La Repubblica, 14 aprile 1993

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Intervista al ministro per le privatizzazioni: Debiti IRI, situazione drammatica

Baratta: sulle dismissioni ci giochiamo tutto.
“Fondamentali sono le Authority per i servizi pubblici. Le nomineranno i presidenti delle Camere o il presidente del Consiglio”.

“Abbiamo superato le divergenze tra i ministri. Warrant a chi possiede titoli di Stato? È una proposta buonissima”.

di Giovanni Scipioni

 

ROMA – «Strategico… questo settore è strategico, quest’altra attività è strategica… In questi ultimi anni è stata la parola magica, l’alibi per poter bloccare le privatizzazioni. Tutto quello che non si voleva vendere veniva indicato come strategico. Anche i pomodori e le conserve sono stati, per anni, strategici per lo Stato. Ecco, questo sistema è ormai al tramonto, e noi abbiamo dato una forte spallata in questa direzione».
Paolo Baratta, a lungo presidente del Crediop, uno degli istituti di credito a medio e lungo termine più importanti d’Italia, è la carta giocata da Amato per accelerare il dimagrimento dello Stato Padrone. Per questo banchiere il presidente del Consiglio ha creato un ministero ad hoc, quello del riordino delle partecipazioni statali.

È stato “rapito” e “buttato” in questo ministero poco più di due mesi fa. In fretta e furia si è dovuto occupare del riordino dei quattro enti sparsi, Eni, Enel ed INA, della vicenda Efim, l’ente in liquidazione, e della task force sull’occupazione che, dai minatori del Sulcis ai dipendenti dell’Alenia, ha creato non pochi momenti di tensione.

Quando Amato lo insediò al terzo piano di Palazzo Chigi disse: «Tizio anziché ascoltare Caio e Sempronio, sentirà ora Sempronio e Mevio». Era la conferma dello svuotamento dei poteri attuato nei confronti del titolare dell’Industria, Giuseppe Guarino, in favore del neo-ministero guidato da Baratta. Un compito non semplice, fatto insieme al ministro del Tesoro Pietro Barucci e al titolare del Bilancio Beniamino Andreatta.

Un lavoro di equipe che ha portato all’ultimo Consiglio dei ministri quello che dovrebbe aver cancellato la parola «strategico». È stato un estremo sussulto di orgoglio del governo Amato, ormai alla fine della sua tormentata avventura.

Lei, al termine dell’ultimo Consiglio dei ministri, ha dichiarato: “Ora abbiamo una base di lavoro credibile”. Ma non è l’ennesimo annuncio di privatizzazioni che poi non si fanno mai?
«L’avvio delle privatizzazioni fu necessariamente un momento di rottura. Era un intero ordinamento che veniva lacerato ma che ha rappresentato un pilastro importantissimo per la crescita dell’industria italiana. È quindi l’inizio di una fase per ridefinire il rapporto tra Stato e sistema produttivo, nella forma tipica di un paese avanzato».

Perché c’è tanta tensione in Europa su questo problema? Che cosa si aspettano da noi?
«Tutti i paesi europei hanno riconsiderato negli ultimi anni le forme in cui lo Stato interveniva nell’industria. Dall’Italia ci si attende che essa dimostri la capacità di superare la fase di paese “in via di sviluppo” e di entrare a pieno titolo tra i paesi più evoluti, in grado di competere con gli altri».

Siamo osservati speciali?
«Sì, esatto. Sulla riorganizzazione del sistema e sulle vendite ai privati delle aziende pubbliche ci giochiamo molto. Abbiamo aperto il libro di queste aziende con indicazioni e tempi di cessione precisi».

È sufficiente, secondo lei, per far cambiare parere agli uomini dei paesi europei e per alimentare la curiosità sulle nostre società?
«Non è serio dire: vendiamo l’Enel e la Stet ai privati senza aver presentato prima le Authority che dovranno sovrintendere alla politica tariffaria all’indomani della privatizzazione. Non è serio e non ci credeva nessuno. Invece, con la decisione di nominare una Authority sui servizi pubblici, abbiamo fatto un passo da gigante verso un nuovo ordinamento industriale più compatibile con la logica dei mercati internazionali».

I problemi comunque non sembrano risolti. Chi nomina, per esempio, l’Authority?
«Potrebbero essere nominate dal presidente della Camera, dal presidente del Senato, o dal presidente del Consiglio».

Ci vorrà altro tempo, forse troppo. Non crede?
«No. Lo stesso documento conferma che la loro istituzione sarà avviata al più presto».

Lei comunque è ottimista. Ma quante volte è stato detto: privatizziamo, e poi nulla, solo parole cadute nel vuoto?
«Il consenso è più vasto. La costituzione del nuovo ordinamento è riconosciuta come momento essenziale per un nuovo slancio del sistema produttivo. In tal senso sono recepiti gli accordi che proprio in questi giorni il presidente Amato sta personalmente seguendo nella trattativa tra sindacati e Confindustria».

Questo governo così traballante è in grado di mettere in atto un processo così difficile? Non è un compito troppo arduo?
«O si raccoglie o si semina. Noi abbiamo seminato. Chi viene dopo di noi potrà raccogliere molto se continuerà con fermezza su questa strada».

Gli uomini del governo Amato sono stati spesso in disaccordo sulle dismissioni. Il suo ruolo è stato creato anche per superare gli ostacoli posti da Guarino?
«Abbiamo superato le divergenze che esistevano tra i ministri. Io sono l’elemento aggiunto per ventura e all’ultimo momento a questo esecutivo. Ma ho potuto contare sull’aiuto dei miei colleghi».

Anche di Guarino?
«Sì, certamente. L’impegno del suo ministero è importante in questo processo. Ha le competenze sulle tariffe e il suo assenso al piano è stato determinante, altrimenti avremmo fatto l’ennesimo elenco di società da vendere e niente più».

Che ne pensa della proposta di Andreatta di dare warrant delle aziende da privatizzare a chi possiede titoli di Stato?
«Forse ci vuole un piccolo intervento legislativo, ma è una proposta buonissima».

Sull’INA c’è stata una marcia indietro?
«No, tutt’altro. Si è confermato che le dismissioni potranno iniziare entro l’anno. È stato superato il nodo delle funzioni pubbliche svolte dall’INA attraverso l’avvio di una importante riforma nell’ambito del sistema assicurativo e con la creazione di un sistema di tutela del risparmio-vita in forme simili a quelle attuate per i depositi bancari».

E l’ENI? Perché avete deciso di vendere l’ENI, scendendo sotto il 51%, invece di Agip o Snam?
«Non abbiamo preso nessuna decisione. Il problema è più complesso: i mercati finanziari hanno le loro preferenze se si vogliono fare buone privatizzazioni. Molti sostengono che per fare un buon collocamento siano preferibili società che svolgano attività più focalizzate».

La scelta sull’ENI si spiega anche con la necessità di coprire il pauroso indebitamento dell’IRI. È così?
«Sì, è così. L’IRI deve diminuire il suo indebitamento. Ci sono situazioni molto pesanti come quella di Iritecna e Ilva».

Gli impegni presi sono numerosi. E per un governo traballante non è poca cosa. Non è poca cosa neanche per un ministro che rischia di perdere il proprio dicastero se il decreto non viene reiterato. Non è così?
«È stato un privilegio per me essere chiamato a servire il paese. Non chiedo altro».

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