Paolo Baratta

Presidente Biennale di Venezia

(intervento alla VI conferenza nazionale dell’Aici, Firenze, palazzo Vecchio, 8/11/2019)

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Il presidente Spini ha ricordato quell’ espressione, “riarmo culturale”, da me usata nella precedente vostra riunione di Trieste. Ho usato e uso questa espressione perché mi chiedo se, di fronte alle situazioni di oggettiva crisi che viviamo e che riguardano il rapporto tra individui, società e comunità — crisi di fiducia nei confronti della scienza, della politica, delle istituzioni, della tecnologia, che generano sospetti e paura, crisi nelle relazioni internazionali, crisi nei valori sui quali abbiamo costruito il passato – noi siamo attrezzati, individualmente e come società. Credo fermamente che compito primario della “cultura” e delle istituzioni ad essa “dedicate” sia quello di attrezzare individui e comunità di fronte ai fenomeni che la storia, la vita, le vicende, la “fortuna”, ci pongono nella loro complessità.

Le istituzioni culturali devono porsi sistematicamente questa domanda, chiedersi se quello che fanno è adeguato rispetto alle necessità di “attrezzatura” della società civile di cui facciamo parte. Io mi occupo di arte contemporanea, ma anche chi si occupa di arte antica o di archeologia è pur sempre contemporaneo. E l’essere contemporanei comporta un destino ineludibile: quello di sottoporre ad esame continuo quello che si fa. L’auto-riflessione è un obbligo, un impegno del contemporaneo. Auto-riflessione vuol dire conoscere meglio se stessi e la propria missione, sapere e rivedere qual è la nostra missione, e domandarci se siamo in grado di portarla avanti, a quali condizioni. Chiarito questo andiamo a cercare o chiedere le risorse ma, intanto, chiediamo a noi stessi se la nostra missione si è ridotta ad una nicchia ricavata nel tempo che chiede di essere semplicemente coltivata o se è una funzione utile per quel riarmo della società nella quale viviamo, necessario per far fronte alle vicende, alle vicissitudini, alla fortuna.

Ho letto i documenti di Faro e Ravello e devo dire che, ancora una volta, come feci a Trieste, mi permetto di mettere in guardia di fronte ad un uso un po’ facile della parola cultura che fa passare tante cose che fanno parte piuttosto dello stile di vita, del branding, eccetera, eccetera, per tornare ad una visione, se volete, più “drammatica” di cos’è la cultura, perché drammatici sono i problemi che con la cultura si devono fronteggiare. Devo poi ancora una volta dire che trovo, in questi documenti, un eccessivo, continuo riferimento al patrimonio. E questo da parte nostra sembra davvero fuorviante, noi che rappresentiamo la cultura intesa come vita activa. Non siamo a un congresso di studiosi del patrimonio, siamo a un incontro tra istituzioni vive.

Noi siamo soggetti deputati ad agire, oggi. Per noi cultura è azione, è la qualità dell’azione che conduciamo nella società nella quale viviamo, certo anche con riferimento al patrimonio del passato, la cui grandezza però non giustifica l’eventuale pochezza della nostra azione. E in quest’azione dobbiamo porci delle domande: se siamo in grado di svolgerla, quali sono i punti di riferimento per la nostra organizzazione. Voglio fare qui un esempio, proprio con riferimento all’organizzazione interna. Ogni tanto mi trovo a dover polemizzare, nei convegni, sull’uso della parola manager per le attività della cultura. Io non sono un manager, non sono mai stato un manager, non voglio essere considerato un manager. L’uso diffuso della parola manager, nel campo delle istituzioni culturali (e purtroppo anche nelle università che provvedono alla formazione), significa scarsa capacità di autoconsiderazione delle stesse istituzioni culturali, significa non aver trovato i corretti termini di riferimento per descrivere le risorse umane di cui esse hanno bisogno per essere guidate, per essere assistite, per essere governate. Significa ricorrere a parole appartenenti ad un lessico improprio. Un manager è una figura che opera avendo chiari e univoci dati quantitativi precisi, per il suo operare e per la misura del risultato. Un responsabile di un’istituzione culturale ha certamente i dati numerici di riferimento per quanto riguarda l’equilibrio dei conti ma, quando ci domandiamo quale sia il valore di quello che facciamo, quale sia il rapporto tra i rischi e i risultati, tra effetti nell’oggi e nel tempo futuro, tra effetti diretti e quelli indiretti, e come si può accrescere la fiducia che dobbiamo ispirare, e i comportamenti che dobbiamo di conseguenza tenere, ecc. ecc., dobbiamo usare espressioni articolate che fanno parte anch’esse del territorio della cultura, cioè di una complessità non riconducibile ad un unico metro di misura.

