in “Economia della cultura”, anno XXII, n. 4, del 1 ottobre 2012

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Mi si chiede cosa occorrerebbe fare e cosa non si dovrebbe fare.

Vi è una cosa da fare subito e, simmetricamente, una cosa da evitare. Cessare per un momento di abbandonarsi alla comoda genericità del termine “cultura”, cessare di compiacersi della nobile vaghezza della proclamazione della sua importanza, sollevare il velo di indeterminatezza, e cercare di essere un po’ più precisi e analitici su cosa si intende proporre. (la materia è di sconfinata vastità e proporzionali possono essere gli equivoci.

Innanzitutto di cosa parliamo? Quando si parla della cultura di un paese ci si riferisce ad un immenso coacervo di attività, attitudini, ricchezze, alle opere d’arte, alla creazione artistica, ai tesori del passato, alla formazione, alla ricerca scientifica e umanistica, allo spettacolo, giù giù fin ai semplici gusti e comportamenti, da ricomprendere piuttosto nello ‘stile di vita’ di un paese (qualità della vita pubblica, qualità dei consumi, moda, culinaria ecc. ecc.)

Quando chiediamo una azione pubblica a favore della cultura, dobbiamo essere chiari e circostanziati almeno sul chi deve fare, e cosa, e come.

Le ragioni storiche di una azione pubblica: cultura come strumento di costruzione di una nazione

La promozione della cultura attraverso una azione pubblica è stata nel tempo ritenuta, con maggior o minore accento, importante per la formazione e l’emancipazione di individui e nazioni. Individui e società furono chiamati a investire risorse ed energie per il rafforzamento di un substrato comune di conoscenze, saperi, valori che rendesse il corpo della nazione più capace di affrontare le sfide della sua autonomia e del suo sviluppo. E si accettava e si auspicava che il sistema “nazione”, che pur si voleva solido e robusto, venisse però anche via via sferzato dalla libera vita culturale, arricchita dalla ricerca scientifica e umanistica, dalla letteratura, dalla poesia, dall’arte, che tutte e singolarmente, forniscono anche dialettiche energie vitali di contestazione e rinnovamento continuo.

La cultura come welfare

Dopo gli anni Settanta e il periodo della proclamazione della cultura come azione politica rigeneratrice, in anni più recenti si è avuta una richiesta di più risorse per la cultura, nel senso di una estensione del sistema del welfare, per una più articolata società dei consumi. Città senza sviluppo hanno cercato sostegno per la domanda locale nella promozione di consumi turistici, nell’animazione, nell’intrattenimento, con un parziale spostamento da una logica di investimento a una logica di consumo (tempo libero). La mancanza di risorse pubbliche ha infranto in parte il sogno del welfare culturale (cultura per tutti, come sanità per tutti) ancor prima che assumesse proporzioni significative. Illusioni di nuovi mestieri provenienti dall’intermediazione culturale, artistica e turistica sono oggi in gran parte infrante. Il turismo nelle città d’arte procede simile a se stesso, al crescere del reddito di popoli stranieri e sempre più genera lavoro in attività terziarie tradizionali, per le quali si dichiarano disponibili, per lo più, solo lavoratori stranieri.

La cultura rigeneratrice di crescita?

Recentemente si è spostato l’accento sull’importanza della “cultura” ai fini della promozione della crescita economica, e cioè della fuoruscita dalla ormai pluriennale stagnazione della nostra economia, e dell’avvio di quella nuova crescita di cui non sono pronte le premesse, ma che si sa non potrà non assumere connotati nuovi (competitività, qualità, innovazione, creatività). Ma anche tra i sostenitori dell’importanza della cultura per la nostra economia, sta una netta dicotomia e una grande ambiguità.

Altro è chi invoca la cultura per promuovere la conoscenza, la vitalità e le energie di una società al fine di rinnovare la capacità delle sue risorse a competere in tutti i campi, nella sfida col mondo, altro è chiedere lo sviluppo di spesa pubblica “per la cultura” in chiave congiunturale, magari per il sostegno alle attività rivolte ai turisti. Nel primo caso si domandano azioni di investimento sulle risorse (umane in particolare), nel secondo, si chiede ancora una volta solo uno spostamento nei consumi Ed è e sarà sempre aperto a disputa se la spesa pubblica corrente che crea occupazione nel settore turistico (anche se arricchito con l’appellativo culturale) abbia meriti maggiori della spesa pubblica che dà lavoro e reddito in altri comparti (stipendi degli insegnanti, ricerca nelle università, ecc. ecc.).

