Intervento del ministro italiano dei Lavori Pubblici e dell’Ambiente, Paolo Baratta
Conferenza di Pontignano, 29 settembre 1995

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Come spesso è accaduto nel passato l’Unione Europea si trova ad affrontare nuove sfide che richiedono un grande sforzo di immaginazione e visione del nostro futuro.

Due passaggi devono essere affrontati che saranno decisioni per il suo avvenire. Essi investono ambedue le dimensioni fondamentali della costruzione europea: allargamento e approfondimento. Da un lato, l’introduzione della moneta unica, dall’altro, l’estensione dell’Unione oltre la linea divisoria dell’Europa negli anni della guerra fredda.

Sulla moneta unica è difficile aggiungere nuove riflessioni. Essa rappresenta il coronamento di un processo di integrazione che procede da oltre quaranta anni. Per quanto riguarda tempi e criteri abbiamo detto più volte che nessuno può chiedere di rivedere le regole della convergenza e che per parte nostra ci impegniamo a giungere alla scadenza prevista. Certamente vi sono altre regole da definire; come saranno regolati i rapporti fra coloro che saranno parte della moneta unica e coloro che ne saranno fuori, non per loro decisione, quali saranno le regole di una convergenza successiva o tardiva, quali regole saranno necessarie per meglio garantire un comportamento virtuoso dopo l’inizio della terza fase, ecc..

L’altra sfida, l’allargamento, consentirà di porre alle nostre spalle il retaggio dell’ultima guerra continentale europea, la guerra fredda, così come la costruzione dell’Unione fin dalle sue origini e le tappe della sua espansione successiva sono servite a superare i conflitti della storia precedente. Il nuovo allargamento sarà più difficile perché investe Paesi appena passati dalla dittatura alla democrazia, dall’economia di Stato all’economia di mercato. Se ieri dovevamo accettare, per ragioni di convivenza, la stabilità invece della democrazia, ora dobbiamo costruire la stabilità attraverso la “representation” e la democrazia.

La premessa dell’allargamento è duplice. Innanzitutto i Paesi candidati devono soddisfare alle condizioni di adesione, in termini di solidità dei loro sistemi politici, delle loro economie, di capacità di realizzare i numerosi appuntamenti organizzativi e istituzionali che il mercato unico richiede, di crescere nelle competitività, di sostenere gli obiettivi dell’Unione. Saranno importanti anche la puntuale osservanza dei diritti dell’uomo e, vista la composizione etnica di alcuni dei Paesi candidati, il rispetto delle minoranze. L’allargamento è una responsabilità storica alla quale non possiamo sottrarci, ma esso non può prescindere dalla maturità dei Paesi che vogliono beneficiarne. Avrà luogo  secondo  cadenze  che  saranno  necessariamente diverse, vista la loro eterogeneità, e dovendosi tenere conto anche dell’equilibrio geografico fra le varie aree, l’Europa Centrale ed il Mediterraneo.

L’altra premessa è invece interna all’Unione, riguarda cioè il suo carattere.

In primo luogo essa investe le risorse dell’Unione, il loro prelievo e la loro distribuzione fra membri vecchi e nuovi. Sarà difficile estendere i confini dell’Unione senza decidere prima, dinanzi anche alle nostre opinioni pubbliche, ai nostri Parlamenti che dovranno ratificare gli accordi, come verranno ripartiti gli oneri futuri. Soprattutto a fronte di Paesi che hanno un vasto settore agricolo e che vorranno essere beneficiari di una politica di aiuto. L’Italia affronterà questa scadenza con uno spirito aperto al rinnovamento, per quanto riguarda la politica agricola e dei fondi strutturali. Il problema delle risorse non dovrà divenire paralizzante dei futuri sviluppi dell’Unione.

La modifica interna all’Unione più complessa riguarda comunque le istituzioni: come renderle capaci di sostenere una casa più grande, per la quale saranno appunto necessarie fondamenta più solide di quelle attuali. Sarebbe illusorio pensare che l’Unione possa funzionare secondo le regole attuali quando si avvicinerà o avrà superato il numero di venti membri, le conseguenze di un mancato adattamento sarebbero devastanti: si rischierebbe di dissipare il patrimonio comunitario, si deluderebbero le attese dei Paesi che ora battono alle nostre porte, si pregiudicherebbero sia la coesione interna della costruzione europea che la sua forza di attrazione esterna. Questo sarà appunto il terreno della Conferenza Intergovernativa che si aprirà sotto la Presidenza Italiana nella prima metà del 1996.

