Il Giornale dell’Arte – Vedere a Venezia,
Enrico Tantucci, maggio 2018
Sette anni fa, nel mese di giugno 2011, «Il Giornale dell’Arte» pubblicò su otto pagine un reportage esclusivo che aveva già commissionato a Enrico Tantucci. L’inchiesta suscitò molta sensazione perché metteva a nudo varie situazioni inadeguate e intollerabili per quella che a buon diritto dovrebbe essere considerata la «capitale mondiale dell’arte e della cultura». Infatti Venezia è solo arte e vive interamente del turismo culturale. Ma, come chiedevamo già allora, «Venezia merita di essere Venezia?» Molto è cambiato in sette anni. Che cosa? In meglio? In peggio? Chi se ne occupa oggi? E come? Chi sono i protagonisti vecchi e nuovi?
di Enrico Tantucci
La situazione generale
“Venezia è il caso esemplare di una città che vive di ciò che la fa morire”. La frase, recente, è del filosofo Giorgio Agamben (che in questa città vive, volutamente appartato) e sottolinea la contraddizione quotidiana di Venezia. Sempre più città d’arte invasa dai turisti di passaggio in crescita costante. E sempre più consunta, debilitata nella sua dimensione urbana da questa invasione. Già sette anni fa «Il Giornale dell’Arte» in un’inchiesta, aveva provato a fotografare la dimensione culturale di Venezia, le ragioni del suo essere così desiderata dalle masse, anche se per brevi momenti, lasciando poi la pesante eredità che ne consegue. Allora la realtà colta, dalle forte catalogazione, aveva circa duecento luoghi. Oggi sono diminuiti di un altro 20%, sono circa 5 mila. Ma è contro o cambiato, oltre all’ulteriore declino della residenza? Molto, come proveremo a illustrare in questo servizio. Venezia è sempre più una capitale culturale, le istituzioni, le fondazioni che sono presenti o sono arrivate nel frattempo continuano a proporre un’offerta che è sovradimensionata rispetto alla popolazione, proprio perché soprattutto le si fa emergere legate ai suoi visitatori. Alcune, come la Biennale, sono diventate sempre più forti e influenti. Ma la pressione turistica è ulteriormente cresciuta, tanto da aver praticamente eliminato la stagionalità. Parlare di «bassa stagione» turistica a Venezia è ormai un eufemismo, il flusso è continuo. Solo, più o meno intenso rispetto alla primavera e all’inizio dell’autunno che, con la prosecuzione estiva, sono i periodi in cui la città moltiplica le sue iniziative culturali. Che si sono fatte, ormai, più omogenee. Quasi tutte le istituzioni che fanno cultura presentano ad esempio anche una propria rassegna espositiva. I palazzi si affittano, si abitano, ma si riempiono di esposizioni, se non di alberghi. La dimensione della città-vetrina oggi accomuna le boutique delle griffe della moda, i supermercati per turisti che si aprono in continuazione, ma anche i luoghi della cultura. Tutto o quasi è puntato sulla fruizione culturale, molto più che sulla produzione culturale (anche se chi crea ad esempio la stessa Biennale) prova a cercare di invertire la tendenza. Continua a mancare soprattutto una rete, che, nella rispettiva autonomia, faccia dialogare le istituzioni culturali presenti in città, le faccia integrare per creare un’offerta più forte, unitaria, in parte integrata. Un ruolo «orfano» da troppo tempo (il compito del coordinamento dovrebbe in teoria spettare al Comune di Venezia) e la cui mancanza si avverte nella frequente sovrapposizione di eventi e nella perdita continua di occasioni di fare sistema, anche nella cultura.
La nuova espansione della Biennale
La Biennale poi gli altri. È già da parecchi anni il metronomo della stagione culturale primaverile ed estiva veneziana, scandita dalle sue manifestazioni. La Mostra Internazionale d’Arte innanzitutto, che si allarga a tutta la città con padiglioni esterni e mostre collaterali collegate. Ma anche quella di Architettura che ne prende il posto ad anni alterni. E, naturalmente, la Mostra del Cinema tra la fine di agosto e l’inizio di settembre. Tutti si allungano sul calendario e tentano di sfruttare l’effetto di trasformazione che fa felici anche gli albergatori veneziani per le presenze di qualità che attrae. Ma ormai la Biennale (sotto la guida del suo dominus, il presidente Paolo Baratta, e del suo terzo mandato, che scadrà il prossimo anno) è diventata a tutti gli effetti l’unica istituzione culturale, veneziana e insieme internazionale, che ha una programmazione culturale continuativa e soprattutto pensata. Già opera è la Fondazione, accanto alle madri fondazioni e alla trasformazione degli Archivi della Biennale. Sono i campi di intervento su cui Baratta si è esercitato in questo nuovo mandato, aggiungendo ogni anno nuove attività agli altri settori fissi della fondazione: la Danza e la Musica e il Teatro. Innanzitutto con «Biennale College» che è il pro- getto della fondazione dedicato alla formazione dei giovani nei settori artistici e nelle attività di cui si occupa, anche con stage per laureandi messi a contatto con maestri delle varie discipline. Danza, Musica e Teatro e ora anche Cinema, con la sezione dedicata in particolare alla realtà virtuale. Mancano solo le Arti Visive. Poi con Biennale Sessions, che coinvolge intelligentemente Università, Accademie di Belle Arti e Istituti di Formazione Superiore e di Ricerca, nel corso delle Mostre Internazionali d’Arte e di Architettura, per ab- binare la visita con docenti e studenti a seminari e corsi di formazione a Venezia, offrendo loro una serie di servizi. Un modo per attrarre un nuovo pubblico qualificato e, insieme, per vendere dei servizi, acquisendo nuove entrate. È questa politica che consente in pratica alla Biennale di autosostenere (anche con i contributi di sponsor e donors) le sue manifesta- zioni principali, facendo dei contributi pubblici un sostegno soprattutto per le attività a minore ritorno economico e mediatico. L’altra «gamba» del progetto barattiano sono appunto gli spazi. Ne servono sempre di più per l’espansione costante dell’attività della Biennale («blindata» da una concessione pluriennale sulle aree che occupa all’Arsenale) e, in una situazione di sostanziale immobilismo da molti anni a questa parte del Comune sullo storico complesso, la politica espansiva della Fondazione ha conquistato sempre nuovi «territori» all’interno dell’area. A Corderie e Artiglierie si sono aggiunte le Tese cinquecentesche, le Gaggiandre, il Giardino delle Vergini, il Teatro Piccolo Arsenale e ora le Sale d’Armi, recuperate anche con il contributo dei Paesi esteri per farne la nuova zona di sviluppo dei padiglioni stranieri. Ma la corsa della Biennale non si ferma. Al Lido, dopo la ristrutturazione degli spazi adiacenti al Palazzo del Cinema attuale (tramontato quello nuovo, sommerso dai costi impossibili, dai ritardi e dai problemi di inquinamento dei suoli) con quella dell’ex Casinò. È ora anche sulla vicina isola del Lazzaretto Vecchio (originariamente designata a ospitare il museo archeologico della laguna ancora di là da venire), destinata alla sezione sulla realtà virtuale del Festival del Cinema inaugurata lo scorso anno. La Biennale è diventata, con Baratta, l’istituzione culturale italiana più potente e influente nel settore del contemporaneo, identificandosi con il suo presidente. La scommessa è capire se lo resterà anche dopo di lui.