Cosa ci aspettiamo dallo Stato (e dagli enti territoriali)?

Poiché si parla dell’azione auspicata da un governo e da un Parlamento, è indispensabile dire cosa si vuol chiedere allo Stato nel promuovere la cultura e cosa ci si aspetta invece dalla libera iniziativa dei soggetti operanti autonomamente nella società civile. Fino a che punto ed entro quali limiti lo Stato (ma anche le istituzioni locali) devono operare negli svariati campi che formano la “cultura”? E per i casi per i quali la risposta è sì, solo con leggi che distribuiscono risorse, o anche con leggi che regolano? Promuovendo istituzioni autonome, o attraverso apparati amministrativo-burocratici? La questione è resa attuale dalla richiesta recente di istituire un Ministero della Cultura, anch’essa più spettacolare e provocatoria che chiara, e che andrebbe vagliata, dando subito, un buon esempio di articolata “cultura” politico amministrativa.

Come si sa i modelli organizzativi dei vari paesi variano: si va dal benign neclect dei paesi anglosassoni, che non ammettono un ministero in questo campo, orientati a consolidati principi liberali e ad escludere, quindi, un grande ruolo dello stato nella cultura, alle solide strutture statuali della Francia, da tempo assai interventista in campo culturale, se pur con alterne criticità, alla straripante generosità di risorse dei Laender tedeschi nell’ultimo quarantennio. In diverso modo nei diversi paesi e tempi si è ritenuto di affidare funzione pedagogica allo stato.

Stato, Amministrazioni pubbliche e autonomie

L’Italia ha da tempo un suo modello di organizzazione dell’azione pubblica nella promozione della cultura fortemente dualistico, giacchè prevede, da un lato, grandi e assai pregnanti attribuzioni di compiti e funzioni dirette affidate allo Stato (nei settori dove si vuole realizzare un preciso e individuato bene pubblico), ma ampia e totale libertà di espressione e di organizzazione in tutti gli altri campi. In molti campi e per diverse missioni sono state create istituzioni aventi personalità giuridica. Queste però sono riconducibili a due tipi assai diversi: 1) soggetti che svolgono con gradi vari di autonomia funzioni proprie dell’amministrazione, 2) soggetti autonomi che devono perseguire la loro missione in piena autonomia, e per i quali l’interesse pubblico si limita alla loro esistenza e alla missione affidata, essendo libere le modalità operative. (per queste si pone il fondamentale problema della autonomia e indipendenza e quindi della non interferenza della mano pubblica che incentiva e vigila, questione tanto più rilevante nel caso della produzione di cultura).

Lo Stato primo attore: Formazione e Beni culturali

Per queste funzioni è operante un apparato di leggi costituzionali e non, vasto e articolato una amministrazione territoriale numerosa, dotata di ampi poteri di azione diretta e indiretta (autorizzativa, o di gestione diretta), un vero pregnante strumento di governo, solidamente definito e compiuto nelle strutture amministrative.

Tralasciando in questa sede le strutture della formazione, il più significativo degli interventi diretti dello stato del primo tipo è quello della tutela dei beni culturali. Ad esso dedichiamo subito attenzione per la alta specificità e connotazione dell’azione.

I Beni Culturali

Come ci ripetiamo continuamente il nostro paese vanta un grande patrimonio di beni reali ereditato dal passato; ci dimentichiamo però di ricordare che nel nostro caso, a differenza di altri paesi, per patrimonio da tutelare intendiamo qualcosa di ben più vasto di un elenco di “monumenti” o opere. Per patrimonio intendiamo, infatti, anche interi complessi urbani e territoriali, composti sì da “monumenti”, ma anche da strade, da piazze, da palazzi e da abitazioni comuni, da centri storici, da paesaggi ecc., un patrimonio in parte solo di proprietà pubblica e in gran parte privato. (si aggiungono i territori non urbanizzati, agricoli o naturalistici)

È nei confronti di questo patrimonio, in questa più vasta accezione, che viene esercitata la tutela; essa riguarda dunque: 1) una azione diretta sui beni appartenenti allo stato e alle altre istituzioni pubbliche; 2) una attività amministrativa vasta e intensa rivolta ai ben più numerosi beni culturali mobili e immobili posseduti da privati e riconosciuti come tali;

