Relazione tenuta al Circolo Puecher di Milano il 9 aprile 1976
In “Studi Emigrazione-Etudes Migrations”
Rivista trimestrale del Centro Studi Emigrazione, Roma, n.42

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Il saggio che pubblichiamo, presentato come relazione ad un dibattito tenuto presso il Circolo Puecher di Milano, il 9 aprile 1976, sottolinea l’urgenza di affrontare la ricerca di indirizzi politici non contraddittori sul piano delle migrazioni interne. Le tendenze spontanee del nostro sistema economico infatti, se non opportunamente corrette, rischiano di rilanciare quelle emigrazioni  “selvagge” che hanno caratterizzato il periodo del boom economico.

Nelle aree Nord-occidentali la domanda di lavoro nel settore delle costruzioni e del terziario eccederà nei prossimi anni l’offerta interna; il deficit di 46-48.000 unità all’anno comporterebbe un afflusso di immigrati dell’ordine di 80.000 l’anno. Per mantenere il flusso migratorio entro dimensioni “fisiologiche”, si rende indilazionabile una politica attiva del lavoro, particolarmente nei confronti della componente femminile e si impone con urgenza la creazione di nuovi sviluppi industriali e posti di lavoro al Sud.

Il successo dell’azione di promozione industriale nel Mezzogiorno coinvolgerà anche la possibilità di una razionalizzazione degli sviluppi interni delle regioni del Nord, interessate ad una crescita equilibrata.

 

1- Non possono certamente essere sottovalutate le pesanti incertezze, che nel momento presente gravano sulle prospettive di occupazione di ampi strati di forza lavoro, soprattutto nel settore industriale.

Le politiche volte alla difesa del posto di lavoro e al rilancio dell’economia non possono però astrarre dalla constatazione di alcune evoluzioni già in atto da tempo nella struttura dell’economia settentrionale e in particolare nella struttura delle attività produttive e dell’occupazione, e di alcune nuove tendenze relative alla domanda e offerta di lavoro locale.

Se ci si limita infatti a rispondere a situazioni di emergenza con politiche che tengono conto solo dei termini immediati in cui le situazioni di emergenza si pongono, si rischia ancora una volta di provocare sviluppi e di consolidare indirizzi fortemente contraddittori rispetto agli obiettivi proposti in sede locale e nazionale.

È a motivo di queste preoccupazioni che ci è parso utile proprio nel momento più grave della crisi economica del Paese, in un momento cioè in cui è inevitabile il ricorso a urgenti misure di emergenza, richiamare alcune tendenze spontanee del nostro sistema economico, che, se non opportunamente corrette, rischiano di riproporre modalità di sviluppo simili a quelle del passato e in particolare un “modello di sviluppo” fondato ancora su forti flussi migratori interni.

 

2- Le regioni nord occidentali hanno costantemente assorbito rilevanti flussi di immigrazione pur essendo mutate nel tempo le modalità della loro crescita.

Nel periodo che copre la fase di intenso sviluppo culminata intorno al 1963 l’immigrazione fu di circa 126.000 unità all’anno. Insieme all’incremento naturale della forza lavoro e all’esodo agricolo interno (- 3,6% all’anno) il flusso di immigrati andò a colmare il crescente fabbisogno di forza lavoro derivante dall’espansione sia dell’industria che del settore terziario.             ·

L’occupazione extra agricola complessiva sempre tra il 1951 e il 1963 crebbe ad un tasso dell’1,7%. In particolare si ebbero tassi di crescita del 4,4% per le costruzioni, del 2,1 % per l’industria in senso stretto e dell’1,7% per il terziario.

Successivamente al 1963 e per tutto il decennio seguente, invece, l’occupazione industriale rimase pressocché costante (+ 0,24%) (1), e l’occupazione nel settore dell’edilizia si è notevolmente ridimensionata (-2,8%).

