«Possiamo leggere questa storia della Biennale come quella della costruzione di una istituzione e quindi come un contributo alla vita civile di un paese. Si possono trarre degli insegnamenti dalle particolari condizioni di questa vicenda, dalle impostazioni date e dagli indirizzi assunti?»
Nel racconto originale, talvolta provocatorio, di un protagonista d’eccezione, si svelano passato, presente e futuro di un’istituzione unica.
Il dietro le quinte di una delle manifestazioni più rilevanti e affascinanti al mondo, tra intuizioni e conflitti, battaglie culturali e figure memorabili, grandi personalità e piccoli fallimenti, polemiche artistiche e cronaca politica. Un’occasione per ripercorrere oltre un secolo di storia della cultura e della politica nazionali, e per rispondere a una domanda cruciale: è possibile fare cultura mediando efficacemente tra pubblico e privato?
Nel 1998 venne introdotta una profonda riforma della Biennale, auspicata per lunghi anni, durante i quali l’istituzione era stata caratterizzata da instabilità e, salvo le dovute eccezioni, da decadenza. Fui chiamato come presidente a dare corpo alle innovazioni adottate, ad avviare il nuovo organismo che era stato finalmente dotato di uno statuto fondato su autonomia e imprenditorialità.
Terminato il mio compito, mi sono cimentato subito con la scrittura di questo libro per trarre frutto dai ricordi ancora vivi, dopo aver considerato che la pandemia che ha colpito l’Italia e il mondo, e che tuttora imperversa sull’umanità, lascerà un profondo segno. Una cesura, che allontanerà nella memoria quanto realizzato prima della sua comparsa, con il rischio che questo accada anche per il lavoro svolto in tutti questi anni.
Non vorrei che quello che è stato fatto fosse semplicemente archiviato come una delle tante vicende della Biennale che solitamente si raccontano per episodi singolari, aneddoti, carnet di eventi, momenti di mondanità, immagini fiabesche frutto di tentazioni apologetiche, circondate dalla nebbiolina del mito e che tendono con il tempo a farsi luoghi comuni.
Penso sia utile invece che questo periodo, che complessivamente copre un ventennio, sia conosciuto e che di esso siano ricordati i risultati ottenuti lungo la via della costruzione di un’istituzione, della conquista della sua autonomia, dell’efficacia della sua azione e dell’affermazione della sua reputazione nel mondo.
Mi è parso indispensabile iniziare con un rapido sguardo sulle vicende del passato della Biennale, non certo con la pretesa di scriverne «la storia», ma per ripercorrere i suoi trascorsi nelle diverse fasi, al fine di meglio comprendere, per raffronto, l’ultimo periodo. Ho seguito anche qui, come negli incarichi precedenti, una mia consuetudine: ho sempre ritenuto necessario fare i conti con la storia dell’istituzione che ero chiamato a dirigere e affrontare le problematiche che la interessavano, direttamente e indirettamente, analizzandole in saggi e scritti.
Il mio sguardo si è concentrato in particolare su come essa fu vista e considerata dai diversi soggetti responsabili negli anni della sua gestione e, tutt’intorno, sul modo in cui influirono le dinamiche della vita artistica e soprattutto di quella politica e culturale.
Ma v’è di più. Quella dell’ultimo ventennio è una storia molto particolare anche sotto un altro aspetto. L’incarico da me ricevuto nel 1998, subito dopo la riforma, durò solo un quadriennio, ma fu seguito da un ritorno nel 2007 e da successive conferme per ben tre mandati. Una durata eccezionale per un incarico pubblico, che ha consentito di affrontare diversi problemi di fondo, potendoli inquadrare ciascuno nella corretta prospettiva temporale, di apportare correzioni, iniziare nuovi progetti e stabilizzare i risultati via via conseguiti, anche grazie alla possibilità di lavorare con ben trenta curatori-direttori artistici nominati nelle diverse discipline.
E dunque questo libro nasce anche dal desiderio di dar conto di quanto si è potuto fare nel lungo tempo concessomi e di offrire a chi volesse l’occasione di ripercorrere con me quest’avventura. Ho pensato in particolare a quanti, operando in istituzioni culturali o preparandosi a entrarvi, si troveranno ad affrontare quesiti, a definire indirizzi, a stabilire regole, a operare scelte in situazioni che, se pure non identiche, saranno in varia misura assimilabili a quelle qui descritte, vissute nell’esperienza diretta.
Il mio pensiero si è rivolto anche a chi deve scrivere di cultura e di istituzioni culturali, ma soprattutto a quanti vogliono sapere cosa accade intorno a noi, nella realtà. Una civiltà si evolve in base alle capacità dei singoli soggetti che la compongono, l’energia vitale di ciascuno fa l’energia vitale della società, e la sua cultura sta in gran parte nella qualità delle azioni che vi si compiono.
