Corriere della Sera
19 aprile 1990
OPINIONE / Un intervento del presidente dell’Istituto di credito per le opere pubbliche
Baratta: l’Italia rischia di perdere la sovranità sul proprio risparmio
Il disegno di legge sulla trasformazione delle aziende di credito in spa è insufficiente – Equilibrio instabile tra pubblico e privato – Attenzione ai patrimoni, non alle strategie – Con conseguenze incalcolabili.
di PAOLO BARATTA
Presidente CREDIOP
Il sistema produttivo italiano nel corso del recente passato ha positivamente reagito alla severa politica del cambio adottata e alla nuova disciplina imposta dal processo di unificazione dei mercati, dimostrando di essere in grado di affrontare la più ampia concorrenza internazionale.
Ma il Paese deve essere in grado di far fronte a un’altra sfida: deve sapere sviluppare i processi di aggiustamento e arricchimento delle sue strutture imprenditoriali, produttive e finanziarie, sollecitati dall’ampliamento dei mercati e affrontare i problemi di integrazione con il resto dell’Europa e del mondo, mantenendo un sufficiente grado di autonomia e sovranità economica.
La possibilità di rispondere positivamente a questa sfida dipende in primo luogo dalle capacità di mobilitare risorse patrimoniali presenti presso le imprese, i privati investitori e i soggetti privati e pubblici organizzatori del risparmio della nazione.
Come è noto, nell’economia italiana è grande la propensione al risparmio. L’Italia si caratterizza però per un assai modesto grado di “strutturazione patrimoniale” e di “strutturazione imprenditoriale” della ricchezza finanziaria e del risparmio accumulato.
Un censimento al riguardo consentirebbe di mettere a fuoco con concretezza il problema della capacità del nostro sistema di esprimere iniziative e interventi in misura adeguata alla nuova dimensione dei mercati e sarebbe in tal senso assai più utile del lacerante dibattito su pubblico e privato attualmente in corso.
Italiani imprevidenti
Prendiamo innanzi tutto il caso delle grandi strutture di organizzazione del risparmio della nazione, quelle previdenziali e assicurative, che in altri Paesi sono tra i principali centri di accumulazione, capaci di esprimere investimenti di grandissima consistenza e importanza. È noto come il nostro Paese abbia invece da tempo abbandonato l’organizzazione della previdenza nella forma dell’accumulazione per adottare la forma cosiddetta del riparto; a differenza della maggior parte degli altri Paesi, lo sviluppo del welfare state, lungi dall’aver dato luogo all’accumulazione di capitali da reinvestire, è stato da noi fonte di formazione di deficit pubblico. È forse meno noto, ai non addetti ai lavori, e per alcuni aspetti è correlato a quanto detto sopra, come il sistema assicurativo abbia in Italia una estensione e una dimensione abnormemente inferiori rispetto a quelle di tutti gli altri Paesi sviluppati.
A titolo esemplificativo bastano i dati sulla massa dei premi raccolti dalle società di assicurazione nel nostro Paese, che (dati al 1987) non hanno superato 350 dollari per abitante, a fronte dei 1330 della Germania, 1122 della Gran Bretagna e 900 della Francia, e non superano il 2,5% del PIL a fronte di incidenze dal 5,6% all’8,5% negli altri Paesi. Degno di nota è poi che nel caso italiano un terzo di questo sistema sia ogni anno pressoché integralmente “fiscalizzato”, quale minore costo corrente di provvista per lo Stato, e scarsissimamente utilizzato per alimentare la formazione di patrimonio. E ciò a differenza di altri Paesi nei quali la gestione di questo risparmio ha dato luogo a istituzioni di grande rilevanza strategica nel campo degli investimenti.
La finanza deve crescere
Questa destrutturazione patrimoniale del sistema ha serie conseguenze in molti campi: innanzitutto sulla dimensione e lo spessore dei mercati finanziari, data la più modesta massa finanziaria disponibile presso investitori istituzionali; in secondo luogo sulla minore possibilità che si affermi un sistema di azionisti stabili che possano concorrere, con il mercato, alla patrimonializzazione di imprese di pubblica utilità, banche, imprese ecc.; in terzo luogo sul minor respiro che assumono nel nostro Paese gli investimenti immobiliari, che solo la presenza di grandi centri di investimento patrimoniale può fare evolvere, per estensione e qualità, in grandi interventi di assetto urbano-territoriale, interventi che altri Paesi europei stanno affrontando con ben maggiori capacità di pianificazione e con una visione strategica più ampia.
Se passiamo ora alla situazione delle imprese, in particolare delle imprese industriali e di servizi, è noto come, grazie alle profonde ristrutturazioni realizzate, esse abbiano conseguito una elevata profittabilità, elevati autofinanziamenti e formazione di risorse proprie di intensità da tempo sconosciuta.
