Pièra n. 7, 2018
Rivista semestrale dell’Ordine Architetti Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Treviso

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Questo numero di Pièra vede l’apertura della sezione monografica dedicata ai progetti di architettura con una riflessione di Paolo Baratta, Presidente della Biennale di Venezia.

La tematica oggetto di studio diventa occasione per riconoscere i motivi che hanno ispirato l’importante manifestazione dedicata all’architettura e tracciare un bilancio sulle attività ed iniziative svolte nelle edizioni precedenti, a partire dagli anni duemila, epoca che ha segnato l’inizio di questo riuscito sodalizio.

In una seconda sezione, partendo dai temi propri della Biennale di Architettura del Duemila, abbiamo posto spunti di riflessione agli architetti selezionati per la pubblicazione, mirati come nello stile della rivista alla descrizione del personale sistema di esercizio della professione ed al modo di pensare l’architettura nella società civile. 

IL PERCHÉ della Biennale Architettura

Alla base dell’entusiasmo di idee e di iniziative che ha ispirato e guidato la Biennale Architettura in questi anni c’è stato e c’è un senso di profonda insoddisfazione per quello che siamo stati capaci di fare nel nostro paese nell’era della nostra seconda modernità.

Nei decenni in cui la nostra comunità, dopo la seconda guerra mondiale, accettò sfide europee di pace e di scambi e fu arricchita da una Costituzione di cui ancora si vanta, in anni di turbinoso sviluppo con cui si poneva fine all’Italia ancora per metà agricola e un po’ arretrata, con una forte industrializzazione e movimenti migratori biblici, nonostante avvertimenti e qualche tentativo del tutto insufficiente, non fummo capaci di orientare la valanga e il nostro territorio fu oggetto dell’ultima invasione barbarica, la nostra.

Questa perdita, che palesemente e in via permanente accompagna la nuova ricchezza e che notevolmente la ridimensiona, se si fanno bene i conti finali, è causa di una frustrazione che tutti ci serbiamo in petto, noi, i maestri costruttori di città, di giardini, di borghi, che si erano cimentati nei cento anni precedenti con una modernità che si sforzava almeno di essere colta. Noi che in altri campi riuscivamo a mostrare uno stile di vita e di consumo qualificato e apprezzato, non potevamo con lo stesso orgoglio mostrare il nostro territorio, il nostro “abitare”. Una strisciante sotterranea frustrazione amareggia i nostri cuori, che concorre anche ad alimentare quel senso di rancore e rifiuto che nel tempo presente ispira gli atteggiamenti politici di molti (ci meritavamo di più e non siamo stati capaci di darcelo!)

L’assenza o la troppo rarefatta presenza di architettura – nel vasto significato di pensiero applicato all’organizzazione dello spazio per vivere, lavorare, dunque abitare – mette a nudo un elemento deficitario della crescita e dello sviluppo. Quello sviluppo che ci veniva presentato come ragion prima e ineluttabile giustificazione della rinuncia a una più attenta e “pensata” modalità di governare lo spazio, venne meno. Negli anni successivi di fatto non ci fu ripresa.

E la crisi economica e quella dei conti pubblici si presentò come il nuovo ineludibile fattore limitante. Nel frattempo una nuova legislazione assai complicata ancora non riesce a definire con chiarezza regole e incentivi adeguati.

L’attaccamento ai beni culturali, presentato frequentemente come dato qualificante la nostra ambizione culturale, viene da troppi interpretato, sotto sotto, come la giustificazione per grazia che ci esime dal mostrare con opere del presente i meriti nostri, i meriti della nostra epoca e della nostra generazione.

Suprema contraddizione: le facoltà di Architettura ospitano ancor oggi 70.000 studenti, un numero circa 2 volte e mezzo la media europea, se pesato per il numero degli abitanti. Queste all’incirca le considerazioni di fondo che ci hanno indotto a fare della Biennale Architettura qualcosa di più di un momento utile di dialogo tra architetti e addetti ai lavori, e a darle un diverso impulso, un diverso ruolo.

Diciamo pure un ruolo pedagogico politico, nel senso di uno strumento aperto al dialogo con il pubblico, mirante a far rinascere il desiderio di Architettura.

Cominciammo nel 2000 chiamando come curatore Massimiliano Fuksas, che poté usufruire dei nuovi spazi nel frattempo conquistati all’Arsenale e che furono usati anche per attivare, con nuove impostazioni del percorso di mostra e con nuovi allestimenti, una forte comunicazione (tutti ricordano l’interminabile schermo lungo le Corderie, con le spettacolari immagini). Il titolo della mostra (Less Aesthetics More Ethics) risuonava le nostre nuove intenzioni. Se le mostre del passato avevano durata di poche settimane, dal 2014 la Mostra di Architettura dura 6 mesi. Una scelta al limite del ragionevole (al di là dei limiti delle consuetudini nel mondo). Anche questa scelta era coerente con l’indirizzo adottato. E il pubblico rispose.

Nelle Mostre successive di tutti gli anni recenti sono stati trattati diversi temi. Sempre avendo presente la domanda, cui non v’è ovvia risposta, di cosa debba mostrare una mostra di Architettura. A questa domanda via via sono state date risposte differenti.

Alcune furono più concentrate sulla disciplina, sui quesiti che il tempo moderno impone sull’agire dell’Architettura e sullo sviluppo della disciplina.

Alcune si concentrarono sui problemi critici che il progresso della tecnologia imponeva e sui limiti che derivavano alla stessa Architettura. Altre volte erano sottolineati i sui risvolti di tipo istituzionale, o si evidenziavano i vincoli di natura economica che possono condizionarla, ma con i quali deve cimentarsi.

Con quest’ultima mostra il punto focale diventa lo spazio (Freespace), quello spazio che l’Architettura crea per tutti anche quando è applicata per pochi. Quel bene pubblico che è il prodotto inevitabile dell’Architettura e che, come andiamo ripetendo, in quanto bene pubblico può essere o il prodotto di una volontà pubblica o è frutto di un dono.

E ci piace ricordare in quest’ultima annotazione che l’Architettura, potendo arricchire lo spazio del nostro abitare, oltre a soddisfare i bisogni del committente, porta con sé l’idea stessa di generosità, che la qualifica come uno degli strumenti più importanti della giustizia e del benessere.

 

Paolo Baratta,
Presidente della Biennale di Venezia
Venezia, 16 febbraio 2018

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