Relazione svolta nella Biblioteca della Camera dei Deputati in occasione della consegna del premio Menichella, Roma, 25 giugno 2008
Atti, presso il centro Nuove Proposte Socio-economiche Donato Menichella

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1- Scambi e progresso

 

Il commercio internazionale si espande a ritmi superiori a quelli con cui crescono i prodotti interni dei diversi paesi.

Da tempo paesi emergenti si sviluppano a tassi ben più elevati degli altri, dimostrando con ciò di saper offrire nuove condizioni favorevoli alla crescita di imprese competitive.

È proprio del fenomeno della globalizzazione che gli scambi con l’estero pesino sempre di più nel modellare le nostre economie. Costanti sollecitazioni e pressioni sono indotte sugli apparati produttivi e ad essi sono offerte, con veloce avvicendamento, diverse nuove opportunità.

Dal vasto mercato giungono i segnali sul grado di competitività su cui le singole imprese possono far conto tempo per tempo, e giungono indicazioni su cosa eventualmente debbano fare per aggiustarsi al fine di mantenere un grado adeguato di competitività.

Nel caso di un paese come l’Italia, membro dell’Unione Europea, il commercio estero ha due ali: quella verso l’area dell’euro, avente moneta comune, e quella verso le aree che usano monete diverse. All’interno della prima, i migliori, quelli più capaci di esportare, non saranno penalizzati da rivalutazioni nei tassi di cambio e d’altro lato i peggiori e i ritardatari non saranno condonati e riammessi in gara da svalutazioni. Il commercio internazionale – si sa – produce vantaggi per i consumatori e occasioni per i produttori. In una grande area come l’Europa, anche se i vantaggi per i consumatori fossero simili, non lo saranno necessariamente i benefici per le produzioni. Alcuni soggetti e paesi saranno colpiti maggiormente dagli eventi interni ed esterni all’area europea ed altri meno – e in ogni caso chi si adatterà meglio crescerà di più.

È sempre stato un capitolo complesso della teoria economica quello del commercio internazionale: l’indagine sulle condizioni perché abbiano luogo scambi, e sulle condizioni perché si abbiano benefici dagli scambi, e sul come possano distribuirsi vantaggi e svantaggi.

Come è noto, Ricardo pensava essenzialmente alle differenze tecnologiche come causa di commercio. Più avanti emersero le teorie secondo le quali è la diversa disponibilità di risorse produttive a causare scambi vantaggiosi per tutti i paesi. Il commercio altro non è che l’importazione indiretta di fattori della produzione: un paese scarseggia di manodopera? Ebbene, invece di importare manodopera, importerà beni ad alta intensità di manodopera ed esporterà prodotti ad alta intensità di capitale, di cui abbonda relativamente.

Per tutte queste teorie tradizionali, nelle quali beni e fattori produttivi sono di qualità omogenea e i mercati vengono pensati in concorrenza perfetta, sono dunque le differenze tra i paesi – nella tecnologia, nella dotazione di risorse, o eventualmente nelle preferenze dei consumatori – a generare opportunità di scambi benefici per tutti i paesi. E i prodotti esportati saranno diversi da quelli importati, riflettendo la struttura dei vantaggi e degli svantaggi comparati di ciascun paese.

Per tutte queste teorie, ridurre le limitazioni fisiche agli scambi, quali i costi dei trasporti e della logistica, o quelle politiche e giuridiche, quali i dazi doganali e le diverse normative, consente di valorizzare le differenze tra i paesi, dando a ognuno di essi la possibilità di specializzarsi nelle produzioni che sa fare relativamente meglio, e di procurarsi così gli altri beni, a un costo inferiore rispetto a quello di autarchia.

Nel far questo il commercio, avendo causa prima in differenziali nei costi dei fattori, che riflettono diversità nella loro scarsità relativa all’interno di ciascun paese, finisce per spezzare questo legame. Anche se le dotazioni fattoriali di ciascun paese restano immutate, i prezzi dei fattori produttivi tendono a convergere nel tempo, finendo per riflettere la loro scarsità relativa a livello mondiale, e non più quelle interne ai singoli paesi.

