Intervista in “Quaderni del Circolo Rosselli” n° 2, 1994
“Perché l’occupazione non resti un sogno”
“Il 1993 per molti aspetti rappresenta un anno di svolta. Di svolta in quanto punto minimo del riciclo economico, ma anche per quanto riguarda l’evoluzione di alcuni fenomeni che si svolgono nel medio periodo, in particolare, si può dire che con il 1993 si sia in larga parte esaurito quel grande processo di ristrutturazione, accompagnato da forte espulsione di mano d’opera che ha interessato l’industria manifatturiera per una lunga fase della nostra recente storia economica.” Paolo Baratta, già presidente del Crediop e ministro per il Commercio estero nel governo Ciampi, comincia così la sua analisi dello stato del sistema Italia, con particolare riferimento ai problemi occupazionali.
“Una grande ristrutturazione produttiva – ricorda Baratta – era stata sollecitata dall’aumento dei costi interni e dalla stabilità dei cambi. Si trattava pur tuttavia di un fenomeno alle cui radici vi erano anche altre più profonde modifiche nel quadro delle convenienze. È da segnalare infatti che quel fenomeno non è stato arrestato dalla svalutazione del 1992, e dal ripristino di maggior competitività relativa nei prezzi che ne è conseguito. Anche nel ’93 sono stati decisi ridimensionamenti di capacità produttive e riconsiderate prospettive di crescita, in considerazione della revisione all’ingiù delle prospettive di incremento della domanda nel medio periodo (automobili/acciaio). Sono stati completati ridimensionamenti di capacità produttive conseguenti a spostamenti di produzioni verso aree di nuovo sviluppo a più bassi costi, ma, soprattutto nell’ultimo periodo, si sono avuti gli effetti del processo di “privatizzazione”. La “privatizzazione”, prima ancora che dismissione delle proprietà azionarie da parte dello Stato, è stata modificata nei criteri di gestione. È mutato profondamente cioè il rapporto tra Stato ed aziende facenti parte della sfera pubblica”.
- In quali termini?
All’impresa pubblica era stato chiesto, in passato, di perseguire diverse finalità e non soltanto l’efficienza delle aziende. Essa ha rappresentato uno strumento importante per la promozione dello sviluppo, per il sostegno di economie regionali depresse ed in ultima analisi proprio per la difesa dell’occupazione. Nel 1992 fu deciso che lo Stato non avrebbe più versato nuovi fondi di dotazione agli enti di gestione delle sue partecipazioni. Fu annunciato un nuovo indirizzo in base al quale esse avrebbero dovuto provvedere tramite ristrutturazioni ed eventuali dismissioni o chiusure ai loro fabbisogni finanziari. Non poteva non seguirne un radicale cambiamento negli obiettivi di conduzione e una intensificazione dei processi di razionalizzazione organizzativa e produttiva che in alcuni casi erta stata rinviata nel tempo proprio per motivi di ordine “sociale”. Salvo alcuni casi specifici, si può dire che la parte più consistente di questo aggiustamento sia già stata affrontata. Al termine di questo processo di ristrutturazione, ci si comincia a chiedere se il “dimagrimento” nelle dotazioni umane in alcuni casi non sia andato oltre il segno, rispetto a quanto sarebbe richiesto da un equilibrio fisiologico coerente con le esigenze di sviluppo delle aziende e di conservazione delle capacità di crescita e di autoriproduzione delle professionalità necessarie.
- Questo «dimagrimento» si è verificato però in larga misura in ogni settore.
Nel 1993, oltre alla rilevante diminuzione dei livelli occupazionali del settore industriale (meno 4,8% nella media che diventa meno 5,5% per le imprese con più di cinque addetti) si verifica per la prima volta una significativa contrazione nel settore dei servizi (meno 2,2%).
Il fenomeno riguarda tutti i servizi, in particolare il settore commerciale e quello della pubblica amministrazione.
Il 1993 sembra quindi segnare, a fianco del relativo compimento della grande ristrutturazione industriale, l’avvio di misura più consistente che nel passato dei processi di razionalizzazione produttiva, con conseguente riduzione dei livelli occupazionali nel campo dei servizi.
