha una composizione settoriale merceologica in parte fuori linea con quella delle produzioni più dinamiche sui mercati degli scambi internazionali. Agli aggiustamenti interni a ciascun comparto dovrebbe sommarsi, in molti di essi, una dinamica tale da più che compensare i ridimensionamenti di altri. Ma è proprio questo processo di riconversione dinamica che non ha luogo spontaneamente in misura adeguata.

Ebbene il processo di aggiustamento non è certo favorito da un andamento del costo del lavoro per unità di prodotto più elevato che altrove. Le statistiche dicono che in termini di costo unitario del costo del lavoro abbiamo perduto competitività dal 2000 nella misura del 25%. Le cause possono essere svariate. Certo è che occorre rimediare, altrimenti il solo rimedio rischia di essere una temporanea, costosa deflazione.

Ma il fatto che il processo di aggiustamento complessivo non abbia luogo in misura adeguata pone anche il problema della entità delle energie imprenditoriali operanti nel Paese. Un tempo avremmo individuato in questo divario un ruolo per l’impresa a partecipazione statale. Oggi nel mercato aperto e integrato dobbiamo lamentare una troppo scarsa capacità di attirare investimenti esteri che, invece, ci paiono ora e in prospettiva necessari per integrare con apporti dinamici il nostro apparato imprenditoriale. Costo del lavoro unitario e investimenti esteri rappresentano due nodi molto importanti.

Resta ovviamente la necessità della ricerca, ma portando sempre grande attenzione all’innovazione organizzativa delle imprese, al loro arricchimento strutturale, alla competitività generale di tutti i loro fattori, seguendo attentamente anche le preziose indicazioni positive che molte imprese impegnate nel proprio adeguamento, come si è visto, ci offrono.

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