Paolo Baratta, Ministro del Commercio con l’Estero

Roma, 11 giugno 1993

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1) Il 1993 scorre all’insegna di due paralleli distinti sviluppi.

In primo luogo sembra manifestarsi una accresciuta difficoltà da parte delle economie sviluppate a governare il ciclo con i tradizionali strumenti della politica economica. La recessione prosegue in Europa, e non solo in Europa, oltre le aspettative.

Il 1993 sarà ricordato, per contro, come l’anno nel quale si sono compiuti passi decisivi nel senso dell’apertura dei mercati. Siamo entrati nella fase di consolidamento del mercato unico europeo. Su scala più ampia, si manifestano poi con una intensità sconosciuta in passato intendimenti fermi ad avanzare verso la conclusione dell’Uruguay Round e verso la creazione di un nuovo sistema multilaterale degli scambi.

2) L’Europa è in recessione e stenta ad uscirne. Gli indicatori più recenti confermano i rischi emersi già nello scorso anno. Nel 1992 hanno agito negativamente: il generale rallentamento della domanda mondiale,  l’elevato livello dei tassi di interesse reale e,  dall’estate, la situazione di crescente instabilità nei mercati valutari e finanziari. Il prodotto interno lordo, nel 1992, è cresciuto meno che negli anni precedenti: dell’1,9% in Germania, dell’1,3% in Francia, dello 0,9% in Italia, e si è ridotto dello 0,6% nel Regno Unito. Le previsioni della Commissione CEE danno tassi di crescita negativi nel 1993 per la Germania e la Francia, crescita nulla per l’Italia e una ripresa solo per il Regno Unito e Portogallo fra tutti i paesi della Comunità.

In particolare, in Germania la situazione congiunturale si è ulteriormente aggravata negli ultimi mesi; stime preliminari indicano una riduzione dell’attività produttiva, nel primo trimestre, del 3,6% in termini tendenziali; si tratta della caduta più forte dalla recessione del 1975.

Anche in Francia il quadro congiunturale è peggiorato: la produzione industriale nel primo trimestre è risultata di circa il 3,5% inferiore rispetto al corrispondente periodo del 1992; il tasso di disoccupazione è aumentato al 10,9%, che costituisce un nuovo massimo. Segnali positivi non vengono neppure dagli Stati Uniti e Giappone: nel primo paese si accentuano le preoccupazioni sull’intensità della ripresa, nel secondo gli indicatori più recenti non denotano ancora una vera e propria inversione del ciclo.

L’inflazione continua a mantenersi moderata all’interno di una gamma che va dall’1,3% al 4,2%.

3) Nel 1992 la sfavorevole fase ciclica ha esercitato pressioni sui bilanci pubblici di tutte le principali economie; molti paesi hanno adottato azioni discrezionali di stimolo; in genere gli obiettivi di bilancio formulati nei Piani di convergenza non sono stati rispettati. Questi risultati possono aver contribuito a ridurre la credibilità di politiche economiche volte a preservare la stabilità del sistema.

Si ripropone con vigore il ruolo fondamentale del coordinamento delle politiche economiche, e in particolare delle politiche di bilancio.  Il Consiglio Europeo di Edimburgo del dicembre 1992 ha invitato gli Stati membri a potenziare gli investimenti pubblici, al fine di promuovere la ripresa e la fiducia, ma compatibilmente con l’esigenza di contenere i disavanzi. Il coordinamento deve mirare anche a rafforzare la stabilità.

4) Nonostante le difficoltà nel progetto di unione monetaria, “silenziosamente”, nel frattempo, avanza il processo di integrazione reale e il Mercato Unico europeo.

Il 1° gennaio 1993 segna una data importante, ma già nel settennio precedente i paesi della Comunità hanno utilizzato le sedi di coordinamento e di iniziativa della Commissione e del Consiglio per realizzare importanti progressi nell’integrazione dei mercati dei fattori e dei prodotti.

Del complesso di misure delineate nel Libro Bianco per il completamento del Mercato Interno, solo una frazione, mediamente pari al 15%, è ancora in attesa della trasposizione negli ordinamenti nazionali. Circa un terzo di tutte le direttive comunitarie sono già simultaneamente in vigore in tutti i paesi della Comunità.

5) L’Italia condivide con l’Europa la recessione, con due specificità:  un più stretto vincolo, rappresentato dalla necessità di proseguire sulla via del risanamento della finanza pubblica;  una particolare opportunità offerta dalla svalutazione.

Per quanto riguarda le prospettive di crescita del prodotto interno lordo, l’ultima previsione indicata dal governo nel marzo scorso dava, per il 1993, un tasso tra lo 0 e lo 0,5% (nel 1992 si era avuta una crescita dello 0,9%, nel 1991 dell’1,3%).

Nel primo trimestre dell’anno in corso la produzione industriale si è ridotta del 4,4% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. I dati recenti relativi all’occupazione mostrano una lieve decelerazione della caduta nell’ambito del sistema delle medie e grandi imprese industriali: dal 7,1% del dicembre 1992 al 6% nel marzo 1993.  L’inflazione a maggio è scesa al 4%, il valore più basso dal 1969.