Andiamo verso una Biennale che si conclude con tantissimi visitatori. Benissimo, questo ci aiuta ad essere più forti, ci dà mezzi per essere più forti e autonomi. Ma noi dobbiamo esaminare quello che abbiamo combinato quest’anno da un altro punto di vista: siamo stati utili ai fini del rapporto tra visitatori e mondo dell’arte? Abbiamo fatto le cose in modo da risultare utili per favorire quell’incontro, quei dialoghi, quei confronti e quegli scontri che possano riportare a una conciliazione tra visitatori e arte? Tutti voi avete, ciascuno, la necessità di misurare il risultato della vostra azione in termini qualitativi. Che c’entra il manager? Siamo amministratori di istituzioni pubbliche, chiamiamoci in qualche modo, troviamo un termine appropriato.

Allo stesso modo dobbiamo elencare, con molta precisione, la tipologia delle risorse di cui abbiamo bisogno. Se abbiamo bisogno di soldi privati, dobbiamo attrezzarci per essere capaci di acquisire denaro dai privati, altrimenti l’incontro non c’è e avviene lo scontro. Dobbiamo essere capaci di progettare iniziative tali per cui, senza derogare dalla nostra funzione e dal nostro compito, siamo capaci di produrre anche l’interesse di chi deve darci risorse, senza perdere di vista quello che è il nostro compito e senza esagerare nel promuovere intorno a noi e dentro di noi attività promozionali e comunicative che finiscano con il trasformare l’incontro con l’arte e la cultura in un ennesimo evento di consumo e intrattenimento. Il personale di cui abbiamo bisogno, il modo di operare stesso dell’istituzione, deve essere oggetto di continuo esame da parte nostra, perché noi dobbiamo portare con noi, innanzitutto, il senso di una grande autonomia scientifica.

Viviamo in un paese libero, non c’è una pedagogia di Stato, quindi: come è articolata la nostra autonomia, come si articola nella nostra organizzazione, nella nostra capacità di iniziativa autonoma? Come sappiamo scegliere? Come sappiamo creare? Come sappiamo progettare? La cultura del patrimonio si occupa di ciò che c’è, la cultura dell’attività culturale si occupa di ciò che non c’è.

Noi dobbiamo occuparci di ciò che non c’è. Non c’è la “conoscenza di…” e bisogna promuoverla. Non c’è il “desiderio di…” e bisogna promuoverlo. Non c’è il patrimonio permanente della conoscenza accumulata negli individui; noi siamo esseri caduchi, quel patrimonio dobbiamo rinnovarlo nelle nuove generazioni. Non c’è. Va creato continuamente. E proprio per questo confesso che anch’ io metterei il punto interrogativo accanto all’espressione usata per questo convegno in senso affermativo “Italia è cultura”, quando vedo dalle statistiche sulla scuola italiana che siamo al 15 per cento nella percentuale di abbandono scolastico da parte degli studenti!

In conclusione, siamo soggetti attivi. Il ministro Franceschini questo l’ha colto molto precisamente. La famosa riforma dei musei si pone esattamente questa domanda: è tempo o non è tempo di domandarsi a cosa serve un museo, rispetto all’attrezzatura culturale del paese per far fronte al suo futuro? In che modo il museo si deve rapportare con la ricerca, in che modo si deve rapportare con il pubblico? E anche qui il nostro lessico dovrebbe essere sempre sistematicamente rivisto: Alla Biennale evitiamo l’uso della parola “pubblico”. La parola pubblico vuol evocare un gusto medio, indifferenziato, di un soggetto quasi passivo, concetto buono per le statistiche sul consumo. Si preferisce usare parole come visitatori, frequentatori, spettatori, ascoltatori, tutte espressioni derivanti da verbi che significano azioni precise, dedicate.

Come sollecitare, appunto, e portare il non visitatore a diventare visitatore di museo? Che cosa vuole dire visitatore di museo? In che modo quest’azione concorre alla formazione di una società civile arricchita dalla frequentazione dell’arte, e non semplicemente intrattenuta in ambigue autocontemplazioni, o sfruttamenti commerciali, indotta nella tentazione del farsi semplici rentiers ma “giustificata” per patrimonio ricevuto? Questi sono i nostri temi. Sono la vitalità delle nostre istituzioni, per cui abbiamo grande rispetto per il patrimonio e anzi dedichiamo ad esso molte risorse, ma la cultura che ci interessa oggi qui in questo momento, non sono tanto i libri delle nostre biblioteche ma, ad esempio, quello che fa la dottoressa Passarelli, direttrice per le attività librarie del Ministero, in favore di quelle biblioteche, cosa faccio io per l’arte contemporanea, cosa fa ciascuno di voi per quello che è stato incaricato di fare nei confronti della società civile. Quindi, ancora una volta, sono i soggetti attivi, sono le attività, è la qualità delle attività che riassumono quel concetto di cultura di cui abbiamo oggi più che mai bisogno. E sono questi i riferimenti che ci portano ad evidenziare l’importanza di istituzioni pubbliche nella complessità di queste funzioni.