Pièra N.12
testo di Elisa Brusegan, foto di Silvia Possamai, novembre 2020
Camicia a quadri, giacca blu, l’incedere calmo di chi si sente a casa. Lo incontriamo sui moli di Ca’ Giustinian, sede de La Biennale di Venezia, proprio alle spalle di Piazza San Marco. Di fronte a noi, illuminata da una luce di mezzogiorno in una giornata di fine estate, la facciata della Basilica di San Giorgio Maggiore. Muta testimone della nostra conversazione, ancora non sa che a breve anch’essa ne sarà complice, mentre la pietra d’Istria rifulge oltre i riflessi dell’acqua. Paolo Baratta è il presidente uscente de La Biennale di Venezia, che ha guidato a partire dal 1998 con un intervallo di qualche anno. Classe 1939, ha conseguito una laurea in ingegneria al Politecnico di Milano e una in economia all’Università di Cambridge nel Regno Unito. È un economista e si definisce un amministratore pubblico, da sempre vicino alle arti e all’architettura.
Prima di giungere a capo dell’istituzione culturale veneziana, il dottor Baratta ha svolto diversi incarichi di tipo ministeriale e dirigenziale, tra cui la presidenza dell’Istituto Nazionale di Architettura. Con questo bagaglio di esperienze, nel corso del suo lungo mandato ha trasmesso nuovi strategici impulsi alla Biennale. Ne ha esteso gli spazi con il recupero di porzioni dell’Arsenale, ha implementato le partecipazioni internazionali e l’ha aperta ad un pubblico più vasto rispetto ai soli specialisti, un pubblico interessato ad arricchire la propria conoscenza e la propria appartenenza al presente.
Promuovendola come settore autonomo, egli ha reso la Biennale Architettura quell’evento internazionale che oggi conosciamo e a cui siamo ormai abituati. Gli chiediamo per prima cosa quale evoluzione ha notato nell’architettura nel corso degli anni. “Un tratto evidente – risponde – e stata la comparsa dei cosiddetti archistar, che tali erano anche perché la committenza chiedeva uno star system. L’architettura, si sa, ha un altissimo potere di propaganda e proprio la pubblicità mi sembra la forma di comunicazione che ha ispirato in misura predominate la committenza in alcuni dei decenni passati. È parso in un certo periodo che più che di architettura si dovesse parlare di architetti, con le loro invenzioni spettacolari. Tuttavia questo e come dicevo il frutto della committenza (e di qualche compiacenza nel mondo dell’architettura). Non sono mancate attenzioni più ampie verso la comunità, ma in generale abbiamo notato uno scollamento rilevante tra architettura e società.”
Nelle parole del nostro interlocutore la critica architettonica si intreccia a una critica sociale. Rispecchiando la società che la produce, l’architettura recente ha espresso esigenze prevalentemente pubblicitarie e celebrative.
Appare dunque impoverita, ridotta alla spettacolarizzazione e a una dimensione quantitativa risolvibile attraverso soluzioni tecnologiche determinabili mediante misurazione. D’altro canto il cittadino ha smarrito i riferimenti per comprenderla, identificandola spesso con inutili stravaganze che poco hanno a che fare con l’organizzazione della sua quotidianità.
In un contesto di scala sempre più globale, e venuto in contatto con un caleidoscopio di esempi da tutto il mondo, fenomeno a cui pero non ha corrisposto automaticamente l’approfondimento della sua capacità di osservare e valutare gli spazi. Egli ha di fatto esteso il raggio della sua comunicazione ma ristretto il campo della sua comprensione. Perciò, dominata dall’immagine ma carente di strumenti e consapevolezza, la società sembra riconoscere solo ciò che e quantificabile e immediatamente utile. Tale fallace percezione e anche il riflesso di un atteggiamento individualista, privo di visione a lungo termine e timoroso dell’incontro con l’altro. Atteggiamento che Paolo Baratta cosi descrive: “Non ce l’ho con l’individualismo forza trainante le scelte e le innovazioni, ce l’ho con l’individualismo a getto corto, quando diviene egoismo e quando disperde occasioni di arricchimento e si priva di beni che sono sempre a vantaggio dell’individuo, ma che possono essere condivisi producendo una ricchezza maggiore. Quella che offre l’architettura come arte del coniugare il privato con l’inevitabile effetto pubblico che produce. L’individualismo a corto respiro e invece quello stimolato nell’epoca moderna dalle due fondamentali esigenze che sembrano avere il sopravvento: la sicurezza e il comfort.
Il loro perseguimento tende alla reciproca segregazione tra esseri umani o classi di reddito. Fa il pendent con l’uso della moneta elettronica come merce non contaminata o la sistemazione in quartieri ghetto. Manifesta un divario tra la capacita privata e la capacita di formazione di una cultura della cosa pubblica coerente, fondata su uno spesso zoccolo comune.”