Pur essendo cessata la crescita dell’occupazione industriale e pur di fronte ad un incremento naturale della popolazione più elevato e ad un esodo agricolo massiccio, di intensità relativa addirittura superiore al periodo precedente (- 6,8%  m.a.), queste  regioni  hanno continuato ad assorbire immigrati al ritmo medio relativamente elevato di circa 80.000 unità all’anno.

Fattori determinanti sono stati, in questa seconda fase, lo sviluppo del terziario da un lato e la continua riduzione del tasso medio di attività dall’altro.

Si può cioè dire che, mentre nel periodo precedente l’immigrazione era legata soprattutto al processo di industrializzazione, nell’ultimo decennio essa è andata a coprire i fabbisogni emergenti dal processo di evoluzione di queste regioni, verso più elevati livelli di benessere e ulteriori gradi di maturità (2).

 

3- Anche per il futuro, nell’ipotesi di una progressiva ripresa economica, nelle regioni nord-occidentali, per i soli sviluppi ipotizzabili nel settore delle costruzioni e del terziario, la domanda di lavoro eccederà l’offerta interna.

L’occupazione nel settore delle costruzioni, dopo il ridimensionamento seguito agli anni di grande espansione (1961 – 63), ha registrato nel periodo più recente una ulteriore contrazione, soprattutto a causa della crisi dell’edilizia residenziale.

I livelli di attività attuali nel campo dell’edilizia residenziale sono paragonabili a quelli della prima metà degli anni ’50 e risultano decisamente inferiori a quelli che parrebbero adeguati alle attuali dimensioni dell’economia e del sistema urbano-territoriale dell’area.

Può essere utile a tale riguardo rilevare come il rapporto occupati nel settore delle costruzioni rispetto alla popolazione e agli occupati extra agricoli, nell’Italia Nord-occidentale sia notevolmente basso, il più basso tra le circoscrizioni europee, con scarti notevoli rispetto ai valori riscontrabili in altre regioni paragonabili per dimensione e per funzioni svolte e nelle quali, per di più, sono assai più diffuse tecnologie di costruzione più standardizzate (si veda tab. 3) (3).

Attraverso un più cospicuo intervento pubblico e il relativo nuovo regime dei suoli, sarà probabilmente possibile superare la strozzatura rappresentata dai crescenti costi di costruzione e ripristinare livelli di attività più elevati.

Per la notevole incidenza che avranno le attività di rinnovo del patrimonio esistente, sollecitate anche dalle trasformazioni strutturali dell’economia (terziarizzazione) e dai conseguenti processi di riassetto territoriale, il fabbisogno relativo di manodopera resterà elevato.

Tab. 1 – Occupazione e saldi migratori dell’Italia Nord-occidentale

Valori assoluti in migliaia
Industria Servizi
Anni Agric. Costruz. altre
Industrie
Totale P.A. Servizi
privati
Totale Totale
occup.
Saldi
migratori
1951 1337 280,8 2164 2444,8 247,9 1313,2 1561,1 5342,9 +86
1963 841 524,2 2703,2 3227,4 305,9 1617,7 1923,6 5992 +176
1973 437,1 378,1 2788,2 3166,3 414 1853,9 2267,9 5871,3 +82
Saggi medi annui di variazione % (interp.)
1951-63 -3,6 4,4 2,1 2,4 1,5 1,8 1,7 1 126,5
1963-73 -6,8 -2,8 0,7 0,2 3,2 1,2 1,6 -0,1 79,5
Fonte: ISTAT

Anche tralasciando i fabbisogni derivanti dalla nuova immigrazione e anche tenendo conto dei progressi tecnico-organizzativi che il settore edilizio dovrà realizzare, sembra potersi prevedere per il futuro un non indifferente aumento dell’occupazione rispetto ai minimi del 1973-75.

Per il settore terziario si nota come nel corso dell’ultimo decennio il ritmo di aumento dell’occupazione sia risultato di poco inferiore al tasso registrato nel precedente periodo. In realtà ciò è il frutto di un più elevato accrescimento nell’occupazione del settore della Pubblica Amministrazione (3% m.a.) che ha compensato il calo registrato nella prima metà del decennio nel ritmo di crescita della occupazione nelle altre attività di servizio.

