Festa dell’Architetto

Roma 2 dicembre 2017

MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo

Discorso pronunciato dal Presidente della Biennale di Venezia, Paolo Baratta, in occasione del conferimento del titolo di “architetto onorario” da parte del Consiglio Nazionale Architetti Pianificatori e Paesaggisti CNAPP

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ARCHITETTURA

Abbiamo dato grande impulso alla Mostra di Architettura

  • Nella storia della Biennale, l’architettura è emersa sgusciando all’interno della Mostra d’Arte (Vittorio Gregotti) o Teatro (Aldo Rossi, Teatro del Mondo). Nel 1980 fu riconosciuta una sezione autonoma, anche se la mostra di Paolo Portoghesi sulla “Strada Novissima” ancora era parte della mostra d’arte di quell’anno. Varie mostre si susseguirono, curate dallo stesso Portoghesi, “L’architettura dei paesi islamici” (8 novembre 1981 – 6 gennaio 1982), da Aldo Rossi, “Progetto Venezia” (20 luglio – 29 settembre 1985). Ancora nel 1986 Aldo Rossi cura una mostra dedicata a Hendrik Petrus Berlage, nell’anno della Mostra d’Arte. Nel 1991 Francesco Dal Co organizza la prima mostra arricchita dal contributo dei Padiglioni stranieri (ma con una durata di meno di 30 giorni). Nel 1996 curatore fu Hans Hollein. L’architettura fu confermata nello statuto come settore autonomo nella riforma del

La Mostra d’Architettura fino ad allora aveva avuto ricorrenze irregolari e comunque durate limitate; in sostanza aveva ancora la dimensione di una occasione di incontro eminentemente per addetti ai lavori. I visitatori del 1996 (2 mesi) furono 70mila.

E’ stata dunque una precisa scelta strategica quella da noi fatta dopo e grazie alla riforma del 1998, quella cioè di dedicare in tutti gli anni successivi e con continuità energie e risorse alla Mostra d’Architettura. Tale impegno crebbe a partire dal 2014 quando la 14a Mostra assunse in via definitiva (un primo esperimento era già stato fatto, ma prematuramente nel 2000) durata semestrale, caso più unico che raro nel campo delle mostre d’architettura.

La stampa internazionale ci accredita come l’appuntamento più importante nel campo dell’architettura del mondo.

Si voleva con questa scelta dare compiutezza alla Biennale. Se l’arte sollecita l’uomo a guardar dentro di sé, e a scoprire in un dialogo individuale i molti io che sono in ciascuno di noi, l’architettura, la più politica delle arti, ci sollecita a scoprire la parte di noi che sta e vive insieme agli altri.

La svolta significava in realtà che, offrendosi agli “addetti” come punto di riferimento, la Mostra intendeva però rivolgersi al pubblico come destinatario finale di stimoli e di conoscenza.

  • Visto quanto accadeva intorno a noi e nel mondo abbiamo fondato tutte le Biennali su una premessa e una Ci pareva che nel tempo si fosse determinato un crescente scollamento tra l’architettura e la società civile.

Mentre ci interessava l’architettura, ci preoccupava la sua assenza.

Di fronte agli sviluppi dei decenni scorsi abbiamo richiamato più volte il vistoso nostrano paradosso. Ci pareva paradossale che il paese che più si compiace di una sorta di primato nella propria capacità di esprimere domanda qualificata per i consumi individuali e personali (moda cibo arredamento), di fronte alle sfide del governo del proprio territorio e degli spazi ove vivere e operare mostrasse balbettio, in troppi casi indifferenza e comunque una assai minor capacità di esprimere esemplare domanda di qualità (nel pubblico e nel privato).

E questo in un paese, altro paradosso, con numero elevatissimo di studenti nelle facoltà di architettura e un numero elevato di architetti iscritti agli ordini. Un singolare squilibrio tra domanda e offerta mentre, sull’altro fronte, dalla qualità dei consumi personali e individuali veniva l’impulso a sviluppare produzioni di qualità e un circolo virtuoso per la crescita complessiva del paese.

Guardando al nostro territorio e all’ultimo mezzo secolo troppo spesso l’architettura, intesa in senso lato, ci pare assente, esiliata.

Per contro, visto come si andavano sviluppando le cose nel mondo, esprimemmo il sospetto che vi fossero architetti e opere spettacolari, ma che l’architettura come disciplina e anche come arte civile e politica fosse in ombra, persino scomparsa.

E abbiamo sottolineato il pericolo che si fosse vicini persino a perdere il “desiderio” di architettura e di qualità dello spazio comune e a non saper più nemmeno cosa domandare all’architettura.

E ciò non solo nelle costrette e immense misere conurbazioni delle nuove megalopoli ma anche nei paesi come il nostro il cittadino, preso dalla cura della propria sicurezza e del proprio elementare benessere individuale, sembra ignorare il benessere che può derivare dal vivere in uno spazio pensato, e cioè dal benessere inteso secondo una dimensione umana più compiuta.

Ma se la società tiene l’architettura prigioniera ed esule, la società risulta dimezzata e intristita.