Ciò vale sia nei confronti dei servizi pubblici in genere e in particolare delle imprese di pubblica utilità, interessate ora, anch’esse più intensamente, al processo di privatizzazione.
Ma il fenomeno sembra interessare ancora altri comparti, quale quello della distribuzione. A questo riguardo va ricordato che nel 1993 si è avuta anche qui, fenomeno inusitato, una forte caduta dei consumi privati (-2%), in particolare nei consumi privati di determinate fasce di prodotti. Fino a che punto questo sia un fenomeno di natura congiunturale e fino a che punto rispecchi una modifica più duratura del comportamento dei consumatori, è ancora incerto. Sta di fatto che per la prima volta in misura consistente si sono avuti contraccolpi severi sulla parte più tradizionale del nostro sistema distributivo
- Si possono cogliere segnali positivi nei processi in atto?
Nel 1993 l’aggiustamento esterno è stato particolarmente virtuoso: è iniziato un periodo di forte espansione delle esportazioni, la bilancia commerciale è risultata ampiamente positiva. Il fenomeno continua nel 1994.
Ne è conseguito innanzitutto un allentamento del vincolo esterno e quindi, in prospettiva, la possibilità di realizzare, in condizione di equilibrio, tassi di crescita più elevati.
La crescita consistente delle esportazioni verso aree emergenti in forte espansione ha offerto indicazioni precise alle industrie italiane per la futura crescita e i necessari aggiustamenti.
Si trae da questo fenomeno una lezione importante: elasticità organizzativa, continuo adattamento dei prodotti, sistematica ricerca di nuovi sbocchi di mercato possono consentire anche ai settori tradizionali di far fronte alle sollecitazioni che derivano dalla concorrenza delle produzioni provenienti da paesi a bassi costi. Questi, nel loro emergere, creano concorrenza ma anche domanda e nuovi mercati.
Una industria dinamica, capace di realizzare elevata crescita di produttività e continuo adattamento di prodotti, è l’arma che consente di proseguire l’integrazione con le aree emergenti.
Da questa integrazione consegue la necessità di aggiustamenti che potranno interessare l’occupazione in alcune specifiche attività ed il futuro di alcune aziende.
Quel che l’esperienza del 1993 ci ha insegnato è però che, anche nei comparti tradizionali, alla nuova concorrenza si accompagnano nuove possibilità di crescita.
- Quali prospettive si aprono per l’occupazione?
Il 1993, come noto, segna un anno di svolta per quanto riguarda le relazioni industriali. Con l’accordo sul costo del lavoro si realizzano due fondamentali riforme: una che riguarda le metodologie per la negoziazione delle retribuzioni, l’altra che riguarda una vasta gamma di aspetti relativi all’organizzazione del mercato del lavoro. Il contratto dei metalmeccanici testé concluso, a un anno circa da quella firma, contiene clausole che determineranno un aumento del costo del lavoro del 5,8/6% nei prossimi due anni, nonché il rinvio al 1996 degli eventuali oneri che potessero emergere dalle contrattazioni aziendali. Tassi di crescita del costo del lavoro allineati su quelli della produttività determinano condizioni perché si possa conseguire un più alto sviluppo, con un minimo grado di inflazione. In linea più generale, si è determinata una modificazione profonda nel clima delle relazioni industriali, che potrà forse indurre una maggiore propensione a programmare nel più lungo periodo investimenti e ad assumere iniziative. Si tratta di un clima, in ultima analisi, più favorevole a più positive prospettive per l’occupazione.
- Anche nel Mezzogiorno?
Nel 1993-94 non si hanno ancora notizie confortanti per quanto riguarda le prospettive delle regioni meridionali dove, come è noto, si concentra gran parte della nostra disoccupazione.
- Su quali linee impostare, allora, alla luce di questa analisi, una politica organica del lavoro?
Nel corso degli ultimi anni, e soprattutto nel corso del periodo più recente, sono stati analizzati a fondo i fenomeni di disoccupazione che interessano in diversa misura i paesi industrializzati e in particolare l’Europa. Sono state formulate proposte che fanno riferimento al costo medio del lavoro al grado di diversificazione tra livelli retributivi; alla elasticità nei rapporti contrattuali. Per quanto riguarda l’offerta di lavoro, sono stati affrontati molti problemi: la formazione sia dei giovani che nel corso della vita lavorativa, e la qualificazione professionale per la parte da conseguirsi nel sistema scolastico, durante l’attività di lavoro e nei passaggi da un lavoro all’altro.