L’aumento al 3 % circa in media all’anno nell’occupazione del settore della Pubblica Amministrazione può essere considerato appena sufficiente a consentire all’area nord-occidentale il graduale raggiungimento di più equilibrati standard.  Nei servizi prestati dalla P. A.  gli standard tuttora riscontrabili nel rapporto occupati nella P.A./popolazione sono decisamente bassi.

Essi risultano in tutti i principali comparti della P. A. inferiori a quelli delle altre regioni italiane, escludendo le regioni al cui interno sono città con funzioni di “capitale” (sia nazionale o di Regione Autonoma) e più bassi di quelli raggiunti dalle altre regioni europee comparabili.

L’area Nord -occidentale si trova di fronte alla doppia necessità di colmare gravi carenze di personale e di vedere moltiplicate attività di servizio nuove accanto a quelle più tradizionali.

È questa un’esigenza primaria del processo di “riconversione” dell’economia italiana che esige l’aumento della “produzione” di beni e servizi collettivi, al fine cli soddisfare la crescente domanda sociale.

L’espansione dei servizi della P.A. non può quindi non rientrare tra gli obiettivi dell’area Nord-occidentale, in relazione anche alle nuove e più complesse funzioni direzionali che essa deve svolgere nella nuova fase dello sviluppo economico italiano.               ·

Vi sono tutte le premesse perché debba proseguire la tendenza registrata nel corso degli ultimi anni e può essere facilmente assunto un aumento annuo di occupati nel settore dell’ordine di 12-13.000 unità.

Nel restante complesso di attività di servizio l’occupazione, dopo essere cresciuta a tassi medi annui dell’ordine dell’1,8% nel periodo 1951-63 e dopo la sostanziale stagnazione nel corso del quinquennio 1964-69 è tornata a crescere successivamente a tassi medi dell’ordine del 2% m.a. La prosecuzione di una siffatta tendenza può essere considerata un’ipotesi minima di fronte al processo di ulteriore qualificazione terziaria direzionale che dovrà interessare la circoscrizione.

 

Tab. 2 – Standard di occupati nella Pubblica Amministrazione, per funzioni e per circoscrizioni al 1971 (Unità per 1000 abitanti)

Circoscrizioni – Regioni Istruzione
e formazione
professionale
Sicurezza
sociale
Giustizia Attività
generali
Difesa Totale
P.A.
I – Italia nord occidentale
(esclusa V. d’Aosta)
9,9 8,2 0,6 9,4 4,5 32,6
II – Italia nord orientale
(escluse T.A.A. e F.V.G.)
11,6 9,6 0,5 10,1 5,8 37,6
III – Italia centrale
(escluso Lazio)
12 9,08 0,5 11,5 6,4 40,2
IV – Lazio 12,8 12,7 1,2 19,8 16,4 62,9
V – Regioni a statuto speciale 12,7 7,9 0,8 12,9 8,2 42,5
VI – Italia meridionale 13,8 6,5 0,8 9,7 6 36,8
ITALIA 12 8,5 0,7 11,2 6,8 39,2
Fonte:
E. MALFATTI, Stime sulla dimensione del pubblico impiego in Italia, Roma, SVIMEZ, 1973

 

Per tutte le attività erogatrici di servizi pubblici (ad es. i trasporti) comprese in questo secondo gruppo di attività terziarie, valgono le considerazioni già svolte per l’occupazione della P.A.

Per tutte le altre, va osservato come il processo di ristrutturazione dell’apporto produttivo ponga la necessità non tanto e non solo di un riorientamento nella gamma dei prodotti, quanto piuttosto di un generale e continuo ammodernamento nelle strutture organizzative e amministrative sia all’interno delle imprese industriali che nelle altre attività. La futura espansione economica sarà affidata almeno per una parte rilevante, quindi, all’espansione di attività di servizio qualificate; la crescente diffusione di attività di servizio collegate alle attività produttive sarà anzi condizione indispensabile per una crescita fondata sull’innovazione.