Per queste due funzioni opera un ministero dotato di una struttura amministrativa distribuita su tutto il territorio nazionale (10 istituti nazionali o centrali,11 tra soprintendenze speciali biblioteche e istituti nazionali, 80 soprintendenze, 17 direzioni regionali, 19 soprintendenze archivistiche,103 archivi, 47 biblioteche nazionali o universitarie, ecc.) e di poteri molto ampi nei confronti di soggetti pubblici e privati. Nei tempi recenti, i poteri per la tutela sono stati rafforzati, di fronte alla contemporanea più vasta devoluzione degli altri poteri e funzioni di governo del territorio (legislazione urbanistica e ambientale).

Una struttura dello stato centrale, ancorché operante su tutto il territorio, deve vigilare operare tutelare i bei culturali e garantire l’intera nazione italiana di fronte all’evoluzione della vita civile e allo sviluppo delle azioni di privati e delle altre istituzioni di governo, centrali e locali.

La cultura della tutela nel modello italiano

Proprio la vastità del campo cui abbiamo attribuito valore di beni culturali fa si che la nostra cultura della tutela non sia una cultura da semplici colti ereditieri passivi, attenti alla conservazione di qualche bel pezzo ereditato, ma una cultura attiva nel presente, con la quale viviamo e costruiamo la modernità, aggiungendo, come individui e nazione, alle bellezze e ai valori ereditati la bellezza etica e politica e progettuale dell’azione di tutela, nel privato e nel pubblico. Un’ azione con la quale contribuiamo a costruire nel presente il “nostro” territorio e la nostra moderna civiltà ed economia, ad un tempo considerandoci fiduciari delle generazioni che seguono.

E numerosi e vitali sono gli effetti a cascata della complessa azione di tutela così concepita: sugli sviluppi della architettura, della cultura architettonica, di quella urbanistica, dei materiali, delle produzioni artigianali di qualità, delle scienze chimiche, dei restauri, delle tecnologie per la vita civile, degli interni.

La conservazione dei centri storici (o meglio l’averli saputi vivificare conservandoli) rappresenta una delle conquiste italiane più apprezzate dal mondo. La sfida è grande giacché occorre tutelare ma non mummificare (e per i centri storici il problema di una loro deformazione “consumistica” c’è).

Chiarezza nel ruolo del pubblico e del privato, circa la tutela

Come detto si tratta di beni sia privati che pubblici. Laddove opera l’azione di tutela sui beni dei privati, questi sono tenuti a rispettare i vincoli e a trattare il loro patrimonio edilizio (e non solo) come un bene di rilevante interesse pubblico, a condizionare i loro interventi, a sopportare spesso oneri per la conservazione e a rinunciare a vantaggi economici che potrebbero derivare da più sregolati e lucrosi usi alternativi. Una coerente politica fiscale sarebbe opportuna,

Laddove invece i beni sono pubblici, l’azione di tutela spetta in primo luogo alla collettività, attraverso interventi a carico del sistema fiscale. Su questo punto non ci devono essere tentennamenti.

Appare fuorviante l’idea diffusa superficialmente negli ultimi anni che, date le condizioni della finanza pubblica, alla tutela e alla conservazione del patrimonio pubblico “ormai dovranno provvedere i privati”.

Tale proposizione è pericolosa oltre che irrealistica e neppure necessaria dal punto di vista economico, Non si può chiamare una nazione a raccogliersi intorno ad una missione che comporta responsabilità e oneri per tutti i titolari di patrimoni (pubblici e privati), se poi si conclude che il proprietario pubblico abdica, e non si assume per intero le sue responsabilità sulla sua parte.

La proposizione non pare giustificata neppure dal punto di vista economico.

Aumentare la dotazione del Mibac e la qualità della sua azione

Le disponibilità del Mibac per gli interventi sui beni culturali pubblici (restauri, scavi, interventi sul patrimonio, manutenzioni straordinarie), assommano a circa 160 milioni di euro all’anno. Meno di 3 euro per abitante all’anno. Una misura di cui dovremmo vergognarci. Sarebbe un risultato assai apprezzabile portare questa cifra da 3 a 9 euro a testa, per ottenere una svolta nella cura del patrimonio pubblico. Una imposta minima di scopo su un consumo popolare sarebbe sufficiente e pienamente compatibile con qualsivoglia azione di risanamento della finanza pubblica e con uno spending review che abbia un minimo di coerenza (si pensi per un raffronto al costo del canone Rai per abitante)

Al di là delle risorse, rappresenta priorità della politica culturale l’affinamento delle capacità e delle professionalità del Mibac anche ai fini di una maggior capacità di progettazione e di spesa delle sue strutture. E tra queste, è da considerare, con trasparente esame critico, il ruolo delle direzioni regionali, istituite con l‘ultima riforma.

