Domus, gennaio 2018

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Bisogna rimettersi in viaggio. Verso Tauride. Riportando Ifigenia–Architettura a casa”, dice Paolo Baratta.

On the couch racconta i protagonisti della cultura, dell’industria, della scienza, della scena globale. A cura di Walter Mariotti

“Il regolamento comunale sembra essere l’architetto che ha lavorato in Italia per tanti anni con una schiera di altri professionisti che hanno raggiunto la massima abilità nel superarlo per trovare il massimo vantaggio possibile all’interno delle norme”.

Un’ora con Paolo Baratta, nel suo studio della Biennale di Venezia, è un’esperienza unica, che vale mille incontri al vertice. Non solo perché Baratta è un singolare mix d’ingegno rinascimentale e concretezza anglosassone. Ma soprattutto perché è uno dei pochissimi presidenti di istituzioni culturali con una visione, una prospettiva chiara e distinta che gira attorno al concetto di pubblico e creazione di valore. In un’altra parola, di democrazia.

Attraverso l’architettura, Baratta sollecita riflessioni anche su cosa sia la democrazia nella postmodernità, facendo emergere il contrario della tendenza dominante, per cui l’uomo è solo privato o è solo consumo. Infine, dimostrando con i numeri che con la cultura si respira meglio.

Laurea in Ingegneria al Politecnico di Milano, e poi in Economia a Cambridge, tutta l’esperienza di Baratta gira intorno alla dimensione del valore pubblico, del rapporto tra individuo, cultura ed economia come dimensione dell’esperienza democratica. A partire dai suoi primi incarichi – Svimez, ICIP Crediop, Nuovo Banco Ambrosiano, ABI, Ferrovie dello Stato, FAI – passando dall’esperienza di vari governi – ministro tecnico delle Partecipazioni statali con Giuliano Amato, del Commercio estero e dell’Industria con Carlo Azeglio Ciampi, dei Lavori Pubblici e dell’Ambiente con Lamberto Dini. Fino alla presidenza della Biennale, punto di riferimento assoluto nel panorama globale.

“Il ruolo culturale della Biennale Architettura è far tornare il desiderio di architettura, mostrare che si può fare diversamente, che si perdono più risorse facendo le cose male e non curando lo spazio in cui viviamo. È uno sforzo di formazione, di conoscenza, di arricchimento di noi stessi, di consapevolezza. Senza architettura siamo tutti più poveri”.

La macchina desiderante c’è. E il desiderio?

A guardare il numero dei nostri visitatori c’è anche il desiderio. Ed è proprio quello che vogliamo promuovere. In Italia ci si sente sempre un po’ smarriti, per questo è fondamentale riappropriarsi dell’architettura rimettendosi in viaggio.

Dove dobbiamo andare, presidente?

In Tauride. Occorre rimettersi in viaggio verso Tauride per riportare Ifigenia–Architettura da noi. Abbiamo 70.000 studenti nelle scuole di architettura, ma viviamo uno stato di perenne smarrimento.

Gli architetti sono smarriti.

Questo è il punto. L’architettura non è solo questione di architetti, è questione nostra, di individui che hanno delegato la propria volontà di rappresentazione alle istituzioni e che, se non tornano a desiderare l’architettura, allora Ifigenia-Architettura resta in Tauride. E noi perdiamo tutto.

Perché non vogliamo andare in Tauride?

Negli ultimi trent’anni c’è stata una tendenza alla cura del proprio benessere e della propria sicurezza, con una visione ristretta di noi stessi. Tutto sembra essere dominato da altre priorità, cioè mettersi in sicurezza all’interno delle nostre recinzioni di fronte ai pericoli esterni, cercare all’interno il massimo del comfort privato e quindi, per quanto riguarda il rapporto con il resto del mondo, possibilmente ignorarlo e lasciare che gli spazi pubblici diventino sostanzialmente spazi di nessuno.

Tre elementi che descrivono una società.

