in “Il Sole-24 Ore”, 5 maggio 1978
Se qualcuno pensa che con la creazione dell’istituto del consorzio di Banche sia ormai possibile affrontare crisi aziendali più gravi, costui si sbaglia.
Fin da quando si pose attenzione al problema del risanamento finanziario delle imprese, si discusse a lungo sul ruolo che il sistema bancario avrebbe dovuto assumere nel corso di queste operazioni. Fu sostanzialmente unanime il riconoscimento che il sistema bancario dovesse accollarsi parte di questi oneri. Fu avanzata, d’altro lato, la preoccupazione di evitare che le crisi aziendali si traducessero in una grave crisi di instabilità del sistema bancario. Si discusse poi intorno all’opportunità di attribuire alle banche compiti ad esse estranei, come quello di assumere responsabilità di gestione di imprese industriali, e così via.
Si discusse molto in termini astratti, troppo poco, conti alla mano, sui casi specifici. Mentre era chiaro che le difficoltà delle aziende erano di natura tra loro profondamente diversa ed era altrettanto chiaro che quali oneri, quante perdite, quali funzioni si sarebbero “banchizzate” (si coniò anche questo brutto termine) sarebbe dipeso non solo dalle forme date agli interventi, ma dalla portata e dalla gravità dei problemi, che con essi si dovevano affrontare.
Si giunse così ai consorzi, e mai fu chiarito se con essi si intendeva predisporre lo strumento per alleviare i problemi finanziari di aziende sane in difficoltà temporanea, o anche per affrontare i casi più gravi.
Quale tipo di intervento può essere effettuato tramite un consorzio?
Possiamo distinguere tre possibili ruoli dei consorzi in relazione a tre possibili situazioni aziendali.
Si può pensare di ricorrere al consorzio nei casi di aziende sane in cui la struttura delle passività crei rigidi vincoli alla gestione finanziaria, allentabili attraverso una trasformazione dei crediti bancari in titoli azionari. In questi casi si verrebbe a “banchizzare” solo parte degli oneri della gestione della liquidità delle aziende ed i consorzi rappresenterebbero solo il ponte tra una ricapitalizzazione oggi e il momento in cui il mercato azionario potrà assorbire i nuovi titoli.
Vi è un secondo tipo d’intervento possibile ed è quello che riguarda aziende in perdita, ma per le quali si registra (o si prevede di ristabilire a breve termine per il solo andamento del mercato) un margine lordo di gestione positivo, che però, in ogni caso, appare insufficiente a far fronte ai debiti accumulati in passato. Parte di questi sono dunque da considerarsi inesigibili. In questi casi per l’azienda può prospettarsi una futura ricapitalizzazione sul mercato, ma solo se si procede ad una diminuzione netta delle passività attuali. Il consorzio in questo caso può esser il soggetto con il quale, dopo un iniziale azzeramento del capitale sociale, si trasformano tutti o una quota dei crediti in titoli di rischio. Come canale di trasferimento di perdite patrimoniali, il consorzio si presenta in questi casi come alternativa a procedure concorsuali, del tipo dell’amministrazione controllate o del concordato preventivo. Ma, in questi casi, tempi e modi dell’operazione sono di importanza cruciale. L’operazione non deve essere parziale, essa deve essere attuata immediatamente per tutta intera la quota delle passività che non si ritengono più sopportabili, con la conseguenza che i titoli di rischio di cui sopra potranno essere svalutati o ceduti a valori più bassi del nominale. Solo a questa condizione il possesso dei titoli di rischio da parte del consorzio può essere fenomeno di breve durata. Operazioni timide o parziali non lo consentirebbero, ed in questo caso si avrebbe la temuta “banchizzazione” della gestione delle imprese, dal bilancio non interamente risanato e quindi ancora in perdita.