Il ruolo delle Fondazioni
Tu chiamale, se vuoi, Fondazioni. Venezia le attira ormai, come una calamita, per coloro che vogliono avere un «affaccio» stabile e possibilmente mediatico per le proprie iniziative culturali in una città che è essa stessa, la città stessa, cultura. È ciascuna svolge la propria personalità politico-culturale. Il primo tra quelle celebri, sorta a Fondazione Cini sull’isola di San Giorgio, da ormai quasi settant’anni, ma un po’ elitaria e staccata dal contesto cittadino, che sta tuttavia mostrando una nuova vocazione espositiva, promuovendo accanto alla convegnistica specialistica e a mostre e workshop, un lato settori come l’arte del vetro e l’arte giapponese, seminari legati al moderno e al contemporaneo da Stanze del Vetro e l’attività del V-A-C, o Victoria che ha preso, a partire dal direttore dell’Istituto di storia dell’Arte, l’italiano Maurizio Lupoi, vita in città nel periodo delle mostre estive Palazzo Cini, con mostre collegate all’arte russa contemporanea di Kandinsky e Ferrara; rinascimenti che furono del conte Vittorio Cini. La Fondazione Cini è assai importante per i cataloghi, i cataloghi della storia dell’arte, le riviste e la ricerca scientifica, le sue collezioni: dal fondo Duse a quello Sgarbi, da quello Scarpari a quello Mari della fotografia, dei modelli navali, musicali, quelli Rota e Malipiero. Altre istituzioni collaterali, come la Fondazione di Venezia, che guardano soprattutto al Messico, con la prossima mostra di DM e il museo del centenario della Grande Guerra, o ancora, sempre in Laguna, la Fondazione Querini Stampalia, non solo per il suo ruolo di biblioteca civica della città, ma per il suo ruolo di vera e propria fondazione culturale per il suo museo particolare e la collezione storica già della Cassa di Risparmio di Venezia e le attività di studio e dibattito sul contemporaneo, con un occhio attento alla veste architettonica di Carlo Scarpa e ora anche di Mario Botta. C’è anche chi, come la Fondazione Pinault, dopo un primo periodo di incertezza in Palazzo Grassi, legato allo sbarco di François Pinault, auspice l’allora sindaco Massimo Cacciari, prima nel Palazzo Grassi e poi per la sede della Punta della Dogana, che ha creato un nuovo assetto con la città. Messo, poi, delle mostre periodiche legate agli affari, con l’artista Damien Hirst. C’è anche chi ha scelto lo scorrimento degli anni: la sede dell’Istituto superiore di architettura della città è diventata la sede di Taddeo Ando per impulso dell’Intelligente direttore della Fondazione, Mario Trincanato. Una Fondazione che si propone di incontri, rassegne, piccoli festival (sempre di livello) che coinvolgono anche associazioni e istituzioni veneziane, come quelle della vela, unitamente alle mostre e ai libri. Aprendosi anche alle scuole con iniziative didattiche, tutto ciò in qualche modo, con una ricerca di qualità, in collezione Guggenheim. Ma le Fondazioni culturali private o in arrivo a Venezia sono molte di più. Ci sono quelle, come la Fondazione Prada, che, accanto alle sede principale di Milano ne hanno aperta una in laguna (a Ca’ Corner della Regina), sede della Biennale, l’Archivio culturale per il contemporaneo (sede della Biennale), utilizzandola solo nei mesi primaverili e estivi per mostre in contemporaneo, con la libreria. E c’è chi, come altre, come la Fondazione Ligabue, che dopo qualche tentennamento a Venezia con una serie di importanti mostre, ne ha aperta una in città a Palazzo Labia (accordi con Inti Ligabue, figlio e continuatore di Giancarlo Ligabue (imprenditore, paleontologo e archeologo veneziano illuminato e generoso). Tutti si sforzano con una immagine coerente per le proprie collezioni di arte e l’arte numismatica greca, romana e bizantina, e di scultura, o gli altri, come la Fondazione Vedova, legata all’ascetico di un grande artista, ma ormai la Fondazione Vedova, che crea ancora una sua forte personalità con mostre e attività didattiche. E l’ultima in arrivo c’è la Fondazione Thyssen Bornemisza, che fa capo a un’enorme collezione (potrebbe parlare anche con la Biennale di un’intesa), con l’ex sede del Comune e di Ca’ di ristrutturazione, per occuparsi di arte contemporanea. E già mostra la sua personalità con la scelta di affidare all’eccentrico, istituzione privata russa impegnata anch’essa nella promozione dell’arte contemporanea, soprattutto di artisti russi e dell’Est, e con un direttore come Annamaria Sabbatino, con la Fondazione Wilmotte, creata dall’architetto Jean Michel Wilmotte, anche con restauri delle opere espositive dai lavori del Rijksmuseum di Amsterdam, da qualche parte dove sta il progetto dei lavori di giovani architetti con l’arte.
Il caso Guggenheim
La Guggenheim torna in famiglia. La Collezione veneziana legata alla straordinaria raccolta di arte moderna che Peggy Guggenheim volle lasciare nella casa-museo di Ca’ Venier dei Leoni, ha toccato nel 2017 un nuovo record di visitatori, sfiorando le 430mila presenze, con una crescita del’8% rispetto all’anno prima. Un museo-modello in Italia per questo ambito artistico e a guidarlo, da meno di un anno, è arrivata Karole Vail, da circa vent’anni curatrice di mostre per la sede newyorkese della Fondazione e nipote di Peggy. Vail, che da bambina e da adolescente veniva a trovare la nonna a Ca’ Venier dei Leoni, è ora tornata in pianta stabile a Venezia, prendendo il posto, dopo 37 anni, di Philip Rylands, prima segretario della grande collezionista americana e poi artefice, come vicedirettore e poi direttore, della trasformazione della sua collezione in un museo di grande successo. La sostituzione alla guida del museo di Peggy di Rylands ha segnato indubbiamente una svolta nella politica della Solomon R. Guggenheim Foundation verso la «Repubblica» veneziana della sua collezione. Sotto la guida di Rylands, la Peggy Guggenheim Collection si era molto emancipata dalla casa-madre newyorkese, promuovendo una politica espositiva in larga parte autonoma e autofinanziata con la rete delle imprese di Guggenheim Intraprendere, creata proprio dal direttore uscente. Soprattutto negli ultimi dieci anni e con un ruolo curatoriale sempre più importante ricoperto da Luca Massimo Barbero, si era lavorato in direzione di una valorizzazione dell’arte italiana e anche veneziana, con le mostre (tra le altre) su Tancredi, Lucio Fontana, Capogrossi, Bonalumi, il ciclo di Temi e Variazioni, e la recente «Imagine» sulla Pop Art romana. L’ultima della serie, almeno per ora, sarà quella dedicata a settembre a un grande pittore un po’ dimenticato come Osvaldo Licini. Ora, pare di capire, si tornerà alle origini della Collezione, come ha già fatto intendere anche Karole Vail, appena arrivata. «Penso che al centro del progetto debba esserci l’arte del Primo Novecento, ha dichiarato, che è il cuore della Collezione Guggenheim. Dobbiamo riprendere a occuparci soprattutto di essa, anche a livello espositivo, per valorizzarla. Sono anche i temi e i periodi artistici che come curatrice conosco meglio e a cui mi sono sempre dedicata. Ci sono altre istituzioni a Venezia che si occupano già di arte contemporanea, non occorre che lo facciamo anche noi». A questo si sono aggiunte le significative parole del direttore della Fondazione Solomon R. Guggenheim, Richard Armstrong, che, all’annuncio della nomina di Vail, ha precisato che «risponderà direttamente a Richard Armstrong», dunque alla casa-madre di New York e l’ha elogiata «per il suo stile di gestione collegiale». Sottolineare questi elementi fa pensare che in qualche modo i legami con la casa-madre fossero in precedenza venuti meno o si fossero attenuati. La programmazione di Rylands era già impostata sino alla metà del 2018, se poi vi sarà una svolta gestionale, lo scopriremo presto. Nel frattempo, la qualità delle mostre resta impeccabile, come dimostra l’esposizione di qualche mese fa sul Simbolismo parigino, arrivata in laguna dopo la tappa newyorkese.