Direi piuttosto una civiltà che ha bisogno di architettura, ma che sembra non volere essere disturbata e, spesso, rinuncia a considerare che le cose possano essere fatte diversamente. Mentre l’architettura è una forza rigenerativa che dice come possa essere organizzato lo spazio in cui viviamo, operiamo e nel quale ci riconosciamo come individui, cittadini, parte di una comunità.

La chiusura nell’individualismo non è una tendenza non solo italiana.

I beni pubblici sono per loro natura oggetto di dono o oggetto di un’azione pubblica. Raramente sono oggetto di scambio tra interessi privati.

Ma l’efficienza è l’altro grande mito sociale globale. E sta diventando anche un paradigma individuale.

L’economia insegna che dato un sistema efficiente si può rendere ancora più efficiente, ma che se non produce beni pubblici siamo tutti più poveri. Se uno spazio non è pensato finisce per essere residuale e quindi non è pubblico, cioè non è di nessuno. In questo modo peraltro si riduce la redistribuzione del reddito che non è solo sopravvivenza e prosperità materiale.

Il modo con cui si fa redistribuzione del reddito si chiama giustizia. E quello in cui si ridistribuisce lo spazio?

Curare la distribuzione dello spazio nel quale tutti viviamo è già un gesto di equità utile alla democrazia. L’architettura c’è quando l’idea del proprio utile tiene presente l’idea dell’utile altrui. L’esperienza di democrazia non è quantitativa. Architettura è pensare a fare cose anche per l’altro, non solo per sé. La città nasce dal riconoscimento dello spazio privato e pubblico. Venezia è un modello in questo e l’Italia ancora di più.

Lei continua a vedere la cultura come tema economico.

La cultura è la qualità delle azioni che si compiono, qualità della vita attiva. In questa dimensione l’architettura è ‘dea’ della vita attiva, per il completamento dell’esistenza che si sviluppa in uno spazio pensato. Negli ultimi tempi il Paese si è ritirato troppo nell’individualità, alzando il livello del consumo dei beni privati. La cultura è qualificazione dell’iniziativa privata curando l’iniziativa pubblica. In questo l’architettura ci fa vivere costantemente l’attraversamento tra privato e pubblico.

Questa è la prospettiva che sta dando alla Biennale. O no?

Esattamente. La Biennale è interessata a una ricerca sull’architettura nel tempo presente, sull’architettura come arte che aiuta a costruire la res publica, gli spazi nei quali viviamo e organizziamo la nostra civiltà, gli spazi nei quali ci riconosciamo, gli spazi che possediamo senza esserne proprietari, ma che sono parte del nostro essere uomini e società. Nell’osservare le tendenze dominanti negli anni passati, ci è parso che spesso abbia prevalso un uso dell’architettura come arte della rappresentazione e della celebrazione di sé – della propria potenza economica, del proprio prestigio politico – e un’esigenza di comunicazione pubblicitaria piuttosto che la volontà di interpretare la moderna civiltà e gli ideali che essa può immaginare e proporsi. E a tale fine è stato spesso utilizzato il grande progresso intervenuto nelle tecnologie del progettare e del costruire.

 

We have to set off again. Towards Tauris. And bring Iphigenia-Architecture back home ”, says Paolo Baratta.

On the couch recounts the protagonists of culture, industry and science on the global scene. Edited by Walter Mariotti

“The municipal planning rulebook seems to be the architect who has worked in Italy for many years, together with a host of other professionals who, knowing this, have developed to the utmost their ability to get around it and draw the maximum possible advantage within the rules.”

An hour in the company of Paolo Baratta, in his office at the Venice Biennale, is a unique experience, worth a thousand top-level meetings. Partly because Baratta is a unique mix of Renaissance ingenuity and Anglo-Saxon concreteness. But above all because he is one of the very few presidents of a cultural institution with a vision, a clear and distinct outlook that turns on the concept of the public and value creation.

In one word, democracy. Through architecture, Baratta prompts reflection on the meaning of democracy in postmodernity, so stressing the opposite of the dominant tendency, which sees humanity as only private or only consumption. And finally proving with figures that culture helps us breath more freely.