Per siffatte attività giocano un ruolo fondamentale le economie esterne di tipo metropolitano riscontrabili nelle aree sviluppate. La loro diffusione non potrà che avvenire, nella misura di gran lunga più rilevante, proprio nelle regioni Nord-occidentali della penisola.

A tale riguardo si può osservare come la componente terziaria sia ancora scarsamente incidente sulla struttura produttiva di queste regioni.

Si confronti la struttura occupazionale della circoscrizione Nord­ occidentale con le altre regioni europee (si veda tab. 4) (4). Appare chiaro il livello eccezionalmente basso dell’occupazione nel settore terziario presente al suo interno rispetto alle attività industriali: e ciò pur trattandosi di un’area fortemente urbanizzata, nella quale sono concentrate le più importanti funzioni terziarie direzionali del paese (se si esclude la P.A.) e al cui interno è presente anche la più importante area portuale della penisola.

Una crescita dell’occupazione terziaria (esclusa la P.A.) ad un saggio del 2-2,2% m.a. corrisponderebbe ad un aumento medio dell’ordine di 36-40.000 unità.    ·

A conclusione di quanto detto sopra si ha che lo sviluppo dell’occupazione nel complesso delle attività delle costruzioni, della P.A. e del restante terziario, potrà essere dell’ordine del 58-60.000 unità all’anno.

 

4- Circa le prospettive dell’offerta di lavoro si possono fare le seguenti considerazioni.

Il tasso di incremento naturale della popolazione si è innalzato progressivamente nel corso del ventennio 1950-70 da valori intorno al 2‰, a valori intorno al 4‰. Fattore determinante di siffatto andamento, è stato l’intenso flusso migratorio (composto in prevalenza di popolazione giovane) che ha contribuito:

  1. al ringiovanimento medio della popolazione e quindi alla riduzione del tasso medio di mortalità;
  2. ad una elevazione notevole nel numero delle nascite e quindi nel tasso di natalità.

Negli anni più recenti, a seguito del più contenuto flusso migratorio il tasso medio di incremento naturale è tornato a diminuire.

In una ipotesi teorica di immigrazione nulla si può assumere che per il futuro il saggio di incremento naturale abbia a diminuire progressivamente. Ciò ricondurrebbe a stimare l’aumento medio annuo della popolazione, prevedibile per i prossimi anni, in circa 50.000 unità

Anche nell’ultimo decennio è proseguita la tendenza alla diminuzione del tasso di attività non solo nel caso della manodopera maschile per la quale il tasso di attività si colloca ai livelli “europei” (5) anche essi in graduale lento decremento, ma anche nel caso della manodopera femminile, per la quale, invece, il tasso medio d’attività risulta nell’Italia Nord-occidentale decisamente inferiore ai livelli “europei” (6).

Senza addentrarsi nella complessa problematica relativa alle interpretazioni del fenomeno, ci si limita a fare per il futuro una ipotesi plausibile.

In linea di massima si può assumere come “normale” per il futuro un rallentamento nella graduale diminuzione nel tasso di attività maschile.

Per quanto riguarda invece l’evoluzione del tasso di attività femminile, dal raffronto con le altre economie europee sembra potersi concludere che vi siano ampie possibilità per un aumento nella partecipazione femminile alle forze di lavoro, che però, perché possa avere luogo, richiede che si determinino particolari condizioni dal lato della domanda e che vengano adottate politiche specifiche quanto a organizzare del territorio e della vita civile. Anche se adottate in misura più intensa che nel passato, siffatte politiche non potranno però dare risultati se non nel medio-lungo periodo.

Assumeremo per il tasso di attività maschile un decremento a ritmo inferiore che per il passato, tale da portarlo al 1980 a un punto e mezzo inferiore a quello del 1974, e per il tasso di attività femminile l’arresto della tendenziale caduta.

Sulla base delle ipotesi fin qui adottate, l’incremento naturale della forza lavoro risulterebbe praticamente nullo. (Si ricordi che in passato, causa la caduta dei tassi di attività, la componente interna dell’offerta di forza lavoro è andata decrescendo).