6) Nonostante la recessione l’Italia mantiene la sua politica di risanamento della finanza pubblica, come si può desumere da alcuni confronti con i dati dei principali paesi europei.

Per il complesso dei paesi comunitari il periodo 1989-1992 è stato caratterizzato da un generale deterioramento dei conti pubblici, all’avvio della fase recessiva.

Nel 1992 tale deterioramento ha riguardato, in particolare, la Francia e il Regno Unito. L’incidenza sul PIL dell’indebitamento netto delle P.A. è infatti cresciuta, rispetto al 1991, di 1,7 punti percentuali in Francia e di 3,4 nel Regno Unito (in Germania si è invece ridotta di 4 decimi di punto).  Nel caso dell’Italia, che mostra ancora una forte divergenza dall’andamento della media comunitaria, l’incidenza sul PIL dell’indebitamento netto è ulteriormente scesa, passando dal 10,2% del 1991 al 9,5% del 1992.  Le medesime tendenze si osservano anche per il saldo primario: quest’ultimo è passato, in Italia, da un sostanziale pareggio nel 1991 a un avanzo dell’1,9% nel 1992, mentre è peggiorato sia nel Regno Unito (dove si è passati da un avanzo dello 0,1% a un disavanzo del 3,4%), sia in Francia (dove l’avanzo dell’1,0% del 1991 si è ridotto, nel 1992, allo 0,5%).  In Germania, dai dati di preconsuntivo, emerge invece un modesto miglioramento, da un disavanzo dello 0,4% a un avanzo dello 0,5% del PIL.

Francia e Regno Unito, che avevano adottato efficaci politiche di contenimento delle spese nella seconda metà degli anni Ottanta, in presenza di un andamento riflessivo della congiuntura, hanno reagito con politiche di spesa espansive; in rapporto al PIL, le spese correnti al netto degli interessi sono aumentate nel biennio 1991-1992 dal 44,6% al 45,5% in Francia e dal 34,6% al 37,1% nel Regno Unito.  In Italia esse sono cresciute, ma solo dal 39,2% al 39,9%, mentre in Germania l’aumento è stato ancor più lieve (dal 42,4% al 42,6%).

Diverse politiche fiscali sono state attuate nei vari paesi per quanto riguarda le entrate. La loro incidenza sul PIL è aumentata solamente nel caso dell’Italia e, lievemente, in Germania, segnando una battuta d’arresto, se non una caduta, negli altri paesi.

In Italia, infatti, la pressione fiscale – nella definizione omogenea con gli altri paesi comunitari – è passata dal 40,4% al 40,7%. Tale definizione, tuttavia, esclude alcuni prelievi, il cui peso sul PIL è aumentato dell’1,8%.

La pressione fiscale si è invece ridotta nel Regno Unito (dal 36,6% al 34,0%) e in Francia (dal 45,3% al 44,4%); si osserva invece una lieve crescita in Germania (dal 43,1% al 43,7%).

Per il 1993, tenuto conto della recente manovra di 12.400 miliardi in discussione in Parlamento, il fabbisogno primario del settore statale dovrebbe essere non inferiore a 37.000 miliardi (8.000 miliardi nel 1992). Si è quindi in linea con quanto indicato a marzo e prospettato in sede comunitaria, tenuto conto nei limiti dello stretto necessario dell’effetto del peggioramento del quadro macroeconomico.  Il fabbisogno complessivo del settore statale dovrebbe essere contenuto entro 155.000 miliardi. Questi dati dovrebbero essere sostanzialmente confermati nel Documento di programmazione economico-finanziaria (eventuali ritocchi potrebbero derivare dall’analisi dei risultati dell’autotassazione delle imposte sui redditi, che nel frattempo si rendessero disponibili).  Il Documento sarà il primo passo verso la definizione degli obiettivi e delle conseguenti manovre di finanza pubblica per il prossimo triennio, che è intendimento del Governo anticipare rispetto alle usuali scadenze delle procedure di bilancio.

7) A partire dalla svalutazione dello scorso settembre il tasso di cambio della lira ha subito nel tempo consistenti variazioni nei due sensi.

Gli eventi registrati ed in più il livello dei tassi di interesse interni confermano che non si è trattato di una “svalutazione competitiva”.

A marzo di quest’anno, con riferimento all’agosto 1992, la svalutazione nominale effettiva riscontrava tassi al 21,5% nei confronti del complesso dei nostri competitori (20% nei confronti dei paesi CEE; 26% nei confronti degli altri paesi). I guadagni competitivi si attestavano intorno al 20%.

Nei primi tre mesi dell’anno le esportazioni verso i paesi della CEE sono cresciute in valore di circa il 9,2% contro una flessione delle importazioni dell’11%.

Nei confronti dei paesi extra CEE, nei primi quattro mesi, le esportazioni sono cresciute in valore ad un tasso di circa il 30% (contro una crescita delle importazioni dell’11%).

