in “La diplomazia culturale”
Aracne editrice, 2013

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Nei giorni scorsi in una lunga settimana di vernissage abbiamo aperto la 55° Esposizione Internazionale d’Arte- La Biennale di Venezia.

Qui convengono da tutto il mondo artisti e interessati all’arte: 4600 giornalisti accreditati, di cui 3000 stranieri, 88 paesi partecipanti, che organizzano le loro autonome presenze a fianco della nostra grande mostra. Un riconoscimento generale reiteratamente espresso dalla stampa internazionale che la Biennale d’Arte, cosi come la Biennale di Architettura, negli anni alterni, sono punti di riferimento ineludibili per il mondo intero.

Una posizione conseguita certamente con anni di lavoro, ma un successo, si badi bene, ottenuto senza concessioni all’eventismo, ma con-seguito proprio perché si è rimasti fedeli all’integrità dell’istituzione, come istituzione culturale e di ricerca.

E anche per questo l’anno scorso 77 università, di cui ben 49 straniere, aderirono alla nostra offerta di organizzare una visita di studio di tre giorni alla Biennale come parte delle attività curricolari.

“Rumination not com.merce at the Biennale” titolavano il New York Times e l’International Herald Tribune. Rumination: luogo di incontro, ricerca, verifica e scambio culturale.

Un paradosso, che questa capacità di attiva proiezione verso l’e-sterno misurandosi con il mondo internazionale si manifesti proprio nella città che per molti è divenuta al contrario simbolo di un Italia che par voler vivere solo di rendita sul passato, alimentando in un circolo vizioso beni culturali, turismo d’escursione, assuefazione, monocultura.

88 paesi partecipanti. Erano 57 pochi anni fa, e molti paesi chiedono un padiglione permanente e ci forniscono le risorse necessarie per restaurare un altro pezzo dell’Arsenale Monumentale.

La Biennale College anche si va affermando: nata da poco, avviata per organizzare attività di formazione esperienziale tra artisti con la finalità di giungere a una realizzazione. Nel teatro, nella danza, nella musica, nel cinema, richiama maestri e giovani da tutto il mondo (il nostro slogan è che la creatività sta tutta nella creazione).

Al primo bando per il College Cinema per la produzione di 3 film low cast da noi finanziati hanno risposto 433 soggetti da 77 paesi. Al bando per partecipare al College Teatro hanno risposto finora ben 930 giovani da 28 paesi, per il College Danza, avviato in questi giorni, sono giunte 166 domande da 18 paesi.

Dobbiamo allora chiederci: perché ogni anno paesi di tutto il mondo impiegano risorse umane ed economiche per essere alla Biennale, senza che noi si faccia promozione? Perché paesi come il Kosovo, per non citare che un caso, appena conquistata l’indipendenza chiede di partecipare? La risposta è una sola: perché vogliono essere considerati parte del mondo dell’arte e della cultura. Un elemento interessante per verificare in che direzione si esprime la cura dell’identità culturale.

Visti da qui gli stati, con i loro confini territoriali, non appaiono interessati a legittimarsi per le specificità e le diversità che essi racchiudono e tutelano. I paesi non vengono per mostrarci i frutti della cultura locale, ma per mostrare la propria capacità di essere nel mondo dell’arte. Gli stati cioè, invertendo la relazione, si legittimano come forme organizzate per consentire e favorire le comunità interessate nella partecipazione al dialogo ed essere per ciò oggetto di stima. Un tema di riflessione sull’identità culturale per un simposio che vuol trattare della diplomazia culturale.

Diplomazia culturale. La diplomazia è sempre stata considerata come l’arte di favorire la capacità di interlocuzione di un paese nel contesto degli altri paesi.

La diplomazia, al dunque, non può far a meno della effettiva presenza all’interno del paese di condizioni operative efficaci e ben sviluppate, premesse della capacità di interlocuzione, sia che si tratti di condizioni economiche, industriali o politiche (per lasciar da parte quelle militari). Ciò è tanto più vero nel caso dell’arte e della cultura, campi nei quali è impossibile bluffare: essere interlocutori significa disporne di soggetti che abbiano conquistato o almeno mostrino attivamente di voler conquistare la considerazione e la fiducia delle altre realtà esterne.

Le possibilità di una diplomazia culturale, in prima battuta, è data dunque dalla sommatoria delle capacità di interlocuzione dei soggetti operanti nel campo della cultura.

