ANALYSIS FORUM
“L’Italia nel contesto internazionale: prospettive a breve e a lungo termine”.

SINTESI DELL’INTERVENTO DEL MINISTRO PER LE FUNZIONI CONNESSE AL RIORDINO DELLE PARTECIPAZIONI STATALI PAOLO BARATTA
Milano, 3 aprile 1993

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PREMESSA

In questi giorni il Governo sta redigendo il rapporto di “Sintesi dell’attuazione del programma di dismissioni”, che sarà presentato ad un prossimo Consiglio dei Ministri e successivamente alle Commissioni parlamentari.
È pertanto doveroso in queste ore non interferire né dare anticipazioni.

Voglio quindi concentrare la mia attenzione su temi più generali: le privatizzazioni, il rilancio industriale, il riordinamento dell’economia industriale.
Sono questi temi importanti, che fanno parte di un processo complesso e la sede di questo Seminario ne giustifica una trattazione approfondita.

AZIONARIATO E MANAGEMENT

Nella moderna realtà industriale occorre essere dotati di complessi industriali che siano in condizione di esprimere una autonoma capacità competitiva e dinamica.

La considerazione più importante che porta ad un processo di cosiddetta privatizzazione, in realtà di ricomposizione di assetti azionari, è che nella moderna realtà industriale l’impresa è in condizioni di operare con propria autonoma capacità competitiva e dinamica solo se al vertice di questa impresa vi è un sistema coerente ed omogeneo di azionariato e di management.

Una moderna impresa, che deve competere su scala internazionale, deve avere un azionariato dedicato all’attività principale dell’impresa. Un azionariato, quindi, che rischia nell’impresa e che si impegna nell’impresa e nella scelta del management, nel mutamento del management, quando è necessario.

Non è più tempo di avere sistemi di azionariato che mediano tra tanti obiettivi diversi.

In questo senso la privatizzazione è uno strumento della politica industriale perché è la trasformazione di un azionariato da azionariato di mediazione ad azionariati dedicati alla gestione dell’impresa.

L’Italia, nel corso degli ultimi anni, ha vissuto un’esperienza industriale di grande interesse, di grande capacità dinamica: ha saputo vivere su tutti i mercati.

L’Italia ha saputo vivere in competizione con la Germania per alcuni prodotti di alta qualità, ha saputo trasformare prodotti più tradizionali con elementi di valore aggiunto.

Ma nel frattempo, con la caduta del muro di Berlino, la Malesia è arrivata alle porte di Trieste e, mentre prima si discuteva su cosa fare in Italia o cosa trasmettere in un lontano continente del Pacifico, ora le aree che hanno caratteristiche di offerta di lavoro e di possibilità di sviluppo di attività a basso costo di lavoro hanno assunto una proporzione che va appunto dalla Malesia al confine orientale dell’Italia.

Le componenti di valore aggiunto che consentivano alla produzione italiana di restare sul mercato sono oggi facilmente trasferibili.

L’Italia dovrà in qualche misura riposizionarsi in chiave di competizione tra Paesi evoluti.

IL TRIANGOLO INDUSTRIALE

Un complesso industriale organizzato va visto da tre punti di un triangolo: il primo è quello del rapporto tra azionariato e sistema di controllo; il secondo, la quota di mercato che possiede; il terzo, il grado di comando sulle tecnologie.

Avere una buona quota di mercato è oggi un importantissimo asset, ma lo è nel senso che, avendola, si negozia meglio un’alleanza, si negozia meglio un contratto, si fa meglio un mutamento di azionariato.

Senza il terzo lato del triangolo, cioè senza il comando sulle tecnologie, l’avere una buona quota di mercato non costituisce punto di vantaggio durevole nel tempo.

RICERCA E TECNOLOGIA

E qui viene il problema serio dell’industria italiana, che è quello della tecnologia, della ricerca, e che il processo di privatizzazione sta mettendo a nudo e che il Governo ha all’attenzione con assoluta priorità. È necessario riprendere una politica di sviluppo fondata sulla ricerca e sulla tecnologia, ma innovando profondamente rispetto alla concezione che si ha della scienza e della tecnologia in questi ultimi anni. In un certo senso occorre tornare alle origini di quando si pose il problema industriale in termini di possesso di tecnologie e guardare meno ai periodi nei quali ci si è fatti forza nella concorrenza internazionale con l’immaginazione, con la capacità di commercializzazione, con la capacità di modifiche e di adattamento dei prodotti. La cultura del passato ventennio è una cultura più di questo tipo. Ha concorso a questo il fatto che il Paese è vissuto per lunghi anni con moneta tendenzialmente sopravvalutata: è questo un potentissimo incentivo alla razionalizzazione produttiva, ma nel senso del risparmio, nel senso anche della riduzione della qualità dei prodotti. A lungo andare, un tasso di cambio troppo elevato finisce col ridurre, in qualche misura essiccare, le potenzialità di sviluppo di un sistema industriale.