Ciò non toglie, ovviamente che, laddove un bene da restaurare offra opportunità di svolgere pubblicità, si offrano occasioni a imprese private interessate (la materia è stata regolamentata con legge nel gennaio 2012), e che si possano individuare forme miste di intervento, per accrescere la cura. Altro è riconoscere questo, altro è teorizzare l’abdicazione dello stato.

Analogamente si può auspicare che le gestioni dei musei siano rese più efficienti, incentivandole con l’attribuzione diretta di entrate dai visitatori (almeno una quota).

Antico e moderno. La tutela tradizionale da sola non basta

La tutela dei beni culturali e dei centri storici è stata contraddetta da sregolatezze sugli sviluppi moderni: l’immenso patrimonio edilizio realizzato negli ultimi sessant’anni è sovente scadente squalificato dal punto di vista della qualità (architettonica, urbanistica, civile). La sregolatezza dei nuovi sviluppi ha anche in parte vanificato l’azione di tutela dei beni storici. Non sempre ha favorito la integrazione tra centri storici e resto degli assetti urbani,

Sia dal lato della domanda che dell’offerta, hanno operato forze inadeguate come capacità di committenza di programmazione e di realizzazione; buona parte di questo patrimonio recente è una mortificante realtà che tutti i giorni ci ricorda una certa incapacità di produrre una cultura moderna, che abbiamo vissuto male l’esperienza del moderno, e che quindi ci dobbiamo rifugiare nella realtà ereditata come un paradiso perduto. Anche questa dicotomia finisce con l’essere paralizzante.

Riqualificazione del moderno e limite alla superficie edificata. Una occasione

Oggi si va formando sempre più consenso su due necessità-opportunità: a) la necessità di riqualificare buona parte del patrimonio realizzato nel grande sviluppo edilizio della seconda metà del secolo scorso b) la constatazione che il consumo di suolo è stato già elevato e forse è già eccessivo per i futuri sviluppi proponibili. Occorre verificare le condizioni economiche e normative necessarie per favorire questi orientamenti. Norme e incentivi potrebbero essere assai utili per orientare gli investimenti alla riqualificazione del patrimonio edilizio edificato, piuttosto che ad aggiunte di suolo edificato.

Questi sviluppi possono essere accompagnati e favoriti integrando azioni di tutela e azioni di rinnovo, rifacimento e ricostruzione del patrimonio edilizio più recente.

Renovatio urbis – un nuovo incontro tra cultura ed attività produttive

vincoli all’utilizzo dei suoli per nuova edilizia, attenzione alla tutela del paesaggio e del paesaggio agricolo, rinnovamento nell’ambito delle strutture realizzate in tempi moderni, riconversioni e ristrutturazioni, con opportune salvaguardie e drastici rinnovi, nuova più diffusa sensibilità e capacità di utilizzo dell’architettura, questi mi paiono essere i riferimenti di una azione, nella quale cultura e sviluppo produttivo abbiano a sostenersi in forme più evolute e più fertili del passato.

Le attività culturali tra autonomia ingerenze, corporativismo

Per tutte le altre attività promosse o incentivate, occorre che esse operino con dinamismo e capacità di innovazione e con trasparenza.

Al fine di sviluppare la necessaria vitalità, le istituzioni pubbliche operanti nei settori culturali devono spiccare per la loro autonomia, imprenditorialità, scrupolo nell’osservare la missione affidata dallo statuto, ma anche progettualità.

Per tutte le istituzioni pubbliche indipendenti, gli statuti devono favorire queste condizioni nelle forme della contabilità, della rendicontazione, dell’organizzazione interna; deve potersi esplicare una piena valorizzazione di energie qualificate.