E credo che a partire da un Simposio come questo, sarebbe interessante avviare una verifica delle innumerevoli diverse realtà attive in Italia nei vari campi della cultura, per un censimento, un inventario, che ci riveli situazioni e attitudini, punti di forza e punti di debolezza. Interessante ad esempio sarebbe un’indagine sul modo di operare delle tante nostre università, sulla consistenza del loro impegno a sviluppare attività con proiezione esterna, così da essere interlocutori del mondo internazionale in ciascuna delle diverse discipline o inter-locutori di università straniere. Quanti studenti stranieri desiderano studiare in Italia? Provenienti da dove? E quanti docenti chiedono di essere ospitati? Lo stesso quesito per i soggetti che fanno ricerca scientifica o umanistica. Quanti tra essi vogliono o possono essere davvero punti di eccellenza e quindi di riferimento? Scopriremmo chi lo è e chi non lo è e trarremmo utili indicazioni su cosa fare per aumentare l’impegno in tale direzione.

Proseguendo, parliamo troppo raramente delle Accademie di Belle Arti (sono 34 con 21.336 iscritti). Guardano al mondo, o sono troppo concentrate nell’obiettivo di ottenere valore di laurea ai loro diplomi? E i nostri conservatori, i licei musicali, le scuole e gli istituti musi-cali, scuole musicali private hanno trovato un assetto soddisfacente con la legge del ’99 e hanno strumenti per il necessario dialogo inter-nazionale? E ha senso che il pur modesto tempo dedicato all’ ascolto di musica nelle scuole ordinarie sia comunque abbandonato alla terza media? I nostri licei artistici (sono 349 licei artistici e licei 72 licei musicali coreutici, ‘Con iscritti pari a 95.917) come si posizionano? Tutte queste istituzioni vivono la loro autonomia come punto di partenza per aprirsi o l’hanno deformata in una corporativa difesa delle posi-zioni singolari del personale che vi opera? Se penso alle regole per ospitare personale docente dal resto del mondo, se penso alle regole corporative che governano le borse di studio, se penso alle regole che governano gli stage di studenti o laureati stranieri, direi che sono più le barriere che le vie di scambio (e non basta ottenere la consolazione di qualche Erasmus).

Ho citato università, scuole, accademie, ricerca, perché considero che qui stia il pilastro più importante delle nostra industria culturale cui si chiede trasmissione di saperi e ricerca, appunto cultura. Lo faccio anche perché in alcuni interventi del recente passato ho notato che queste attività qualche volta sono ignorate (in alcuni casi sono scomparse dall’ambito cultura), mentre si allargano, con qualche compiacenza, i confini del campo della cultura a ricomprendere fenomeni importanti nella nostra vita economica, ma che più propriamente dovremmo ricondurre allo “stile di vita” individuale (qualità della domanda e dell’offerta in beni di consumo, abitudini di vita: moda, design e l’ormai onnipresente enogastronomia) con un’enfasi che ritengo qualche volta eccessiva e che può provocare qualche perplessità e qualche strabismo.

Nessuno può sottovalutare l’importanza di saper esprimere una domanda qualificata per la generazione di un’offerta qualificata e per innescare circoli virtuosi di competenze e competitività. Il quesito da porsi è, però, se lasciare al solo circuito interno ai sistemi produttivi il compito di svolgere questa funzione, o se non sia opportuno affiancare i processi produttivi con specifiche iniziative permanenti di formazione e ricerca che si sviluppino a fianco delle attività produttive. Sedimentando “all’intorno” vantaggi comparati durevoli fondati sui saperi. Se questo non accade è maggiore il rischio di vulnerabilità di fronte ai mutamenti indotti dalla globalizzazione. Insomma, dopo tan-ti anni è utile porsi la domanda: quale sistema formativo è stato creato nella grande avventura del made in Italy? Così come è utile domandarsi dopo tanti anni di vita di una delle più belle e articolate legislazioni sui beni culturali, quale sistema di competenze e di trasmissione di saperi e di ricerca (archeologia, restauro, documentazione, ecc.) abbiamo sedimentato noi come patrimonio culturale di oggi da aggiungere al patrimonio ereditato? Amiamo il design ma nell’internazionalizzazione in atto è importante chiedersi: dove e come si collocano le nostre strutture formative rispetto ai vari paesi interlocutori?

Su questi settori legati allo stile di vita mi pare opportuno mante-nere divise le tematiche propriamente industriali e di marketing da quelle più propriamente culturali (formazione e ricerca). In una mia visita a un importante Istituto di Cultura, in una importante capitale, mentre attendevo un giornalista, assistevo allo sparecchio di grandi tavoli coperti di stoviglie e bicchieri: si era tenuto la sera prima un evento enogastronomico. Da vecchio ministro del commercio estero mi chiedevo: ma non son cose che dovrebbe fare l’ICE (Istituto nazionale per il commercio estero) che forse possiede gli strumenti per renderle efficaci? Cosa ne a un povero direttore d’Istituto di Cultura dei canali di penetrazione commerciale?  Non è questo giocare un po’ con le rappresentazioni e le immagini a discapito dell’efficienza?