A graduate in engineering from the Milan Politecnico, and then in economics from Cambridge, Baratta’s whole experience turns on the dimension of public value, the relation between individual culture and the economy as a dimension of democratic experience. Starting from his first appointments – Svimez, ICIP Crediop, New Banco Ambrosiano, ABI, Ferrovie dello Stato, FAI – passing through positions with various governments – technical minister for State Holdings under Giuliano Amato, for Foreign Trade and Industry under Carlo Azeglio Ciampi, for Public Works and the Environment under Lamberto Dini. And so to the presidency of the Biennale, a global cultural beacon.

“The cultural role of the Architecture Biennale is to restore people’s desire for architecture, to show it can be done differently, that we lose more resources by doing things badly. Or by not taking proper care of the space we live in. It’s an effort at education, understanding, self-enrichment, awareness. Without architecture we’re all poorer.”

The wishing machine is there. And desire?

To judge by our visitor numbers there’s also the desire. But in Italy we always feel a bit lost, so it’s essential for us to reappropriate architecture by setting off on our travels again.

And where should we travel to?

To Tauris. We need to return to Tauris and bring Iphigenia-Architecture back with us. We have 70,000 students in architecture schools but we live a state of perennial loss of bearings.

Architects have lost their bearings.

That’s the point. Architecture is not just the business of architects, it’s our business, as individuals who have delegated their desire for representation to the institutions. And if we no longer desire architecture, then Iphigenia-Architecture will stay in Tauris. And we’ll lose everything.

So why don’t we want to go to Tauris?

In the last thirty years there’s been a tendency to care for our own well-being and security, with a narrow vision of ourselves. Everything here seems to be dominated by other priorities. We close ourselves up to make sure we’re safe from external dangers and look inwards for maximum private comfort. So, as for relations with the rest of the world, we ignore them if possible, then let public spaces become basically nobody’s space.

Three elements that describe a society.

A civilization, rather, which needs Architecture, but that seems to want to avoid being troubled and often refuses to think that things can be done differently. While architecture is a regenerative force that tells us how to organise the space we live and work in, and where we recognize ourselves as individuals, citizens, part of a community.

Closure in individualism is not just an Italian trend.

Public goods, by their nature, are either donations or the object of a public action. They’re rarely an object of exchange between private interests.

But efficiency is the other great global social myth. And it is also becoming an individual paradigm?

Economics teaches us that, given an efficient system, it can be made more efficient, but if it does not produce public goods we’re so much the poorer. If a space is not organised it ends up becoming residual, hence it’s not public, it’s nobody’s. But in this way the redistribution of income is reduced, which is not just material survival and prosperity.

The way income is redistributed is called justice. And the way space is redistributed?

Caring for the distribution of the public space in which we call live is an act of equity useful to democracy. Architecture arises when the idea of one’s own interest is borne in mind together with that of others. The experience of democracy is not quantitative. Architecture means thinking of doing things for others, not just for ourselves. The city was born from the recognition of public space. Venice is a model in this respect, and Italy even more so.

You continue to see culture as an economic theme

Culture is the quality of the actions that we perform, the quality of active life. In this respect architecture is the goddess of active life, completing our existence which develops into thought space. In the last 30 years the country has withdrawn overmuch into individualism, raising the consumption of private goods. Culture means enhancing private initiative by caring for public initiative. In all this architecture helps us to live constantly on the interface between private and public.

So this is the outlook you’re impressing on the Biennale?

Exactly. The Biennale is engaging in research into architecture at the present time, architecture as an art that helps construct the res publica, the spaces in which we live and organize our civilization, the spaces in which we recognise ourselves, the spaces we possess without being their owners, but which are part of our being as people and society. In observing the dominant trends in recent years, it appears that the prevalent tendency is the use of architecture as an art of representation and self-celebration – of one’s own economic power, of one’s political prestige – and a need for advertising rather than the urge to interpret modern civilisation and the ideals it can imagine and propose for itself. The great progress made in the technologies of designing and building has often been used to this end.

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