da “Il Sole 24 Ore” del 21 giugno 2023, pag. 18

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Si ricorda in questi giorni la figura di Pasquale Saraceno nell’occasione del 120esimo anniversario della nascita. Il suo pensiero con il passare degli anni non perde di attualità.

Come Keynes, anche per Saraceno l’economia di mercato andava supportata con opportuni interventi pubblici, e per entrambi fu decisiva l’esperienza degli anni Trenta:

Keynes ne trasse insegnamenti sul ruolo primario dello Stato nell’assicurare domanda adeguata per mantenere il pieno impiego in un’economia sviluppata.

Saraceno sul ruolo decisivo dell’azione pubblica sulla nascita e lo sviluppo di un sistema di imprese competitivo, nelle economie più arretrate, in quelle più deboli e, nei momenti di transizione tecnologica, anche in quelle più forti.

Aveva partecipato da giovane alla riforma del 1936. La crisi che l’aveva preceduta dischiudeva ai suoi occhi la storia dello sviluppo dell’Italia, come caso singolare di un destino che aveva accomunato tutti i Paesi sulla via dell’industrializzazione. In tutti questi Paesi, per iniziare e compiere il salto rispetto a chi li aveva preceduti, lo Stato aveva realizzato e mantenuto a lungo scudi protettivi di portata straordinaria, con barriere doganali e commesse pubbliche, in pace e in guerra, confezionate su misura. Un sistema bancario finanziario aveva concorso direttamente alla nascita di imprese, spesso surrogando capitali di rischio mancanti.

In Italia ciò non era bastato e si era fatto intervenire anche il sistema della moneta. La Banca d’Italia si trovò così in grembo un immenso patrimonio di titoli azionari, dati in garanzia. La riforma del 1936 aveva ricondotto, con il risanamento della moneta, la costituzione dell’Iri e la nuova legge bancaria, ciascuno a fare il proprio mestiere. Si era formato un nuovo ordine nel quale lo stato interveniva non più in modo erratico, opaco e distorcente, ma come sottoscrittore di capitale di rischio nel rispetto della logica d’impresa. Saraceno era orgoglioso di aver partecipato a questa operazione con la quale si realizzava compatibilità tra azioni pubbliche indispensabili ed economia di mercato, un sistema completo, da Paese maturo.

La crescita della domanda poteva incontrare una strumentazione capace di coglierla e persino di avviare il Paese alla piena occupazione, tema al quale si dedicò nel resto della sua vita. Saraceno si batté per decenni affinché quel sistema venisse arricchito per assicurare anche lo sviluppo del Mezzogiorno. Il risultato fu ottenuto solo in parte, mancò un più diffuso impegno.

La conclusione era comunque una: un Paese o “si attrezza” in anticipo con sistemi, istituzioni e azioni pubbliche adeguate per promuovere gli obiettivi di sviluppo che vuol conseguire, oppure avrà semplicemente lo sviluppo che le sue debolezze gli consentiranno. Dovrà accettare declini e dualismi e ricorrere allo Stato tardivamente per assistere e tamponare quel che un’azione pubblica adeguata poteva prevenire.

Se pur su percorsi diversi, sia Keynes che Saraceno parlavano a comunità che volevano governare il proprio destino.

L’Italia non solo non è riuscita a sviluppare adeguatamente il Mezzogiorno, ma da un certo punto in avanti e per ben tre decenni si è dovuta accontentare di una crescita inferiore a quella europea, in una deriva pericolosa (nel 2000 il reddito pro-capite italiano era superiore alla media dei Paesi dell’euro del 5% circa, nel 2021 era inferiore del 16%).

Da anni la spesa pubblica tampona le falle dello scarso sviluppo, in una logica di breve orizzonte. Il tema della “attrezzatura” per una maggior crescita è stato evocato ma mai affrontato seriamente. E ora il quadro generale è diventato più impegnativo.

Per promuovere stabilità e riconversioni, i Paesi più avanzati non hanno esitato (come Saraceno prevedeva) a riattivare interventi degli Stati, pur riaffermando fiducia nel libero mercato e pur disponendo di sistemi d’impresa assai evoluti (più robusti del nostro).

L’UE, con il PNRR e le sue priorità, sostiene le riconversioni. Incentivi, aiuti di Stato, salvataggi e supporti, tutto quello che era anatema fino a poco fa è divenuto atto virtuoso per quelle priorità. Gli Stati Uniti praticano salvataggi e organizzano protezioni.

Dove sta l’Italia? Si è indebitata e oggi ha minor capacità di mobilitare risorse pubbliche per le nuove trasformazioni. Dovrebbe quindi contare più degli altri sulla qualità ed efficacia di azioni pubbliche mirate e su un più qualificato impegno degli organi intermedi e degli altri sistemi che affiancano il sistema delle imprese.

La gestione del PNRR non ha però rivelato un Paese dotato di azioni programmate orientate a un salto nel sentiero dello sviluppo, ma semmai una scarsa generale progettualità, mentre nuove criticità interne caratterizzano il presente (penso alla demografia) e condizioneranno il futuro, quel futuro che Saraceno ci inciterebbe a porre di nuovo come riferimento della vita politica.

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