La «distruzione» della Bevilacqua La Masa
La Bevilacqua La Masa in affitto al miglior offerente. È un caso emblematico quello dell’antica e gloriosa istituzione pubblica nata per la promozione dei giovani artisti del Triveneto e controllata dal Comune in base al lascito testamentario della duchessa Felicita Bevilacqua La Masa, che, oltre un secolo fa, cedette alla città l’uso di Ca’ Pesaro (ora sede della Galleria Internazionale di Arte Moderna) proprio per destinarlo ai giovani artisti. Le strutture della Bevilacqua sono poi diventate altre, cedute in cambio del museo dal Comune: la Galleria di Piazza San Marco, la sede aggiunta di Palazzetto Tito, oltre agli studi riservati ai giovani artisti selezionati ogni anno, a Palazzo Carminati e nell’ex convento dei santi Cosma e Damiano alla Giudecca. Ma le sorti della Bevilacqua sono radicalmente cambiate con l’insediamento della giunta Brugnaro, che ha giudicato subito l’istituzione più un costo che un’opportunità di promozione e produzione culturale. Dopo avere tentato di declassarla a ufficio comunale, facendo marcia indietro dopo un’ondata di proteste pubbliche, il sindaco l’ha mantenuta formalmente come un’istituzione autonoma ma «tagliandole i viveri». La Bevilacqua La Masa è da sempre presieduta da una personalità artistica che ne cura anche la programmazione (gli ultimi presidenti sono stati, per diversi anni, Angela Vettese e prima di lei Chiara Bertola e Luca Massimo Barbero), ma ora alla guida è stato scelto un economista di Ca’ Foscari, il professor Bruno Bernardi, che però non ha competenze artistiche. Siedono con lui nel Consiglio di amministrazione un ex gallerista privato e un’esperta di relazioni pubbliche e enogastronomia, designati anch’essi dal sindaco. Nessuno quindi ha competenze specifiche sulla programmazione artistica. Bernardi ha già dichiarato che un terzo dei 150mila euro circa assicurati dal Comune per la Fondazione, sono assorbiti dall’affitto di Palazzetto Tito, che l’istituzione dunque lascerà dal 2020. Crollate, dopo l’addio della Vettese, le sponsorizzazioni private, scese da oltre 100mila a 40mila euro. Ma l’estate scorsa, nel pieno della Biennale Arti Visive, non avendo iniziative programmate, gli spazi della Galleria di Piazza San Marco sono stati dati in affitto al gallerista Contini, che vi ha allestito una mostra di un suo artista Enzo Fiore. Bernardi pensa anche a nuovi rapporti con galleristi privati come possibile risorsa per la promozione dei giovani artisti, nonché alla creazione di un ufficio vendite e a rapporti di collaborazione con le imprese. Anche nel programma di mostre dell’anno in corso ve ne sono ancora in collaborazione con la galleria Contini e la galleria Brunelli. Le vetrine esterne della sede di San Marco potrebbero essere affittate alla Biennale per la promozione delle proprie attività. In questo quadro non è chiaro chi si occuperà direttamente della programmazione artistica della Bevilacqua. E se, soprattutto, ce ne sarà ancora una vera e propria, visto che il programma 2018 è un mix di mostre storiche e iniziative private, con poco spazio alla promozione giovanile, che sarebbe il compito istituzionale della Fondazione. Unico, parziale segnale positivo, l’incarico affidato a un critico d’arte serio come Stefano Cecchetto, per una mostra storica, «Atelier Venezia», dedicata alle presenze artistiche passate in sessant’anni per gli studi della Bevilacqua. Da Gino Rossi a de Pisis, da Tancredi a Vedova. Ma si guarda al passato anche perché il futuro è sempre più incerto.
Il riuso turistico dei palazzi storici
O alberghi o store commerciali. Il destino dei palazzi storici veneziani che si svuotano di funzioni residenziali o anche direzionali di interesse pubblico sembra segnato. La deriva del mercato immobiliare sempre più tarato sull’offerta turistica, insieme al costante calo dei residenti, porta inevitabilmente a questo destino, con limitate variazioni. E anche la Soprintendenza su questo punto ha allargato da tempo le maglie, per sottrarre gli edifici dismessi al possibile degrado da abbandono. Così, solo per stare agli ultimi due anni, il cinquecentesco Fondaco dei Tedeschi già affrescato da Giorgione e Tiziano e prima sede delle Poste centrali di Rialto, è diventato un grande magazzino del lusso del marchio franco-orientale Dfs con terrazza-altana panoramica sul Canal Grande firmata Rem Koolhaas. La storica ex birreria Pilsen (alle spalle di Piazza San Marco) venduta dal Comune, è diventata uno store di abbigliamento del marchio spagnolo Zara. Per non parlare dell’ex Cinema Italia, dell’inizio del Novecento, diventato un supermercato della Despar, con salumi, formaggi e surgelati immersi in mezzo agli affreschi e all’apparato decorativo liberty delle pareti, mantenuto intatto. L’ex sede del Catasto, a Rialto, sarà un hotel 4 stelle spagnolo, di prossima apertura. Esattamente come la Ca’ di Dio, in Riva dei Sette Martiri, una delle più grandi case di riposo del centro storico che l’Ire (Istituto di Ricovero e Educazione), che la possiede, ha appena ceduto in concessione perché venga trasformato in hotel. Si chiamerà «Gran Meliá Ca’ di Dio», con tanto di piscina privata. È stata venduta a una grossa società francese attiva nel settore alberghiero e finanziario anche la sede veneziana della Camera di Commercio di Calle Larga XX Marzo, che risale agli anni Venti del Novecento e che si avvia così a diventare con ogni probabilità un nuovo hotel di lusso ai margini dell’area marciana. Sempre il Comune ha ceduto nell’ultimo anno due palazzi (Palazzo Donà in Campo Santa Maria Formosa, che ospitava servizi sociali, e Palazzo Poerio Papadopoli, a due passi da Piazzale Roma, sede del comando della Polizia municipale) alle società dell’imprenditore di Singapore Ching Chiat Kwong. Che ne farà, indovinate un po’, alberghi di lusso. Per non parlare delle vetrerie dismesse di Murano: il nuovo business, con la crisi del vetro isolano, è appunto trasformarle in alberghi. Il Comune cerca ora, almeno formalmente, di correre ai ripari, con una delibera, da poco approvata, che blocca i cambi di destinazione d’uso a fini alberghieri. Lasciando, però, al Consiglio comunale la possibilità di concedere deroghe, con una lunga serie di possibilità. Tra di esse c’è l’entità del beneficio pubblico che gli aspiranti imprenditori alberghieri saranno disposti a riconoscere al Comune in cambio del via libera alle trasformazioni in hotel. Se saranno generosi, probabilmente non rimarranno delusi.
L’Arsenale: la grande occasione ancora sprecata
Doveva diventare la nuova officina culturale e produttiva di Venezia, di cui occupa, con i suoi 48 ettari, il 15% della superficie. Ma l’Arsenale, l’antico complesso di cantieri navali della Serenissima, è ancora lì, sottoutilizzato e semiabbandonato. Una cattedrale nel deserto acquatico della laguna. Vive tra la primavera e l’estate di ogni anno una stagione effimera, quando la Biennale ne occupa parte degli spazi ottenuti in concessione per le sue mostre periodiche di Arte e Architettura e si riempie di visitatori che ne intuiscono le straordinarie potenzialità. E poi ritorna al suo sonno. La Marina Militare, che occupa ancora circa il 40% dei suoi spazi, si limita di fatto a presidiarli senza volerli cedere, al di là di attività residue (come l’Istituto di Studi Militari e Marittimi) e l’idea di un grande Museo del Mare lanciata qualche anno fa per giustificare il mantenimento di queste aree, è rimasta solo sulla carta, per mancanza di fondi. Ma anche il Comune, che da ormai sei anni ha riottenuto dallo Stato la proprietà del complesso, si limita a incassare i circa 360mila euro di canoni di concessione annua e il milione e 700mila euro circa ricavato da Vela (la società partecipata comunale che si occupa di manifestazioni veneziane) per l’affitto di spazi per mostre, feste o eventi temporanei. Dichiarando di non avere risorse sufficienti per fare altro. Ma di progetto complessivo di riuso nemmeno a parlarne, tanto che (dopo lo scioglimento della società mista tra Comune e Demanio, Arsenale Venezia spa, che per diversi anni aveva gestito il recupero e il riuso degli spazi) non c’è più neppure un soggetto (un’istituzione, una fondazione) che se ne occupi direttamente. Il piano industriale approvato prima dello scioglimento della società resta chiuso in qualche cassetto della sede municipale di Ca’ Farsetti. L’unico futuro delineato per l’Arsenale è per ora quello di diventare il «cantiere» della manutenzione del Mose, il sistema di dighe mobili contro le alte maree ancora di là da venire, per ripulire qui periodicamente dalle incrostazioni marine le paratoie smontate e poi rimesse in opera. I pochi altri soggetti presenti, come la società di ingegneria ambientale Thetis, sono sull’orlo del fallimento. Gli unici a fare progetti sull’Arsenale sono le associazioni civiche come il forum Futuro Arsenale che chiedono che sia riaperto per ospitare attività legate alla cantieristica (sono andati via da qui anche i cantieri di Actv, l’azienda comunale di trasporto acqueo) e all’artigianato veneziano, accanto a quelle culturali. Ma nessuno li ascolta. E per l’Arsenale non è possibile ipotizzare neppure l’uso iniziale che aveva immaginato per esso Massimo Cacciari (prima di diventare sindaco e cambiare idea) nel convegno «Idea di Venezia» di parecchi anni fa: luogo di meditazione per veneziani e turisti, vista la bellezza dei luoghi. Perché al momento, all’Arsenale, non è possibile neppure entrare liberamente.
