Relazione al Salone della Banca
24 ottobre 1993
Si è soliti asserire che la nuova legge bancaria sia la premessa della rivoluzione nei rapporti banca/industria. Ciò non è esatto: la nuova legge bancaria costituisce un aggiornamento della legge del 1936 con una fondamentale novità che è quella rappresentata dalla relativa scomparsa della specialità degli Istituti di credito speciale. Una delibera del Comitato Interministeriale introduce e definisce i limiti entro cui gli Istituti possono assumere partecipazioni. Resta un’importante similitudine con la legge del ’36. Il margine entro cui le banche possono assumere partecipazione nelle industrie non è definito con norme avanti forza di legge, ma da disposizioni degli organi di controllo. Questo aspetto conferma ancora una volta il forte ruolo di autonomia della Banca d’Italia.
Si pone spesso l’interrogativo se le banche possano assumere partecipazioni nell’industria e se questo costituisce una innovazione.
Il rapporto banca/industria va esaminato nel modo di operare piuttosto che nella fenomenologia del rapporto tra organismo bancario ed industria.
Due sono essenzialmente le categorie alle quali si può far riferimento per quanto riguarda il modo con cui le banche affrontano il rapporto con le industrie.
Da un lato la banca tesoriera, ovvero la banca che concepisce il suo rapporto di finanziamento ad una industria come uno degli elementi che compongono il suo attivo.
All’estremo opposto la banca finanziaria, la quale concepisce il rapporto di finanziamento con un’industria come momento privilegiato di attento interlocutore dell’industria stessa per gli aspetti di natura finanziaria e non solo finanziaria, di vigilante sulle opportunità di diversificare le forme di finanziamento, di controllo delle alleanze, di vigilante sulla formazione e composizione di un azionariato.
Le banche tesoriere operano su una vasta gamma di soggetti e con una forte propensione a ripartire il rischio tra di loro.
Le imprese, in questo modo, intrattengono rapporti con più istituti come accade nel nostro Paese. Fenomeno, questo, molto frequente, soprattutto per le piccole imprese che intrattengono rapporti con più di dieci spesso venti istituti, ma che non privilegiano nessun rapporto.
La banca tesoriera, quando la situazione di un’industria si fa complessa, tende a ritirarsi o a trasferire il problema nell’ambito del contenzioso e non è preoccupata di darsi una struttura interna che sia dedicata specificatamente al caso difficile, al caso singolare. Per questo è definita tesoriera, in quanto il solo modo per far fronte alla situazione difficile è modificare la composizione del proprio portafoglio.
La difficoltà a penetrare nei misteri di una piccola impresa in formazione, si è sopperita attraverso una sorta di sistema che gestisce in termini statistici stocastici il rischio, secondo criteri un po’ bancari ed un po’ assicurativi.
All’impresa italiana è sempre piaciuto fare “shopping” di credito, intrattenere un rapporto con un sistema bancario piuttosto che con un sistema che si identificava con il mercato del credito. Ne è conseguito che con una realtà in evoluzione sarebbe stato assai difficile adottare criteri fortemente selettivi; questo ha reso un gran servizio allo sviluppo italiano. Ed è seguita una grande stabilità del sistema.
Questo modo di operare è certamente gradito a molti banchieri centrali, i quali vedendo le banche propense a questo riparto di rischio, sono più tranquilli. I problemi nascono quando si hanno da affrontare fasi transitorie, fasi di crisi cicliche o situazioni di crisi di transizione.
La banca tesoriera, in queste situazioni, rischia di essere un interlocutore non primario. Infatti si chiede alla finanza di farsi carico di situazioni difficili: di verificare lo stato di immobilizzo, diversificare le fasi di consolidamento, di prendere decisioni per le riduzioni di entrate, di assestamenti finanziari. Tutte cose che vanno bene, sempre che vi siano poi i soggetti imprenditori o i soggetti che si assumano la responsabilità di conduzione perché la banca tesoriera non si candida per sua natura a svolgere questa funzione. È tipico della cultura della banca finanziaria entrare in gioco e farsi carico anche delle questioni di fronte alle quali le banche tesoriere tendono a tralasciare.
Anche di fronte al futuro problema della capitalizzazione delle industrie, il fatto che l’istituto possegga la facoltà di assumere azioni e di acquisire titoli, pur di fronte ad un cambiamento normativo, può non corrispondere un cambiamento funzionale, perché una banca può acquisire titoli nell’ottica di una banca tesoriera, cioè nell’ottica di un’assunzione temporanea di un attivo di rischio.
Per quanto riguarda gli assetti futuri, non c’è dubbio che l’industria italiana nel suo evolvere ha bisogno di importanti soggetti istituzionali che acquisiscano capitali di rischio, che possano supportare le fasi di transizioni dell’industria verso lunghi percorsi difficili di ristrutturazioni, di acquisizioni di mercati, di sviluppi particolari legati al progresso tecnico. Per tutti questi casi, laddove venisse a mancare l’imprenditore privato, è certo che occorre non soltanto qualcuno che sottoscriva capitale di rischio, in via transitoria o definitiva, ma occorre svolgere un ruolo che va un po’ al di là del fondo e del tesoriere.
E qui nasce il quesito sull’adeguatezza o meno del sistema bancario italiano rispetto alle esigenze del futuro: viviamo una fase nella quale si verificano due fenomeni: da un lato, l’emergere di problemi importanti nel settore industriale e cioè una transizione della figura dell’imprenditore singolo attraverso sistemi proprietari più complessi. Nello stesso tempo attraversiamo la fase nella quale si tende a ridurre, come sta avvenendo per l’IRI, il supporto alla formazione del capitale azionario, che era stato costruito in epoche nelle quali era forte l’opportunità di mantenere la configurazione in società per azioni, soprattutto per le società manifatturiere in crisi.
Il problema è più intenso di prima e gli strumenti di supporto sono meno di prima: questo fa convergere la nostra attenzione sul sistema bancario, come candidato a svolgere questa funzione che è più richiesta e per la quale non sembra avere molte alternative il nostro Sistema Italia. Il problema dunque è l’arricchimento di una cultura di banca finanziaria nel nostro paese.
Da questo punto di vista vi è stato un momento in cui tra banca ordinaria e gruppo polifunzionale sembrava che la normativa (del gruppo polifunzionale) fosse orientata a stimolare, non a costringere le banche a dotarsi di strumenti giuridicamente separati, ma dotarsi di strumenti specializzati per lo svolgimento delle diverse funzioni, tra cui anche quelle di banca finanziaria.
Per quanto riguarda le dimensioni della banca atta a svolgere funzioni finanziarie, è necessario adeguare il patrimonio in termini assoluti, o comunque avere nell’ambito della propria gestione un congruo patrimonio destinato a questa particolare attività di gestione.
In termini di gestione della banca finanziaria, soprattutto nei rapporti di capitale verso l’industria, molto dipende da come è organizzato il management e non c’è dubbio che mentre per poter fare banca tesoriera tanti sono i meccanismi di formazione del management, nella banca finanziaria non si deve fare più riferimento a singolarità professionali molto forti.
È necessaria quindi autonomia e responsabilizzazione dei vertici bancari.
Da questo punto di vista ci si domanda se queste soluzioni date all’organizzazione dei sistemi bancari siano più o meno funzionali rispetto a questo obiettivo, penso ad esempio al sistema degli istituti pubblici che si danno una configurazione di azienda bancaria, con una molteplicità di soggetti vigilanti. Il problema importante è che il nostro sistema bancario dovrà affrontare investimenti di lungo periodo, di trasformazione e di transizione verso nuovi assetti proprietari.