  • Beni pubblici. Su questa via ho portato con me la mia formazione di economista, e in particolare le riflessioni su quel grande capitolo dell’economia e delle scienze sociali che sono i beni

Ho detto beni pubblici e non il bene comune, espressione che, detta al singolare, è abusata ma rischia di essere vuota di senso se chi la pronuncia non dichiara prima i suoi parametri di giustizia.

I beni pubblici sono invece definiti in termini univoci: trattasi dei beni che non possono essere segregati e sottratti all’uso, e quindi non possono essere oggetto di proprietà privata e di scambio e per i quali l’utilizzo da parte di alcuni non diminuisce la disponibilità per altri e dunque non possono avere prezzo di mercato; o sono frutto di un dono o sono il risultato di un’azione pubblica.

L’architettura ci consente di produrre beni pubblici e quindi ricchezza aggiuntiva nella qualità dei volumi e degli spazi realizzati.

Il che è come dire che senza architettura siamo tutti più poveri e che senza architettura c’è più ingiustizia distributiva.

La Mostra della Biennale è luogo del riconoscimento della necessità di architettura.

E’ il luogo della riscoperta non solo di indispensabili utopie, ma soprattutto di esempi concreti capaci di sensibilizzarci all’idea che ci sono opzioni diverse rispetto all’assuefazione e al conformismo.

  • Da qui l’importanza del pubblico e dei “non addetti”, che poi sono i soggetti esposti al pericolo dell’assuefazione e che devono essere invece i protagonisti della rinascita e della riscoperta (sindaci, singoli cittadini, giovani), riscoperta che richiede in primo luogo una comunità di committenza più
  • Ci pare quest’opera particolarmente utile nel tempo presente. Viviamo un’epoca nella quale domina delusione nei confronti di istituzioni e di meccanismi di delega, che soli possono reggere il governo delle nostre comunità. Un vento di individualismo protestatario sembra soffiare ovunque, acquistando anche la deformazione dell’identitarismo ossessivo o del populismo, che in buona sostanza altro non è che un invito a rinunciare a considerare la complessità della condizione umana e ad adottare visioni sovrasemplificate su ogni

Un curioso individualismo davvero, che per affermarsi riduce la dimensione stessa dell’individuo!

Eppure proprio l’individualismo, e l’affermazione di una maggior sovranità di ognuno, richiederebbero un’accresciuta attrezzatura di ciascuno di fronte alle sfide del presente e alla loro complessità.

Di fronte ai pericoli delle ipersemplificazioni occorre semmai un vero riarmo culturale, anche per ripristinare al più presto la fiducia, che sola può far funzionare i sistemi con cui governiamo il nostro presente e il nostro futuro.

Di questo riarmo, la conoscenza e l’apprezzamento dei beni pubblici è componente essenziale.

Proprio l’architettura e l’organizzazione dello spazio che occupiamo e viviamo possono fornire da subito un fertile campo.

E mi riferisco all’architettura vista anche come fenomenologia dell’architettura, e cioè dei percorsi decisionali che vanno dalla consapevolezza delle esigenze alla loro chiara espressione, alle modalità istituzionali, politiche, amministrative e alla coerenza delle leggi necessarie per giungere dall’esigenza al progetto, alla realizzazione.

Più architettura è già riarmo culturale.

Lo spazio comune e il free space

E la prossima Biennale, che aprirà il 26 maggio, sarà dedicata al tema del free space, proprio l’espressione paradigmatica di quel di più che possiamo ottenere grazie all’architettura. E’ sempre aperta la discussione se lo spazio creato sia figlio dell’urbanistica o dell’architettura. A noi preoccupa il fatto che, in assenza dell’una e dell’altra, al dunque non sia figlio di nessuno. Ci preoccupano sviluppi nei quali lo spazio pubblico sia solo lo spazio residuo di risulta e di scarto rispetto allo spazio catturato per le nostre esigenze egoistiche, frutto di un egoismo miope.

E, nel caso nostro, ci preoccupa che nonostante la riconosciuta necessità di concentrarci sulla rigenerazione degli spazi già urbanizzati, sembriamo del tutto arenati. Un ordinamento ancora inadeguato (competenze, normative, programmazione, incentivi) non consente di vedere emergere gli auspicati interventi e dunque “l’Architettura” in azione.

La Biennale come macchina del desiderio – spedizione navale

Definisco sovente la Biennale come la Macchina del desiderio visto che, al dunque, suo scopo è proprio quello di rinfocolare il desiderio per arte e architettura e competere dialetticamente contro altre macchine con le quali si sollecitano continuamente i nostri desideri verso altri lidi e altre azioni.

Il fatto che centinaia di migliaia di visitatori vengano al nostro richiamo ci dice che siamo sulla strada giusta, che si può risvegliare desiderio, che si possono ricreare comunità capaci di moltiplicare le energie e l’efficacia delle nostre azioni.

Detto ciò, nel caso dell’Architettura, la nostra dea benefica confinata all’esilio, la Biennale, oltre che macchina del desiderio, vuol essere una vera e propria spedizione navale di riscoperta e di ricongiungimento. Siete tutti invitati a bordo!

Paolo Baratta, Presidente della Biennale di Venezia