L’economie delle mostre diffuse
È una nuova «voce» ormai stabile del turismo veneziano, concentrata soprattutto nei mesi primaverili e estivi, quella dell’economia delle mostre «diffuse» che si allarga no a tutta la città, ancora una volta sotto la spinta della Biennale, con la Mostra Internazionale d’Arte, soprattutto, e quella di Architettura. Una moda che coinvolge le principali istituzioni culturali veneziane pubbliche e private, ma che «importa» a Venezia molte altre esposizioni che sfruttano ogni angolo libero per posizionarsi nel periodo migliore sull’affaccio turistico e culturale veneziano. Il giro d’affari della sola settimana di vernissage dell’ultima Biennale Arti Visive è stato almeno di 30 milioni di euro, secondo gli addetti ai lavori (ristoranti, alberghi e affittanze turistiche, esclusi). Ma i benefici economici per la città della manifestazione proseguono sino all’autunno, per tutto l’indotto legato all’«occupazione» di palazzi e spazi cittadini a fini espositivi per tutti quelli che non trovano posto tra i Giardini e l’Arsenale e per chi vuole sfruttare l’effetto di trascinamento della manifestazione, anche se non riesce a ottenere il prezioso marchio biennalesco con il Leone per fregiarsi della qualifica di mostra collaterale. Ma l’affare rimane, con decine e decine di mostre che aprono in contemporanea. Ormai si affitta tutto se può avere una disposizione espositiva e una discreta collocazione e si va dai 10mila euro al mese per l’affitto di un piccolo negozio ai 50mila euro per un’esposizione che prenda due piani di palazzo magari affacciato sul Canal Grande. Le chiese usate a fini espositivi costano mediamente circa 20mila euro al mese. A pesare poi ci sono anche i costi di guardiania. Una persona regolarmente stipendiata come guardasala per tutta la durata di una mostra durante la Biennale può costare circa 125mila euro lordi, con un costo medio di 30mila euro, visto che in genere le persone sono almeno due. Non è finita, perché un Paese con il proprio padiglione o gli organizzatori di una mostra collaterale devono pensare anche al catering per le inaugurazioni. Si va dai 3mila euro circa per chi si accontenta di Prosecco e patatine per tutti a chi spende anche 40mila euro per una cena di gala in un bel palazzo veneziano. Per una cena da inaugurazione il prezzo a commensale varia dai 60 ai 150 euro in base alle ambizioni di chi ospita. Altra voce che incide sul bilancio di una mostra è quella di trasporti e allestimenti. Per quelli più spartani e in spazi più ristretti si possono spendere circa 15mila euro, che possono arrivare sino a 100mila euro per una mostra in grande stile in un grande palazzo, magari allestita da un team di esperti. Poi c’è l’immagine e la comunicazione e se ne vanno dai 15 ai 30mila euro, anche qui in base alle esigenze di grandeur, con chi prenota anche le fiancate di vaporetto per farsi pubblicità. Una voce aggiuntiva sono i trasporti passeggeri. I taxi per i giorni della vernice sono già introvabili, prenotati da tempo. Ma chi ne vuole uno fisso a propria disposizione deve mettere in preventivo di spendere circa 150 euro all’ora, e non sono pochi quelli che lo fanno. I conti finali sono presto fatti. Il costo complessivo della partecipazione di un Paese che si dota di un proprio padiglione alla Biennale va da un minimo di 100mila a un massimo 700mila euro. Per le mostre ovviamente i costi scendono, ma l’affitto degli spazi per le mostre estive è ormai un’entrata fissa che aiuta ad esempio in modo significativo anche i bilanci di istituzioni culturali importanti come l’Ateneo Veneto, la Fondazione Querini Stampalia o l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Impossibile, ormai, rinunciarvi.
Il modello Fenice
La Fenice è diventata un punto di riferimento nel panorama un po’ tormentato e dissestato delle fondazioni liriche italiane, per la sua capacità di autosostenersi in buona parte. E, nello stesso tempo, di restare anche il teatro dei veneziani pur aprendosi largamente al pubblico dei turisti, visto anche il calo costante dei residenti. Una strada virtuosa «favorita» in parte anche dall’esposizione mediatica planetaria seguita all’incendio del 1996 (con le immagini del teatro avvolto nelle fiamme rossastre nella notte veneziana che commossero il mondo) e alla successiva ricostruzione sette anni dopo. Ma diventata ormai solida grazie anche alla politica espansiva adottata dal sovrintendente Cristiano Chiarot e proseguita ora dal suo successore (e già direttore artistico) Fortunato Ortombina. La Fenice è un «polmone» musicale che respira praticamente un giorno su tre all’anno, tra lirica, sinfonica, danza e altre forme musicali, con circa il 75% del suo pubblico ormai fatto di stranieri, con i francesi ormai più numerosi degli italiani. L’aumento del numero delle repliche e la riproposizione costante di classici della lirica italiana di grande successo (dalla «Traviata» alla «Madama Butterfly») sono la chiave per il costante aumento del pubblico e degli incassi. Potendosi così permettere anche il lusso di continuare a produrre, proponendo nella stagione lirica anche novità o riscoperte. La Fenice può contare oggi sul 30% di entrate proprie, percentuale inusuale per un teatro lirico italiano, accanto agli indispensabili contributi pubblici. Con 54mila residenti in centro storico e meno di 200mila in tutto il Comune, l’unica strada per restare economicamente in piedi è appunto aumentare il pubblico straniero, che tiene in piedi il teatro, il bilancio è ormai da tre anni in pareggio. I ricavi da biglietteria sono in crescita costante: 8,7 milioni di euro nel 2016, oltre 9 lo scorso anno e una previsione di circa 10 milioni di euro per l’anno in corso. In più c’è il museo. La Nuova Fenice, facciata esterna a parte, è stata interamente rifatta dopo l’incendio. Eppure circa 160mila turisti all’anno fanno la coda quasi ogni giorno per entrare a visitarla. Facendone uno dei musei più visitati della città, ben più ad esempio del Museo del Settecento di Ca’ Rezzonico, della Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro o del Museo del Vetro di Murano.