L’architettura e intesa dunque come un bene pubblico, poiché anche quando nasce per uso privato diventa necessariamente parte dello spazio aperto, luogo della fruizione libera e gratuita. L’Italia non ha mai brillato per cultura della res pubblica, ma oggi la pressione digitale rischia di rendere la società ancora più indifferente verso questo aspetto. La liberta illusoria dello spazio virtuale induce infatti una sensazione di sicurezza rispetto a pericoli reali o percepiti, siano essi la paura del diverso o una pandemia, riducendo dunque il bisogno e l’interesse dei singoli verso la dimensione pubblica.
Da anni il nostro ospite riflette su questi aspetti e ne ha individuato il paradigma architettonico: la tipica recinzione italiana, fatta da una base di cemento con sovrapposta rete metallica.
“Il famoso muretto di cemento con la rete per me è il punto in cui sembriamo voler dire “qui abbiamo smesso di pensare” oppure “sia ben chiaro: non riteniamo che l’architettura della città sia nostra preoccupazione” neppure davanti a casa nostra. Un limite di proprietà così banale testimonia un interesse solo per ciò che racchiude, senza avvertire nessuna responsabilità civica, quasi servisse meramente per celarci al suo interno. A me pare solo una manifestazione di egoismo esibito, o comunque una manifestazione di indifferenza. Il problema è che ciò è diventato consuetudine.
Già basterebbe che le autorità che presiedono il nostro territorio valutassero in modo più approfondito il rapporto tra il progetto e il contesto che lo circonda.
Vedete, disegnando la facciata della Basilica di San Giorgio l’architetto stava pensando a noi, che l’avremo osservata dalla sponda su cui ci troviamo ora. Ecco il senso dell’architettura nello spazio! Una soluzione progettuale diversa, con una partitura fitta e minuta in luogo dell’ordine gigante, sarebbe stata percepita invece con maggiore difficolta.”
Attraverso il confronto di queste due immagini esemplari – il muretto di cemento e la basilica di San Giorgio – il dottor Baratta presenta in modo molto chiaro un momento poco entusiasmante dell’architettura italiana, il cui protagonista e una comunità che sa esprimere qualità nella domanda dei beni di consumo ma che non sa fare altrettanto nella domanda degli spazi per abitare, accontentandosi di soluzioni mediocri che arrivano perfino a ridurre il valore del territorio. Il committente di oggi e un “cittadino dimezzato”, come spesso egli l’ha definito, e a partire da questa consapevolezza invita tutti a un “riarmo culturale”: “La discrasia tra l’alta qualità della domanda per i consumi personali e la difficolta ad esprimere una domanda altrettanto qualificata per le caratteristiche degli spazi in cui viviamo e fenomeno non solo italiano, anche se assume particolare evidenza nel nostro paese, patria di molti dei centri urbani più interessanti della storia. La moda ha saputo creare il gusto e quindi la sua committenza, perché l’architettura non ci è riuscita? Perché un italiano parla con orgoglio del suo sarto, del suo barbiere, ma non del suo architetto? L’Italia e storicamente una culla dell’architettura ma non siamo capaci di interpretare il contemporaneo, abbiamo ancora un vocabolario percettivo neoclassico. Il Settecento ci ha lasciato delle citta sfasciate e quelle che vediamo oggi sono il risultato del miracolo del secolo successivo, quando sulla scorta di una formazione accademica diffusa si riuscì a modernizzarle inglobandovi l’antico, adottando canoni che parlavano a tutti della comune tradizione e di una comune educazione estetica. Modelli semplici basati sugli ordini classici e ancora oggi comprensibili ai più. Tuttavia nel Novecento, soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli architetti italiani si sono concentrati sulle grandi trasformazioni urbane, tralasciando di rispondere ai problemi della classe media, settore che è stato inevitabilmente sottratto loro da altre figure professionali. Non esiste oggi un’architettura da presentare come ideale del bello distinguibile da tutti. Pertanto, trovandoci in assenza di canoni, è necessario un rilevante sforzo per formare la committenza, cogliendo le possibilità di incontro tra educazione estetica e educazione civica. In tal senso l’architettura diventa un atto di civiltà e una forza rigenerativa.”
L’architetto può uscire dunque dall’impasse attraverso la sua capacità di farsi mediatore tra la dimensione individuale e quella urbana, testimoniando in prima persona una logica diversa da quella dello star system e ricercando nuove fertili triangolazioni tra architettura, società ed estetica. Per diffondere consapevolezza e strumenti critici necessari a valutare la bellezza e la qualità degli spazi, Paolo Baratta propone alcune delle strategie che ha già messo in atto in questi anni alla Biennale.
