VII Conferenza AICI , Napoli. 10 nov. 2022

Paolo Baratta


1- Compito primo generare fiducia

In tanti anni di Biennale mi son chiesto più volte a che cosa essa servisse, quale fosse  la sua vera missione,  quali gli aspetti da conservare e custodire, quali le capacità di mutamento da introdurre,  quali le scelte e le modalità operative più opportune per produrre conoscenza e dialogo, per comunicare e coinvolgere.

Avevo  l’opportunità straordinaria di ricostruire un’istituzione, opportunità offertami da una radicale riforma, rafforzata da un lungo mandato.

Ma erano domande che  qualsiasi istituzione culturale dovrebbe  ripetere continuamente a se stessa, se non  vuol scadere nella protezione della routine e nel privilegio dell’orticello della propria missione che per un’istituzione culturale vuol dire spesso anche indebita appropriazione.

Sono poi domande da porsi con rinnovato impegno proprio nel tempo presente. Viviamo infatti   in una società sovrabbondante di informazioni e dove sono all’opera insistentemente soggetti che esercitano pressioni per indurci a desideri e comportamenti da loro auspicati.

Una società che  fa della conoscenza uno strumento di progresso per tutti, ma anche  di potenza  e di utilità immediata economica o politica per alcuni. Dove  finalità diverse e contrastanti circa l’uso della conoscenza confliggono.  Dove domina il culto dell’immediato

Viviamo poi un permanente stato di tensione tra desideri aspirazioni e possibilità : infatti ,mentre si diffonde per ciascuno di noi  un’accessibilità all’informazione a ritmi senza precedenti, contemporaneamente   le conoscenze specialistiche procedono a velocità  elevata  distanziando il cittadino che si informa: si forma  un vuoto di inseguimento!   Una sorta di supplizio di Tantalo. Con il pericolo che in quello spazio vuoto si insinuino abusi e Tantalo stesso  finisca  per rinunciare al desiderio o per accontentarsi di merci avariate, di notizie false, di miti, di costruzioni oniriche sul proprio destino e sul proprio passato, magari lasciandosi andare  al fascino della seduzione ingannatrice della memoria, al culto dell’identità, sovente nemico della cultura.

Nella società liquida infine siamo lasciati più soli nel formare i nostri orientamenti e nel compiere le nostre scelte e abbiamo dunque più bisogno di riferimenti per costruire la nostra personalità, riferimenti verso i quali poter avere  “fiducia”,piena fiducia . Ed ecco dunque il prodotto principale di un’istituzione culturale: ispirare fiducia grazie al proprio modo di operare . La fiducia è il primo collante senza il quale nulla sta in piedi nella società tanto meno il rapporto di scambio culturale.

 

2- Cultura e civiltà

Le Istituzioni culturali producono cultura intesa come arricchimento della conoscenza individuale,  ma sono poi  chiamate ad alimentare  la cultura del paese e della comunità intesa come attrezzatura, capacità e  strumento di miglioramento della vita individuale e civile. Intendo qui la cultura che si manifesta e si traduce in potenzialità e comportamenti nella vita activa corrente, mi riferisco cioè alla cultura   intesa come qualità delle azioni che vengono compiute da individui , istituzioni, soggetti, singoli o collettivi che  compongono la società civile. Qualità che richiede non  solo il conoscere, ma  il saper usare la conoscenza, il renderla fertile di qualità di vita, quella che  si indica come  zivilisation

Una società civile matura sente che  le istituzioni culturali le sono indispensabili partner di vita.

E dunque  dobbiamo considerare compito  delle istituzioni culturali anche quello  di promuovere   il desiderio di cultura, la consapevolezza della necessità della cultura. (detto in termini utilitaristici occorre in particolare che nella società si  mantenga   una corretta dose  di ”astuzia” per  evitare le trappole dell’ignoranza e degli abusi e  sia vivo il desiderio di curare la propria capacita di selezione, di traguardare, di osservare il maggior spazio nel quale di svolgono gli eventi di cui siamo testimoni o addirittura artefici.

 

3- L’autonomia delle istituzioni culturali

Ma premessa e condizione della fiducia nelle istituzioni culturali  è la loro Autonomia. Una questione complessa. Che vuol dire e quali sono le implicazioni? Quali le misure per ottenerla e conservarla??

E’ ovviamente importante che la conoscenza e le istituzioni della cultura non  siano condizionate e tanto meno  prigioniere di interessi costituiti di nessun tipo

Ma c’è di più   Un soggetto può dirsi autonomo se, oltre ad essere capace di operare  nel campo specifico affidato, è in grado di governare il proprio destino, di definire il proprio ruolo ed è in grado di darsi il modus operandi conseguente e utile  tal fine.