Ma se le disponibilità di mezzi patrimoniali propri presenti nel sistema delle imprese si sono accresciute a ritmi sostenuti, a ritmi ancora superiori è venuta crescendo la dimensione dei problemi da affrontare nel più vasto mercato internazionale. Si intende in particolare sottolineare come siano accresciuti grandemente i fabbisogni di risorse patrimoniali necessari per realizzare gli obiettivi di integrazione del nuovo scenario, insieme a quello del mantenimento di un adeguato grado di comando sulle nuove realtà imprenditoriali. Di ciò sono consapevoli sia quanti hanno già affrontato il problema della dimensione internazionale, sia quanti si apprestano ora ad affrontarlo.
Quello del mantenimento di un adeguato grado di sovranità nei vari comparti dell’attività produttiva e finanziaria rappresenta uno dei problemi più importanti e delicati di ogni processo di integrazione, ed, in particolare, ovviamente, di quella in corso in Europa. Quello della sovranità economica è avvertito sempre più come problema centrale in tutti i Paesi a noi concorrenti. È degna di nota la circostanza che l’integrazione europea progettata comporterà rinunce di sovranità in altri campi: in quello monetario, fiscale e politico.
Il rischio periferia
Per l’Italia, il rischio di un’accentuazione della perifericità per quanto riguarda le funzioni direzionali e strategiche non va sottovalutato. I vari Paesi nostri concorrenti europei si distinguono non per la misura in cui il problema della sovranità economica è avvertito, ma solo per la forma con cui il problema è affrontato. La diversità è il riflesso delle diverse “costituzioni materiali” formatesi nelle vicende storiche di ciascun Paese. E così vediamo, in alcuni Paesi come la Francia, operare sistemi misti, coordinati dal centro politico. In altri Paesi, come la Germania, vediamo all’opera grandi istituzioni creditizie connesse con grandi compagnie assicurative, tutte di natura privatissima, ma storicamente impegnate nello svolgimento di funzioni di pubblico interesse, nel darsi cura di riassetti nel controllo dell’industria, di crisi di particolari imprese, di tutela della loro autonomia e del loro carattere nazionale.
Quanto sopra non può essere ignorato, ovviamente, quando si parla del sistema bancario italiano. Anche le banche, come è noto, hanno bisogno di ulteriori patrimonializzazioni.
La legge attualmente in discussione in Parlamento consente alle banche pubbliche di organizzarsi nella forma di società per azioni, il che rende immediatamente possibili aggregazioni e ristrutturazioni all’interno dell’attuale sistema pubblico, senza dover volta a volta ricorrere a provvedimenti legislativi specifici. Con questa legge si intende anche favorire il processo di ricapitalizzazione delle banche sul mercato, ma la realizzazione di questo obiettivo appare più difficile del previsto per la maggiore complessità dei problemi che dovranno essere affrontati; in primo luogo quello degli azionariati pubblici delle future banche spa, problema che la legge solleva indirettamente, ma che non si è preoccupata di affrontare o risolvere. La formazione di un azionariato pubblico che sappia coesistere e svilupparsi in congiunzione all’azionariato privato è invece un problema di estrema delicatezza. Si è detto già come l’esiguità del sistema dei patrimoni in cui si organizza il risparmio della nazione non sia di aiuto per la sua soluzione.
Un risparmio disordinato
Anche il problema poi di quale sia l’esigenza di patrimonializzazione delle banche in prospettiva non può essere esaminato se non alla luce del quadro complessivo delle strutture nelle quali si organizza il risparmio del Paese. È noto che le banche hanno bisogno di patrimonializzazione per rispettare determinati ratios dettati dalle autorità preposte alla vigilanza sulla stabilità del sistema e, quindi, indirettamente determinati dalla crescita prevista nell’ammontare delle risorse da esse intermediate. Limitarsi a questa valutazione significherebbe però avere una visione ristretta del problema. Il fabbisogno di patrimonio delle banche va ricollegato anche alle strategie che esse dovranno affrontare in quanto imprese che devono realizzare la loro integrazione ed esercitare la loro capacità competitiva nel più vasto mercato internazionale. Tale fabbisogno dipenderà dal ruolo che le banche saranno chiamate a svolgere nel dare spessore al mercato finanziario; dipenderà anche dal ruolo che si intende far svolgere alle banche nel sostegno di quei processi di aggiustamento del sistema delle imprese. Dipenderà infine dal ruolo che al riguardo potranno svolgere istituzioni specializzate ed enti pubblici costituiti per esprimere una funzione imprenditoriale.
Nessuno di questi problemi può essere esaminato separatamente: è quanto mai urgente che tutto ciò venga esaminato con visione unitaria e che alla fase delle lacerazioni polemiche segua una fase di ricomposizione di indirizzi strategici.