Musei Veneziani: chi apre e chi si sposta
È una geografia in movimento quella dei musei veneziani, che vivono una stagione di mutamenti in atto, destinati a modificarne almeno in parte la composizione e l’aspetto in un complicato gioco d’incastri rispetto agli spazi che attualmente occupano. Sono in pieno cambiamento le Gallerie dell’Accademia, che stanno completando il restauro della nuova ala al piano terra dell’ex Scuola della Carità che le ospita e dove (oltre alle attività espositive) saranno concentrate in particolare le sezioni dell’arte del Seicento e del Settecento. Al primo piano, nella parte storica del museo è in pieno svolgimento il restauro e il riallestimento (che manterrà comunque il segno dell’intervento di Carlo Scarpa) della collezione. Contemporaneamente, i depositi di dipinti e gessi del museo hanno lasciato la sede dell’ex chiesa di San Gregorio alla Salute, per trasferirsi in un’altra ex chiesa, quella della Croce, alla Giudecca, messa a disposizione dal Ministero dei Beni Culturali. Uno spostamento necessario perché nel giro di qualche anno San Gregorio diventerà invece la sede permanente del Museo d’Arte Orientale, ora collocato al terzo piano di Ca’ Pesaro, il palazzo che ospita la Galleria Internazionale d’Arte Moderna che fa parte della galassia dei Musei Civici Veneziani. Uno spostamento voluto dal Ministero dei Beni Culturali anche per valorizzare adeguatamente il museo, oggi un po’ sacrificato negli spazi, che ospita una delle più importanti collezioni mondiali di arte giapponese del periodo Edo, raccolta alla fine dell’Ottocento dal principe Enrico II di Borbone, conte di Bardi, prima che divenisse dello Stato italiano. La liberazione del terzo piano di Ca’ Pesaro consentirà a sua volta alla Fondazione Musei Civici di Venezia di allargare la raccolta d’arte moderna, con molte opere che sono oggi nei depositi. La stessa istituzione museale presieduta da Maria Cristina Gribaudi e diretta da Gabriella Belli deve infine decidere cosa fare del bel Palazzetto delle Pescherie di Rialto, ricevuto in dote patrimoniale dal Comune a compensazione della vendita del palazzo di Ca’ Corner della Regina (prima di proprietà dei Musei Civici) alla Fondazione Prada. Il Palazzetto è vuoto e inutilizzato da due anni e, vista la collocazione nell’area del mercato, anche le associazioni cittadine della zona chiedono che diventi una sorta di museo della storia del commercio veneziano. Ma nessuna decisione è stata ancora presa.
Musei Civici al bivio
I conti sono a posto, con utili addirittura duplicati nel 2016 (si attende ancora il dato dello scorso anno), passando a circa un milione e mezzo di euro, per un’istituzione che non ha fini di lucro ma deve solo garantirsi l’autosostentamento senza contributi del Comune, che pure ha il controllo dell’istituzione. E i visitatori, grazie soprattutto a Palazzo Ducale, vera «gallina dalle uova d’oro» del sistema museale cittadino, continuano ad aumentare, superando i 2 milioni di presenze, con una crescita di oltre il 4% nel 2017. È tuttavia i Musei Civici veneziani vivono comunque un delicato momento di passaggio (in scadenza il mandato della presidente Maria Cristina Gribaudi e della direttrice della Fondazione museale Gabriella Belli, che starà al sindaco Luigi Brugnaro decidere se rinnovare) alla ricerca di una nuova identità. Gabriella Belli, in linea con la precedente esperienza alla guida del Mart di Rovereto ha spinto molto nel corso del suo mandato sul tasto delle grandi mostre, con un accordo-quadro organizzativo per un ciclo di esposizioni con il Sole 24 Ore Cultura che è stato però interrotto molto presto (dopo la grande esposizione su Manet a Palazzo Ducale e dopo quella sulla Nuova Oggettività tedesca al Museo Correr) anche perché Brugnaro e la nuova dirigenza, subentrati negli ultimi tre anni, ne hanno ritenuto i costi eccessivi rispetto ai ritorni in termini di pubblico. Dimezzate quindi le spese delle coproduzioni di mostre anche in bilancio, con poche eccezioni, come la grande mostra su Tintoretto di settembre a Palazzo Ducale con la National Gallery di Washington, pur cercando di non sacrificare i programmi, anche ospitando esposizioni come quelle dei gioielli della collezione dell’emiro del Qatar al Ducale, con l’incidente del furto di alcuni preziosi in mostra, ma anche con la sponsorizzazione araba per il riallestimento espositivo del Correr. Ma puntando anche molto, per precisa volontà del sindaco «terrafermiero», anche su Mestre, con la spericolata operazione di trasformare il centro Candiani an-che in una sede espositiva, esperimento già fallito in passato. Sull’altro fronte, ci si è concentrati sul restyling dei musei, chiamando uno scenografo come Pier Luigi Pizzi a riallestire prima il Museo del Tessuto e del Costume di Palazzo Mocenigo e ora il Museo dell’Opera di Palazzo Ducale (con i capitelli originali del monumento) in concomitanza con l’importante mostra dedicata a Ruskin. Della Galleria Internazionale di Arte Moderna di Ca’ Pesaro si è occupata personalmente Gabriella Belli, con robuste iniezioni di raccolte private in prestito o in deposito, da quella Sonnabend per la Pop Art a quella Carraro sul Novecento italiano, in linea con quanto fatto al Mart e con quanto si sta privando a fare anche con il Museo del Vetro di Murano. Una linea che sta pagando in termini di visitatori (giunti a circa 100mila annui per un museo da sempre poco visitato) ma che sacrifica un po’ l’anima veneta e veneziana di Ca’ Pesaro, lasciando per ora in deposito molte delle opere dei protagonisti del Novecento lagunare. La recente e bella mostra dedicata a Gino Rossi sembra un po’ una prima correzione in corso. La scommessa per il prossimo futuro è il grande Correr. Grazie appunto alla sponsorizzazione della famiglia qatariota Al Thani sarà infatti recuperata la parte espositiva riservata alle mostre al secondo fondo, liberata dalle superfetazioni moderne e riportate al loro veste storica, con un percorso finalmente circolare, dalla Piazza al lato che si affaccia sul Bacino di San Marco. Ma sarà completato anche il recupero delle stanze dell’ex Palazzo Reale, dove sarà ospitata anche la sezione risorgimentale del Museo, non più esposta da qualche anno. L’idea è quella di trasformare il Correr nel museo della città soprattutto nella sua vocazione collezionistica, dal fondatore Teodoro Correr in poi, eliminando così le barriere tra arti figurative e arti applicate, valorizzando anche gli oggetti. Un’eccellenza del sistema resta Palazzo Fortuny, straordinario museo-laboratorio in cui i dipinti e gli arredi di Mariano Fortuny convivono felicemente con l’arte contemporanea e che ora ha davanti a sé una straordinaria occasione per la possibilità di un’importante valorizzazione della collezione grazie al lascito (da formalizzare) di Ida Barbarigo, che, oltre alle sue opere, regalerà quelle di suo padre Guido Cadorin e soprattutto quelle di suo marito, Zoran Music.
Gallerie dell’Accademia: la «cura Marini»
Secondo i dati diffusi dal Ministero dei Beni Culturali, nel 2017 è stato il secondo museo statale come trend di crescita (dopo la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma) con +83,2% di visitatori e addirittura +205,8% di introiti. Se le modalità di calcolo forse inducono a qualche perplessità sull’exploit anche in laguna, non c’è dubbio però che le Gallerie dell’Accademia, di cui stiamo parlando, siano in crescita e vivano un momento di grande salute, dopo anni difficili, legati anche ai disagi e alle lentezze del cantiere della nuova ala del museo veneziano, al piano terra del complesso di Santa Maria della Carità, secondo il progetto dell’architetto Tobia Scarpa. Merito sicuramente anche dell’autonomia concessa dalla riforma dei musei statali voluta dal ministro Dario Franceschini, ma soprattutto della «cura Marini». La direttrice delle Gallerie dell’Accademia Paola Marini prima alla guida per molti anni dei musei civici veronesi, ha portato infatti a Venezia il suo entusiasmo, ma ancora di più competenza e efficienza, creando tra l’altro un rapporto di solida collaborazione con la Fondazione Musei Civici Veneziani e l’altra veronese che li dirige Gabriella Belli, programmando insieme la grande doppia mostra di settembre (al Ducale e appunto alle Gallerie) su Tintoretto, nel cinquecento anni dalla nascita. In attesa di poter trasferire al piano terra in permanenza alcune sezioni del museo (in particolare il Seicento, il Settecento e l’Ottocento, con una parte di opere che hanno comunque iniziato a essere esposte) la nuova direttrice ha sfruttato gli spazi espositivi del piano terra per una serie di mostre di grande qualità, sfruttando anche l’occasione del bicentenario delle Gallerie. Mostre identitarie come «La Gloria di Venezia», legata al risveglio culturale della città che venne promosso nell’Ottocento da Canova, Hayez e Cicognara, presidente della stessa Accademia, o legate alle collezioni dei disegni, come quelli di Gian Giacomo Quarenghi, l’architetto che progettò l’immagine di San Pietroburgo. Ma anche mostre legate a acquisizioni importanti come il ciclo vasariano di dipinti allegorici che ornavano il soffitto di Palazzo Corner Spinelli e che verrà ricomposto, con l’acquisizione della tavola della Speranza, o work in progress visitabili su prenotazione come il restauro dello straordinario ciclo delle «Storie di Sant’Orsola» di Carpaccio. Nonostante i lavori in corso e i progetti non ancora conclusi, c’è indubbiamente un’energica nuova intorno alle Gallerie dell’Accademia e un’idea di museo che punta alla valorizzazione delle collezioni anche attraverso esposizioni che attraggano anche, senza svendersi, il contributo di sponsor e dei Comitati privati per la salvaguardia di Venezia. L’importante è anche che il museo non venga più depauperato di molti dei suoi capolavori, come è accaduto negli ultimi anni, per mostre di promozione programmate in Oriente, in Russia o oltreoceano dal Ministero dei Beni Culturali. Con la nuova ala si punta invece a esporre circa un terzo di opere in più, ora nei depositi, rispetto a quelle attuali.