L’autonomia di un istituzione culturale non deve essere pensata come una condizione di  equilibrio statico  ( forze esterne o anche interne  prima o poi mirano  a far predominare  loro particolari interessi ).  E’  dunque un equilibrio instabile che in qualche modo chiede di essere continuamente ripristinato  da una dinamica vitalità della gestione . Occorre cioè  rinnovare di continuo con grandi o marginali aggiustamenti il modo in cui si opera, occorre  giocare d’anticipo rispetto agli sviluppi che si intravedono , occorre  saper coniugare cambiamento e stabilità.

Dunque se la fiducia domanda autonomia. L’autonomia domanda vitalità.

Ecco quindi comparire  il personaggio protagonista evocato: la qualità della gestione  Il modo come è gestita un’istituzione culturale è parte integrante essenziale della sua complessiva capacità di produrre cultura.

Si tratta di una questione tuttora aperta, quali i  modelli organizzativi?

Prendiamo ad esempio la questione degli assetti istituzionali A me paiono  insoddisfacenti alcune   soluzioni formali evocate o  adottate nel passato come soluzioni esemplari.  Insoddisfacente in particolare l’idea che  l’autonomia, soprattutto in un soggetto pubblico, si ottenga passando dal controllo burocratico al controllo diretto degli addetti, dei competenti interessati, quello che vien detto sovente l’autogoverno.  I competenti nella loro materia non sono richiesti di esserlo anche nella gestione di istituzioni (errore tipico di una società che non si pone il problema della propria classe dirigente e riscorre a formule infantili sommarie);  questa  soluzione, che al dunque è una soluzione corporativa, non soddisfa .  Ma  insoddisfacente mi pare anche la formula della cosiddetta guida manageriale ( espressione mediata dal settore produttivo, dove la parola manager ha significato di creatore di valor economico monetario).

Insoddisfacente poi per le istituzioni pubbliche la risposta che chiama in causa il capitale privato come salvatore dall’inefficienza. Sia chiaro, sono pienamente convinto  sull’ inadeguatezza fondamentale delle norme sulla pubblica amministrazione se applicate all’attività di  un soggetto libero che deve generare propri risultati tangibili.  Quelle norme  sono state concepite al più per generare  ordinate procedure, e  certo non per ottenere vitalità da organismi autonomi, obbiettivo che chiede invece innanzitutto il primato della responsabilità.  I soggetti organizzati con le regole della pa sono destinati alla routine alla cattura da parte degli interessi individuali di corporazione. le garanzie sono spesso abusate non usate come premessa del coraggio novatore.

Ma non per questo è necessario il “capitale privato”, quando è possibile  introdurre “il diritto privato” e del codice civile  nella gestione delle istituzioni pubbliche mantenendole a tutti gli altri effetti “pubbliche”.  Il paese ha esperienze di decisiva importanza nella propria storia moderna .  La Biennale è un esempio calzante e probante, cosi come lo  sono state istituzioni pubbliche che hanno arricchito a più riprese la vita del  paese dandogli anche una classe dirigente selezionata sul vivo della responsabilità, piuttosto che attraverso  le tristi e spesso ipocrite pratiche concorsuali.

 

4- Le condizioni per l’affermarsi dell’autonomia

Se si mettono le istituzioni pubbliche in condizione di operare come centri vitali dotati di autonomia e progettualità, si  favorisce il pubblico  ma anche   il dialogo tra istituzioni private e pubbliche  ( si privatum vis para publicum)

Contano dunque  le modalità  giuridiche statutarie che consentano una gestione elastica appropriata. E’  poi importante   stabilizzare una gestione dei contributi  pubblici non aleatoria, Insomma contano vari fattori, ma al dunque esiste il problema di una classe dirigente formata e attrezzata al multiforme carattere della gestione di un’istituzione culturale,  una classe dirigente accomunata da esperienze e da visioni condivise.

Anche questa è questione aperta. Sappiamo che in numerose università si sono sviluppati corsi e master che mirano a formare una classe di competenti.

Il principale obbiettivo di  questi corsi sembra essere quello di introdurre elementi della disciplina economica nella gestione di imprese culturali.

Bene, ma a me pare che questione rilevante  sia anche quello opposto; introdurre nella formazione economica la trattazione sui valori prodotti che non siano solo quelli  esprimibili in moneta. quali sono appunto quelli prodotti dalle istituzioni culturali.

La celebrata “Economia della cultura” diffusa in molte Università dovrebbe aiutare le nuove generazioni a riflettere e a formarsi non solo sull’economicità, ma sul concetto più ampio  della vitalità  del soggetto attivo e sul rapporto tra la  vitalità delle istituzioni culturali e le questioni relative alla loro organizzazione  al loro stato giuridico e “quindi” anche alla loro economia.

Si tratta di ragionare su fattori non sempre coercibili in parametri e schemi. Per cui è indispensabile apprendere dall’esperienza ( ed è questa constatazione che mi ha spinto a scrivere un  libro sulla mia esperienza alla Biennale,  ed è per questo che inciterei i colleghi a fare altrettanto onde fornire ai giovani un corpus di conoscenze altrimenti offuscate e disperse).

