Greenbuilding Magazine – n.25, novembre 2019
intervista di Luigi Prestinenza Puglisi
Come mai un economista, laureato a Cambridge, è il presidente della Biennale di Venezia e si occupa – devo dire, con innegabili risultati – di arte, cinema, architettura?
Aggiunga pure danza, teatro e musica.
Sì, anche danza e musica… ma l’economia?
Francamente devo ammettere che l’“economia” aiuta molto. Dobbiamo sempre considerare che l’“economia” per costituirsi come scienza deve operare fin dalle sue premesse una forte cesura riduttiva circa la natura umana e i suoi desideri, per concentrarsi sui fenomeni che danno origine a scambi economico-monetari: ma al di là della ferita, lascia intatti e persino meglio evidenziati gli altri “ambiti di scambio”, nei quali altre energie vitali e altri impulsi portano a creazioni (quali quelle dell’arte) a desideri e dialoghi, elementi tutti decisivi della complessa natura umana, ambiti di scambio per favorire i quali la Biennale è infrastruttura pensante.
Una doppia azione, quindi…
Sì, in estrema sintesi la Biennale opera per così dire a cavallo tra queste due cul-ture: deve attrezzarsi secondo le necessità dell’economia degli scambi e i valori di impresa da un lato e contemporaneamente attrezzarsi quale promotrice di scambi di tutt’altra natura, quelli che hanno luogo ad esempio nel dialogo tra l’osservatore di un’opera e l’artista che l’ha creata.
Quantità e qualità?
Il denaro è misura dei costi, ma gli esiti (e la sua utilità sociale visto che si tratta di un soggetto pubblico) possono essere va-lutati solo con metri qualitativi e, nel caso specifico, tra quantità e qualità vi può esse-re combinazione ma non correlazione. Una vera sfida.
È molto complesso gestire la macchina della Biennale?
È stato molto complesso trasformarla da ente del parastato in impresa pubblica autonoma, complesso ottenere l’espansione dei siti per adeguarli ai nuovi compiti (l’Arsenale ma non solo), ridisegnare un sistema interno di risorse umane, istaurare nuovi rapporti con la città, la politica nazionale e in qualche misura il mondo, visto che durante lunghi anni di non continua e non facile esistenza della Biennale (per non dire di prolungata crisi), in tutti i suoi campi le altre strutture mondiali si erano moltiplica-te ed evolute. Infine, dato che l’autonomia della Biennale è la condizione che sola giustifica la sua esistenza come soggetto pubblico, è stato inevitabile dire tanti no, pagando se necessario il prezzo conseguente.
Secondo lei, quale è il segreto del successo della Biennale di Architettura? Oramai è l’appuntamento più importante del settore a livello internazionale…
È stata una scelta strategica precisa quella di impegnare la Biennale in tutti questi anni nella Mostra d’Architettura, “la più politica delle arti” e non per mia personale passione (ero stato presidente dell’Inarch per vari anni), ma perché è una disciplina che ben completa e integra le altre in cui essa è impegnata. Questa esigenza era da tempo avvertita anche nelle gestioni precedenti. È stato un atto di coraggio estenderla per una durata di 6 mesi. La Mostra d’Architettura è di per sé comunque una sfida. Solo l’esperienza suggerisce in che cosa essa debba consistere in quanto esposizione non di opere compiute, ma di immagini, di forme nelle quali si riflettono pensieri, messaggi, stimoli alla riflessione, problemi e soluzioni. Abbiamo cercato anche qui di chiarire bene i fini da perseguire. Se le prime Biennali erano state un poco concepite per gli addetti, abbiamo dilatato il suo ruolo verso il visitatore cittadino.
Mi sembra che da alcune edizioni a questa parte la Biennale di Architettura si occupi sempre più di questioni sociali.
Vorrei precisare: non tanto di singole questioni sociali quanto della funzione sociale che riveste l’architettura come strumento per dare organizzazione e forma agli spazi nei quali viviamo e operiamo, come strumento aggiuntivo di un welfare che risulta zoppo e inefficiente se si limita a consumi e sicurezza individuali. Siamo partiti dalla denuncia di quello che ci pareva un crescente divario tra l’architettura e la società civile, riscontrabile non solo nei fenomeni di biblica formazione delle nuove megalopoli, ma anche nei paesi sviluppati come il nostro. Siamo partiti dalla preoccupazione che vi fossero architetti che mostravano meraviglie, mentre l’architettura era esiliata, e che non si sapesse neppure più cosa chieder-le, se non spettacolo ed effetti comunicativi.
Quale è stata la vostra risposta?
La mostra doveva dare il suo contributo come strumento per riattivare interesse, ricucire, riallacciare, far tornare desiderio di architettura. In questo senso la mostra, più che strumento di conoscenza, si offre come strumento di consapevolezza. Una macchina del desiderio. Il suo carattere internazionale la confermava strumento di cultura e civiltà.
Per la scorsa edizione sono state scelte due curatrici poco note al grande pubblico: Yvonne Farrell e Shelley McNamara. Quest’anno il curatore è, forse, ancora meno noto: il libanese Hashim Sarkis. Ci spiega i motivi della scelta?