La Conferenza dovrà contribuire a conferire una più percepibile legittimità all’Unione, a prevenire ed arginare il distacco ed il disincanto emersi nelle consultazioni popolari per Maastricht. Da essa dovrà nascere una Unione più trasparente, più accessibile ai cittadini, che sappia coniugare la solidarietà collettiva e la responsabilità dei singoli Stati. La Conferenza sarà dunque il primo fondamentale passo di una vera e propria agenda duemila dell’Europa: i mutamenti da realizzare da qui alla fine del secolo determineranno la capacità di agire, la sicurezza, la coesione interna, le dimensioni dell’Unione. I Capi di Governo a Majorca la settimana scorsa hanno discusso della successione logica e temporale nelle varie tappe di questo scorcio di secolo.

La Conferenza costituisce il primo passo di questo processo, dal suo successo dipende anche l’esito di tutti i passaggi successivi. Come ho detto, l’allargamento sarebbe impensabile senza gli adeguamenti istituzionali. Questi sono però necessari anche per il completamento della moneta unica, devono infatti colmare lo squilibrio lasciato in eredità da Maastricht tra la perfetta simmetria della costruzione monetaria e la insufficiente coesione delle strutture politiche dell’Unione.

I punti irrinunciabili di questa revisione riguardano la sicurezza interna ed esterna, la efficienza e la democraticità delle istituzioni, la capacità di proiettare all’esterno il rispetto del diritto internazionale.

L’Unione non può ignorare il fattore più grave di insicurezza dei suoi cittadini, la precarietà in materia di occupazione. Nessuno può decretare il pieno impegno per trattato.

Un rafforzamento anche dell’azione congiunta in questo settore sarebbe un utile complemento al rigore ed alla trasparenza delle istituzioni monetarie senza che questo possa essere percepito come una attenuazione dell’impegno a comportamenti virtuosi in materia finanziaria.

L’ambiente è l’altra grande sfida. Anche qui bisogna cambiare le regole, bisogna poter decidere sempre a maggioranza, per poter introdurre, anche iri vista dell’allargamento, una più efficace politica.

Efficienza dell’Unione: essa non potrà funzionare, in un contesto più largo, con le attuali regole del consenso. Solo facendo della decisione a maggioranza una regola, salvo poche eccezioni di tipo costituzionale, con l’adesione di nuovi membri o le modifiche del Trattato, eviteremo la paralisi delle istituzioni.

Democrazia nell’Unione: questo sembra richiedere una condizione paritaria, sul piano legislativo, tra il Consiglio e il Parlamento. Dobbiamo finalmente dare alla istituzione rappresentativa dell’Unione i poteri che spettano in una razionale divisione dei ruoli, limitatamente, è ovvio, alle materie di competenza dell’Unione.

Ma la sfida più grande aspetta l’Unione sul terreno della politica estera, dopo la frustrante prova fornita nella crisi jugoslava. Ora che non c’è più il veto incrociato delle grandi potenze, le Nazioni Unite sono investite di tutte le crisi, mentre una maggiore responsabilità a livello regionale sarebbe auspicabile.

Di qui la necessità di un ruolo maggiore dell’Unione. Poiché altrimenti si aprirebbe la via ad una rinazionalizzazione delle politiche estere, ad un concerto delle potenze che ci ricondurrebbe indietro agli schemi passati.

Saranno necessarie allora modifiche non marginali. Un ministro degli Esteri dell’Unione, che dia alla sua azione visibilità e continuità come il Segretario Generale della NATO o delle Nazioni Unite. Ma anche una maggiore efficacia dei processi decisionali, ad evitare veti paralizzanti. Entro certi limiti non dovrebbe dunque essere impossibile ricorrere al voto a maggioranza anche per le nostre azioni comuni in politica estera. Ritengo inoltre che esse troverebbero un finanziamento meno precario in un bilancio dell’Unione piuttosto che attraverso il ricorso ai finanziamenti nazionali, caso per caso. Aggiungo, infine, che occorrerebbe rafforzare l’efficacia dell’Unione Europea Occidentale e meglio collegarla all’Unione fino a fame parte integrante di quest’ultima.