 

5- La diffusione del frutto del lavoro delle istituzioni – la comunicazione

Il percorso lungo il quale si sviluppa l’attività delle istituzioni culturali si completa con il dialogo con il pubblico con il trasferimento fiduciario della conoscenza.

In molti casi questo tratto di percorso trova nella sua parte finale  altri  intermediari:  i vari media che non  trasmettono (cosa assai difficile) ma rielaborano e ricompongono i  frutti del lavoro per portarli a  destinazione secondo modalità che a loro paiono le sole possibili e che spesso implicano una semplificazione eccessiva per non dire una manipolazione.  IL fragile corso del fiume cultura prima di raggiunger la meta confluisce nel più grande e torrentizio corso della comunicazione. Anche qui molte questioni  aperte

I canali tradizionali di comunicazione sono assorbiti dai problemi della loro sopravvivenza economica e dalla necessità dei grandi numeri .e sono  condizionati dal predominio della forma pubblicitaria dell’informazione  I nuovi strumenti di informazione, quelli digitali, sono a loro volta condizionati da logiche fulminee e sfuggenti.

Le esigenze dei media portano a dire alle istituzioni “ o il tuo prodotto assume queste caratteristiche o non è spendibile. E dunque lo ignoro o lo riconfeziono a modo mio. Può capitare che invece di promuovere la conoscenza affinando gli strumenti critici si indulga sulla esigenza della comunicazione  volta ad intercettare propensioni e  gusti prevedibili.

Può dunque capitare che gli intermediari invece che essere di semplice ausilio diventino fonte di condizionamenti, con spinte deformanti sull’attività delle istituzioni culturali il che complica non poco la via dell’autonomia.

Occorre dunque assumere più dirette iniziative per promuovere e  intensificare  il dialogo tra noi e la società  di cui facciamo parte? . Non è cosa da poco!   Ma come? Con quali mezzi?

Un’ ipotesi è quella di avvicinare la società fin dalla “formazione”.

Emerge qui un altro interessante tema aperto: quello del  rapporto   tra istituzioni culturali e le istituzioni della formazione. In Italia la divisione  nello stesso  governo tra due ministeri, distinti e lontani,  delle competenze ha accentuato nel tempo il solco.

Due flotte separate. Le istituzioni culturali come vascelli sparsi non adeguatamente inseriti nel grande sistema della formazione. Quale circolazione tra le due flottiglie è possibile?

E’ utile ed  è pensabile una maggior circolazione in un sistema formativo aperto che, ferme le responsabilità e le autonomie, veda attivati progetti complementari di formazione, dai semplici e diffusi sistemi di educational allo sviluppo di centri di formazione esperienziale, a momenti dell’alta formazione e ricerca. Vi sono esempi efficaci.

Sarebbe interessante che i fondi  pubblici, fossero organizzati non per  appiattire nella routine ma per sollecitare progettualità. Sarebbe interessante qui  il contributo dei privati.

 

6- La questione lessicale

Mi permetto di richiamare un’ultima questione aperta: quella lessicale. Avvertiamo un problema di linguaggio. la stessa parola cultura è diventata un contenitore talmente vasto da render rischioso il suo utilizzo. Altre lingue hanno al riguardo espressioni piu articolate.  Da noi, si rischia di dialogare sulla cultura per accorgersi dopo poco che si intendono cose tra loro diversissime.  Non vado oltre ma  penso  ai termini valorizzazione, conservazione,  ecc. oggi penso all’uso “ad effetto” ( e come tutti gli usi ad effetto anche rischioso) di termini passpartout come sostenibilità e  persino della parola” merito” per dare uno scopo all’istruzione quando forse avremmo preferito una più rispettosa complessità : capacità critica, carattere, attrezzatura culturale, ecc. ecc .  Non dobbiamo cedere alle banalizzazioni.

Potrebbe essere utile cimentarsi con un vocabolario o un lemmario per le attività culturali . La cultura non va d’accordo con gli slogan.

 

7- Mantener vivo l’interesse

cari amici, constatare  quante sono le questioni  aperte  ci conferma  quanto sia  importante  mantener viva la comune riflessione su ciascuna di esse e come grande sia lo spazio per un ruolo attivo da parte di ciascuno di voi  e da parte dell’associazione. Quante cose su cui tener acceso l’interesse  per costruire sulla base dell’esperienza vissuta da ciascuno ,  una cultura della gestione delle istituzioni culturali!  Una  questione ben più complessa e ben più importante di quanto comunemente si pensi.

Sono tutte questioni che di per sè giustificano e chiedono la attiva presenza di una associazione come questa. Un’associazione  non sindacal- corporativa ma  soggetto essa stessa di promozione culturale.

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