Per ciò che riguarda l’altra componente dell’offerta cli lavoro per le attività extra agricole, l’esodo agricolo, si osserva come a seguito dell’intenso esodo verificatosi nel decennio 1963-73 l’occupazione nel settore si sia drasticamente ridimensionata.

Assumendo un tasso di decremento del 3% circa in media all’anno ancora per un quinquennio si verificherebbe una contrazione dell’ordine di 12.000 unità in media all’anno.

L’offerta complessiva interna di forze lavoro addizionali per i settori extra agricoli sarebbe quindi di circa 12.000 unità all’anno.

 

5- Ne segue che per il solo fabbisogno addizionale di occupati nei settori terziario e delle costruzioni (58-60.000 unità all’anno) nell’economia settentrionale si potrà verificare nel medio periodo un deficit di forza lavoro dell’ordine di 46-48.000 unità all’ anno.

La copertura di tale deficit comporterebbe un afflusso di immigrati dell’ordine di 80.000 all’anno circa, un flusso quindi dello stesso ordine di grandezza di quello dell’ultimo decennio, flusso da considerarsi fisiologico, pur in assenza di ulteriori sviluppi dell’occupazione industriale.

Si ricorda che a tale risultato si è pervenuti facendo ipotesi circa l’andamento dei tassi di attività media che possono considerarsi ottimistiche. Ove invece dovessero verificarsi anche per il futuro ulteriori diminuzioni di tali tassi più intense rispetto a quanto ipotizzato, il flusso migratorio potrebbe salire a cifre molto più elevate.

Si vuol con ciò dire che il mantenimento del flusso “fisiologico” di immigrazione entro quelle cifre, già cli per sè presuppone l’adozione di una attività politica del lavoro in particolare una attiva ed efficace politica nei confronti della componente femminile della forza lavoro.

6- Ben diversa la situazione nel Mezzogiorno, ove l’aumento della popolazione (nonostante anche qui si sia ridotto notevolmente il tasso di aumento naturale) sarà dell’ordine di 180-190 mila unità all’anno, dove i tassi medi di attività sono molto bassi, ove si ha ancora un’elevata incidenza di forza lavoro agricola e di sottoccupati, soprattutto nell’edilizia.

Senza addentrarci in queste complesse valutazioni, basterà qui ricordare che i più ottimistici sviluppi extra agricoli prevedibili per il Mezzogiorno non saranno sufficienti ad assorbire l’intera offerta di lavoro dell’area.

Si osserva poi che l’offerta potenziale complessiva espressa dal Sud è superiore alle potenzialità di sviluppo dell’occupazione terziaria dell’intero Paese. L’obiettivo del pieno impiego richiede quindi ancora che nell’economia italiana si ristabilisca un tasso di crescita positivo dell’occupazione industriale.

 

Tab. 3 – Classificazione delle grandi zone della CEE secondo l’incidenza dell’occupazione nel settore delle costruzioni sull’occupazione extra agricola (1970)

Zone Naz. % occup. costr.
su extra agric.
% occup. costr.
su popol. resid.
Mezzogiorno I 21,3 (19,07) 4,2 (4,0)
Mediterranée F 14,9 4,6
OLANDA N 14 3,5
Sud Ovest F 13,6 4,1
Ovest F 13,5 4
ITALIA I 13,3 (12,5) 3,7 (3,6)
Italia Centrale I 13 (12,1) 3,8 (3,6)
Italia Nord-Orientale I 12,9 (11,5) 3,9 (3,6)
FRANCIA F 10,5 3,7
West Midlands, East Midland
Yorkshire and Humberside
GB 10,4 4,7
Centre Est F 10 3,6
Schleswig-Holstein, Bremen
Niedersachsen
RF 9,8 3,5
IRLANDA IR 9,5 2,7
Hessen, Rheinland-Pfalz,
Saarland
RF 9,5 3,5
Est F 9,5 3,3
Bayern RF 9,4 3,6
North-East, North Scot. GB 9,1 4
Berlin (West) RF 9,1 3,9
GERMANIA RF 9 3,4
LUSSEMBURGO L 8,9 3
Northern Ireland GB 8,9 3,2
DANIMARCA D 8,8 3,7
BELGIO B 8,8 3
Baden-Wurttemberg RF 8,7 3,5
Région Parisienne, Bassin
parisien, Nord
F 8,7 3,4
GRAN BRETAGNA GB 8,7 3,8
South West, Wales GB 8,4 3,2
Nordrhein-Westfalen FR 8,3 3,2
Italia Nord-Occidentale I 7,7 (8,2) 2,7 (3,0) (*)
South East, East Anglia GB 7,3 3,2
Fonte: STATISTICHE REGIONALI CEE; per i dati in parentesi: ISTAT.
Occupati presenti in Italia, bozze di stampa.
(*) Al 1973 il rapporto era sceso al 2,5 ‰.