Queste sono le linee secondo le quali l’Unione potrebbe essere in grado di far fronte alle sfide che l’attendono.

Queste linee riflettono il principio di sussidiarietà che se richiede un’ampia autonomia chiede anche che l’Unione sia attrezzata in modo efficace per affrontare quei problemi che solo una più salda unione può consentire di affrontare.

Ebbene i nostri sforzi potrebbero fallire perché potremmo non trovare un accordo o perché il nostro accordo non troverebbe il consenso delle nostre opinioni pubbliche e parlamentari.

Ma c’è un pericolo di fallimento ancor più insidioso, quello che ne deriverebbe se invece di cercare compromessi nello sforzo di dotare l’Unione degli strumenti necessari a fronteggiare le prove che l’attendono, ci dichiarassimo soddisfatti di modifiche marginali. La Conferenza Intergovernativa dovrà certo limitarsi a pochi punti, ma essenziali, in modo da non trascinarsi oltre le attese impazienti che la circondano.

Dobbiamo dunque essere consapevoli della posta in gioco m questi prossimi anni, uno dei momenti più carichi di conseguenze che il nostro Continente abbia mai conosciuto. A noi spetterà non disperdere la preziosa eredità europea. Purtroppo l’Europa si fa o si disfa in un momento nel quale le opinioni pubbliche sono ripiegate su se stesse, la stessa nozione della politica sembra in crisi, le classi politiche sono in rapido avvicendamento. Occorre allora un impegno ancora maggiore di coloro che sono consapevoli della posta in gioco.

Naturalmente il nostro auspicio è che la Gran Bretagna getti il peso della sua grande tradizione per far emergere nel nostro Continente un assetto che garantisca nuovi livelli di pace, stabilità e benessere. Il Governo italiano ha espresso chiaramente le linee della propria strategia, i punti che considera vitali, ma spera che su molti di essi si possa procedere insieme alla Gran Bretagna.

Ci sono certo profonde differenze nel nostro approccio all’Europa. Ma ci sono anche significative assonanze, sulle quali costruire insieme. Vogliamo insieme un’Europa che sia vicina agli interessi più diretti dei nostri cittadini, che ne arricchisca l’esistenza quotidiana. Siamo ambedue diffidenti di eccessi di burocrazia, crediamo nel mercato ed il mercato unico è stato un contributo inglese alla costruzione europea certamente non inferiore al contributo derivante dalle tradizioni sociali dell’Europa.

Molti in questa sala – ed io tra questi – hanno trascorso gran parte della loro vita professionale negli ultimi anni nello sforzo continuo di adattamento delle istituzioni della nostra economia (dalle politiche regionali, alle imprese pubbliche, ai mercati finanziari) alle regole del mercato unico; convinti di essere nella giusta direzione in uno sforzo notevole nel quale, come si sa, sono misurabili subito i costi del cambiamento mentre i benefici sono solo auspicati.

Riteniamo, l’Italia e la Gran Bretagna, che l’Europa non debba chiudersi in se stessa, bensì debba essere aperta alla competizione esterna e che non si possa restare sordi alle voci che chiedono di allargare l’Europa oltre i confini attuali.

Siamo entrambi convinti, l’Italia e la Gran Bretagna, che l’Europa debba essere un attore indispensabile sulla scena internazionale, dando alle nostre capacità di intervento una più forte autorità e capacità collettive.

Siamo infine convinti che l’Europa non debba, in questa sua ricerca di nuova identità, distaccarsi dagli Stati Uniti; rendere l’Atlantico più largo, dissipare il ricco patrimonio delle nostre relazioni con il nostro maggior alleato e la sua espressione più visibile, l’Alleanza Atlantica.

Dunque, nonostante le differenze, ci sono le basi per fare insieme un lungo cammino. Siamo profondamente convinti che l’Europa non possa e non debba fare a meno del contributo britannico.

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