Il saldo dell’interscambio commerciale con i paesi della CEE ha segnato nel primo trimestre un avanzo di 2.050 miliardi a fronte del passivo di 4.600 miliardi del primo trimestre dello scorso anno. Il saldo dell’interscambio CIF-FOB è passato nel primo quadrimestre dell’anno ad un avanzo di circa 1.300 miliardi rispetto al passivo di 3.800 miliardi del primo quadrimestre dello scorso anno.

Da questi sviluppi attendiamo una significativa riduzione dello squilibrio della nostra bilancia dei pagamenti, che nel 1992 fu in passivo per 32.700 miliardi.

Come ho avuto modo di richiamare più volte, le imprese italiane si stanno comportando con saggezza ed efficienza; esse hanno contenuto la crescita dei prezzi dell’esportazione ed hanno attivato rapidamente nuovi flussi di vendita verso le aree dove più cresceva la domanda. La prosecuzione di questi indirizzi è necessaria per fare della svalutazione occasione di ripristino della capacità competitiva nel medio termine.  Anche a tal fine è di primaria importanza la conclusione degli accordi sul costo del lavoro. Già lo scorso anno il primo round sul costo del lavoro, nel mese di luglio, fu decisivo per il controllo della dinamica dei prezzi. La conclusione di questi accordi, che proprio in questi giorni sono oggetto di discussione, potrà avere un duplice effetto positivo.  Sono infatti sul tappeto la dinamica del costo del lavoro, ma anche più ampie questioni, quali istituti e strumenti della contrattazione, politiche del lavoro, strumenti di formazione, ecc., la cui approvazione significherebbe un notevole avanzamento nel sistema delle relazioni industriali del nostro paese.

Come ho detto si conferma, proprio in questa fase, l’importanza decisiva del commercio estero. Dal commercio estero viene infatti un significativo contributo al sostegno della domanda. Da questo sostegno discende la possibilità di non deviare dall’indirizzo di risanamento della finanza pubblica in una fase di generalizzata recessione, e quindi di rispettare il percorso di convergenza con il resto d’Europa.

I dati sul commercio estero ci confermano anche nella fiducia sulla capacità del nostro sistema di imprese di rispondere alle sollecitazioni del mercato.

Comportamenti individuali e politiche economiche coerenti dovranno consentire che l’effetto della svalutazione non vada sprecato, ma possa favorire il processo di aggiustamento che l’industria italiana dovrà necessariamente perseguire per quanto riguarda qualità dei prodotti, contenuti di innovazione, riorganizzazione della produzione su scala internazionale.  Sono queste convinzioni e questi indirizzi che ci portano a sottolineare l’importanza che un nuovo quadro di certezze possa affermarsi rispetto alle incertezze e instabilità che ancora caratterizzano il sistema dei rapporti internazionali.

L’Italia è interessata ad una positiva conclusione dell’Uruguay Round ed attende dal prossimo incontro di Tokyo del G7 un segnale positivo in tal senso.

L’Italia è attenta a questi sviluppi, avendo fatto presente le proprie richieste e le proprie condizioni. Mi pare importante sottolineare che si tratta di richieste e condizioni non tanto volte a sollecitare protezione, quanto rivolte ad ottenere un effettivo carattere multilaterale degli accordi, il coinvolgimento di una ampia gamma di paesi, la riduzione degli strumenti unilaterali di intervento, l’efficacia degli strumenti di salvaguardia, la riduzione di barriere non doganali, insomma la creazione di un credibile sistema multilaterale di scambio.

8) Richiamai all’inizio i due paralleli sviluppi che caratterizzano il contesto internazionale nel 1993: prosecuzione della recessione e dichiarata volontà di apertura dei mercati.  Si tratta di un momento complesso. I Governi dovranno avere ben presente i problemi di ordine sociale. Ciò deve avvenire senza però ricadere in politiche senza respiro, rivolte unicamente al contingente.  Come ho detto, la ripresa dello sviluppo esige la costruzione ed il consolidamento di un nuovo quadro di certezze per gli investitori. Solo in tal modo si potranno offrire stabili opportunità positive per il medio periodo a fronte degli aggiustamenti nei sistemi industriali che comunque appaiono inevitabili nel nuovo ordine mondiale.

Non dissimili considerazioni valgono per l’unione monetaria.

L’Italia opera nel segno della convergenza, mira a mantenere la fiducia nel mercato, collabora a che si consolidi la reciproca fiducia tra paesi europei, sollecita il rafforzamento degli strumenti di coordinamento; auspica cioè una fase attiva di rapporti, convinta che una fase transitoria possa portare ad esiti positivi solo se accompagnata da un generale forte impegno costruttivo.

In fase di recessione, offrire ausilio a chi soffre maggiormente è un dovere da parte di un Governo, sostenere la fiducia in un futuro di apertura economica cui affidare la speranza di crescita richiede anche una forte capacità di leadership. Il Governo italiano intende esercitarla con il massimo del suo impegno.

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