 

Tab. 4 – Classificazione incidenza servizi su extra agricoli

Zone Naz. % servizi su extra agric. % servizi su popolazione
Mediterranée F 63,2 19,4
South East, East Anglia GB 59,8 28
IRLANDA IR 58,5 16,6
DANIMARCA D 57,9 24,7
Sud Ovest F 56,6 17
Ovest F 56,5 16,7
Berlin West RF 55,9 24,8
OLANDA N 55,8 16,9
Schleswig-Holstein, Bremen
Niedersachsen
RF 55,4 20,6
Région Parisienne, Bassin
parisien, Nord
F 54,6 21,3
FRANCIA F 54,1 19
Sud West, Wales GB 53,6 20,3
LUSSEMBURGO L 53,5 17,9
Mezzogiorno I 51,9 (57,7) 10,4 (11,4)
Gran Bretagna GB 51,9 22,9
Italia Centrale I 51,7 (54,6) 15 (16,40)
BELGIO B 51,3 17,4
Northern Ireland GB 50,5 17,8
North-East, North Scotland GB 49,5 21,5
Centre Est F 47,1 16,8
Hessen, Rheinland-Pfalz,
Saarland
RF 47,1 17,8
REPUBBLICA FEDERALE RF 46 18
Est F 45,6 15,8
ITALIA I 45,6 (49,2) 12,5 (13,8)
Bayern RF 45,2 17,9
Italia Nord-Orientale I 44,5 (48,0) 13,4 (15,10)
West Midlands, East Midland
Yorkshire and Humberside
GB 42,3 19
Nordrhein-Westfalen RF 42 16,4
Baden-Wurttemberg RF 39,1 16,1
Italia Nord-Occidentale I 37,7 (39,7) 12,9 (14,4)
Fonte: STATISTICHE REGIONALI CEE; per i dati in parentesi: ISTAT.
Occupati presenti in Italia, bozze di stampa.

 

Tab. 5 – Classificazione delle grandi zone CEE secondo l’incidenza dell’occupazione industriale (in senso stretto) sull’occupazione extra agricola e sulla popolazione

Zone Naz. % occup. ind. su extra agr. % occup. ind.
su popol.
Italia Nord-Occidentale I 18,9 54,6 (52,0)
Baden-Wurttemberg RF 21,7 52,5
Nordrhein-Westfalen RF 19,5 49,9
West Midlands, East Midland
Yorkshire and Humberside
GB 21,2 47,3
Bayern RF 18,1 45,6
REPUBBLICA FEDERALE RF 17,6 45,2
Est F 15,5 44,8
Hessen, Rheinland-Pfalz,
Saarland
RF 16,5 43,7
Centre Est F 15,3 42,9
Nord Orientale I 12,9 42,6 (40,5)
North-East, North Scotland GB 18 41,4
ITALIA I 11,3 41,1
Northern Ireland GB 14,3 40,6
BELGIO B 13,5 40
GRAN BRETAGNA GB 17,4 39,4
OLANDA N 9,9 38,9
South West, Wales GB 14,4 38
LUSSEMBURGO L 12,6 37,6
Région Parisienne, Bassin
parisien, Nord
F 14,3 36,7
FRANCIA F 12,4 35,4
Berlin (West) RF 15,7 35,3
Italia Centrale I 10,2 35,3 (33,3)
Schleswig-Holstein, Bremen
Niedersachsen
RF 13 35,1
DANIMARCA D 14,2 33,3
South East, East Anglia GB 15,4 32,9
IRLANDA IR 9,1 32
Ovest F 8,9 30
Sud Ovest F 8,9 30
Mezzogiorno I 5,4 26,9 (27,2)
Mediterranée F 6,7 21,9
Fonte: STATISTICHE REGIONALI CEE; per i dati in parentesi: ISTAT.

