Premio Guido Carli

Sala della Lupa, Montecitorio Roma, 10 maggio 2012

Documento PDF


L’anima organizzatrice di questo premio mi ha chiesto di dire due parole su cosa avrebbe detto o proposto Carli nella presente situazione dell’Italia. Una vera sfida, cui si può rispondere prendendo spunti qua e la dall’azione e dalla vita di Carli, non potendo peraltro dar conto di quel tanto di imprevedibile che una personalità come questa avrebbe saputo inventare e avrebbe certamente elaborato, anche in contrasto con teorie e prassi da lui praticate in circostanze simili, ma che si sa non sono mai le stesse.

Si è soliti dire che uno dei suoi capolavori sia stato l’aver consentito all’Italia di firmare il trattato di Maastricht, convincendo gli altri ad accettare una formulazione generosa, che permetteva all’Italia, che era molto fuori dei parametri di entrare comunque tra i candidati ammessi.
Un vero miracolo se si tien conto che ciò accadeva (febbraio 1992) al termine di quel 1991 che fu un vero “annus horribilis” per il Ministro del Tesoro e non solo per il Ministro del Tesoro; anno turbolento, in cui, arrestatasi la crescita degli anni 80, semmai si dimostrava l’incapacità del governo del paese di attivare quel controllo della finanza pubblica che si andava invece promettendo in Europa.

L’Europa dunque. Anche per Lui l’Europa era da considerare il punto di ancoraggio della vicenda italiana.
È il pensiero che ancor oggi domina, e ispira la nostra azione. avrebbe però condiviso anche che dal momento che si elegge l’Europa a faro di guida, all’Europa occorre partecipare non con l’aria un po’ scanzonata e un po’ ribalda frequentemente adottata dall’Italia, ma con una classe dirigente stimata, in modo da poter partecipare con peso proporzionato all’elaborazione degli indirizzi e delle decisioni.
Perché dall’Europa non arrivava solo il “vincolo esterno”, ormai anche da Carli auspicato per la nostra salvezza, ma anche positive riforme nell’organizzazione dei mercati, della finanza ecc. cui lui stesso attese.

L’Europa anche allora era un pensiero cui si aderiva un po’ per convinzione un po’ per disperazione.

Vero è che per l’Italia l’adesione all’Europa è stata quasi una riforma costituzionale. Caratterizzata da una situazione politica frantumata e da una Costituzione che sottolinea gli strumenti rappresentativi e appare più sfumata su quelli del governo, l’Italia ha riconosciuto nell’adesione all’Europa una sorta di completamento della propria Costituzione; l’Europa ci forniva atti di governo e ci impegnava ad adottarli.

E la moneta unica e l’Unione Monetaria erano ben di più di un regime di cambi fissi.

Egli aveva vinto a Maastricht, in un anno nel quale il rapporto debito-pil era salito al 100% facendo accettare, come è noto, la clausola che consentiva l’ammissione anche ai paesi che fossero fuori, ma in grado di avvicinarsi al limite previsto di 60 con “ritmo adeguato”.

“Ritmo adeguato”: espressione assai significativa, imprecisa nella misura, rivela una dose di grande fiducia nei rapporti tra governi e tra uomini; una espressione di una grande civiltà nei rapporti internazionali.
Un’Europa di gentlemen.
Convinse i suoi interlocutori. Ma con ritmo assai inadeguato invece di scendere a 60 siamo saliti agli attuali 120.

Purtroppo non ci fu da subito “ritmo adeguato” nel proseguire la costruzione dell’Europa politica, che pur era negli auspici. E che avrebbe consentito più completi ed efficaci strumenti di governo, maggior tutela, più condivisa responsabilità nelle decisioni e quindi maggior efficacia dei vincoli e, per contro, una maggior comprensione reciproca nelle difficoltà. Ma già pochi mesi dopo l’introduzione della moneta unica, la proposta di innalzare i fondi europei veniva respinta.

Non dubito che Carli avrebbe approvato le iniezioni di liquidità nel sistema compiute negli ultimi tempi e ogni atto che riporti ordinato funzionamento nel sistema bancario, come non dubiterei del suo consenso alla messa a punto di strumenti europei per una gestione consapevole e condivisa e per favorire gli investimenti e non dubito neppure che avrebbe detto la sua sugli strumenti da adottare e le istituzioni da rafforzare.
Avrebbe forse chiesto all’Europa di uscire dall’autoflagellazione per giocare un ruolo più propositivo di fronte ai disordini nelle relazioni mondiali, causa di molti guai del tempo presente; avrebbe forse chiesto all’Italia di rappresentare in modo dignitoso ed efficace la circostanza che il nostro principale guaio del momento e cioè il proibitivo costo del rifinanziamento del debito può essere ricondotto per una metà a questioni interne, ma per l’altra metà all’incompiutezza delle istituzioni europee, e che da qui si esce se tutt’e due le questioni sono affrontate con “ritmo adeguato” (che stavolta significa con urgenza), E’ giusto che gli indisciplinati accettino nuova disciplina, ma caricare su di essi oneri che discendono dalla detta incompiutezza del sistema europeo può essere autolesionista.