Ma all’interno di ciascun paese si aprono grandi problemi distributivi. Alcuni gruppi sociali, titolari dei fattori produttivi più abbondanti, vengono fortemente avvantaggiati dal commercio: i loro redditi salgono. Gli altri, impegnati più intensamente in produzioni esposte alla concorrenza delle importazioni, perdono: i loro redditi scendono, convergendo verso una media mondiale più bassa. Inoltre, qualora i mercati reali non siano perfetti e flessibili come nel disegno teorico, la riallocazione intersettoriale delle risorse, necessaria per specializzarsi secondo i vantaggi comparati, comporta disagi e frizioni, personali e sociali, non trascurabili. Gli uni e gli altri – i costi di aggiustamento temporanei e gli effetti distributivi permanenti – sono il tributo da pagare alla maggiore efficienza che il commercio assicura nell’uso delle risorse disponibili. Gli uni e gli altri possono essere assorbiti facilmente – si dice – qualora le politiche economiche e sociali estraggano una parte dei benefici del commercio per risarcire coloro che ne sono danneggiati.

Si tratta, con tutta evidenza, di una compensazione difficile da includere nel contratto sociale che ci tiene insieme. È lecito dubitare che la maggiore efficienza allocativa generata dal libero commercio sia un obiettivo così importante da giustificare le tensioni che ne derivano. Lo mostra la paura serpeggiante tra coloro che si sentono più esposti ai rischi dell’integrazione internazionale, senza riuscire a vederne concretamente le opportunità.

Eppure queste sono molto grandi, perché vanno ben oltre i benefici allocativi promessi dalle teorie tradizionali del commercio. Modelli più recenti riconoscono che i mercati non sono in concorrenza perfetta. Le economie di scala e la differenziazione qualitativa dei prodotti assicurano alle imprese un certo potere di mercato. Ne derivano nuove spiegazioni del commercio, che prescindono dalle differenze tra i paesi. Esportazioni e importazioni reciproche si sviluppano tra paesi simili all’interno di uno stesso settore, riflettendo non tanto i vantaggi comparati, quanto l’opportunità di valorizzare i rendimenti di scala crescenti e/o le specializzazioni di nicchia. In astratto, anche due paesi identici potrebbero trovare conveniente scambiare tra loro varietà diverse dello stesso prodotto e persino prodotti identici. Le imprese potranno in questo modo sfruttare meglio, su mercati più ampi, le economie di scala offerte dalla tecnologia. I consumatori potranno avere accesso a una gamma più ricca di varietà produttive e pagheranno prezzi più bassi, perché l’intensificazione della concorrenza ridurrà il potere di mercato delle imprese.

Ma fin qui si tratta ancora, in fondo, di benefici allocativi, di un uso migliore delle risorse esistenti e delle tecnologie note. E ancora ci si potrebbe chiedere se il gioco valga la candela. Se questa pur benefica specializzazione intra-industriale giustifichi il turbamento sociale che potrebbe risultarne.

Qui ci soccorre un’altra idea, già presente in embrione nelle teorie tradizionali, ma elaborata compiutamente soltanto in quelle più recenti: l’idea che i benefici principali degli scambi internazionali siano di natura dinamica, riguardino non tanto l’uso di risorse e tecniche date, ma la capacità di accumulare i capitali e migliorare le conoscenze, il tasso di sviluppo delle economie. In fondo già Ricardo voleva l’abolizione delle Corn Laws, dei dazi sui prodotti agricoli, soprattutto per sostenere il tasso di profitto a spese della rendita terriera, e per questa via promuovere l’accumulazione di capitale. Oggi, i modelli teorici riconoscono l’eterogeneità delle imprese che agiscono su mercati oligopolistici e sottolineano gli effetti di sviluppo derivanti dai processi di selezione competitiva attivati dagli scambi internazionali. Le imprese migliori, quelle più efficienti e innovative, crescono ai danni delle altre, assorbendole o spingendole a chiudere. Si innalza in questo modo la produttività media del sistema economico e si intensificano gli stimoli all’innovazione e alla crescita.