Troppa poca ricerca e troppe istituzioni.

Ci siamo dimenticati degli scienziati, dei tecnologi, ci siamo dimenticati di molte istituzioni che hanno fatto la gloria dell’industria italiana.

La ricerca per l’industria, la ricerca per le tecnologie nasce dalla ricerca organizzata e, se non si hanno strutture permanenti dedicate a singoli settori di ricerca, si avranno dei buoni ricercatori, si avranno dei geniali soggetti, ma non si otterrà in questo modo la fertilizzazione continua che genera una macchina tra uomo e uomo, tra ricercatore e ricercatore.

Occorre quindi ritornare a quella che era la concezione della ricerca industriale fin dalle origini.

Bisogna ricordare le gloriose istituzioni rappresentate dalle stazioni sperimentali, che ancora fino a qualche anno fa producevano i migliori tecnologi in alcuni campi dell’attività produttiva.

A questo dovrà essere dedicata massima attenzione e mi auguro che si possa fin d’ora dire che saranno destinati alcuni proventi delle privatizzazioni per la ricerca.

Sarebbe un messaggio estremamente chiaro al Paese, se parte del ricavato delle privatizzazioni venisse destinato al potenziamento delle strutture della tecnologia e della ricerca industriale. Strutture da creare nelle aziende, o tra le aziende e l’Università.

TARIFFE

Vi è anche qui un grande interesse intorno a questo problema.

In linea di principio bisogna produrre, tutti noi insieme, culture aggiornate in termini di gestione di industria e gestione di sistemi regolati.

Ad esempio, il price cap. Tutti noi sappiamo che adottare un sistema di price cap per tariffe telefoniche o elettriche è un fatto di grande delicatezza che richiede professionalità di altissima caratura, autonome dal sistema delle imprese, capaci di affrontare con conoscenza di causa, allo stesso livello dei tecnologi e degli organizzatori delle imprese, problemi di fondo quale l’andamento della produttività in un sistema di public utilities.

Il mutamento degli assetti azionari rappresenta una diminuzione graduale dello Stato come diretto azionista, non rappresenta una fuga dello Stato dall’economia industriale, al contrario significa un impegno ancor maggiore, una sorta di riposizionamento dello Stato, soggetto che si occupa dello sviluppo del Paese, come regolatore, come amministratore di servizi.

Lo Stato regolatore dovrà essere costruito in forme adeguate.

REGOLATORE PUBBLICI SERVIZI

La trasformazione in società per azioni e il coerente processo di privatizzazione di numerosi soggetti pubblici (enti e aziende) operanti nel settore dei servizi pubblici, in particolare delle telecomunicazioni, dei trasporti e dell’energia, rende necessario avviare con urgenza un nuovo assetto del sistema regolatore dei pubblici servizi.

In tal senso soccorrono quattro ordini di fattori:

  1. il progresso tecnologico, che indebolisce o elimina le condizioni di monopolio naturale che caratterizzavano molti di essi;
  2. il probabile cambiamento negli assetti proprietari di molti gestori che richiede una regolazione più formalizzata e meno discrezionale che nel passato;
  3. l’evoluzione delle normative CEE, che tende ad introdurre condizioni di crescente concorrenza;
  4. la necessità di promuovere ampi recuperi di efficienza e di qualità, che gli assetti di regolazione esistenti si sono rivelati sostanzialmente incapaci di ottenere.

Il quadro che si delinea per i pubblici servizi nei prossimi anni è quindi notevolmente più complesso che nel passato: vi sarà una molteplicità di operatori, sia privati che pubblici, legati da rapporti di fornitura in alcuni mercati e da rapporti di concorrenza su altri. La funzione di regolazione in questo quadro diverrà anch’essa più complessa.

CONCLUSIONE

Il Ministro tecnico in questo momento deve servire per due ragioni fondamentali.

Per ricordare ai tecnici che non c’è solo la tecnica; per ricordare ai tecnici che non bisogna essere “aventiniani” di fronte ai problemi di oggi, né cullarsi sull’idea che i tecnici hanno la soluzione per tutto.

Bisogna essere più attivi nei confronti di quegli aspetti istituzionali-amministrativi politici, perché il Paese ne ha bisogno.

Il nuovo ordinamento da costruire nel nostro Paese richiede un grande contributo di cultura: il tecnico deve portare equilibrio e razionalità ed anche speranza. Allo sconforto di vedere crollare un mondo ormai passato segue però la nausea degli atteggiamenti irrazionali.

Dobbiamo lavorare per la ricostruzione nazionale, per un Paese libero e democratico che accolga le leggi di mercato come sfida.

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