in “Il Sole- 24 Ore”, 6 gennaio 2006, pag. 1
Mario Draghi sta per insediarsi come Governatore e ci viene spontaneo chiederci: come sarà la Banca d’Italia d’ora in avanti? In che misura continuerà ad esercitare la sua «centralità» nell’ economia italiana? In quali modi si estenderà su di essa, come da alcuni auspicato, il benefico «grigiore» che caratterizza le banche centrali di numerosi altri paesi?
Vien subito una risposta: molto dipenderà dallo stile del Governatore, ma molto da quello che accadrà fuori dalla stessa banca centrale.
Le ragioni che hanno condotto ad affidare alla Banca d’Italia tanto potere e tanta influenza non furono né casuali né effimere, ma hanno tratto origine da alcune fragilità del nostro sistema industriale-finanziario e del nostro processo di crescita (aggiungerei della nostra crescita politica).
Sullo sfondo è sempre stata la mai dimenticata esperienza degli anni Venti e Trenta a dimostrare quanto forte era da noi il pericolo che fossero messi a carico dell’0emissione di moneta i salvataggi bancario-industriali. E l’ombra lunga di quegli avvenimenti si estese in tutti i decenni successivi nei quali tra miracoli e crisi, continuarono cadute e salvataggi. A questa generale debolezza si aggiungeva una fragilità propria del sistema bancario e in particolare la difficoltà di sviluppo, in Italia, di azionariati bancari autonomi e stabili. Le banche apparivano sempre in bilico tra il pericolo di cader prigioniere della politica o di finire impigliate negli interessi dei soggetti finanziati.
Fu per evitare la commissione tra moneta e capitale industriale che l’Italia si attrezzò con un sistema complesso di norme, strumenti, e istituzioni di riferimento, che rappresentavano una vera cintura di sicurezza tra sviluppo industriale e governo della moneta. E la Banca d’Italia divenne uno dei pilastri di questo sistema. Alla banca centrale restò una sorta di generale deroga ad occuparsi delle strutture bancarie e degli azionariati, ruolo che venne confermato nel successivo periodo, quello che vide l’apertura al mercato internazionale. Con una vigilanza «attiva» esse divenne promotrice dell’evoluzione organizzativa delle banche. Le privatizzazioni poi evidenziarono ancor di più il problema storico delle difficoltà a formare azionariati bancari. Tanto che fu linea costante delle autorità monetarie sollecitare l’ingresso di banche estere per rafforzare il grado di professionalità bancaria nelle compagini degli azionisti di controllo e per dare credibilità agli stessi di fronte al mercato. Banche estere che il Governatore Antonio Fazio – e forse non solo lui – pretendeva restassero per sempre all’auspicata e gradita soglia del 15% iniziale, paghe di rendere un grazioso servizio ai nostri italici strutturali problemi.
È vero, molto, moltissimo è cambiato. Certo non c’è più la lira i mercati sono aperti e offrono nuove possibilità, altri tutori vigilano affinché la moneta sia salvaguardata dai deficit e dalle crisi e i più complessi problemi di tutela del risparmio richiedono una più articolata tastiera di leggi e supervisori. Restano, se pur riproposte in modo nuovo, le fragilità del nostro sviluppo, ed alcuni problemi strutturali. Alcuni di questi problemi riguardano direttamente il nostro sistema bancario.
V sono questioni di dimensioni bancarie e di azionariati di non secondaria importanza sulle quali, piaccia o non piaccia, sarà difficile distinguere tra procedure formali e questioni di merito. Azionariati fatti di tanti 15% sono per definizione in evoluzione. In molti casi, il processo di privatizzazione attraversa ancora una fase intermedia.
Vi è poi al fondo un grande problema di organizzazione bancaria. O si ripristinano nette separazioni tra attività bancarie e distribuzione titoli o per evitare i conflitti di interesse e le tentazioni di «azzardo mortale» si farà sempre più affidamento sulle modalità organizzative interne alle banche, questione non da poco e che non si risolve in pochi anni, ma che richiede il consolidarsi di rigorosi costumi ed abitudini e il rispetto di regole che per loro natura sono facilmente aggirabili. Una vigilanza «attiva» sarà perciò sempre richiesta.
Vengono poi le questioni del nostro sviluppo. Abbiamo dovuto prender atto del mancato consolidamento di strutture industriali importanti. Domina un sistema di piccole imprese che fondano la propria crescita sull’autofinanziamento e sul credito bancario e per le quali ipotizzare il ricorso alla Borsa può riguardare solo una piccola percentuale.
Da tempo è scomparso l’Iri quale luogo di progettazione del futuro, così come sono scomparsi molti centri di ricerca. È scomparsa la Mediobanca storica che fungeva da pendant privato nel sistema di istituti atti a sostenere nelle difficoltà e a promuovere sviluppi. Scomparso un sistema di riferimenti divenuto pletorico, si è passati all’estremo opposto ad una sostanziale assenza di punti di riferimento.
Domina la sensazione che domini ora una grande solitudine nel mondo delle imprese e all’interno del sistema industriale, che pur deve attuare importanti trasformazioni ed evoluzioni. Da chi andare a confessarsi? Da chi andare a consultarsi? Certo mercato e concorrenza devono affermarsi sempre di più in un’economia forse ancora troppo assuefatta a vivere di relazioni e supporti. Ma per combattere sul mercato e per sfidare con coraggio la concorrenza portata da soggetto più robusti per storia o per paese o ambiente di appartenenza occorre pur sempre un complesso di relazioni e di condizioni esterne (lecite) che consentano di programmare i cambiamenti, di dialogare con altri settori, di trovare partner.
Ebbene, nell’entusiasmo che ha accolto la nomina di Mario Draghi ho letto qualcosa di più della soddisfazione per un capitolo chiuso onorevolmente. Mi è parso di cogliere la soddisfazione per aver fatto una scelta che offre un possibile affidabile interlocutore, per le banche, ma non solo per le banche. Qualcosa di più di un valido tecnico della vigilanza sui mercati, capace di ripristinare in tal settore il prestigio sulle banche e nei confronti dell’estero. Nella avvertita fragilità del nostro sviluppo, nella mancanza di molte condizioni che lo possano favorire, nel timore che l’Italia si limiti a rappresentare un luogo di scorribande nella solitudine delle imprese, nel procedere in ordine sparso dei vari soggetti e istituzioni da cui dovrebbe dipendere una auspicata nuova fase di crescita, il paese è alla ricerca di punti di riferimento.