2 giugno 1993

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Signor Presidente,

Sono lieto di prendere la parola per la prima volta in questo Consiglio e di avere l’opportunità di rivolgere alcune brevi considerazioni generali sull’argomento in discussione.

Un sistema multilaterale di scambi appare oggi necessario per favorire i processi di aggiustamento tra le diverse economie.

Appare necessario, in particolare, per consentire agli investitori di progredire verso:

  1. a) la realizzazione di economie di scala;
  2. b) la realizzazione di economie di specializzazione;
  3. c) la possibilità di avvantaggiarsi di più bassi costi per le produzioni che si possono decentrare.

Solo la diminuzione delle protezioni garantite dall’intervento degli Stati può consentire alle imprese di conquistare pienamente le sole protezioni che un’economia di mercato consente: la autoprotezione che è frutto della particolare abilità nella scelta dei prodotti, dell’accumularsi delle conoscenze, dell’efficienza organizzativa.

L’economia mondiale soffre della difficoltà a ripristinare tassi di crescita adeguati ed accettabili.

La possibilità di uscire da questa situazione sta nella generalizzata ripresa di più intensi flussi di investimento all’interno di ogni Paese e di flussi di investimenti tra diversi Paesi e diverse realtà economiche.

Un sistema multilaterale, definito nei suoi obiettivi di abbattimento delle barriere, può rappresentare un nuovo quadro di riferimento alle decisioni di investimento e quindi alla ripresa dello sviluppo, con durevoli benefici effetti sull’occupazione.

Perché un sistema multilaterale possa operare in questo senso è necessario che esso sia corredato da un sistema di amministrazione e governo degli accordi che ne assicuri il carattere di stabilità.

Emerge in primo piano, quindi, il problema della costituzione di organismi multilaterali, che assicurino un omogeneo ed unitario sistema di gestione delle controversie. Tale sistema dovrà in ogni caso assicurare prontezza di decisione.

Solo in tal modo si può realizzare un nuovo ordine multilaterale e non un sistema multilaterale imperfetto, nel quale ciascun componente abbia possibilità eccessiva di azioni unilaterali.

La riduzione della protezione tra aree sviluppate non dovrebbe essere effettuata con eccessivo riferimento al caso per caso, ma in forme più omogenee sia per quanto riguarda le tariffe che tutti gli altri elementi di protezione. È evidente che per conseguire un convincente nuovo ordine multilaterale, ciascuno deve compiere le necessarie concessioni in termini di protezione ed alcune in termini di sovranità.

L’Italia è stata tra i fondatori della CEE in una fase del suo sviluppo nella quale essa non era certo fra i Paesi più forti della Comunità stessa.

Essa presentava situazioni che avrebbero potuto giustificare un indirizzo protezionistico, ma ha riconosciuto nelle opportunità offerte dalla partecipazione alla CEE la via per un’accelerazione del proprio sviluppo. Questa via è stata preferita rispetto alla via della tutela dei propri punti fragili.

L’Europa della CEE rappresenta un’area nella quale si è raggiunto, tra diversi Paesi, il grado più elevato di apertura ed accettazione di una superiore sovranità.

L’Europa vive in una fase nella quale avverte in particolar modo gli oneri della protezione e riconosce le opportunità di una ristrutturazione dei propri apparati produttivi attraverso integrazioni con altre aree economiche.

Assai profonde erano le differenze tra strutture sociali, ordinamenti politici, consuetudini, tradizioni tra i Paesi europei al momento della costituzione della Comunità. Così come sono differenti oggi tra la Comunità e le altre aree.

Tali differenze non devono essere ignorate, ma neppure eccessivamente sottolineate, quali ostacoli a più intensi rapporti multilaterali.

Un disegno multilaterale è possibile solo se si vedono, con coraggio e lucidità, i vantaggi che possono compensare i necessari sacrifici.

Vi sono campi nei quali le differenze non possono essere facilmente superate, penso ad esempio ad alcuni aspetti del mondo dell’agricoltura. Queste differenze vanno evidenziate, ma opportunamente delimitate.

Vi sono produzioni agricole particolari per natura (tali sono almeno le produzioni cosiddette mediterranee) e che presentano alto grado di diversificazione e sono destinate a particolari mercati di consumo; ad esse possono essere riservati trattamenti particolari senza che ciò abbia a costituire potenziale contenzioso sui mercati internazionali.

Il negoziato deve proseguire con il massimo impegno di tutte le parti. Quale membro della Comunità Europea sono sicuro che tale impegno non mancherà, reso più forte da un intenso processo di consultazione.

Questo impegno e questa fiducia sono indispensabili. Come ho già detto, non mi pare siano oggi in gioco solo valutazioni circa i marginali vantaggi dei consumatori e dei produttori. La questione di fondo sta nel ricercare condizioni favorevoli agli investimenti.

In questo senso il problema del commercio è oggi più che mai problema dello sviluppo. Intere popolazioni attendono segni positivi perché, pur nel travaglio del cambiamento, si vedano le nuove occasioni di crescita.

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