Intervento di Paolo Baratta alla Festa dell’Architetto
15 novembre 2019

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Benvenuti a tutti. Sono giornate difficili per Venezia. Acque alte straordinarie e ripetute. Vi ringrazio anche a nome della città per essere qui nonostante le difficoltà e i disagi.

La Biennale sta progettando la mostra d’Architettura dell’anno prossimo che avrà un titolo molto ampio: “Come vivremo insieme”. Ci siamo concentrati nel corso degli ultimi anni intorno alla parola ‘abitare’, l’abbiamo esaminata partendo da vari punti di osservazione secondo le attitudini e le preferenze dei nostri curatori. Nelle Biennali più recenti abbiamo anche considerato questioni riguardanti le tecnologie e quelle della creazione di spazio gratuito e libero, che è parte integrante di qualsiasi idea progettuale d’architettura. Per anni abbiamo insistito sul rapporto tra architettura e sviluppo della società. La prossima mostra ha in qualche misura l’ambizione di estendere lo sguardo e la nostra attenzione a temi e domande che in diverso modo sono condivisi da varie parti del mondo: come vivremo insieme nel corso dei prossimi decenni, di fronte ai mutamenti più o meno drammatici che si manifesteranno? Dovremo tenere conto anche dei mutamenti già avvenuti nelle nostre società nei tempi recenti. Bisognerà rendersi conto di come la questione dell’abitare si pone in termini incredibilmente diversi nelle varie parti del pianeta. Ci sono aree per le quali l’abitare rimane una elementare grave questione di carenze quantitative di spazi e volumi. E sappiamo che difficilmente la qualità delle soluzioni riesce a imporsi o persino solo a far breccia in situazioni dominate da travolgenti fenomeni di inurbamento e diffusa povertà. Ci sono aree, invece, nelle quali le “quantità” realizzate nel corso dei decenni passati appaiono in parte sghembe e non più coerenti rispetto alle nuove caratteristiche assunte dalle strutture sociali ed economiche, rispetto a quello che le società stanno diventando. Abbiamo costruito intere città, intere parti di territorio e realtà urbane per un tipo di organizzazione della società (per tipo di attività, per tipo di professioni, per classi, per famiglie, ecc. ecc.) che sta cambiando e che forse tra qualche decennio sarà decisamente mutata. Gli schemi di riferimento che hanno dominato nei decenni passati rischiano l’obsolescenza la quale rischia di estendersi in larga misura al patrimonio rappresentato dell’attuale “costruito”. Mutamenti potranno essere necessari anche a seguito di mutazioni nelle stesse condizioni ambientali Abbiamo bisogno di idee e progetti su vasta scala e una diffusa condivisa consapevolezza.

Noi abbiamo fatto della Biennale nel corso degli anni un luogo nel quale si vogliono raggiungere due obbiettivi: uno, quello tradizionale delle Biennali che ci hanno preceduto, quello cioè di favorire un dialogo tra architetti e addetti ai lavori sull’architettura e sugli sviluppi dell’architettura; il secondo, quello più ambizioso, attivato da quando abbiamo prolungato a sei mesi la Mostra, quello di attivare più intenso dialogo con il visitatore. Una mostra, un’esposizione infatti non è un congresso sull’architettura, ma uno strumento con il quale si progetta un dialogo con i visitatori (con una mostra si trasforma un “non visitatore” in “visitatore”, il che è già fenomeno culturalmente significativo). Con il visitatore si vuole sottolineare ed evidenziare il ruolo che l’architettura ha, dovrebbe avere e può avere in futuro nell’organizzazione della vita civile di una società. Abbiamo insistito un po’ anche sul distacco riscontrabile tra vita civile e architettura e sul fatto che ci siamo dimenticati persino che cosa chiedere all’architettura, travolti da necessità e da sviluppi non adeguatamente pensati. Sappiamo benissimo cosa chiedere per il miglioramento delle nostre condizioni di vita quando si tratta di beni personali, di consumo individuale: in questo siamo diventati tutti maestri. Ma quando si tratta di ragionare sullo spazio in cui viviamo addirittura balbettiamo, non sappiamo formulare le necessità, non sappiamo formulare la domanda, non sappiamo formulare il desiderio. Il che è la manifestazione di una cultura dimezzata, una cultura che non mira a quella compiutezza che una società evoluta deve perseguire: la consapevolezza dei propri problemi e quindi la consapevolezza di ciò che le varie discipline possono offrire; di ciò che le varie capacità creative dell’uomo possono offrire per affrontare quei problemi, per fornire risposte a esigenze e desideri.