In primis l’investimento nel settore della formazione. Egli sostiene infatti che rudimenti di architettura, nel senso della conoscenza e percezione dello spazio che ci circonda, siano una disciplina fondamentale per la formazione dell’uomo e del cittadino. Invita dunque a offrire buoni esempi di architettura e a parlarne, come si fa abitualmente di moda, di cucina, di sport. Specialmente se il ragionamento è volto a distinguerne il valore pubblico, al confronto con il quale la società sembra sottrarsi e che la dimensione digitale sembra offuscare.
Oltre a nutrire l’immaginario e la sensibilità della committenza, un’altra strategia fondamentale consiste nella sperimentazione: “In assenza di canoni – spiega il dottor Baratta – educazione estetica e educazione civica hanno possibilità di contatto e sviluppo assai interessanti. Le soluzioni possibili sono più articolate e differenziate rispetto al passato e le tecnologie ne offrono di sconosciute. Per riuscire si deve essere assistiti dall’immaginazione, in modo da non farsi trovare impreparati di fronte a mutamenti di qualsiasi tipo o ancor meglio al fine di anticipare soluzioni o produrre esempi non ripetitivi. La sperimentazione e indispensabile per l’architettura. Sarebbe auspicabile che il sistema la favorisse e la legge consentisse delle deroghe, offrendo ai progettisti una maggiore libertà di ricerca.”
Nel 2017, in occasione del conferimento del titolo di “architetto onorario” da parte del Consiglio Nazionale Architetti Pianificatori e Paesaggisti CNAPP, Paolo Baratta ha osservato che nel riferirsi all’architettura bisogna considerare la sua fenomenologia, cioè l’insieme dei percorsi decisionali che iniziano con la consapevolezza delle esigenze da parte della committenza, la loro chiara espressione, e includono tutti i passaggi politici, amministrativi e legislativi necessari per tradurre l’esigenza in progetto e quindi realtà. Per realizzare un’architettura di qualità e necessario dunque agire su più livelli, avvicinando l’architettura alla vita delle istituzioni.
Ciò è particolarmente difficile in Italia, dove i percorsi attuativi sono molto lunghi e complessi, e includono folte schiere di interlocutori che spesso non sono in grado di individuare ed esprimere con chiarezza le loro necessita. A tal proposito egli aggiunge: “L’espressione originale delle necessità e dei desiderata, in modo chiaro e appropriato, è la premessa indispensabile per l’avvio di un processo che porti alla realizzazione dell’opera. Oggi sembrano appannati gli strumenti di intervento sul territorio forniti dalle nostre istituzioni locali. Il regolamento edilizio comunale sembra ormai la sola misura in atto. Auspico invece una nuova qualificazione tecnica delle amministrazioni pubbliche, sia per gestire gli appalti sia per dare in concessione beni e servizi. I progetti nascono dalla cura continuativa dei beni e delle funzioni, devono avere una paternità, altrimenti finiscono in ritardi, ricorsi e in tribunale.
Solo la cura diretta e continuativa espressa da competenza e responsabilità offre conoscenze e stimoli per nuovi progetti avvertiti come necessari.”
I committenti del futuro non sono quelli per i quali il patrimonio architettonico esistente e stato costruito. I mutevoli stili di vita, il melting pot culturale e la condizione post pandemica ci richiederanno una crescente flessibilità spaziale. Gli spazi dovranno sapersi modificare, i loro limiti dovranno essere reversibili e facilmente riconfigurabili per estendersi, ridursi, comporsi secondo nuovi precisi riferimenti, da cui potrà dipendere la sopravvivenza stessa degli individui. L’interfaccia tra pubblico e privato, che l’architettura esprime, sembra assumere dunque un ruolo imprescindibile. Queste nuove spinte riusciranno nel prossimo secolo a scardinare la consuetudine al banale che caratterizza la domanda di architettura nei nostri territori?
“Sono molti i mutamenti già avvenuti nella società e nell’economia rispetto ai tempi in cui il nostro patrimonio edilizio e la nostra occupazione territoriale ha avuto il massimo di espansione – risponde il dottor Baratta – Mutate sono le tecnologie con cui gestiamo gli scambi, le strutture con cui sviluppiamo la produzione, i trasporti, le regole sul lavoro, l’organizzazione dei nuclei familiari.
Abbiamo risposto con soluzioni spesso banali al fenomeno straordinario della grande crescita industriale economica del nostro paese con cui siamo passati dal sottosviluppo ad un’economia moderna, potremo rispondere con soluzioni altrettanto banali anche a questi futuri sviluppi.
Non sono le sfide che fanno cambiare rotta ma la percezione che se ne ha e l’ambizione che un paese si dà.
Nulla accadrà se non accresciamo la nostra conoscenza coniugandola alla consapevolezza.”
Con sguardo lucido e atteggiamento fermo, Paolo Baratta chiama tutti all’appello, architetti e non, verso la costruzione di un solido legame tra architettura e società. Un risultato possibile nel lungo tempo e apprezzato dalle generazioni future, che ancora guarderanno la Basilica di San Giorgio dalla sponda opposta.