E non vi fu “ritmo adeguato” neanche nel tasso di crescita della nostra economia.
E anche Carli probabilmente ci potrebbe aiutare nel comprendere meglio il fenomeno della crescita e soprattutto i fattori e le misure che possono generarla e conservarla.
Noi siamo al riguardo assai incerti e spaesati.
Abbiamo nel vivo della nostra esperienza il grande sviluppo degli anni 60, generato da tante circostanze interne ed esterne e favorito dalla banca centrale da lui guidata; allora sviluppo significava con chiarezza statistica il trasferimento di intere fasce di popolazione dalla povertà del sottosviluppo agricolo alla maggior produttività del settore manifatturiero che si espandeva per aggiunte successive. Ma difficilmente potremmo ritrovare nella nostra storia successiva esperienze che ci esemplifichino con la forza dei dati cosa occorre per ottenere, in un contesto diverso da quello postbellico, una costante adeguata crescita.

La spesa pubblica è sempre stata elevata. Provammo nel 92 la svalutazione, che dette respiro alle vendite e soprattutto ai conti economici delle imprese, ma che dette al dunque risultati effimeri. Provammo con la politica dei redditi. Attendemmo, infine, dal calo del costo del denaro conseguente all’adozione dell’euro, non solo che si alleggerisse il costo del debito pubblico, ma anche la ripresa degli investimenti e quindi la crescita.

E ora la questione appare più complessa. Perché meno disponibili sono leve di manovra nell’immediato mentre quello che occorre non è una ripresina, ma un nuovo sentiero di aumenti di produttività costante e prolungato. A chi parla, pare che nell’immediato sia necessario metter a punto interventi straordinari, discussi in sede europea, volti a favorire la liquidazione accelerata dei debiti delle amministrazioni pubbliche verso soprattutto le imprese, è difficile incoraggiare al nuoto e far mancare l’ossigeno. Ci rendiamo poi conto che la crescita ha più che mai bisogno, a fianco di mercati aperti e della concorrenza, della presenza di un gran quantità di beni pubblici materiali e virtuali e che l’albero degli spiriti animali dell’imprenditoria per fiorire ha bisogno di un contesto coerente, di un terreno arato e coltivato.
Occorre soprattutto nuova qualità in tutt’e tre i campi quello della “politica”, quello del “governo” e quello della “amministrazione”. Ai mutamenti forzati da vincoli esterni devono seguire mutamenti consapevoli.

Mi limito qui alla questione dell’amministrazione. È troppo sperare che la “spending review” sia non solo esercizio contabile, ma anche una ricognizione sulla funzionalità delle varie amministrazioni (scuola, lavori pubblici, giustizia ecc. ecc.) per dare finalmente e con spirito positivo e costruttivo maggior convergenza alla loro azione rispetto alle necessità della crescita e dello sviluppo sociale?

E insisto sull’Amministrazione, giacché, al dunque, è la cura dell’amministrazione il vero test del miglioramento della qualità della politica e del governo. E Carli sarebbe con me, credo di si. Lo deduco da un fatto, nel pieno dell’”anno horribilis” 1991, contemporaneamente alla stesura finale del trattato di Maastricht e nel pieno di forti conflitti politici, Carli mise in atto una riforma del Ministero del Tesoro, attraendovi nuove energie, per mettere il governo della finanza pubblica in coerenza con il nuovo ordine. Ma fu purtroppo l’unico a farlo.
Resta un atto da vero ministro tecnico.
E a proposito di governi tecnici, è nota la sentenza sprezzante di Carli si governi tecnici. Meno nota una sua intervista rilasciata nel mezzo del 1991. “Vorrei poter costruire il bilancio dello stato nell’ambito del governo, senza la presenza di elementi esterni. E vorrei poterlo poi presentare in Parlamento senza che vi sia la facoltà di proporre emendamenti, quando manchi l’autorizzazione del Tesoro. In caso di conflitto radicale fra Ministro e Parlamento, al Ministro potrebbe il Parlamento negar la fiducia”.
Beh, se non è governo tecnico, questo è comunque una forte riforma del governo (non dissimile fu la richiesta di una delega sul bilancio chiesta da Amato l’anno successivo, e puntualmente rifiutata).
Una contraddizione questa di Carli? Forse si, come altre, riscontrabili in un liberale convinto ma pragmatico, che porta seco i suoi principi, non confezionati in ricette meccaniche, ma per far fronte con lucidità ai problemi del momento e per fare degnamente i conti con la realtà.