La Biennale si occupa in vario modo della condizione umana. Diciamo tra noi scherzosamente che se con la Mostra d’Arte riconosciamo le tensioni, le ansie e le angosce che sono dentro di noi, con quella di Architettura vorremmo scoprire per noi un maggior grado di felicità. Per poter realizzare questo obiettivo bisogna alimentare consapevolezza, sollecitare desiderio.

Quindi rivolgersi ai visitatori significa per noi fare un’operazione di “recupero” di un più alto grado di attenzione da parte di noi stessi come cittadini e da parte di chi questa società governa, intorno al tema della qualità dello spazio che condividiamo, tema non sufficientemente valutato come strumento di welfare personale e sociale. Oggi ragioniamo ancora in termini di welfare come si ragionava a metà del secolo scorso. Oggi un concetto di welfare più arricchito e aggiornato ci porterebbe a riconoscere quanti vantaggi e quanti miglioramenti delle condizioni di vita si potrebbero ottenere semplicemente facendo le cose in modo diverso, e quindi quasi a costo zero. Quanto benessere si potrebbe ottenere evitando costi evitabili. Ci sorprende il fatto che spesso quando parliamo e trattiamo del nostro territorio, scopriamo che tanti costi che abbiamo sostenuto erano evitabili, non necessari. Sono costi che derivano dalla nostra incapacità di esprimere in tempo domanda di qualità e di gestire conseguentemente le risorse. Una società che ha consapevolezza di sé, ha consapevolezza del fatto che la produzione di spazio per la vita privata e pubblica fa parte degli obiettivi che la completano anche dal punto di vista politico, dal punto di vista della promozione della dignità individuale e della ricchezza sociale. Nessun sistema con cui si organizza la vita politica o la vita economica è compiuto se non riesce a raggiungere anche l’obiettivo che lo spazio privato e pubblico è da considerarsi tema centrale, al quale dedicare risorse mentali, politiche ed economiche.

Ho detto che il nostro lavoro è stato fatto con l’intento di promuovere il desiderio. Riteniamo che la questione dell’architettura sia essenzialmente una questione di domanda. Siamo di fronte a un serio squilibrio: l’energia applicata dalla nostra società nel generare domanda nei confronti di quello che può dare l’architettura, è ben inferiore a quella che quotidianamente è impiegata nel promuovere altri beni, altri benefici, altri vantaggi. Per apprezzare il beneficio che può dare l’architettura bisogna fare uno sforzo aggiuntivo, lo sforzo dell’immaginazione, quello che appunto conduce al desiderio.

Per poter attivare questi desideri e queste attitudini c’è bisogno di esempi. Nell’esempio si vede quello che altrimenti non si riesce ad immaginare. L’espansione della capacità di vedere e pensare derivano dall’eccitazione sui nostri sensi che l’esempio ci offre. Dire che l’architettura deve permeare la nostra vita non vuol dire che siamo tutti architetti, ma che dobbiamo essere capaci di vedere, di intuire, di vedere oltre. Ci sono pochi modi di sollecitare il saper vedere e il sapere immaginare diversi dal mostrare esempi. Non dico niente di particolarmente nuovo, è l’accorgimento che è stato usato per diffondere i consumi privati: li si fanno vedere, si suscita il desiderio di una cosa che prima non si immaginava neppure di poter possedere. Ma chi fa questo lavoro? Mentre ci sono migliaia di soggetti che vogliono orientare i nostri desideri in un senso o nell’altro, convincendoci a fare una cosa piuttosto che un’altra, chi è che si dà da fare per convincerci a pensare e desiderare intorno allo spazio nel quale viviamo? Insomma la Biennale Architettura si candida ad essere una di queste forze propulsive, e ci conforta il fatto che i visitatori siano aumentati dai 70.000 dei primi anni duemila, agli oltre 270.000 di oggi. È questo il nostro compito, ed è così anche per l’arte: tenere vivo l’interesse e riconoscere gli artisti quali nostri compagni di viaggio.