 

7- Si possono in complesso trarre alcune prime conclusioni: come si è visto il Sud dovrà ancora vedere emigrare una quota della sua popolazione, mentre il Nord, d’altra parte, sarà ancora tributario al Sud di forza lavoro. Questi flussi migratori potranno essere contenuti entro limiti fisiologici accettabili, ove si riesca ad ottenere una distribuzione dei nuovi sviluppi industriali più favorevoli al Sud.

Ove però la ripresa economica assumesse carattere durevole e non si predisponessero politiche adeguate di riequilibrio, il Nord vedrebbe riprendere flussi d’immigrazione a ritmi analoghi a quelli del “miracolo” e riattivare un “modello di sviluppo” fondato ancora su ingenti flussi migratori interni che le regioni settentrionali, in particolare quelle dell’Italia Nord-occidentale, non sono più in grado di sopportare.

L’equilibrata crescita delle regioni settentrionali presuppone, da un lato, come si è visto, una più intensa politica volta alla promozione della partecipazione alle forze di lavoro, soprattutto nei confronti della popolazione femminile, e, in secondo luogo, richiede che i processi di riconversione e i nuovi sviluppi vengano “controllati” nell’ambito di indirizzi di politica industriale elaborati con riferimento all’intero territorio nazionale.

Le stesse regioni del Nord, interessate a realizzare i propri sviluppi interni, sono pertanto direttamente portatrici della necessità di una gestione programmata della ripresa e, in particolare, della gestione programmata delle dislocazioni industriali su scala nazionale.

È più che mai urgente, in particolare, che i nuovi provvedimenti di incentivazione agli investimenti industriali e di sostegno delle ristrutturazioni non assumano la forma di azioni generalizzate ma siano parte di una più precisa azione pubblica di indirizzo territoriale dei nuovi sviluppi.

Le prospettive di una razionalizzazione degli sviluppi interni delle regioni del Nord sono in gran parte legate all’efficacia dell’azione di promozione industriale del Mezzogiorno.

 

NOTE

(1)          Fu questo il risultato della progressiva riduzione dell’orario di lavoro, dal momento che gli aumenti di produttività conseguiti dal settore industriale avrebbero condotto ad una diminuzione assoluta e non di poco rilievo dell’occupazione.

(2)          La riduzione tendenziale del tasso di attività è, come è noto, fenomeno complesso. Sulla natura delle molteplici e possibili cause sottostanti non vi è pieno accordo tra gli studiosi. Nel caso dell’economia nord occidentale sembra però lecito collegarla, oltre che alla riduzione dell’occupazione agricola, anche al raggiungimento di livelli di benessere superiore. Il fatto stesso che sia continuato l’assorbimento di popolazione dall’esterno in parte starebbe a comprovarlo.

(3)          Il raffronto è fatto sulla base di fonti statistiche comunitarie che presentano difformità rispetto a quelle dell’ISTAT. Si sono riportati pertanto anche i rapporti calcolati sui dati ISTAT.

(4)          Si veda nota precedente.

(5)          Circa 55% al 1973, contro il 56,1% della Germania, il 52,9% della Francia, il 58,2% della Gran Bretagna e il 52,8% del Belgio.

(6)          Circa il 21,4% nel 1973, contro il 30,5% della Germania, il 29,7% della Francia il 32,5% della Gran Bretagna e il 26,4% del Belgio.

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