Di fronte ai casi di più grave crisi aziendale il consorzio assume invece una funzione del tutto diversa. Innanzitutto non si tratta di conversione di debiti in azioni, ma di nuovi apporti di risorse a imprese nelle quali il margine di gestione non solo è di gran lunga insufficiente a far fronte agli oneri finanziari, ma è nullo o negativo e non si dispone quindi delle risorse necessarie per pagare i costi correnti di gestione. In alcuni di questi casi il monte dei debiti accumulati è di proporzioni colossali rispetto alla dimensione del fatturato, e non si tratta di crisi finanziaria, ma di crisi produttiva, perché non solo i crediti dei terzi sono in gran parte inesigibili, ma gli impianti richiedono nuovi interventi radicali, comunque di costo elevatissimo, e in ogni caso di esito quanto mai incerto. Mentre è impensabile l’afflusso di capitale di rischio dal mercato, perdurando gli attuali debiti, esso risulterebbe quanto mai improbabile anche in una situazione totalmente risanata dai debiti, dato l’enorme fabbisogno di capitale nuovo, dato l’elevatissimo rischio connesso con gli investimenti di ristrutturazione, di ampliamento e di completamento e le gravi incertezze intorno ai rispettivi mercati.
Ove si costituissero consorzi per questi casi si verrebbe a “banchizzare” ben più della corrente gestione di imprese, sulla cui opportunità si nutrono già forti dubbi, ma si “banchizzerebbe” una responsabilità imprenditoriale, in funzione di colossali programmi di copertura di perdite e di investimenti, per realizzare veri e propri nuovi complessi aziendali in campi ove domina la crisi, e ove già si riconosce di aver investito troppo o male. E le numerose esperienze, anche di un lontano passato, insegnano quale figura sospetta sia il banchiere-imprenditore per le aziende in crisi nei cui confronti vanta crediti di dubbia o nulla esigibilità. Si tratta di un “imprenditore” che misura la utilità marginale dei nuovi apporti di rischio non con il solo metro delle prospettive di redditività, ma anche con il metro del vantaggio di rinviare sine die l’ammissione di inesigibilità di crediti concessi in passato.
Avviare consorzi di questo tipo significa, inoltre, condurre gli istituti, alcuni dei quali già risentono delle insolvenze e delle moratorie concesse, su una pericolosissima strada di ulteriore immobilizzo di risorse e di continuo aumento di esposizioni con scarsa probabilità di rientro.
Le sollecitazioni politiche verso la creazione di questo tipo di consorzi si presentano a loro volta quanto mai pericolose e ambigue. In alcune delle aziende in crisi lo stallo produttivo determina conseguenze gravissime per l’occupazione, in aree ove prevalgono condizioni economiche disastrose e dove la crisi occupazionale può provocare situazioni insostenibili. Per far fronte a questi problemi si sollecita l’intervento bancario, garantendo la “copertura” politica. Ma così facendo si viene a consumare anche l’ultimo dei processi di trasferimento di responsabilità. Si viene a “banchizzare” anche lo Stato. L’indiscutibile necessità di provvedere per evitare quelle crisi occupazionali corrisponde al pubblico interesse di giustificare l’apporto di risorse pubbliche per un fine sociale. L’ autorità politica non può esimersi da un compito che è suo. Essa non può sollecitare, in sostituzione di un diretto intervento dello Stato attraverso istituti e canali finanziari propri, l’intervento di istituti di credito, tanto più che questi ultimi dovrebbero pur sempre essere sostenuti da risorse pubbliche ove le operazioni risultassero eccessivamente onerose. I gravissimi problemi dell’occupazione, quindi, non debbono essere strumentalizzati per adottare soluzioni improprie, il cui scopo vero è in realtà quello di non evidenziare situazioni ereditate dal passato, e di non evidenziare la reale titolarità pubblica dei nuovi apporti di risorse, che sono, invece, l’essenza stessa del risanamento.
Alle banche e agli istituti deve essere fatto carico delle perdite sulle erogazioni del passato, ma esse non debbono essere chiamate – oltretutto in violazione dell’attuale ordinamento – a deliberare perdite future. Sarebbe davvero paradossale che per risanare una situazione determinata da comportamenti anomali del passato, si sancisse, come sola via, la prosecuzione a scala ingigantita di quei comportamenti.
Ed è quindi salutare, a tutti gli effetti, che una non piccola schiera di amministratori di istituti, consapevoli delle proprie responsabilità, di fronte a quelle sollecitazioni rispondano “non possumus”.