Si creano opportunità di progresso (per tutti) che, avendo natura dinamica e non temporanea, possono giustificare le tensioni distributive che emergono e generare le risorse per sostenerne i costi.

In questo quadro non soltanto gli scambi di beni e servizi, ma anche i movimenti internazionali di persone, capitali e imprese possono concorrere a sostenere lo sviluppo. L’apertura esterna, la capacità di attrarre e valorizzare le risorse, si rivelano come la chiave decisiva per il progresso.

La correlazione tra integrazione internazionale e sviluppo non è però riducibile a un automatismo di mercato. Si tratta in realtà di un meccanismo complesso, in cui il mercato offre gli stimoli, ma occorre che le imprese siano pronte ad assumere i rischi che ne derivano – e ciò a sua volta richiede azioni pubbliche lungimiranti, capaci di predisporre le condizioni favorevoli a una rapida risposta delle imprese.

Del resto i fatti non si svolgono nel modo fluido descritto dalle teorie. Gli aggiustamenti procedono per salti discontinui tra diverse situazioni di squilibrio. Le spinte alla diffusione delle attività si alternano agli impulsi verso la loro concentrazione. Fasi diverse in cui i processi produttivi tendono sempre più intensamente a scomporsi vanno a collocarsi in luoghi diversi del pianeta.

Studi recenti partono dall’osservazione di questi fenomeni per arricchire di nuovi spunti il quadro teorico.

 

2- La diluizione

 

L’immagine tradizionale dello sviluppo è data da unità produttive che si dislocano in vari mercati a seconda delle convenienze, ma sono comunque verticalmente integrate, nel senso che svolgono al loro interno tutte le fasi dei processi produttivi, o al più si articolano in sistemi locali di subforniture. È tenuta relativamente compatta la catena che va dalle attività svolte dai colletti blu a quelle svolte dai colletti bianchi.

Il processo di apertura dei mercati, lo sviluppo di economie nuove, la caduta di barriere di varia natura e in particolare i progressi nei trasporti e da ultimo quelli nelle telecomunicazioni hanno indotto grandi mutamenti in questo scenario.

Questa fluidificazione delle condizioni esterne ha favorito una diversa articolazione delle attività all’interno dei processi produttivi. I legami di convenienza che tenevano legate le varie fasi si allentano e ogni segmento può trovare una sua propria più conveniente dislocazione, in relazione ai vantaggi comparati offerti dalle diverse aree. Alla tendenza alla dispersione che ne segue si oppongono fattori importanti: economie di scala, economie di agglomerazione, economie di integrazione verticale. Le conoscenze accumulate, soprattutto per le attività più sofisticate, sono spesso difficili da trasferire all’esterno.

La frantumazione dei processi produttivi può prendere così due vie opposte: da un lato, ove queste forze centripete prevalgono, si affermano poli e distretti industriali. L’Italia, nel suo sviluppo, conosce bene questi fenomeni. Il distretto industriale rappresenta la forma più evoluta assunta da un sistema locale di imprese articolato in una complessa rete di subforniture che, per ragioni tecniche ed economiche in genere collegate alla qualità e all’esperienza, chiedono ancora di essere svolte in luoghi delimitati. Questi “luoghi sociali” del produrre acquistano e mantengono vantaggi comparati fondati sulla particolare disponibilità di condizioni non facilmente ripetibili altrove.

All’altro estremo, laddove questi legami sono meno rilevanti, la frammentazione produttiva assume i caratteri dell’outsourcing internazionale – e il “distretto” si disperde nelle forme indefinite della geografia mondiale, con un’organizzazione produttiva che dilata quasi senza limiti la rete delle sue relazioni.