Piazza San Marco, si cambia
La «nuova» Piazza San Marco. L’area monumentale simbolo di Venezia, sempre più meta dei flussi turistici in arrivo in città e sempre meno punto di riferimento per chi a Venezia abita, sta cambiando. Un cambiamento progressivo che si lega all’idea di fondo di farne il centro di un nuovo sistema museale e direzionale che unisca pubblico e privato. L’applicazione anche a Venezia del decreto Minniti per la sicurezza ha portato per la prima volta a limitazione degli accessi alla Piazza (non più di 20mila persone, poi scattava il blocco) durante l’ultimo Carnevale, che costituisce ormai un precedente per altre manifestazioni a grande affluenza. Ma contemporaneamente si è avviata un’operazione di riqualificazione che ha come attori le Assicurazioni Generali da parte privata e la Fondazione Musei Civici con Comune, Soprintendenza e Polo museale del Veneto dall’altra. Le Generali, già proprietarie delle Procuratie Vecchie, hanno ottenuto dal Comune la rimozione del vincolo di uso pubblico sul complesso e si sono lanciate ora in un progetto di frazionamento e ristrutturazione di esso, chiamando a occuparsene un archistar come il progettista britannico David Chipperfield. L’idea è di farne uno spazio di rappresentanza e di esposizione, aperto anche a fondazioni e società che vogliano affittare a questo scopo porzioni dell’edificio, legando ad esso anche il progetto internazionale «The Human Safety Net», un progetto solidale della compagnia legato anche al sostegno ai rifugiati e ai bambini disagiati. Si parla anche di una possibile terrazza con affaccio panoramico su Piazza San Marco, se la Soprintendenza dovesse autorizzarla. I lavori sono in corso. Contemporaneamente le Generali stanno anche finanziando come sponsor unico la riqualificazione già avviata dei vicini Giardini Reali di San Marco, secondo il progetto della Venice Garden Foundation, che si è costituita a questo scopo. I Giardini di epoca napoleonica saranno recuperati (con la ricostituzione di piante e essenze e una nuova serra, oltre a una coffee-house) anche come area di accoglienza turistica, messa direttamente in contatto con l’area marciana e le Procuratie attraverso il ponte levatoio di collegamento, in disuso da decenni, che verrà riattivato. Qui si inserisce la parte pubblica con il progetto, ormai avviato, di creare un nuovo accesso al circuito museale marciano delle Procuratie Nuove (che comprende il Salone sansoviniano della Biblioteca Marciana, il Museo Archeologico, l’ex Palazzo reale e il Museo Correr, a bigliettazione unificata) che intercetti i turisti in uscita dalla visita a Palazzo Ducale, che oggi in buona parte disertano, anche per scarsa conoscenza. Verrà mantenuto l’accesso attuale dall’Ala Napoleonica, dall’altra parte di Piazza San Marco. Ma verrà aggiunto un nuovo ingresso al sistema museale marciano dal cortile del Museo Archeologico, recuperando così anche la fuga di cortili interni delle Procuratie, oggi semiabbandonati. C’è un’evidente confluenza di interessi e contiguità anche spaziale tra il progetto delle Generali e quello di Comune e istituzioni museali pubbliche. Non è pertanto azzardato ipotizzare in un prossimo futuro anche un uso «circolare» delle Procuratie, che torni a mettere in contatto Vecchie e le Nuove, separate solo da una porta, anche se le proprietà sono diverse.
I ticket d’ingresso nelle chiese: dal circuito Chorus alla Basilica
Se Venezia è sempre più un museo diffuso, allargato anche alle chiese cittadine che ospitano autentici tesori artistici, è tempo di ticket e di conseguente controllo dei flussi anche per la più importante di esse: la Basilica di San Marco, lo ha già annunciato, per l’anno in corso, il primo procuratore di San Marco Carlo Alberto Tesserin. L’ingresso resterà gratuito per tutti, ma a pagamento (intorno ai 2 euro) per chi deciderà di prenotare la visita online o direttamente in piazza in uno speciale punto informativo che sarà allestito nel vicino Ateneo San Basso, per saltare così le lunghe code all’ingresso. Dopo il Colosseo la Basilica marciana è l’area monumentale più visitata in Italia, con presenze giornaliere che oscillano tra le 10 e le 15mila. Si pensa all’introduzione del biglietto a 2 euro anche per l’ingresso al Campanile di San Marco, al Tesoro Marciano e alla Pala d’Oro, sostituendo il biglietto unico da 5 euro per visitarli tutti e tre. Un modo per reperire anche nuovi fondi da destinare alla manutenzione della Basilica, ma soprattutto per avere un migliore controllo dei flussi turistici di accesso e dei livelli di sicurezza, sapendo in ogni momento quante persone la visitano. Il ticket a pagamento per la visita (eccettuati gli orari delle funzioni di culto) è già stato adottato da diversi anni dalle 14 chiese cittadine che aderiscono al circuito dell’Associazione Chorus, nonostante un pronunciamento formale della Conferenza Episcopale Italiana contraria al biglietto d’ingresso a pagamento nelle chiese. «È l’unico modo per consentire, ha dichiarato anche di recente il vicepresidente di Chorus, il professor Giandomenico Romanelli, anche alla chiese veneziane di sopravvivere. Altrimenti non ci sarebbe altro da fare che concentrare le funzioni di culto in un quarto delle chiese attualmente aperte in città e riservare gli altri tre quarti degli edifici per funzioni di tipo culturale e espositivo, ma sarebbe un fatto molto grave per la città». Un problema, quello del mantenimento dell’apertura delle chiese con il forte calo demografico che ha ridotto anche il numero dei fedeli, che si sta ponendo lo stesso Patriarcato veneziano, anche per ragioni di sicurezza. Sono quelle già oltre trenta quelle «mappate» anche da una ricerca dell’Università Iuav che non sono più utilizzate per il culto e che rischiano perciò di diventare «invisibili» anche per i patrimoni architettonici e artistici al loro interno.