I contributi dello stato devono essere strutturati su base triennale, onde consentire una attività programmata e più efficiente, per contro deve essere stabilito che eventuali maggiori perdite devono essere recuperate direttamente nell’esercizio successivo, e non coperte volta a volta a piè di lista; al centro, i soggetti vigilanti devono far riferimento, con osservazioni anche su scala europea, alle best practices cui si devono ispirare nella gestione economico amministrativa, le istituzioni ed eventualmente stabilire misure premianti in tale direzione. Almeno una parte del contributo statale (che spesso si somma a contributi locali) deve essere oggetto di una verifica di compliance con le best practices.

Le istituzioni culturali d’altro lato non devono usare la “specificità” della loro missione per sentirsi affrancate dall’obbligo di una efficiente e trasparente gestione delle risorse pubbliche.

L’ingerenza politica oltre a fiaccare l’orgoglio impedisce una libera assunzione di responsabilità.

“Incidit in Scillam…” -burocrazie e corporativismo

Per converso, autonomia e responsabilità sono spesso fiaccate da sviluppi di tipo corporativo, che ostacolano il rinnovamento.

Dobbiamo tener conto che la tendenza a passare da aspirazioni all’autonomia e all’autogoverno alla difesa corporativa è presente in tutte le attività culturali.

In molte casi le richieste di affrancamento dalla burocrazia statale e la legittima richiesta di garanzie e autonomia gestionale sono in realtà sfociate in ordinamenti affidati agli stessi addetti; e non sono stati realizzati contrappesi adeguati rispetto alla tentazione di usare gli strumenti di autogoverno per l’autotutela di posizioni individuali o di categorie o di gruppi

Ciò vale per tutte le attività, da quelle della formazione universitaria a quella della formazione artistica, ecc. ecc. Si pensi alle norme che regolano le strutture dell’insegnamento artistico, all’ordinamento dei conservatori (50 in tutto il paese), dei licei artistici (quasi 100.000 studenti in Italia) e delle accademie di belle arti, le quali, in particolare, sono oggi schierate più che nella ricerca delle condizioni per una maggior individuale autonoma e competitiva vitalità, nella ben più tradizionale richiesta di riconoscimenti di valore più elevato ai titoli di studio che esse rilasciano. Tra la scilla della burocrazia e la cariddi del corporativismo, si naviga veloci solo se ordinamenti e modi di operare sono ispirati di più al concetto di imprenditorialità pubblica.

Pericolo di coriandoli di interventismo

Concordare sull’importanza di questo o quel comparto, non necessariamente deve sfociare in una ennesima legge di settore, il cui esito può essere maggior rigidità non maggior dinamismo.

E ancora, concordare sull’importanza dello sviluppo di particolari attività, non necessariamente deve condurre alla proposta di istituire una direzione generale ad hoc nel ministero; è necessario non sfuggire alle difficili prove per far funzionare meglio ciò che c’è, proponendo misure aggiuntive, apparentemente innovative, in realtà assai tradizionali per non dire conservatrici.

Un suggerimento conclusivo. Grande prudenza nell’avanzare proposte. Evitare gli improvvisati interventismi e gli schemi ideologici. Curare le amministrazioni dove è indispensabile la loro azione diretta, curare la efficienza della Pubblica Amministrazione nel gestire i contributi, ma non chieder nuova burocrazia dove non occorre, verificare se davvero sono necessarie nuove leggi, ma attenzione ad affidare solo agli addetti le sovranità.

Fondare la necessaria azione di riforma sull’obbiettivo della autonomia e della responsabilità dei soggetti.

La creatività

Infine due parole sulla creatività che pare godere di grande popolarità. Un primo semplice pensiero: essa va coltivata, offrendo ai giovani (e non solo) opportunità di applicarla.

In via del tutto autonoma, le scuole possono sviluppare progetti che coinvolgano i ragazzi nella creazione artistica in forme ludiche collegiali, il fenomeno va favorito con risorse, ma deve restare frutto di spontanee iniziative di insegnanti e classi. Possono essere molto utili attività cosiddette “educational” in tutte le istituzioni. Sono preziose le occasioni che consentono l’incontro e il dialogo e il confronto con il pubblico. A proposito perché mai è stata messa in sonno, togliendole risorse, la Quadriennale?

Al dunque, però, occorre offrire occasioni per cimentarsi, e favorire dunque l’imparar facendo, le prime creazioni e i primi (e i secondi) passi, con programmi di investimenti finalizzati

Non posso non citare come esempio l’attività avviata dalla Biennale College per cinema, teatro, musica e arti applicate.

Le industrie culturali

Operano sul mercato, meritano riflessioni a parte.

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