In queste reti produttive transnazionali i beni finali, destinati al consumo o all’investimento, sono il risultato di attività intermedie che si svolgono in varie parti del mondo. E sono il risultato di un’addizione di componenti che hanno attraversato più volte i confini di stati diversi prima di generare un prodotto che magari, senza neppure tornare alla base, inizia da qualche altra parte il suo cammino verso il mercato.

Questo outsourcing internazionale ha luogo in varie forme: da un lato vi sono aziende che si disarticolano in attività proprie dislocate in vari paesi, dall’altro stanno le imprese che operano sulla base di acquisti di parti e prodotti intermedi da fornitori esterni. Con i casi limite, ma frequenti, di imprese che vi aggiungono solo una funzione terziaria di vertice amministrativo.

Questa frammentazione dei processi produttivi è alla base da molto tempo della maggiore importanza che hanno assunto nelle statistiche degli scambi internazionali i componenti; essa è anche responsabile della parziale perdita di significato di tali statistiche: la geografia del commercio diverge da quella delle produzioni.

Gli scambi all’interno delle reti produttive globali sono ben diversi da quelli che avevano in mente gli studiosi che si applicarono allo studio del commercio internazionale. Essi osservavano un commercio fatto di prodotti finiti, non di beni e servizi intermedi.

È lecito chiedersi se queste differenze siano così sostanziali da mettere in discussione i teoremi tradizionali. La risposta è in gran parte negativa. Anzi, per molti aspetti, la frammentazione internazionale della produzione sembra dilatare il campo di applicazione dei modelli tradizionali di commercio, purtuttavia modificandone le questioni, i punti di riferimento, e anche qualche conclusione.

 

3- Un modello di produzione internazionale

 

Il primo effetto della fluidificazione delle attività è che la mobilità delle imprese toglie alla dotazione di capitale il carattere di un fattore dato e rigido. Il capitale può ancora presentare costi diversi da paese a paese, ma più che di costi propri di un fattore primario (in verità non sempre ben definiti neppure nelle teorie classiche) si dovrebbe parlare di costi della realizzazione di uno stabilimento in terre lontane e dunque dei fattori che la facilitano o la impediscono.

Nelle formulazioni più elementari dei modelli, basate su due soli fattori produttivi, si è pensato quindi utile far riferimento non più alla dotazione relativa di capitale e lavoro ma, entrando più in profondità, alle dotazioni di due tipi di lavoro, la manodopera qualificata e il lavoro semplice, che mantengono entrambi un grado di mobilità internazionale assai inferiore a quello dei capitali e delle imprese.

 

Così adattati, i modelli mostrano che i paesi dove vi è grande abbondanza di manodopera non qualificata si specializzano nelle fasi produttive che la richiedono più intensamente, ed esportano i corrispondenti beni e servizi intermedi verso i paesi relativamente più ricchi di lavoro qualificato. In fin dei conti è questo ciò che appare più evidente agli occhi di tutti. È nelle produzioni in fondo alla scala della complessità che le nostre imprese si sono sentite aggredite fin dall’inizio dai concorrenti a bassi salari.

L’unico freno a questa riallocazione internazionale delle attività produttive è costituito proprio dai divari nei costi di installazione e funzionamento degli impianti e dai costi degli scambi di prodotti intermedi.

Se questi tendono a scendere, come nella fase attuale, la spinta alla delocalizzazione internazionale delle produzioni si fa più forte.

Fin qui, a prima vista, non c’è niente di sostanzialmente nuovo. Ma a guardar bene una novità emerge rispetto a quanto tradizionalmente previsto in termini distributivi. Ci si attenderebbe che lo spostamento di attività dal paese ricco di lavoro qualificato verso quello con abbondanza di manodopera generica aumenti nel primo, nel più ricco, la domanda relativa di lavoratori qualificati e accentui quindi il divario nelle retribuzioni in loro favore. Invece nel paese ospitante l’outsourcing, il paese povero, dovrebbe accadere l’inverso: dovrebbe ridursi il differenziale tra lo stipendio degli ingegneri e dei manovali, o se si vuole tra colletti bianchi e blu.