Comitati privati: Save Venice pigliatutto
Dopo oltre cinquant’anni sono ancora qui. I Comitati privati internazionali per la salvaguardia di Venezia (costituitisi dopo la grande alluvione del 1966 che danneggiò anche parte del patrimonio artistico e architettonico cittadino, rispondendo all’appello internazionale lanciato in quell’occasione dall’Unesco a tutti i Paesi) continuano ancor oggi a finanziare annualmente interventi di restauro che riguardano le opere d’arte e i beni architettonici della città. Sparsi tra i musei, i palazzi e le chiese, ma anche estesi alle opere esterne. I Comitati privati sono, più che una risorsa, una necessità. Soprattutto ora che i fondi della Legge Speciale, che servivano anche per i restauri, sono molto ridotti e quelli stanziati dal Ministero dei Beni Culturali, pur se in aumento negli ultimi due o tre anni, sono comunque largamente insufficienti per le necessità di una città che conserva una quantità straordinaria di beni culturali e che è essa stessa un patrimonio monumentale. I Comitati restano un organismo corale, che si riunisce ogni anno in assemblea a Venezia, sotto il coordinamento dell’Unesco, per concordare per il programma di interventi su restauro su Venezia per l’anno successivo. Ma qualcosa sta cambiando. A cominciare dal ruolo dell’Unesco, cruciale anche dal punto di vista burocratico per il via libera ai lavori d’intesa con la Soprintendenza veneziana, che negli ultimi due anni si è ridimensionato. Colpa anche delle difficoltà economiche dell’organismo internazionale, che ha visto anche in Italia ridotti i suoi fondi da parte del Governo, e di pretese pertanto giudicate eccessive dai Comitati sui costi del suo ruolo di coordinamento. Un ruolo di fatto ora assunto dallo stesso Ministero dei Beni Culturali con la Soprintendenza, per agevolare le autorizzazioni agli interventi sul patrimonio veneziano. Ma anche la Delegazione statale ai Comitati è cambiata, per ragioni di crisi che hanno assunto di fatto un ruolo egemone nel programma degli interventi, innanzitutto quelli statunitensi, che sono quelli che erogano il differimento economico più grande alla rete diffusa di finanziatori su cui possono contare. Il primo tra i comitati privati è il Comitato italo-americano Save Venice di salvaguardia, certamente il più impegnato sulla scena veneziana, che ha ormai una sede permanente in città a Palazzo Contarini degli Scrigni ed è anche proprietario del Red Library and Study Center legato alla donazione del grande storico statunitense dell’arte rinascimentale veneziana. La quantità di interventi di restauro finanziati da Save Venice è impressionante. Ormai concluso, con il risanamento della facciata, l’intervento più esteso che è stato finanziato, praticamente «adottata» dal comitato americano che ha finanziato l’intero restauro dello straordinario ciclo pittorico di Paolo Veronese all’interno dell’isola di San Pietro di Castello, è in carico anche il restauro dell’intero ciclo di teleri delle Storie di Sant’Orsola del Vittore Carpaccio esposto all’interno delle Gallerie dell’Accademia, che si concluderà il prossimo anno, in occasione della doppia mostra di settembre, a Palazzo Ducale e alle Gallerie dell’Accademia. A Venezia, per i cinquant’anni dalla nascita, Save Venice contribuirà al restauro di una quindicina di dipinti dei maestri e anche alla risistemazione dei sei monumentali funerali nella chiesa della Madonna dell’Orto. Impossibile citare tutti gli interventi in corso. L’anno scorso hanno insolito clamore il restauro dei dipinti parlantesi della chiesa di San Francesco della Vigna, previsto per quest’anno. Una scultura lignea quattrocentesca riscoperta («Corpus Christi», è il suo nome) rimarrà appesa da tempo immemore su un muro dell’atrio del secondo piano dove sono le celle dei frati francescani del convento adiacente alla chiesa, accanto alla biblioteca. La sua caratteristica, sorprendente statura, nella presenza di una lingua scolpita e dotata di un meccanismo interno che la innalza all’occorrenza, quasi fosse un quarto modo, quando il Cristo in croce veniva portato in processione in mezzo ai fedeli, azionando il meccanismo, sembrava ad essi visivamente che stesse parlando, raccogliendo così suppliche o invocazioni. L’altro Comitato privato statunitense (e in parte italiano) è Patrimonio immateriale e finanziò, completato all’eritaggio, nato proprio da una costola di Save Venice alla fine degli anni novanta, impegnato in particolare nei confronti delle Gallerie dell’Accademia (finanziando all’eliminazione di parte delle sale della nuova ala del museo veneziano. Ma anche nel restauro di dipinti come la tela d’altare di Giovanni Bellini «Madonna in gloria con otto Santi» proveniente dalla chiesa di San Pietro martire di Murano o della loro acquisizione, come «Allegoria della salvezza» di Giorgione e Tiziano, gli esperti che compongono il ciclo pittorico vasariano, che sarà ricomposto proprio alla Gallerie dell’Accademia e che ornava in origine il soffitto a cassettoni del veneziano Palazzo Corner Spinelli. Altri comitati, come quello francese, il Comité Français pour la sauvegarde de Venise, si sono assunti da quest’anno un atto specifico: il recupero e il restauro delle 24 sale che compongono l’ex Ospedale Reale e che si trova all’interno delle Procuratie Nuove che fa parte del circuito museale di San Marco, con Correr, Archeologico e Salone sansoviniano della Biblioteca Marciana. Un recupero vicino alla conclusione. Non va dimenticato inoltre uno dei comitati privati più antichi, ma ancora presente sulla scena veneziana come il britannico Venice in Peril Fund, che aveva coinvolto comuni della sua Heritage nel recupero vasariano, ma che si è assunto anche il compito del restauro della tomba monumentale di Antonio Canova conservata nella basilica dei Frari. Ma la settecentesca Cappella dei Tessitori nella chiesa dei Gesuiti, sta venendo ad esempio recuperata dal Comitato di salvaguardia elvetico, la Fondazione Svizzera Pro Venezia, mentre il Comitato olandese continuerà a occuparsi invece con nuovi restauri della chiesa di San Zaccaria. Sono nati nel corso degli anni anche Comita- ti di salvaguardia italiani e in particolare veneziani, come la Venice International Foundation dell’imprenditrice e me- cenate Franca Coin, che affiancano in particolare l’azione dei Musei Civici Veneziani e che grazie al micromecenatismo han- no finanziato il restauro Cupola della Creazione nella Basilica di San Marco, dellel dorature del soffitto della Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, del modello del Teatro delle Feste e di Bayreuth a Palazzo Fortuny. E che ora è impegnata in particolare nel progetto Canova, che coinvolge le opere dello scultore neoclassico che sono al museo Correr e alle Gallerie dell’Accademia.
Ca’ Foscari e Iuav: la politica culturale dei due atenei
Non solo lauree. Anche le due università veneziane di Ca’ Foscari e dell’Iuav (al di là della loro attività strettamente accademica) si stanno ritagliando un ruolo sempre più attivo anche nelle politiche culturali e espositive di Venezia. Soprattutto Ca’ Foscari si è decisamente lanciata negli ultimi anni sul versante mostre, grazie anche ai Musei di Ca’ Foscari (che si sviluppano negli spazi della ex-chiesa della Madonna della Salute, oggi adiacente alla sede storica dell’ateneo) che ormai utilizza quasi esclusivamente per esposizioni. Il primo esempio è stata la mostra dei dieci anni di studi sulle Arti della Russia (Csar), in collaborazione con il Paese dell’Est europeo, che ha già prodotto numerose mostre legate all’arte russa del Novecento e recentemente ospitate a Venezia, legate al filone espositivo è anche la formazione di mediatori culturali tra gli studenti cafoscarini impiegati anche all’interno degli spazi espositivi di Palazzo Grassi e Punta della Dogana per l’accoglienza dei visitatori. Sempre Ca’ Foscari inoltre è promotrice di «Art Night», la manifestazione che ogni anno con una sorta di gruppo intero in rete le istituzioni culturali veneziane pubbliche e private che si aprono gratuitamente ai visitatori con una serie di eventi. E del Ca’ Foscari Short Film Festival, il festival internazionale dei «corti», che realizza ormai da qualche anno in primavera. Il nuovo fronte è ora rappresentato dalla nuova Sciences Gallery Venice, che ora in un installazione di 16 milioni di euro Ca’ Foscari in collaborazione con l’Università di Dublino intende insediare nel Magazzino 8 dell’ex università di San Basilio, per attività espositive e interattive legate alla ricerca scientifica. L’apertura è prevista per il 2019 è la prima direttrice sarà Orsine Kook, che ha fondato e diretto per cinque anni «Arts at Cern», programma interdisciplinare di arte/scienza/tecnologia nel laboratorio di ricerca sulla fisica delle particelle più grande al mondo, con sede a Ginevra. Da parte sua, anche l’Iuav si sta muovendo sul piano espositivo con una serie di mostre dedicate (nella nuova ala espositiva nella sede dell’ex convento dei Tolentini) soprattutto a protagonisti della sua storia nel campo dell’architettura, come Carlo Scarpa, Aldo Rossi, Giuseppe Simonà, Carlo Aymonino. Dall’altro pensa alla trasformazione della sede di Ca’ Tron, affacciata sul Canal Grande, che oggi è i corsi di Pianificazione urbanistica, in una sorta di «Fondaco delle Culture» anche in rapporto con le aziende, oltre che in un’area espositiva. Lo studio museale di Ca’ Foscari ha appena vinto un concorso bandito da Confindustria e da alcune imprese veneziane, legato proprio alla riqualificazione di Ca’ Tron, in accordo con l’ateneo guidato dal professor Alberto Ferlenga. L’Iuav si prepara inoltre a trasformarsi da università in Scuola speciale di livello universitario nei campi della Architettura, del Restauro, della Progettazione, del Design, della Moda, delle Arti e del Teatro. Tra i progetti in corso il recupero della Fondazione Masieri, gestita dall’Iuav e affacciata sul Canal Grande, l’immobile che è proprio destinato a ospitare il grande Frank Lloyd Wright, e su cui all’interno invece successivamente interviene Carlo Scarpa, che dovrebbe diventare infatti una foresteria per studenti e studiosi, con annesse attività formative e workshop organizzati da istituzioni internazionali e a finanziare la trasformazione sarà un’associazione di Comitati statunitensi che lavorano anche su un grande nome della progettazione internazionale come Steven Holl.