Che cosa può scaturire da tutto questo? Secondo me alcune cose sono indispensabili. Già nell’ultimo incontro che abbiamo avuto a Roma mi permisi di sollevare la questione degli esempi, e ritorno adesso a parlare ancora dell’importanza della sperimentazione in architettura. Si può persino invocare una disciplina speciale per le sperimentazioni. Ne abbiamo bisogno, non possiamo pensare che tutto sia risolto con i regolamenti in vigore. Siamo di fronte al tema della ridefinizione degli spazi costruiti, e non parlo solo di spazi industriali ma anche quelli dell’abitare. Abbiamo costruito case a non finire per una tipologia di occupanti che già non corrisponde ai nuovi richiedenti. Non ci sono solo mutamenti demografici, ma anche sociali e nell’organizzazione della vita. E tutto questo dobbiamo sperimentarlo, dobbiamo viverlo con nuove proposte. L’Europa ha davanti a sé il compito di ricucire e di riprogettare il futuro. Ma se l’Europa vuole riconoscere se stessa, definire la propria identità lo può fare solo identificandosi nel proprio futuro, nelle idee e nei progetti da realizzare insieme. In Europa si parla di finanza straordinaria, di modalità di finanziamento particolare per realizzare investimenti strategici; il debito dei paesi costringe in una situazione che è diventata assolutamente paradossale: nell’epoca in cui i tassi di interesse sono zero non si realizzano opere e progetti di interesse pubblico. È una storia che non riusciremo a raccontare ai posteri.

Si è parlato di riqualificazione degli spazi abitati intorno ai progetti relativi alle città. Non uso volutamente la parola periferie, ma parlo di urbanizzazione, vita di città. Il problema dell’Europa è quello di portare la vita urbana a tutti, un fenomeno diventato ormai quasi una questione di diritto, la questione urbana è tra le questioni sul tappeto dei prossimi decenni, i mutamenti politici ed elettorali già da tempo lo confermano. L’Europa potrebbe dedicare a questo tema un’attenzione particolare, un progetto unico, un fondo per finanziare progetti urbani di riqualificazione: nell’epoca dei tassi a interesse zero o addirittura negativi è la proposta più innocente che si possa fare.

All’interno del nostro paese sentiamo la richiesta di autonomia delle Regioni. Considerando la città come il soggetto vitale all’interno del nostro territorio e avendo alta considerazione per quelle che sono le capacità di una città di progettare il proprio futuro, metterei in campo questi temi a fianco delle richieste di autonomia per le Regioni. Anzi, se dovessi ubbidire alle mie riflessioni, li metterei prima. Le Regioni senza città vitali cosa fanno? Se l’autonomia regionale non è fondata sulla capacità dei soggetti urbani che la compongono, di darsi straordinari progetti per il futuro, ben poco potrà fare con i suoi poteri di indirizzo. La funzione di indirizzo senza energie da “indirizzare” rischia di ridursi a una funzione burocratica.

Ecco queste sono alcune delle riflessioni che volevo trasmettervi e sono molto lieto che voi siate qui. L’importante è che gli architetti non parlino solo tra loro e non parlino solo di architettura. L’architettura è un bene pubblico. L’architettura è un composto, un ingrediente essenziale di una società civile, e noi dobbiamo saper parlare ai non architetti perché è da loro che deve venire il desiderio di architettura e quindi la domanda. Quindi cerchiamo attraverso la Mostra, attraverso questo un convegno, in mille modi, di parlare al mondo che ci circonda, alla società che ci circonda, con la voce non di una corporazione ma portando le esigenze di una società civile. Cerchiamo di istillare il desiderio che la Dea Architettura, un po’ relegata ai margini dell’Olimpo, possa tornare tra noi portando gioia, a noi che senza di Lei siamo meno felici.

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