Uno sguardo più sofisticato conduce però a indicazioni diverse. Anche nel paese di destinazione dell’outsourcing si può registrare un aumento della domanda relativa di lavoro qualificato e quindi del divario tra le remunerazioni dei due diversi fattori. Ciò è dovuto al semplice fatto che le attività marginali trasferite sono sì meno qualificate di quelle del paese di provenienza, ma sono relativamente più qualificate rispetto alla realtà del paese di arrivo.

Siamo di fronte a una deviazione rispetto alla teoria del livellamento internazionale dei prezzi dei fattori. Invece di prevedere una convergenza dei salari di ciascun tipo di lavoro verso livelli mondiali intermedi tra quelli dei due paesi, ce ne attendiamo movimenti paralleli, che accentuano i divari tra lavoratori qualificati e semplici in tutti i paesi.

In questo modo, teorie che pure mantengono tutti i limiti delle semplificazioni tradizionali riescono però a spiegare tendenze importanti della realtà, visibili con evidenza in molti paesi. La frammentazione internazionale della produzione vi appare così come una nuova forma di progresso tecnico che – al pari di quelle più note – accresce ovunque la domanda e le retribuzioni del lavoro qualificato.

Ma un altro fenomeno non previsto sta caratterizzando l’outsourcing mondiale. Riguarda il settore terziario. All’esportazione di servizi dai paesi più sviluppati verso quelli emergenti (progettazioni, servizi bancari, finanziari, di consulenza, ecc.) si associa da tempo – quasi un paradosso -un fenomeno opposto: paesi ricchi importano servizi da paesi poveri, la cui produzione si è sviluppata proprio per effetto dei processi di delocalizzazione internazionale appena descritti.

Abbiamo già accennato come il progresso delle telecomunicazioni abbia favorito questo decentramento di segmenti di attività terziaria che richiedono personale qualificato, presente a costo molto basso in alcuni paesi poveri. È noto il caso dell’India, dove il processo è stato facilitato anche dalla padronanza della lingua inglese, anche se lo scarso progresso delle infrastrutture di trasporto non ha consentito in egual misura l’outsourcing della manifattura.
Lo sviluppo di queste produzioni terziarie nei paesi in via di sviluppo determina un abbassamento dei prezzi internazionali di attività ritenute proprie dei paesi evoluti e quindi un vero e proprio deterioramento dei terms of trade a loro danno.

 

4- Le implicazioni all’estero

 

Una prima osservazione: come si è visto, l’outsourcing internazionale non determina nei paesi che lo ricevono una valorizzazione dalle fasce di lavoro meno qualificato e più abbondante nella direzione di un riequilibrio generale, ma induce in essi ulteriori squilibri, innescando dei processi di approfondimento dei dualismi interni non sempre facilmente recuperabili.

Il maggiore impiego di lavoro qualificato crea nei paesi emergenti nuove occasioni di investimenti e incentiva l’ulteriore qualificazione della manodopera. Si genera così un processo di sviluppo cumulativo che offrirà ulteriori possibilità di trasferimento di attività dai paesi più avanzati, spostando la frontiera della competizione internazionale.

Tuttavia, l’accentuazione del dualismo all’interno dei paesi emergenti rende drammatici i loro problemi di distribuzione dei vantaggi dello sviluppo. I soggetti maggiormente colpiti rischiano di essere proprio gli strati popolari più poveri, a più bassi livelli di qualificazione. Per queste persone resta soltanto la via dell’emigrazione, a meno che il paese non mantenga tassi di crescita straordinariamente elevati o un controllo forte dell’economia, che consentano di adottare complesse politiche redistributive.

 

5- Le minacce nei paesi ricchi

 

Se dunque l’outsourcing internazionale comporta un progressivo spostamento dei paesi emergenti verso produzioni e servizi che assorbono più intensamente lavoratori a un grado intermedio di qualificazione, i problemi distributivi si fanno più complessi anche all’interno dei paesi sviluppati, che pure da queste transazioni traggono benefici non diversi da quelli derivanti da altre forme di commercio.