Nel caso dell’Italia, ci pare di dover segnalare due fondamentali questioni:
- La prima è quella già ricordata del nostro Mezzogiorno, dove il problema della disoccupazione non può essere affrontato solo in termini di mobilità territoriale della manodopera senza il concorso di una mobilità territoriale degli investimenti e dello sviluppo.
- Il secondo problema è dato dalla particolare arretratezza del nostro mercato del lavoro. Da tempo l’Italia si caratterizza per un mercato del lavoro nel quale operano da un lato un generico «laissez faire» e dall’altro una serie di strumenti più propriamente riconducibili alla sfera dell’assistenza sociale.
L’azione dello Stato e dei sindacati sinora si è concentrata nella difesa dei redditi e dei livelli occupazionali piuttosto che sulla creazione di un mercato che favorisse l’adattamento dell’offerta alla domanda, la continua verifica delle opportunità, la valorizzazione delle informazioni, l’adattamento dell’organizzazione della produzione e quella scolastica agli obiettivi di valorizzazione dell’offerta e di crescita delle opportunità.
È caduta la possibilità di utilizzare l’impresa pubblica come volano di regolazione dei fenomeni occupazionali e di riduzione della disoccupazione. Si riduce progressivamente nel tempo la possibilità di utilizzare la grande area dei servizi e quella della pubblica amministrazione per realizzare questi scopi. Le forme di protezione adottate su larga scala nel corso degli ultimi anni (cassa integrazione nelle sue varie forme) si dimostrano particolarmente costose e contestabili dal punto di vista della loro efficienza economica e del tipo di incentivi che determinano.
Dobbiamo prendere atto dell’allentamento del vincolo esterno e dell’allentamento del vincolo interno per quanto riguarda l’inflazione da costi, fenomeni tutti e due che possono favorire una più intensa crescita. Va sistematicamente perseguito l’obbiettivo del risanamento delle finanze pubbliche perché possa contrarsi l’altro vincolo interno alla crescita: quello rappresentato dall’elevato e rigido prelievo di risorse che lo Stato effettua dal circuito dei risparmi e che in situazioni di eventuale forte ripresa della domanda può ridurre le possibilità di sviluppo inflazionistico degli investimenti. Il perseguimento dell’obbiettivo del risanamento della finanza pubblica è cioè anch’esso condizione essenziale per poter impostare una prospettiva futura a tassi che superino la barriera del 2,5/3%, indispensabile perché il livello medio della disoccupazione possa ridursi.
- Il mercato del lavoro sconta il grave ritardo accumulato in materia di formazione.
Un efficiente mercato del lavoro fondato su informazione, orientamento, formazione è la infrastruttura di cui sentiamo di più la mancanza. È grave che il nostro paese abbia trascurato il problema della formazione professionale, sulla quale da tempo non si hanno sostanziali innovazioni, e abbia continuamente favorito lo sviluppo delle strutture scolastico/educative in forme che in larga misura prescindono dalla costruzione di professionalità più precise e più consistenti.
Il tema è complesso, l’analisi dei fenomeni relativi alla disoccupazione porta sovente a spiegazioni che fanno riferimento alla dinamica della forza lavoro qualificata («skilled») rispetto a quella «unskilled». Vengono usati per queste teorizzazioni, riferimenti statistici molto approssimati e forse per molti aspetti fuorvianti. Che cosa significhi esattamente «skilled» o «unskilled» è questione che non può essere risolta ex ante con eccessiva generalizzazione. Anche a questo fine solo un nuovo, efficace sistema di rilevazioni, informazioni e orientamento può chiarire nei singoli casi, nei singoli individui, nelle singole regioni, nei singoli paesi gli elementi costituenti di una professionalità utile e ricca di prospettive. Senza questa bussola ciascuno continuerà ad andare per proprio conto: l’università da un lato, la scuola professionale e le imprese dall’altro, e gli individui in mezzo, nell’improduttivo disorientamento.