Uno sguardo dal Ponte (della Libertà): la scommessa culturale di Mestre
Mestre e il suo hinterland sono da sempre la «periferia dell’Impero» culturale di Venezia, nonostante la densità urbana e la presenza di una fascia giovanile di residenti più ampia del centro storico. Ma qualcosa sta cambiando, almeno a livello di proposta, anche sotto la spinta di un sindaco «terrafermiero» come Luigi Brugnaro che guarda oltre il Ponte della Libertà e preme moltissimo per potenziare l’offerta culturale mestrina, che pure ha già qualche punta di vitalità come il Teatro Toniolo, frequentato anche come spazio musicale. La vera scommessa sul futuro culturale di Mestre è, naturalmente, l’M9, il nuovo Museo del Novecento, aperto al contemporaneo che dovrebbe finalmente aprire per il Natale di quest’anno dopo una lunghissima gestazione. La Fondazione di Venezia (che si è assunto il compito di crearlo) ha investito molto, per non dire quasi tutto, su di esso. Mantenendo a Venezia, come presenza significativa, solo il ruolo di principale socio privato del Teatro La Fenice, che sostiene. E quello di gestore del centro espositivo della Casa dei Tre Oci, alla Giudecca, legato alla fotografia. Sul Museo del Novecento di Mestre la fondazione ora guidata da Giampietro Brunello, dopo il lungo regno di Giuliano Segre che ha impostato il progetto, ha previsto un investimento culturale da 110 milioni di euro che catalizza una fetta importante delle risorse della Fondazione e che continuerà a farlo fino a che il museo, da un punto di vista finanziario, non riuscirà a camminare sulle proprie gambe. «Un museo che racconterà la storia della Mestre del secolo scorso, ma che punterà molto sulla multimedialità e dotato di una area commerciale che si integra con Mestre usando modalità innovative e garantendo alla città spazi per eventi», come ha ricordato di recente lo stesso Brunello. Lo studio berlinese Sauerbruch Hutton, selezionato anche per l’ormai imminente Biennale Architettura, ha curato il progetto del nuovo museo nel cuore di Mestre. Gli edifici del museo, quello principale con le due sale espositive e il terzo piano per le esposizioni temporanee, e quello più piccolo visibile, saranno coperti da migliaia di piastrelle rosse, bianche, beige in ceramica e vetro. La scommessa è naturalmente quella di creare un pubblico permanente per il nuovo museo, intercettando anche almeno una quota dei milioni di turisti che scelgono di soggiornare a Mestre, meno cara, prima dello «sbarco» per la visita a Venezia. L’altro soggetto particolarmente attivo negli ultimi anni sulla Cultura a Mestre è diventata la Fondazione Musei Civici, sotto la spinta del Comune. È stato lo stesso Brugnaro a volere che il Centro Culturale Candiani, già gestito dall’Amministrazione, sia utilizzato anche come spazio espositivo, nonostante i suoi limiti architettonici per questo uso, con un programma di mostre dedicate specificamente ai mestrini. Un’esperienza già fatta in passato da altre Amministrazioni comunali, ma con esiti deludenti dal punto di vista della risposta del pubblico. Ora il nuovo tentativo, con le prime mostre che hanno avuto per ora risultati incerti per numero di presenze e che prevede tra l’altro a novembre una mostra di opere veneziane e venete provenienti dall’Ermitage di San Pietroburgo. L’altra carta che ha il Comune (con la Fondazione Musei e in parte anche la Biennale al suo fianco) è quella di Forte Marghera, la fortezza ottocentesca ed ex caserma dell’Esercito italiano, che fa parte del più ampio sistema difensivo della laguna. Oggi proprietà del Comune di Venezia, è parco pubblico, ma anche sede di eventi e produzioni culturali. Brugnaro annuncia investimenti importanti, assieme a «fondazioni culturali, Biennale, Musei Civici per farne uno spazio corale e offrire ai cittadini e turisti tante possibilità», come ha dichiarato di recente. La Biennale collaborerà anche quest’anno all’allestimento di un padiglione in occasione della Biennale Architettura. La Fondazione Musei Civici ha già iniziato a ospitare alcune piccole mostre negli spazi di Forte Marghera e a giugno porterà qui un’esposizione dedicata alla motocicletta, cercando di intercettare un po’ di pubblico giovanile. Chi pensa seriamente di investire su Forte Marghera è anche l’Accademia di Belle Arti di Venezia, che vuole portare qui alcuni dei laboratori dedicati ai temi più legati anche all’artigianato veneziano, partendo dal vetro. Ma la strada per tutti per fare anche di Mestre un polo culturale appare ancora molto lunga.
Il futuro di Venezia tra cultura e turismo
Sempre meno una città di soggiorno e sempre più una città di passaggio. Il futuro di Venezia sembra in qualche modo già scritto nella sua stessa deriva turistica, che la rende sempre più a misura di visitatori e sempre meno a misura di residenti, anche nelle sue stesse strutture urbane. C’è chi legge nel calo costante e che ormai sembra inarrestabile del numero dei suoi abitanti, un destino comune a tutti i centri storici. Ma nel caso di Venezia, centro e città si identificano e «leggerla» come tale in scala metropolitana, serve solo a trasformarla in quello che in parte già è: uno specchietto per le allodole turistico di cui si avvantaggia poi l’hinterland circostante, rendendola però sempre meno vivibile nella quotidianità. La sovrabbondante offerta culturale garantita da tutti quelli che sono sbarcati e continuano a sbarcare a Venezia non è però un antidoto alla monocultura turistica, ma può servire a migliorarlo, alzandone la qualità. Perché questo accada occorre però che le istituzioni culturali veneziane, insieme alle stesse Università e agli altri centri di studio siglino una sorta di «patto della qualità», che parta appunto da un miglioramento generale dell’offerta e dei servizi, quasi un marchio doc. Che distingua chi punta su una proposta culturale di livello (e in quanto tale si riconosce e si autolegittima) e chi invece cerca solo di seguire l’onda del turismo grado zero, proponendo nel menù, ad esempio, fantomatiche mostre su Casanova o viaggi multimediali nel mondo di Vivaldi. Venezia continuerà, finché potrà, a vivere di turismo, per mancanza di alternative, ma le istituzioni culturali, sempre più numerose, dovranno fare, oltre che vetrina, anche sistema.