Non si tratta soltanto del già noto effetto di compressione che questi processi esercitano sui salari e sulle possibilità di occupazione degli operai meno qualificati. Una minaccia forse più insidiosa colpisce quell’ampia fascia di persone, impiegate in servizi con gradi di qualificazione discreti, che costituisce gran parte del cosiddetto ceto medio. È in questa fascia che si possono avere inattesi fenomeni di impoverimento e di esclusione. Il lavoro ad elevata manualità può ancora trovare valorizzazione speciale, innalzando le proprie abilità individuali. È il lavoro di tipo medio, le persone con un impiego qualificato, ma ordinario, che appaiono potenzialmente sostituibili e rischiano di fronteggiare un futuro difficile. Queste persone, avendo ottenuto diplomi o qualche tipo di formazione generica, si sentono ormai appartenenti a una fascia sociale superiore e rischiano di incontrare delusioni, senza essere più in condizioni di accettare un declassamento.

Non è la prima volta che si verifica questo fenomeno ed è una questione ben più complessa di un semplice problema residuale di redistribuzione di risorse. Lo strumento fiscale può non bastare, perché non si tratta soltanto di sostenere i poveri. La domanda di protezione che ne deriva, soprattutto nei settori più esposti alla concorrenza internazionale, può rallentare il loro necessario ammodernamento. La domanda di sicurezza sociale che vi si associa può condizionare negativamente le priorità dell’attività politico-amministrativa e indirizzarla verso forme pericolose di introversione identitaria.

Va comunque esclusa dal novero degli strumenti utili la protezione contro le importazioni. Essa è totalmente incoerente per un paese che voglia crescere e che dunque abbia bisogno di esportare. Inoltre sottrae al sistema economico gli stimoli all’innovazione che derivano dall’apertura dei mercati.

Strumenti di difesa contro eventuali pratiche concorrenziali sleali sono già previsti dal regime commerciale internazionale. Abusarne significa andare contro la libertà degli scambi sulla quale si regge il nostro attuale benessere.

Inoltre la protezione non si addice all’Europa, un continente fatto di stati sovrani molto diversi. Produzioni dominanti in alcuni paesi non lo sono in altri e alle eventuali richieste di protezione degli uni gli altri reagiscono nel nome degli interessi dei propri consumatori o utilizzatori, rendendo impossibile la formazione dì un consenso. Questo aspetto particolare della costruzione europea non è stato sottolineato frequentemente. Chi ha partecipato ai negoziati commerciali ne ha vivida memoria.

Si tratta, anche in questo caso, di un aspetto virtuoso della disciplina esterna generata dall’integrazione europea.

 

6- Fattori decisivi: le scelte organizzative e la creatività

 

Abbiamo visto che non basta far riferimento alle diverse dotazioni di fattori produttivi per spiegare alcuni fenomeni. A che cosa riferirsi dunque? Ebbene, dall’esame condotto si può dedurre che, sia nelle attività manifatturiere sia nei servizi, un ruolo decisivo nei processi di frammentazione internazionale è giocato da fatti squisitamente organizzativi.

Più precisamente: sono più facilmente decentrabili segmenti di attività che possono essere organizzati da lontano sulla base di procedure meccaniche o logiche predefinite; possono esserlo meno attività che richiedono la presenza sul posto di chi deve operare, decidere, adattare, ecc. ecc.

Un sistema di imprese deve provvedere a decentrare il decentrabile per reggere la concorrenza- e il consumatore tendenzialmente ne sarà avvantaggiato; ma d’altro lato per la crescita delle produzioni e dunque dell’economia non basta innovare, non basta questo tipo di innovazione organizzativa.

Più in generale, le innovazioni di processo, sia quelle incorporate nei macchinari, sia quelle manageriali, pur essendo decisive per la competitività delle imprese, non influiscono sulla dinamica dei loro mercati. Ben più importanti, da questo punto di vista, sono le innovazioni di prodotto, la capacità di inventare bisogni nuovi o modi diversi di soddisfare la domanda già esistente.