Forse anche la preoccupazione di mostrare che non solo di spettacolarità si trattava, ma di riflessioni condotte nelle varie fasi che formano la fenomenologia dell’architettura: dall’individuazione dei fabbisogni alla formulazione delle domande, alle condizioni oggettive delle tecnologie e dell’economia, ai progetti, ai soggetti animatori, alle diverse soluzioni e risposte dell’architettura. Ogni curatore nello scegliere rappresenta anche l’esperienza sul campo.
Quale sarà il tema di quest’anno? Ci può anticipare qualcosa?
Dopo aver esplorato vari aspetti, mi pareva opportuno tornare a parlare dell’abitare e dei problemi dell’abitare oggi nelle varie realtà del mondo di fronte ai cambia-menti e, in alcuni casi, agli sconvolgimenti in atto nella demografia, nelle attività produttive, nella composizione dei nuclei familiari, di fronte ai problemi causati dai cataclismi naturali ricorrenti o paventati.
Mi sembra che la politica attuale della Biennale sia di preferire, come curatori, i progettisti operanti sul campo ai critici di professione. Non crede che ciò possa por-tare a un prevalere dell’aspetto progettuale sulla riflessione critico-storica?
Mi auguro proprio di no, spero che ogni Biennale offra anche molti spunti alla riflessione teorico-storica. Quello che ci dobbiamo chiedere è se un’esposizione della natura, dimensione e durata della Biennale possa essere essa stessa strumento proprio per una riflessione teorico-storica, o se questa possa trovare altri strumenti più appropriati per il suo svolgimento: saggistica, seminari, congressi, aule e, semmai, mostre circoscritte.
La forma della Biennale come caleidoscopio di piccole mostre varie ha dominato per anni, ma è stata anche la causa del suo declino. Altri soggetti sono sorti, meglio adatti a questi ruoli: kunsthallen, archivi ben attrezzati come il CCA di Montreal e poi il Maxxi, e ancora la Triennale, il Nuovo Istituto di Rotterdam, per non par-lare del Moma, che si dedicano ad apposite ricerche e mostre di approfondimento. In futuro anche la Biennale potrà cimentarsi, ma con attività dedicate. La grande esposizione internazionale può svolgere bene le funzioni che le sono proprie: in primo luogo, ripeto, sviluppare consapevolezza delle potenzialità dell’arte e dell’architettura.
Ci sarà qualche prossima edizione che affronterà di petto il tema dell’ecologia e della sostenibilità, o sarà solo uno dei temi affrontati trasversalmente?
Già la prossima avrà tali temi in grande evidenza. Più in generale credo che questi siano ormai diventati temi ineludibili.
Nella scorsa edizione ci fu la sorpresa del grande padiglione della Santa Sede nell’isola di San Giorgio Maggiore. Mi sembra che la politica sia di coinvolgere sempre di più la città di Venezia attraverso la valorizzazione di siti strategici… Sbaglio?
La Biennale espansa in città fu idea degli anni Settanta e poi del 1993. Io veramente ho impegnato la Biennale in una direzione opposta, quella di una “nuova concentrazione”, nel darsi nuovi siti come l’Arsenale (55mila metri quadrati) che ne scolpissero meglio l’identità e che offrissero a un tempo pluralità di spazi (cubo bianco da un lato e spazi drammatici dall’altro) con lo scopo di ricondurre intorno alla mostra principale anche i padiglioni dei paesi partecipanti. Poi i paesi partecipanti sono aumentati (da 57 a oltre 90 per Arte) e oggi sono distribuiti un terzo ai Giardini, un terzo all’Arsenale e il resto in città.
E la presenza della Santa Sede?
La presenza della Santa Sede iniziò nel 2011 con la Biennale d’Arte: nei miei collo-qui con il card. Ravasi mi permise di insistere per un coinvolgimento nella Biennale Architettura, anche qui con l’intento di riattizzare interesse per l’architettura di uno degli storici protagonisti degli sviluppi urbani e architettonici della nostra storia, ma da lungo tempo un po’ spaesato al riguardo.
Avete qualche sorpresa nel cassetto?
Sorprese potranno esserci in futuro dal-la realizzazione dei nuovi programmi relati-vi all’Archivio Storico da far evolvere anche in centro di ricerca. Un primo piccolo ma significativo passo è stato compiuto con l’avvio del progetto “scrivere in residenza”.
Qual è, tra tutte le edizioni passate, quella alla quale si sente più legato? Più che chiederle un giudizio su quella che reputa migliore, cosa che – immagino – un Presidente non può esplicitare, vorrei sa-pere quale umanamente l’ha coinvolta di più e perché.
Non è risposta diplomatica se le dico che quella che mi coinvolge di più è sempre la prossima, quando gli stessi temi riemergo-no in forme nuove e diverse nel colloquio con il curatore, che mi sento impegnato ad aiutare e a proteggere (qualche volta anche da se stesso), e poi nel recepire quello che i curatori dei vari paesi (per l’architettura 83) anticipano, e magari nello scoprire che molti padiglioni di paesi governati dispoticamente annunciano inaspettate presentazioni fortemente critiche e illuminate, il che mi fa pensare che l’autonomia della Biennale è un bene quanto meno contagioso.
Tre parole che sintetizzano idee che secondo lei ci potranno essere d’aiuto nel prossimo futuro…
Complessità, coraggio, progetto.