Sulle attività fondate sul sapere non mancano poi situazioni che hanno seguito strade opposte. Tale è il caso dell’architettura. Una scarsa qualità della committenza pubblica e privata e una struttura industriale, diciamo disattenta, hanno generato uno sviluppo enorme di edilizia, ma con basso ricorso all’architettura. Tra architettura e società civile si è alzata una sorta di barriera, e, paradossalmente, abbiamo un architetto ogni 470 abitanti (sono uno ogni 2228 in Francia, uno ogni 1925 in Inghilterra) e le nostre università pullulano di studenti d’architettura: 70.000, uno ogni 761 abitanti, contro una media europea di uno ogni 1895. Un sistema in vero affanno.

Torno all’inventario. Mi parrebbe premessa necessaria per fornire gli elementi specifici, e per mettere a fuoco almeno quattro possibili grandi azioni di diplomazia culturale che mi sembrano utili, su grandi fronti, dove si verificano fratture e derive da recuperare o cucire al più presto.

La prima mi è stata suggerita da una visita al museo di Beirut, di recente realizzazione, dove ho appreso dalla direttrice che una parte importante era frutto del contributo di personale italiano esperto d’archeologia e scienze museali. Constatai la grande diffusione di questa notizia in città e misurai quanto si può ottenere con iniziative di questo tipo nell’intera area mediterraneo-balcanica.

Il secondo fronte su cui intervenire è quello della frattura gene-razionale interna. Occuparci del nostro sistema scolastico, misurare la sua efficacia confrontarlo con gli analoghi stranieri, esemplificare casi significativi, favorire aggiustamenti vuol dire far sentire all’intera nuova generazione che ci occupiamo di loro, nel campo culturale che è proprio quello che interessa i loro anni. E potremmo sostenere ad esempio, come cerchiamo di fare con Biennale College, l’opportunità di aumentare l’offerta di occasioni di formazione esperienziale, con maestri di varia provenienza.

Il terzo è quello dell’audiovisivo. Si discute dell’eccezione culturale, il che mi ringiovanisce avendo trattato la materia alla fine dell’Uruguay Round (’93-’94) che terminò con la definizione del Trattato di Marrakech e con l’istituzione del WTO (World Trade Organization).

Se dovessi ragionare sulla base dell’esperienza di allora, concluderei che sottili disquisizioni su parziali concessioni e parziali rigidità sono di poco interesse per l’interlocutore USA, va comunque pesata la possibilità di ritorsioni sulle importazioni di beni tipici. Mi pare però che il problema sia anche un altro: pur godendo di protezione, lasciamo che l’audiovisivo mondiale dia una rappresentazione della nostra storia straordinariamente deformata a uso e consumo dello spettatore fumettistico. In alcuni canali tv dedicati alla storia, quella romana è fatta solo di violenza, di invasori, di gladiatori o di volgari sgozzatoti. Si tratta di documentari visti da tutto il mondo, sui quali si formano intere generazioni. Se dobbiamo combattere per protegge-re il nostro audiovisivo, almeno si utilizzi la protezione per favorire con opportune risorse la produzione di documentari che sulla nostra storia passata e recente dicano, ovviamente senza agiografia, qualche cosa di più sensato.

Il quarto fronte cui applicare una grande iniziativa di diplomazia culturale mi sembra debba essere quello dell’Europa. Una vera frattura tra nord e sud Europa è cresciuta in questi ultimi anni di crisi, è diventata un fatto culturale, ha generato una grave caduta nella fiducia reciproca, le pubbliche opinioni hanno travolto quel che restava degli antichi lettori di Goethe e dei nostalgici del Grand Tour. Ricomporre uno spirito di fiducia attraverso una articolata offensiva di diplomazia culturale mi pare urgente. Anche qui con adeguata flessibilità nella scelta dei temi. I tedeschi sanno benissimo che agli italiani piace mangiar bene e vestir meglio, arredare bene le loro case, e che vogliono attirare turisti. In un certo senso lo sanno sin troppo bene. Forse è opportuno dialogare di più presentando le positive attività in campo culturale che mostrino percorsi di serietà scientifica e professionale. E non mancano.

Resta il grande tema su chi debba occuparsene: con adeguate strumentazioni nell’ambito delle attuali strutture ministeriali, o con modelli del tipo British Council, Instituto Cervantes, ecc. Ma lascio ai Ministri qui presenti dire se questo è tema oggi in discussione o no.

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