In altri termini, alle imprese occorrono capacità creative e al sistema occorre lo sviluppo di attività nelle quali tali capacità siano continuamente richieste. Non basta l’economia del sapere. Occorre il saper creare. E non solo nei beni di consumo di lusso, secondo la vulgata del Made in ltaly, ma in tutte le attività: dalla meccanica alla chimica, dai servizi alla ricerca, in qualsiasi organizzazione pubblica e privata.

Creatività va promossa nella formazione. La creatività deve trovare occasioni di applicazione. Creatività presuppone conoscenza, passione e competenza professionale – dunque la possibilità di trovare strutture pubbliche e private che la favoriscano nelle diverse fasi dell’istruzione e degli apprendistati professionali. E qui viene subito un possibile motivo di riflessione.

La promozione della creatività richiede forse percorsi ben diversi da quelli immaginati per i nostri sistemi scolastici, miranti a dosi generali di sapere. Altro che il pedagogismo imperante e la tendenza a misurare l’istruzione con quantità e minimi garantiti.

L’innovazione creativa chiede anche un impegno di coerenze nella progettazione del futuro in tutti i campi, a partire da quello dei beni pubblici, la cui qualità si va delineando in prospettiva come uno dei fattori decisivi nel definire i vantaggi comparati di un’economia (a questo dovremmo dedicare la prossima generazione di modelli analitici).

Si potrebbe concludere con due messaggi positivi ed un avvertimento.

Il primo riguarda le aree come il Mezzogiorno. Se i fattori di competitività si fanno specifici di singole fasi delle produzioni, allora la crescita può interessare aree che fino ad oggi non hanno saputo approfittare in pieno né delle aperture dei mercati né dei decentramenti manifatturieri del passato, e che non sono dotate come altre di premesse strutturali forti e durature. Condizione perché ciò accada però è che lo sguardo degli attori raggiunga l’orizzonte mondiale, ben oltre lo zerbino di casa, e che le azioni pubbliche favoriscano queste proiezioni all’esterno e non annebbino gli operatori con confusi interventi che premiano chi vegeta nell’orto domestico.

Il secondo riguarda i giovani. Se non si temesse di illuderli, si potrebbe concludere che per loro vi è una buona nuova e che il consiglio migliore che loro si può dare sia il seguente: fate quello che più vi appassiona, ma dedicatevici intensamente.

Queste conclusioni sono al limite; possono confermarsi vere o illusorie. Tutto dipende dall’intensità con cui saranno fatte proprie da un elevato numero di soggetti, a partire da un’azione pubblica incisiva e ben orientata.

Tutto dipende da come la società saprà innalzare la qualità della propria vita e delle proprie ambizioni e da come saprà gestire le complessità e le contraddizioni; e tra tutte la prima: il fatto che si richiedano nuove opportunità per l’affermazione di un forte individualismo e che – al tempo stesso – occorra sviluppare più intensamente le necessarie capacità pubbliche e la sensibilità di tutti nella gestione della cosa pubblica. E non si tratta soltanto della solidarietà, ma occorre saper discernere quanti e quali siano gli innumerevoli beni pubblici che una società deve produrre.

A partire dalla fiducia nella crescita. La crescita stessa è un bene pubblico. Essa stessa, per affermarsi sconfiggendo le titubanze e gli accomodamenti, richiede una convergenza di intenti, di indirizzi pubblici e azioni private, che sola può assicurare l’avverarsi del risultato e che sola, quindi, può convincere i ritrosi ad intraprendere.

Forti individualità, dunque, e forte senso della cosa pubblica. Una contraddizione? Una sfida? Per oggi soltanto una conclusione che ci riporta all’uomo cui il premio che gentilmente mi è stato attribuito è intestato: Donato Menichella. Egli fu convinto assertore del primato dell’individuo, del mercato e della libertà e proprio per affermarli anche nel nostro paese si dedicò interamente alla cosa pubblica, ne fece una religione, e fu indimenticato esempio per tutti.

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