Tutti quindi hanno il diritto di poter entrare nel vivo di come funzionano e di come potrebbero o dovrebbero funzionare le istituzioni del paese, coscienti delle complessità e non inclini a pericolose sovrasemplificazioni. Ed è per questo che ho riportato anche molti dettagli dei passi compiuti nel procedere degli anni, e mi sono soffermato sugli incontri con coloro con cui ho condiviso tratti del percorso e sulle decisioni di ordine strategico, culturale, organizzativo.
Ho ripercorso i pensieri che hanno guidato i curatori delle Mostre e dei Festival. La Biennale li sceglie e poi deve garantirne l’autonomia, poiché il loro lavoro scandisce un lungo percorso di ricerca. Ho descritto le attività formative e quelle rivolte alla costruzione di una comunità, non tralasciando i rapporti con la politica e il rapporto con la città di Venezia, e il ruolo svolto nell’arricchire il suo presente e nell’aiutare il suo futuro.
A cosa può servire oggi una Biennale? Perché si vuole un’istituzione pubblica? Perché le si è concessa autonomia e perché l’autonomia è così importante? Come si giudica il suo operato? Cos’è un’esposizione? Sono utili i festival? Sono tante le domande che costantemente abbiamo tenuto presenti, e che ricorrono nel libro.
Qui mi limito a ricordare, in estrema sintesi, che il compito primario della Biennale è quello di mantenere ben aperto, nel frastuono dei molteplici mezzi di comunicazione e di persuasione, il varco necessario ad artisti e architetti perché possano conquistare la nostra attenzione e stabilire un dialogo non distratto con chi osserva o ascolta, in un clima di apertura e libertà. Un dialogo che, a sua volta, alimenti il desiderio di questi incontri per l’arricchimento della nostra vita.
Sono convinto che le esposizioni, i festival e le attività culturali che li accompagnano possono essere strumenti della società civile utili per favorire conoscenza e consapevolezza oltre che l’accesso di tutti e l’iniziazione delle nuove generazioni al mondo dell’arte. Occorre quindi avere chiara la forma da dare all’istituzione per assicurare la fiducia di chi la frequenta.
E dunque è necessario affrontare il particolare intreccio tra mezzi e fini della sua gestione economica che deve essere efficiente non per remunerare un capitale ma per poter disporre di risorse da destinare a finalità non misurabili con metro monetario, e analogamente mantenere vivo il dualismo dialettico tra stabilità istituzionale e massima disponibilità alle nuove idee, in un organismo che sappia cioè essere gazzella ed elefante o, se si vuole, mutevole giardino e robusto arsenale.
Cosa implica la natura internazionale della Biennale? Come la si assicura? Qual è il ruolo dei padiglioni nella Mostra d’Arte e Architettura? Abbiamo compiuto precise scelte al riguardo. Tra gli obbiettivi vi è certamente quello di essere luogo di libero scambio culturale, svolto alla pari previo riconoscimento reciproco delle diverse realtà e della loro dignità, ferma restando l’opzione per la libertà e la critica.
Aggiungo che il carattere multidisciplinare che la distingue poi rappresenta un unicum che offre a chi vi opera la straordinaria opportunità di intrattenere un rapporto costante e non solo specialistico con l’arte e con gli artisti che per varie vie ci accompagnano, illuminandoci sul crinale del contemporaneo.
Infine, ricordiamo, questa vicenda ebbe inizio da una riforma istituzionale che trasformava la Biennale da azienda del parastato in un soggetto sempre pubblico, ma dotato della facoltà di operare come impresa, si adottava cioè una soluzione organizzativa cui si è fatto ricorso, nella storia del nostro paese, in alcuni momenti significativi: l’innesto del diritto privato in organismi pubblici. Fu questa infatti l’innovazione che fin dall’inizio del secolo scorso una classe dirigente moderna e illuminata introdusse in Italia, per favorire, a fianco di quelle ordinarie, lo svolgimento di azioni pubbliche specifiche da perseguire con autonomia ed elasticità.
Può dunque questa storia leggersi anche come un pezzo della storia amministrativa italiana, una testimonianza dei numerosi ostacoli ma anche delle possibilità di realizzare nel pubblico buona amministrazione e imprenditorialità.
Molti vi hanno contribuito: i colleghi amministratori, i direttori generali con i dirigenti e tutto il personale che insieme hanno conquistato l’ammirazione del mondo, i curatori e i direttori artistici che hanno accettato il nostro invito, gli artisti di tutti i campi e gli architetti, e dall’esterno istituzioni e dirigenti di amministrazioni centrali e locali, nonché soggetti privati, cui si aggiungono quanti, veneziani e non, hanno aderito con sostegno e incoraggiamento.