in “Corriere della Sera”, 8 settembre 1993, prima pagina

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Gentile direttore,

in parte per scelte dirette, in parte quale riflesso dell’appartenenza alle Cee, l’Italia procede ed è sollecitata a procedere ad un radicale ridisegno del ruolo dello Stato nell’economia, alla ridefinizione di molti aspetti della propria «costituzione economica».

Nel corso degli ultimi dodici mesi, a partire dall’avvio delle privatizzazioni, proseguendo per la drastica revisione delle politiche di sviluppo regionale, una serie notevole di provvedimenti si è mossa in questo senso.

Solo pochi giorni fa il Governo ha approvato un decreto di liberalizzazione del settore delle telecomunicazioni. Lo Stato dunque si ritira dallo svolgere un ruolo diretto nel capitale di imprese, dal controllo della loro gestione, e riduce notevolmente gli strumenti di supporto indiretti e di incentivazione alla produzione. Ad un tempo allontana da sé, per così dire, una vastissima area di attività nel settore dei servizi pubblici e delle pubbliche utilità. Vien data natura di impresa ad attività che prima erano svolte dall’Amministrazione, alle imprese pubbliche viene data forma di Spa, quelle alle quali viene data forma di Spa le si predispone all’azionariato privato.

Questo afferma l’opportunità di introdurre, ove possibile, elementi di concorrenza nei servizi pubblici, mentre si prosegue nel decentramento verso organismi locali di compiti, attività e servizi in precedenza sotto il controllo diretto centrale.

Il contenimento del ruolo dello Stato investe cioè contemporaneamente due distinti settori. Da una parte quello delle attività produttive tradizionalmente di mercato, per le quali già opera la concorrenza interna o internazionale. In questo settore, dobbiamo riconoscere come una drastica riduzione degli strumenti pubblici di intervento diretto o indiretto rappresenta una sfida notevole per un paese per alcuni aspetti non pienamente sviluppato.

Ma altrettanto importanti i nuovi problemi che si pongono nel secondo campo, e cioè nel vastissimo complesso dei servizi e delle pubbliche utilità. In questa attività, con gradi diversi, sono e saranno presenti elementi di monopolio e non si può «rinviare tutto al mercato». Lo Stato allontanandosi e affidando le gestioni ad organismi autonomi, viene mettendo a nudo una complessa serie di problemi di fondo, che il controllo diretto aveva celato.

Si tratta della complessa necessità di conciliare gli obiettivi di efficienza con in condizionamenti tecnico-economici propri di queste attività, di conciliare gli uni e gli altri con i vincoli rappresentati dai diritti degli utenti: pluralità di imprese di scontra con i vantaggi delle economie di scala, gli interessi degli azionisti possono non coincidere con quelli degli utenti, il principio dell’universalità del servizio si scontra con la frammentazione dei produttori e chiede uniformità nei sistemi tariffari. Si pone il problema di un efficiente regolamentazione di queste attività. In questi settori, lo stesso obiettivo di introdurre elementi di mercato chiede efficace regolamentazione, se non altro, perché occorre volta a volta decidere come e quando condizionare i vantaggi degli operatori dominanti o di quelli già autorizzati, e consentire l’ingresso dei nuovi.

Se guardiamo alla recente storia italiana si può concludere che proprio la mancanza di efficace regolamentazione ha determinato gravi rallentamenti in questo processo. Tramontata l’illusione che questi complessi problemi potessero essere azzerati con l’assunzione del controllo diretto da parte dello Stato, occorre guardarsi oggi dal pericolo contrario, dalla disattenzione e dalla negligenza di chi ritiene che basti ora l’arretramento dello Stato.

Occorre guardarsi in particolare da alcune illusioni ottiche. Il decentramento se diviene irrazionale autonomismo può essere in grande contrasto con efficacia ed equità.  Pluralità di monopoli locali non fa mercato. Proprio per la rilevanza che ha la dimensione minima del mercato per consentire l’introduzione di elementi di concorrenza, il processo auspicato può essere ostacolato da eccessive frantumazioni. Anche la privatizzazione in questi settori è importante ma non risolutrice. Creare un azionariato per un monopolio o quasi monopolio dà vita a interessi nuovi, che possono essere propensi a contrastare piuttosto che a favorire l’apertura alla concorrenza. Lo Stato arretra, ma deve ridefinire il suo ruolo di stimolatore e «regolatore».

Problema è semmai quello delle forme istituzionali amministrative più opportune per dar vita a soggetti incaricati della funzione di regolatore. Data la natura complessa dei compiti che occorre loro affidare, si richiede che essi sappiano esprimere capacità tecniche notevoli, autonomia di valutazione e di giudizio, capacità di mantenere nel tempo costanza negli indirizzi che non devono essere abbandonati, né devono essere deviati verso dannosi eccessi burocratici. In questo senso ho sovente parlato di Authorities, formula che pur peccando di qualche genericità mi pare però chiarisca che occorrono organismi che affianchino l’Amministrazione capaci però di una gestione che sappia affrancarli dalle interferenze di interessi particolari.

Occorre essere consapevoli che, nel campo dell’economia di mercato e nell’area dei servizi pubblici, sarebbe danno grave il restar a lungo in mezzo al guado tra ordinamenti vecchi già demoliti e nuovi da completare e costruire.

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